A impedirne la diffusione dovettero anzitutto contribuire le scappate

poco ortodosse (nella predica di Cingar del libro ix è rammentato con

deferenza Martin Lutero!): poi, le sorvenute edizioni di Vigaso

Cocaio, la prima delle quali vide la luce a Venezia, otto anni dopo la

morte del Folengo (_Merlini Cocalii poëtae mantuani Macaronicorum

poëmata, Venetiis, MDLII, cum privilegio illustrissimi senatus

venetorum_). Si è creduto finora che la stampa fosse procurata da

Pietro Ravani: ma a buon conto il privilegio, conservato nell'Archivio

di Stato di Venezia (Senato, Terra, filza 13), venne chiesto e

ottenuto da Giovanni Varisco.

Serenissimo Principe, eccelsa ed illustrissima Signoria,

Perché il fedelissimo servitor della Serenità Vostra, Zuani de

Varisco desidera far stampar le _Deche_ di messer Pietro Martire

_delle cose del mondo novo_, tradotte de latino nella volgar lingua,

e la nova _Macaronea_ di Merlino, e dubita che della fatica sua

alcun altro non venisse ad aver il premio, ristampando quelli; però

a piedi di Vostra Serenità ricorre la si degni concedergli che per

anni diece alcun altro non possa imprimere né impresse vendere, cosí

in questa città di Venezia, come ancor in ciascuna città e luoco

suo, le dette opere senza licenza di esso supplicante. Con pena a

chi contrafacesse, di perder tutte le opere qual'avesse stampato, e

de ducati diece per una, uno terzo della qual pena sia di quello che

darà la denonzia, l'altro terzo dell'arsenale di Vostra Serenità e

l'altro terzo della Pietà. Ed alla buona grazia di Vostra Serenità

umilmente prostrato si raccomanda.

_1551, die 2 iunii in rogatis_

Che per auttorità di questo Consiglio sia concesso a Zuanne de

Varisco, che niuno altro che lui senza sua permissione non possi

stampar né far stampar in questa cittá e in tutto il dominio nostro,

né stampate altrove vendere in quelli . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . la nova _Macaronea_ di Merlino, per anni diece; sotto pena

a chi facesse in contrario di perder le opere stampate, e ducati 10

per cadauna opera, un terzo de la qual pena sia di quello che darà

la denonzia, l'altro terzo dell'arsenale e l'altro della Pietà...

De parte ... 155--De non ... 6--Non syncere ... 15.

Malgrado queste comminatorie, Pietro Ravani ristampò due volte

l'edizione di Vigaso Cocaio: nel 1554 e s. a.; il Varisco la

reimpresse nel 1561, corredandola di rozze xilografie («_nunc recens

accurate recognita cum figuris locis suis appositis: Venetiis, apud

Ioannem Variscum et socios, MDLXI_»).

Queste edizioni di Vigaso Cocaio giovarono immensamente alla fama del

Folengo in Francia e in Italia: l'una di esse cadde tra mani

dell'anonimo, geniale scrittore a cui si deve la versione francese del

_Baldo_ e della _Moscheide_, comparsa nel 1606 col titolo: _Histoire

macaronique de Merlin Coccaie, prototype de Rabelais..._ Paris, chez

Toussaincts du Bray (ristampata dal bibliofilo JACOB, Parigi, 1859,

1876, ed. Garnier, con ommissione della _Moscheide_). Quel traduttore

francese conosceva mediocremente l'italiano e non era affatto in grado

di cogliere molte peculiarità dialettali delle _Maccheronee_: pure

aveva un intuito cosí meraviglioso del carattere poetico del Folengo,

ch'egli ne ha reso in complesso perfettamente lo spirito, se pure ha

tradito troppo di sovente la lettera.

Ma la fortuna maggiore dell'edizione di Vigaso Cocaio fu d'esser

prescelta da Francesco de Sanctis, che se ne valse per dettare il suo

stupendo capitolo decimoquarto della _Storia della lett. it._:

insuperata e definitiva valutazione dell'arte (se non in tutto, delle

tendenze politico-religiose) del Folengo.

Come mai invece la critica erudita s'impuntò a gabellare per una

ciurmeria l'edizione di Vigaso Cocaio? (cfr. ciò che io pure ne dissi

nel _Giorn. stor. d. lett, it._, XIV, 395). La spiegazione è presto

detta: fu attribuita soverchia importanza a circostanze esterne; non

si penetrò abbastanza ne' pregi intrinseci dell'opera d'arte, che

portava in sé il suggello più luminoso dell'autenticità.

