XXIII.

In principio di quella estate, Bruno andò a Parigi a trovare suo

padre.

Vi andava ogni anno, almeno un paio di volte: e per l'effetto, quelle

visite eran più inutili, e per l'impressione più disperate che la

visita a una tomba.

Bruno ne tornava sempre col cuore affranto.

Suo padre, ch'egli amava con tenerezza infinita, non lo guardava; o lo

guardava ora con occhio stupido, ora con occhio torbido. La bocca che

tanto aveva riso e sorriso, che aveva saputo dir frasi di sottile

arguzia e amabili parole, era aperta a un ringhio di minaccia o a un

riso ebete. L'affascinante conte Fabiano, il quale aveva attraversato

mezza Europa in un'affannosa ricerca del piacere, seminando il denaro

e facendo tutti allegri quelli che lo avvicinavano, perchè gli era

intollerabile vedersi intorno visi scorati o smorfie d'angustia, non

era più se non una rovina. Il volto solcato da rughe mordenti, i

capelli bianchi, la barba bianca scomposta, la schiena curva innanzi

tempo, davan l'imagine della decrepitezza; le mani stesse eran secche

e gonfie di grosse vene; e i denti eran caduti tutti.

Bruno lo chiamava, gli si metteva innanzi, lo accarezzava, cercava

rammentargli nomi e cose d'un giorno; la mamma, Villa Florida, il

vecchio Elia Polacco, la sua amica Paulette Demours, Parigi, lo zio

Francesco, Nicla, Salapolli detto Salafame. Invano: era come gridar

dentro un pozzo senza eco.

Non rispondeva nemmeno al suo nome; si lasciava scuotere, e rimaneva

insensibile.

Nulla era più spaventevole di quello sguardo aperto sul vuoto, di

quello sguardo che non vedeva.

Dopo lunghi sforzi, con lagrime silenziose che gli rigavano il volto,

Brunello si ritraeva, senza chiedere notizie ai medici. Ciò che aveva

visto diceva meglio di qualsiasi parola ciò che si poteva attendere.

Da Parigi scrisse a Nicla una lunga lettera di dolore.

Nicla, ch'era già in villa, rispose una lunga lettera di passione.

Supplicava Bruno d'andare in campagna, direttamente al ritorno da

Parigi; avrebbe riposato là, avrebbe trovato memorie care; tutti

sarebbero stati felici di rivederlo, anche il vecchio buon vetturale.

Bruno tornò da Parigi, ma tornò a casa sua.

Un sordo inesplicabile presentimento lo teneva lontano dalla campagna

e da Nicla, sebbene desiderasse, anzi forse perchè desiderava

appassionatamente l'una e l'altra.

Ormai egli a Nicla e Nicla a lui s'eran confessati: si amavano.

E dover vivere sotto il medesimo tetto, passare la notte in camere

forse vicine, essere martoriati di continuo dal desiderio ed eccitati

senza posa da incantevoli ricordi, gli pareva supplizio da fiaccar le

forze del più tenace lottatore.

Nicla nella sua inesperienza poteva illudersi; egli non s'illudeva

affatto.

E perchè cercare volontariamente e deliberatamente un martirio

inutile? Perchè sfidare il pericolo?

Talora si diceva che non era umano lottar con sì ostinata costanza;

meglio valeva lasciarsi travolgere dalla passione, correre da Nicla,

suggellarle la bocca con la bocca, perdersi per sempre in un delirio

senza nome e senza fine.

Egli non aveva mai conosciuto la felicità; la felicità era Nicla, che

pareva gelida e ardeva; la felicità era Nicla, così sua, così legata a

lui con tutte le più dolorose fibre dell'anima, che ella gli avrebbe

dato amore e vita e passione, in un grande inenarrabile empito di

gioia. Meglio era amarsi per un'ora sola, suprema, e poi morire.

Ma quando pensava in tal modo, e il sangue gli martellava nei polsi

col furore dissennato dei suoi vent'anni, gli si faceva tosto innanzi

l'imagine di Gigi Barbano.

Gigi Barbano gli aveva gettato le braccia al collo e gli aveva detto:

«Tu sei un fratello, e ti accolgo come un fratello!». E a Nicla aveva

detto: «Mi fido!».

