Brunello Traldi era tornato savio.
Lo diceva egli stesso qualche volta con espressione infantile:
--Vedi come sono savio?
E Nicla gli sorrideva per gratitudine, certa che nessun pericolo li
minacciava or mai più.
Il tempo s'era fatto bello; v'eran giornate in cui entrava dalle
finestre un soffio di primavera precoce, e dal palazzo Barbano si
vedeva il lungo tratto fra via Santa Margherita, piazza della Scala,
via Manzoni, tutto scintillante di sole, tutto brulicante di folla; il
rumore saliva infaticato a dir che la festosa vita primaverile non era
lontana e che la gente fluiva per le strade a godersi il sole e la
fresca aria. Si parlava d'anticipar la partenza per la campagna e già
al sabato impiegati e commessi e lavoratori correvano a far gite,
lasciando quasi deserta la città.
Brunello Traldi era savio.
Non chiedeva più di baciar la bocca della sua amica e non era nervoso.
Aveva fatto appello alla forza di volontà della quale si vantava, ed
era giunto a far tacere le inquietudini del senso. Non provava, come
aveva pel primo temuto egli stesso, alcuna gelosia di Gigi; era
fraterno con lui. Non si appartava selvaticamente, e sosteneva con gli
amici e le amiche di casa Barbano le conversazioni leggere, spesso
fatue, che interessano le persone oziose.
Usciva a passeggio, non sovente per non esser troppo notato, ma
qualche volta, con Nicla, e andava con lei ai giardini che
rinverdivano e di volta in volta si facevano più ricchi di fronde.
Gigi Barbano lo aveva invitato già a passar qualche tempo in campagna,
sulla riva del lago, non appena egli e Nicoletta vi si fossero recati;
e Bruno aveva ringraziato senza promettere.
--Perchè?--gli aveva chiesto Nicla.--Perchè non hai detto subito di
sì?
Egli non sapeva; aveva obbedito a una oscura voce.
--Che vuoi?--confessò infine.--Riveder quei luoghi che mi sono tanto
cari, dove sono stato felice con te e col mio papà.... Che vuoi? Ho
paura!...
Nicla non aveva insistito.
--Eppure sarebbe molto bello!--disse soltanto.--Si tornerebbe
fanciulli!
Bruno scosse il capo con espressione di dubbio.
Il ragazzo di vent'anni aveva dato a pensare a qualcuna fra le amiche
di Nicla; le più maligne supponevano senz'altro ch'egli fosse l'amante
della giovane, e parlavan di quel povero Gigi Barbano con un lieve
senso ironico; le più accese guardavano Bruno e si sforzavano a farsi
corteggiare.
Sveltissima tra queste era una signora sui ventiquattro anni, bella
d'una bellezza sensuale, i cui occhi velati potevan dire le parole che
la bocca taceva.
Si chiamava Claudia Viviani; e avendo più volte incontralo Bruno
presso Nicla, n'era rimasta assai piacevolmente impressionata.
Accortosi ch'ella si faceva leziosa con lui e desiderava essere
sedotta, Bruno ne aveva riso; e pungendola e irritandola, l'aveva
aizzata ancor meglio.
--Lasciala stare!--gli aveva detto Nicla.--Finirà con l'odiarti!
Ma Nicla non esprimeva tutto il suo pensiero; stranamente sentiva che
l'incessante schermaglia tra Claudia e Bruno, una di quelle
schermaglie che il più spesso buttano gli schermitori l'una nelle
braccia dell'altro, la torturava come un'acuta e feroce tortura.
Non sapeva dirsene la ragione; eppure quando vedeva Claudia col volto
a un dito dal volto di Bruno, e vedeva quegli occhi velarsi e
promettere, Nicla domava a fatica l'impeto di gettarsi tra il giovane
e la signora e di cacciar la signora come l'avesse sorpresa a rubarle
qualche cosa che le apparteneva.
Claudia, invelenita dalla mordente indifferenza di Bruno, s'era fatta
ardita.
--Vi piace il mio nome?--gli chiese un giorno.
--No!--rispose Bruno.
--Come, non vi piace? Eppure è pagano, è classico!...
--Senza dubbio!--esclamò Bruno ridendo.--Ma Claudio in latino
significa zoppicante....
La signora si morse le labbra.
--Non siete gentile!--disse.
--Io non sono mai gentile!--rispose Bruno.
E tuttavia quello stesso giorno, durante quella stessa visita, Claudia
trovò maniera di dirgli spiccicatamente, alla presenza di Nicla, che
tutti i giovedì era sola, dalle tre alle sette.
Non appena ella se ne fu andata, Nicla balzò in piedi, e fece alcuni
passi, come smarrita.