Vigaso Cocaio premise alla sua stampa una pappolata (cfr. Appendice

I), che è davvero un impasto di inesattezze e di incongruenze. Si

spaccia per maestro del poeta (un maestro di longevità privilegiata,

che sorvive al discepolo); e narrandone la vita, a farlo apposta,

accumula errori su errori precisamente intorno a quel periodo

giovanile in cui il Folengo l'avrebbe avuto ai fianchi per mentore.

Come roba propria egli ha poi inserito in quel pasticcio di prefazione

la lettera di Niccolò Costanti, posta in fine alla Cipadense, dove si

strombettano esagerate lodi del Folengo, proclamato superiore a

Virgilio, a Dante, al Petrarca.

Se a ciò s'aggiunga che qua e lá talune modificazioni non paiono a

prima vista plausibili; che nel libro XXII non si trovano più molti

versi importantissimi della digressione autobiografica; che certe

prolissitá e ridondanze fanno talora desiderare piú briosa sveltezza;

ognuno comprenderá quanto facile fosse, in un esame frettoloso e

superficiale, sentenziare mistificatrici le stampe di Vigaso Cocaio,

come, sull'orma d'altri molti, facemmo il Portioli ed io.

Ma il mio errore emendai giá negli _Studi folenghiani_: ed ora alla

redazione serbataci da Vigaso Cocaio restituisco tutta l'autoritá che

le spetta, ponendo la Varisco 1552 a base di questa ristampa delle

_Maccheronee_.

Dalle varianti della Cipadense, che ho costipato nell'Appendice II,

scaturisce evidente che solo il Folengo, attardandosi con industre

pazienza, sino agli ultimi istanti della vita, su questa creazione

prediletta della sua fantasia, poteva avervi apportato cosí profonde,

organiche, conseguenti e quasi sempre felicissime modificazioni.

Il processo evolutivo dell'arte sua si mantiene sempre costante. Dalla

forma latina corretta passa invariabilmente a giri di frase piú

maccheronici, per accrescer la prevalenza degli elementi volgari e

dialettali: dagli espedienti buffoneschi, talvolta addirittura

meccanici e grossolani, assorge a forme d'arte piú cosciente e

riflessa, mirando ad ottenere la comicità con la riproduzione piú

esatta del reale, con lo studio piú meditato de' caratteri, con lo

svolgimento piú ampio degli episodi. Come ha scritto il Thuasne (p.

172): «_Il est certain que la forme un peu sèche et aride de la

rédaction de la Toscolana fait place dans la Cipadense et dans

l'édition de Vigaso Cocaio à une richesse vraiment extraordinaire,

quelquefois même prolixe, de descriptions réalistes, qui excellent

dans les détails intimes et vécus et dans l'observation exacte et

toujours spirituelle des mille incidents de la vie; le tout exprimé

dans une langue vivante et colorée, où le vers est d'une facture

supérieure à celle des anciennes rédactions_».

Questo maggior valore estetico s'appalesa, nelle stampe di Vigaso

Cocaio, giá subito nella _Zanitonella_, rimodellata da mano maestra.

La _Zanitonella_ nella Cipadense era stata un po' trascurata dal

Folengo. Non pago di accodarla al Baldus, ne aveva addirittura

sacrificata l'ultima parte, sopprimendo come estranee al quadro

ristretto degli amori di Tonello e Zanina le due egloghe VI e VII

della Toscolana. Ma nella stampa di Vigaso Cocaio le due egloghe

falcidiate ricompaiono, e con modificazioni «rilevantissime», come ha

notato giustamente il Cotronei nel _Giorn. st. d._ _lett. it._, XXXVI,

295. Chi mai se non il Folengo avrebbe potuto non solo rifarle da capo

a fondo con cosí pittoresca rappresentazione de' costumi rusticani, ma

dar loro quell'intimo legame che le rannoda saldamente al resto della

_Zanitonella_? (cfr. l'Appendice III).

Un altro esempio di innovazione artistica squisita abbiamo

nell'episodio di Tognazzo, beffato atrocemente da Cingar e Berta. Il

vecchio pazzo, nel ricordare l'estinta consorte, si abbandona anche

nella Cipadense ad un elogio grottesco, che richiama le lodi del Berni

alla sua donna:

Chiome d'argento fine, irte e attorte.

La parodia è troppo sbardellata per produrre altro effetto che quello

d'una sghignazzata grossolana: meglio avvisato, il Folengo pone in

bocca a Tognazzo encomi appropriati, che riescono molto più comici per

la serietá con cui li pronuncia il solenne console di Cipada (vv.

527-44 del libro VI).