Nè mai per un solo istante, per un solo attimo, aveva mentito alla sua

parola. Nulla gli era più caro che aver Brunello alla sua mensa; nulla

gli era più caro che parlar con Brunello; spesse volte gli aveva detto

parole di conforto, animandolo a lavorare, a dar prova di volontà e

d'energia; con tatto squisito chiedeva sovente notizie di suo padre; e

rievocava il passato di Brunello e la vita sul lago e i giuochi e le

corse nel bosco con Nicla.

Non era possibile ingannare un tale uomo. Nicla aveva ragione. Valeva

meglio morire.

Gigi Barbano aveva ricevuto parecchie lettere anonime; Nicla lo aveva

capito dall'insistenza di certune col francobollo di città e con

calligrafia alterata, che per maggior sicurezza erano indirizzate a

casa invece che allo stabilimento. Lo insultavano? Lo aizzavano? Lo

beffavano? Venivano da donne o invidiose di Nicla o desiderose di

strappar Bruno al fascino di lei e di impossessarsene.

Gigi aveva avuta la forza magnifica di non curarsene. Non gli

importava nulla della opinione pubblica, nè di parer ciò che non era:

sapeva di non essere. E non domandava nemmeno se e quando e quanto era

stato Brunello. Aveva detto «Mi fido». Si fidava. Aveva detto «Sei un

fratello». Era un fratello. Meglio morire che ingannare un tale uomo!

Per tutto questo, Brunello era tornato direttamente a Milano.

Quantunque l'estate affocasse le strade e le case della città, Clara

Dolores v'era ancora.

Stava scegliendo la sua campagna e aveva fatto più disegni: la

Svizzera o il Cadore, un viaggio al nord o una crociera nei mari

d'Oriente. I bauli eran chiusi da tempo; ma avendo bisogno ora d'un

abito, ora d'un paio di guanti, li faceva aprire, gettava tutto

all'aria, e lasciava che la cameriera si rimettesse a ordinarli, fin

che l'indomani non fosse venuta di nuovo la necessità d'aprirli e di

scompigliarli.

--Sono una scervellata, non è vero?--diceva a Maritza la governante.

--La signora contessa è padrona!--rispondeva Maritza.

Ella era secca a guisa d'uno stoccafisso, e più indifferente che una

orientale fatalista; non diceva che la contessa non fosse una

scervellata; soltanto, essendo padrona, poteva essere scervellata a

piacer suo, e nessuno aveva diritto a contrastarla.

Clara Dolores aveva trovato a Milano ancora un manipolo di signore e

di signori che vi si trattenevano per gli esami dei figliuoli o per

ragioni d'affari; e con quelli si divertiva a fare scampagnate nei

dintorni e a inventare ogni giorno un pretesto urgente per muoversi e

muovere con lei tutta la brigata. Bruno le aveva consigliato di

prendere una automobile.

Ella respingeva il consiglio con orrore.

--Nulla di più borghese e di più ridicolo che un'automobile!

--Ma,--osservò Bruno,--quando si fanno come te gite di venti e trenta

chilometri, l'automobile è comoda.

--Una pariglia è ugualmente comoda!--ribattè la contessa.

--Bisognerebbe domandarlo ai cavalli! Tu li ammazzi!

--Domattina andiamo a far colazione fuori!--disse Clara Dolores per

tutta risposta.--Verrai anche tu?

--Verrò,--promise Bruno.

E l'indomani mattina, nel cortile di via Meravigli, tre carrozze

aspettavano; il paniere di vimini della contessa con due sauri

poderosi, e due vetture scoperte con pariglie di bai.

Tutta una comitiva di dodici persone scendeva per le scale, uomini e

donne con abiti chiari, chiacchierando e ridendo; i domestici

seguivano con le ceste perchè la colazione si faceva all'aria aperta,

in piena campagna.

Bruno che precedeva, scorse nel vestibolo un signore, il quale parlava

col portiere; e questi a capo scoperto gli dava indicazioni. Era Gigi

Barbano.

--Gigi!--esclamò Bruno, correndogli incontro gioiosamente.--Cerchi di

me?

--Sì,--rispose Gigi, stringendo la mano al giovane.--Mi dispiace di

giungere in momento così inopportuno!