--Ebbene,--chiese Bruno attonito,--che cosa avviene, Nicla?
La giovane gli si volse.
--No, è troppo!--esclamò.--È troppo!... Tu non andrai da quella
sfrontata?
--E quando dovrei andare?
--Non hai udito? Giovedì, dalle tre alle sette!... È troppo!... Quella
donna perde la testa!...
--Lo ha detto per me?--domandò Bruno con indifferenza.--Non le ho
badato....
--Sì? Non le hai badato?--fece Nicla, muovendo un passo per accarezzar
Bruno, e trattenendosi subito.--Allora non andrai?
--Certamente che no!
--Non ho bisogno di fartelo giurare?--insistette Nicla.
Bruno sorrise.
--Tu m'hai insegnato, quand'ero piccino, che del giuramento non si
deve abusare, e che la parola basta!...
--È vero: ma giuramelo!
--Te lo giuro!--affermò Bruno.
Poi guardando la sua bella amica pallida, che s'era lasciata andare in
una poltrona, soggiunse:
--Ma come sei agitata!...
--Sì, è vero!--confessò Nicla.--Quella cattiva donna mi ha messo
l'inferno, il fuoco, nel cuore. Non ho mai sofferto tanto....
E per spiegare a sè e a Bruno l'agitazione che la faceva tremare,
seguitò:
--È lo spettacolo della sua sfacciataggine, del suo ardire, che mi fa
male. Non sapevo che una donna, una donna rispettabile, può aver tanta
impudicizia. E ciò mi sconvolge.
--Senza dubbio!--confermò Bruno.--Io lo sapevo, e sono tranquillo.
Tacquero un istante. Bruno vedeva che Nicla combatteva una battaglia
con sè stessa, e voleva e non voleva, ed era inquieta. Alfine ella si
decise, e chinando il capo a guardarsi la punta delle scarpette,
disse:
--Bruno!
--Che c'è?
Nicla tacque di nuovo. Bruno rise.
--Devi dirmi una cosa difficile!--osservò.
--Sì,--confessò Nicla.--Aiutami!
--Come posso aiutarti?
--Hai ragione: non sai..... Volevo chiederti....
Esitò ancora; poi, con uno sforzo supremo, abbrancandosi ai bracciuoli
della poltrona, osò:
--Volevo chiederti se hai avute molte amanti?
--Molte?--ripetè Bruno sorridendo.--A vent'anni?
--Ma qualcuna sì?
--Qualcuna sì!--confermò Bruno.
--E ora? Quante ne hai?
Bruno scosse il capo.
--Non ne ho!--disse con franchezza.
E sbigottito vide che il volto di Nicla s'irradiava d'una gioia, d'una
felicità così palesi, così grandi, che davano ai suoi occhi una luce
sfavillante. Volle provar meglio, dubitando ancora; e con finta aria
d'indifferenza soggiunse:
--Ma prenderò ora quella stupida tua amica, la Viviani, perchè ciò le
fa piacere!...
Nicla mandò un grido soffocato.
--No!--disse.--Te ne supplico. Amore mio, te ne supplico!... Vuoi che
mi getti ai tuoi piedi, per supplicarti di più? Amore mio, non farmi
morire!... Tu, nelle braccia d'un'altra donna, che ti bacia e ti
accarezza?...
Istintivamente e lentamente s'era drizzata.
Poi ricadde di schianto e si passò le mani sul volto come trasognata.
--No. Che cosa ti dico? Che cosa ti ho detto?--mormorò.--Non mi
badare; prendi tutte le donne che vuoi, tutte le donne che ti
piacciono. È il tuo diritto. Ciò non mi riguarda.
Bruno le accarezzò le mani con dolcezza.
--Non sei tu la mia amante?--disse.--Tu sai che io non amo e non
desidero che te. Ma noi non possiamo ingannare. E non avrò altre
donne. Te lo prometto, Nicla. Te lo giuro!
Ella levò gli occhi umidi a guardarlo con speranza.
Lo vide diritto come uno stelo, così elastico che pareva pronto a
scattare in corsa. La fronte era senza rughe, la bocca ancor fresca e
rosea come d'una fanciulla; una pelurie lieve adombrava appena il
labbro superiore, e gli occhi splendevano nel carnato olivastro. Era
la giovinezza medesima, sciolta e possente, assetata d'amore.
--Oh, tenerezza mia!--esclamò Nicla con un grido d'angoscia
cocente.--Bambino mio, è assurdo ciò che tu mi giuri!
Poi, non appena egli volse le spalle per uscire, la giovane si
rannicchiò nella poltrona.
Spasimava per quella freccia, di cui doveva portare il peso e il segno
nel fianco tutta la vita.