I ritocchi fatti dal Folengo all'eloquente arringa di Berta in difesa

del bistrattato bel sesso (libro VI, vv. 435-526) dimostrano

egualmente il piú fine magistero d'arte: e generalmente la sua mano fu

sempre ben guidata sia nell'aggiungere qualche tratto alla

caratteristica dei personaggi, sia nel variare gl'ingredienti di quel

suo realismo «rapido, nutrito di fatti, sobrio di colori», sia nel

rendere la dizione piú scorrevole e incisiva, piú facilmente

intelligibile a tutti.

È invero degno di nota che mentre il Folengo volgarizza e

maccheronizza (_sit venia verbo_) di piú l'espressione, evita però

nell'ultima redazione, in confronto della Cipadense, certe locuzioni

troppo strettamente dialettali, che anche la comune de' lettori

italiani del suo tempo non avrebbe potuto comprendere senza le note

marginali della Toscolana o senza un apposito lessico.

Quali son dunque le modificazioni della Vigaso Cocaio da lamentare ne'

rispetti dell'arte?--Francamente, non ve ne sono che di trascurabili,

data la vastitá del rifacimento, o di pienamente giustificate.

Se il Folengo ridusse a pochi versi i molti brani di latino classico

di cui riboccava la Cipadense, lo fece sicuramente e per serbare alle

_Maccheronee_ maggior unitá di colorito, e per eliminare composizioni,

che, nelle more della stampa, affidata al cugino Francesco, aveva

creduto nel 1533 di pubblicare co' _Pomiliones_ del fratello Giovan

Battista. Questa ripetizione dové parere sconveniente al Folengo, che

diè quindi di frego alla maggior parte de' canti del suo Giuberto,

contenendoli in piú discreti limiti (libri XIII, XV, XX).

La soppressione de' versi autobiografici, giá ricordati, spiegai ne'

miei _Studi_ (p. 85) come dovuta all'ovvio riconoscimento, da parte

del Folengo, che quelle scuse apologetiche mal colorate non reggevano

all'evidenza de' fatti; ond'era piú savio consiglio tacere.

Rincrescevole insomma può dirsi la sola mulilazione del lungo

discorso, che il vecchio Guido volge morente al suo Baldo per

incitarlo alla virtú (cfr. le varianti della Cipadense al libro

xviii). Il Folengo tagliò netta la chiusa; e fu male, non giá perché

que' versi abbiano pregi peregrini di pensiero e di stile, ma perché

gli austeri ammonimenti del padre all'eroe avrebbero messo meglio in

luce quanto il Canello (_Lett. it. nel sec. XVI_, p. 175) e il

Cotronei (_l. c._ p. 311) acutamente intravidero: che la figura di

Baldo fu concepita dal poeta «con un gran fondo di serietá»; che non

son quindi da accentuar troppo, sulla falsariga del De Sanctis, le

apparenze «ciniche» del Folengo, nella cui poesia sotto esterioritá

giullaresche vibrano nobili sensi, elevati intendimenti morali.

Prescindendo da qualche timido accenno luterano (p. es. quella

malvelata negazione del libero arbitrio che è nella _Zanitonella_, vv.

563-66), è incontestabile ch'egli voleva sinceramente e fervidamente

una riforma interna della Chiesa tralignata: è del pari manifesto che

nell'anima sua ruggivano fiere collere patriottiche contro il dominio

straniero. Pochi connazionali avevano allora cosí magnanimo orgoglio

di italianitá, come quello che ispira i vv. 346-50 del XXV libro.

A piú retta valutazione delle tendenze politico-religiose del Folengo

varrá dunque la conoscenza del poema, nella redazione definitiva, su

cui cadde stanca la sua mano di correttore incontentabile.

Nel ristampare le _Maccheronee_, con quanta piú accuratezza mi è stata

possibile tramezzo ad altre occupazioni troppo diverse, ho cercato di

far sí che questa edizione riunisse i pregi delle tre redazioni di

maggior valore. Come perciò al testo della Vigaso Cocaio ho fatto

seguire complete le varianti della Cipadense, cosí ho voluto che delle

prefazioni e delle glosse marginali della Toscolana non fossero

defraudati i lettori: quelle ho recato per intero; queste ho

conglobato nel lessico, al quale ho dato un'estensione, che certo non

avevano né il saggio insignificante del Portioli, né l'altro più ricco

del Terranza. Mi auguro che, mercé queste cure reso accessibile a

tutte le persone colte, sia pienamente compreso, e gustato quanto

vale, il più grande poeta realista d'Italia[1].