--Che, che! Rinunzio subito alla gita; farò colazione con te. Vieni,

che ti presento a mia madre.

La contessa stava nel mezzo d'un crocchio e assegnava i posti, con una

certa abile malizia perchè tutti si trovassero appaiati

opportunamente; e faceva i nomi delle coppie, che si presentavano,

salutavano e sorridevano.

--Che intelligenza!--borbottò un giovane vestito di bianco.--Come ha

fatto a comprendere che io non posso vedere la contessa Sbrùgola e

l'ha ficcata nell'altra carrozza?

--Mamma!--chiamò Bruno.

--Caro?--disse Clara Dolores, allontanandosi un istante dai suoi

ospiti.

--Permettimi di presentarti il mio amico Gigi Barbano.

--Oh, ne ho molto piacere!--esclamò la contessa, stendendo a Gigi la

destra, ch'egli baciò.--Io ho conosciuto la sua signora quand'era

signorina Dossena; e non l'ho più dimenticata, tanto era bella e

gentile....

--La ringrazio!--disse Gigi inchinandosi.

--Oggi deve essere un fiore!--seguitò la contessa.--La rivedrei

volontieri.

--Ma Nicoletta sarà felice di venire a presentarle i suoi

ossequi,--rispose Gigi,--non appena sarà di ritorno dalla campagna.

--Lei mi permette, non è vero?--soggiunse la contessa, indicando con

gli occhi i suoi ospiti.

--Vada, vada, contessa!--esclamò Gigi, inchinandosi e baciandole di

nuovo la destra.--La prego!

--Mamma, io rimango!--annunziò Bruno.

--Naturalmente!--rispose Clara Dolores.

Gigi la vide allontanarsi, rientrar nel crocchio, dare ordini ai

domestici, sorridere agli amici, osservar che tutto fosse ben

disposto: salire infine nella sua carrozza e guardarsi ancora in giro

per l'ultima occhiata.

--Che brio!--esclamò Gigi.--Che grazia!

--È la sua vita!--osservò Bruno.--Se non ha una brigata da comandare e

un po' di fracasso intorno, sta male.

Assistettero alla sfilata delle carrozze, che passavano sotto l'atrio

con fragore di zoccoli ferrati; e salutarono.

Poi Bruno disse:

--Hai da parlarmi? Vieni su!

Lo fece salire al primo piano e lo introdusse nello studio.

Era una camera quadrata, con tappezzeria d'un colore bigio a righe

verticali; sulle pareti alcune vecchie stampe inglesi in cornici

sottili di mogano e un quadretto, una testa di donna della scuola del

Rembrandt. Pochi mobili, di forma semplice; sulla tavola da lavoro, in

un angolo, una stupenda riproduzione della Giuditta del Botticelli;

presso la tavola, una piccola biblioteca girevole in cui erano adunati

libri di consultazione e autori prediletti. Unico lusso, una grande

larga poltrona di cuoio, nella quale Bruno si stendeva qualche volta a

fumare.

Volle che Gigi prendesse posto in quella poltrona.

--Hai da parlarmi?--ripetè.

--Ma no, caro Brunello!--rispose Gigi sorridendo.--Nulla di grave. Son

venuto a prenderti....

--A prendermi?

--Sì. Perchè non vuoi venire in campagna? Io ti ho invitato più volte;

Nicoletta ti ha scritto a Parigi.... Come hai trovato tuo padre?

Bruno non rispose, ma i suoi occhi s'infoscarono.

--È triste, è orribilmente triste!--esclamò Gigi che aveva

compreso.--Tu hai bisogno di distrarti; e per ciò ti abbiamo pregato e

ripregato di venir da noi.... Forse ci tieni il broncio per qualche

ragione che non sappiamo.

--Oh, amico mio!--disse Bruno, afferrando la mano di Gigi.--Il broncio

con te, con voi?

Si alzò e si mise a passeggiare inquieto.

--Non so che cosa mi tenga lontano!--soggiunse, fermandosi d'un tratto

innanzi a Gigi.--Mi pare che quella campagna, che mi è stata tanto

cara, sia ora tutta lagrime; mi pare ch'io debba piangervi e

disperarmi! Troppi ricordi felici contrastano col presente! Vedi: tu

hai ammirato mia madre per la grazia ed il brio. È una donna

straordinaria; è la sola persona che invidio; trova dentro di sè una

energia e una volontà che mi sbalordiscono ogni giorno come un nuovo

miracolo. Io non trovo nulla.