[1] Per la letteratura critica sul F., cfr. GASPARY, _St. d. lett.

it._, 2. ed., p. 315 sgg.; FLAMINI, _Il Cinquecento_, pp. 543-44;

a cui s'aggiungano: CONTINELLI, _Il Baidus_, Cittá di Castello,

1904; _Miscellanea D'Ancona_, pp. 423-44, 603-11; i cit. lavori

del THUASNE e del PLATTARD; il buon saggio critico del

BIONDOLILLO, _La macheronea di M. C._, Palermo, 1911 (su cui

_Giorn. st. d. lett, it._, lviii, 389), e un acuto scritto del

Parodi, nel _Marzocco_ del 21 maggio 1911.

INDICE

VOLUME I

I

ZANITONELLA

SIVE INNAMORAMENTUM ZANINAE ET TONELLI.

Tonellus pag. 3

Ad Zaninam » 4

Ad Cupidinem » 5

De Zannina » 6

Ad Zaninam » 7

De se medesimo » ivi

ECLOGA--Tonellus, Garillus, Petralus » 8

De seipso » 14

De bocca Zaninae » 15

Matinada » 16

Ad eandem » 19

Ad eandem fugientem--Alphabetum » 21

Visus a Salvigno sic parlat » 24

ECLOGA--Salvignus et Tonellus » 25

Mira Tonelli vis » 31

ECLOGA DE IMBRIAGATURA--Tonellus, Garillus » 33

ECLOGA--Bigolinus, Tonnellus, Salvignus » 39

Recognoscentia Tonelli » 44

II

BALDUS

Liber primus pag. 47

» sccundus » 65

» tertius » 81

» quartus » 99

» quintus » 115

» sextus » 129

» septimus » 145

» octavus » 167

» nonus » 189

» decimus » 205

» undecimus » 221

» duodecimus » 241

» tertius decimus » 259

» quartus decimus » 273

» quintus decimus » 285

» sextus decimus » 297

» decimus septimus » 315

» decimus octavus » 335

VOLUME II

CONTINUAZIONE DEL BALDUS

Liber decimus nonus pag. 3

» vigesimus » 21

» » primus » 45

» » secundus » 59

» » tertius » 77

» » quartus » 99

» » quintus » 121

III

MOSCHEIDOS

Liber primus pag. 143

» secundus » 157

» tertius » 171

IV

QUAEDAM EPIGRAMMATA

I. De primavera pag. 185

II. De aestate » ivi

III. De autumno » 186

IV. De inverno » ivi

V. Facete dictum » ivi

VI. De quodam parasito » 187

VII. De Benaco » ivi

VIII. De morte Tonelli » 188

IX. De Baldracco » ivi

X. Ad Briossum » ivi

XI. Ad Falchettum » 189

XII. Ad Baldraccum » 190

XIII. Ad Boccalum » 191

XIV. Ad Baldum » ivi

XV. De Cingare, facetia » 192

XVI. In obitu episcopi Cipadae » ivi

APPENDICE

I. Prefazione e argomento del _Baldo_ nell'edizione

di Vigaso Cocaio.

i. Vigaso Cocaio alli lettori pag. 197

ii. Argomento sopra il _Baldo_ » 202

II. Le varianti della Cipadense.

i. Francesco Folengo alli lettori » 205

ii. Zanitonella » 207

iii. Baldus » 215

Libro primo » ivi

» secondo » 219

» terzo » 222

» quarto » 226

» quinto » 228

» sesto » 230

» settimo » 234

» ottavo » 239

» nono » 241

» decimo » ivi

» undecimo » ivi

» duodecimo » 242

» decimoterzo » ivi

» decimoquarto » 243

» decimoquinto » 245

» decimosesto » 250

» decimosettimo » 251

» decimottavo » ivi

» decimonono » 253

» ventesimo » ivi

» ventesimoprimo » 254

» ventesimosecondo » 255

» ventesimoterzo » 256

» ventesimoquarto » ivi

» ventesimoquinto » 257

iv. Moscheidos » 259

v. Epigrammata » 262

III. Saggio di varianti della Toscolana.

i. Le prefazioni pag. 273

i. Epistolium colericum magistri Acquarii ad Scardaffum

Zaratanum, Merlini poëmatis corruptorem » ivi

ii. Laudes Merlini » 276

iii. Merlini Cocaii Apologetica in sui escusationem » 284

iv. Normula macaronica de sillabis » 286

ii. Le egloghe finali della _Zanitonella_ » 287

Eccloga sexta » ivi

» septima » 292

iii. Brani del _Baldo_ non accolti nella Cipadense

e nella Vigaso Cocaio » 299

IV. Lessico » 315

Nota » 361

Le maccheronee Zanitonella - Baldus - Moscheide - Epigrammata · 第 47 / 47 段