--Tu troveresti nel lavoro quel che cerchi!--rispose Gigi.--Ma

lavorare non vuoi!...

--Non voglio?--ripetè Bruno.--Vorrei! Soltanto, ho nel cuore un tale

frastuono....

S'interruppe; qualcuno batteva all'uscio.

--Avanti!--disse Bruno.

Il professore Salapolli varcò la soglia, ma vedendo uno sconosciuto,

si ritrasse.

--Vieni, vieni!--gridò Bruno.--Vieni che ti presento!

E a Gigi disse:

--È il mio vecchio maestro, Salapolli!

Il vecchio inoltrò, e Gigi gli strinse vigorosamente la mano.

--Mi aiuti,--disse.--Sto pregando Bruno di lasciar per qualche tempo

questa città infocata e di venir da noi in campagna. Forse gli gioverà

anche pel suo lavoro.

--Ma senza dubbio!--esclamò il Salapolli, deponendo la posta sulla

tavola.--Il signor conte verrà!...

Bruno sorrise.

--Come promettete sicuro per gli altri!--osservò.

--E dove vuol vivere meglio che in campagna,--ribattè il

Salapolli,--meglio che in casa Barbano, tra amici fidati? Che cosa fa

qui, se non passeggiare nervosamente nel suo studio e nella biblioteca

l'intero giorno? Dicono che i vecchi sono ostinati; eppure tra il

signor conte e me, il più ostinato è ancora lui!

--Verrai?--incalzò Gigi.

--Vada, vada!--insistette il Salapolli.--Lei che è tanto cortese, non

si faccia pregare!... E poi, già, devo confessarle che lei

m'ingombra....

--Ti pare che sia abbastanza insolente?--disse Bruno a Gigi, ridendo.

--Io voglio cambiar l'ordine della biblioteca,--seguitò il

Salapolli,--e con l'aiuto d'un domestico, in pochi giorni le faccio

trovare qualche cosa di nuovo. La libreria antiquaria da una parte; i

classici dall'altra; i moderni in una terza.... Ho già pensato.... Ma

se sta qui, non farò nulla, perchè non voglio che mangi polvere.

--E tu non la mangi?--osservò Bruno.

--Io non ho mangiato altro in tutta la mia vita!--disse il

Salapolli.--E la polvere dei libri mi fa bene!...

Bruno esitava, combattuto tra il timore di ritornare a quei luoghi e

il desiderio di non essere scortese: il bisogno di riveder Nicla, di

udirne la voce, d'ammirarne gli occhi e la bocca, di lasciarsi cullar

dalla sua voce, gli bruciava le vene.

Gigi Barbano diede l'ultimo colpo.

--È deciso, allora?--disse a maniera di conclusione.--Troverai in

villa anche la zia, che non conosci. La zia Amelia ha udito parlar

tanto spesso di te, che desidera vederti. E nessuno ti lega; prova.

Starai un giorno, due, tre; e se non ti troverai a tuo agio, scapperai

subito! Non ti sembra?... Starai sette giorni, ecco: sette giorni....

Il vecchio Salapolli borbottò tra i denti:

--Sette giorni! «Sette paia di scarpe ho consumate--Di tutto ferro per

te ritrovare».

--È inteso!--disse Bruno, stendendo la mano all'amico.--Sarò da voi

domani!...

E quando egli ebbe varcata la soglia. Bruno si volse al Salapolli, e

gli annunziò:

--Domani! Vado da Nicla domani. Hai capito? Tu credi ch'io sarò

felice?

--Sarà felice lei e sarà felice la signora!--rispose il Salapolli.

E finì lo stornello, ch'egli aveva le mille volte cantato a Bruno

quand'era bambino a Parigi:

--«Tu dormi alle mie grida disperate--E il gallo canta e non ti vuoi

svegliare!».

--Silenzio!--interruppe Bruno, scosso da un brivido subitaneo.

La freccia nel fianco · 第 36 / 47 题