Tutti i giorni si videro così e più volte il giorno, ora
allontanandosi con la barca, ora errando nel bosco di cerri e di
castagni che si stendeva e si arrampicava su pel monte a ridosso del
quale sorgevano le due ville.
L'esistenza di Nicla s'era tanto accomunata con l'esistenza di Bruno,
che la fanciulla non desiderava più d'avere ospiti per distrarsi; e
quando giungevano amici e amiche e ad essi doveva sacrificare i
convegni con Bruno, le passeggiate dal pomeriggio fino al crepuscolo,
durava fatica a dissimulare il suo malcontento.
Il bosco saliva aprendosi lungo il monte; era qua e là fitto d'ombra,
qua e là libero al sole, con larghi spiazzi, con bruschi gomiti per
dove s'ingolfava il vento, con vôlte ben conteste di fogliame e ben
riparate. Terminava su di un poggio, donde si scorgeva lontano il
lago, e sotto la valle umida, da cui fumigavano al tramonto fumi
turchini di vapori e fumi densi di casolari che indicavano il tempo
della cena.
Nelle ore più calde, Nicla e Bruno coi seggiolini pieghevoli, avevano
il loro posto prediletto su una breve prateria, che i castagni tutt'in
giro chiudevano e riparavano come grandi chiomati spiriti verdi; e
nell'ora in cui il sole andava scomparendo di là dai monti, salivano
sempre al poggio per udir le campane che annunziano da lungi il
vespero, le campane degli armenti che si radunano e tornano alla
stalla, le campane flebili che mormorano a fior d'acqua sul lago.
E osservavano di là i fiumi densi, i fiumi turchini, la verzura che
digradava giù pel versante e si faceva a poco a poco bigia e poi nera;
e ascoltavan qualche voce perduta che chiamava di tra le macchie; e
guardavan cangiarsi il color delle acque, dall'argento pieno di mobili
riflessi alle lividure dell'agata, al duro piombo senza luce.
Il lago diventava uno specchio magico, che d'ora in ora mutava, a
seconda dell'aria e del sole; una conca bianca, azzurra, aurea,
opalescente, quando tutta corsa da brividi leggeri e quando immobile
come metallo.
Tornavano tenendosi per mano.
Si baciavano sul limitare del bosco e si lasciavano per rientrare
ciascuno nella propria villa.
Nicla s'era chiesta che cosa poteva essere per quel fanciullo balzato
così rudemente e gentilmente nella sua vita.
Egli aveva la madre e il padre; aveva nonni e zii; troppa gente che
invece di farlo felice, lo rattristavano disputandoselo chi come un
balocco e chi come un gioiello. Non aveva donne intorno.
La madre, a quanto Nicla aveva capito dai racconti del fanciullo, era
un poco bizzarra e non costante nel suo affetto; ella pure incline ai
dispendii e alla vita leggera. Le altre, conosciute a Parigi e
altrove, quelle che giuocavano e si facevano calpestare da lui e se lo
conducevano a casa come un cucciolo riottoso, non erano donne agli
occhi di Nicla.
Avevan lasciato in quel piccolo cuore un torbido ricordo, ed egli le
rammentava troppo d'improvviso, per un gesto o per una parola.
Nicla più d'una volta, nella dolcezza del suo idillio, n'era rimasta
turbata sinistramente, quasi avesse visto passar nel caro bosco dei
castagni, sotto la placida luce, un faunetto lascivo.
Un giorno in cui Bruno sedeva sulle ginocchia di lei e tutti e due
leggevano un romanzo di viaggi, all'ombra dei pacifici loro alberi, il
fanciullo la fissò a lungo.
Ella sentiva quello sguardo che la percorreva tanto vicino da non
poter non rispondergli; ma teneva gli occhi sul libro e continuava a
leggere ad alta voce, chiedendosi perchè Bruno insistesse così
stranamente.
Era uno sguardo non più animato dalla devozione, ma freddo di
curiosità ambigua, crudele di dubbio e d'impertinenza. E d'un tratto
il fanciullo disse:
--Nicla!
--Ascolta, ascolta,--rispose Nicla, senza levar gli occhi, indovinando
che bisognava distrarlo.--Ascolta com'è bello, ora che trovano il
grande lago.
Bruno stese la mano aperta sul libro, perchè Nicla non leggesse più.
E disse, quasi a conchiudere un suo pensiero:
--Vuoi che ti baci dietro le orecchie?... Abbassa il capo, che ti
bacio dietro le orecchie.... E dopo, farai così....
Con le labbra modulò un lieve lungo sospiro.
--Che dici?--esclamò Nicla, gettandolo quasi dalle ginocchia a terra,
e guardandolo offesa.
Ma si trattenne; capì che non doveva chiarire alla mente del fanciullo
la sconvenienza delle sue parole.
Lo prese per mano, lo condusse sul poggio a guardare la conca del lago
in cui si riflettevano con ombre verdastre i monti.
E senza volerlo, a cuore chiuso, fu così fredda e diffidente, che
Brunello sentì d'averla allontanata; ed egli ripercorse il bosco nella
discesa, stretta la mano nella mano di Nicla e singhiozzando.
--Piangi?--gli chiese Nicla.
--Non mi vuoi più bene--egli borbottò tra le labbra raccolte in un
grosso broncio.
--Ti voglio bene ancora, ti voglio bene sempre--lo rassicurò
Nicla,--ma oggi non sei stato savio, e torniamo a casa più presto.
Egli non protestò, accettando la punizione; ma Nicla fu stupita che
non chiedesse perchè lo puniva. Il piccolo sapeva, aveva compreso.
Donde veniva il faunetto? Quale strana perfida esistenza aveva avuto
lui per testimonio?
Già la candida ignoranza dell'età era qualche volta soverchiata da
istinti obliqui, da reminiscenze stravaganti. Pareva, a udirlo
discorrere, che avesse conosciuto mille donne.
E tornava alla memoria di Nicla un delizioso quadretto del
Castiglione, veduto in una galleria d'arte a Roma. In aperta campagna,
sotto un roseo tramonto, un piccolissimo fauno s'avvicina in punta di
piedi a una ninfa che dorme, e toltone cautamente ogni velo, ne
occhieggia cupido le nudità.
Nicla guardava talora Brunello col senso di corruccio con cui aveva
guardato offesa il piccolissimo fauno.
Perchè egli le sfuggiva di tanto in tanto.
Certi giorni era insofferente d'ogni tenera carezza; o dopo avere
accolto un bacio, voleva baciare a sua volta, e baciava Nicla sulla
bocca, indugiandovisi, premendo le labbra di lei con le proprie,
sentendo ch'eran buone e fresche e che nessuno le baciava così, le
aveva mai così baciate.
Poi il fanciullo tornava, il candore velava quelle precoci
inquietudini, e in Nicla rinasceva la fiducia. Sentiva di potere
accarezzare Brunello, di potere stringerselo fra le braccia, di poter
maneggiarlo come cosa sua.
E voleva ostinatamente persuadere lui, persuadere sè stessa ch'egli
era un bambino come tutti gli altri; voleva tacitamente fargli
dimenticare ciò che aveva visto o intuito, e addormentare gli istinti,
che le altre, le giovani sconosciute e perverse, avevano forse aizzato
pel loro ozio.
Il bosco, il monte, il poggio erano lo scenario di quei piccoli
drammi; e le risa e i pianti del fanciullo e le risa e le rampogne
della giovane eran noti agli annosi alberi amici, che stormivano al
vento, che stendevano il loro fogliame al tepore del sole.
I giorni di capriccio non eran pochi nella vita di Brunello. Talora
non voleva nè leggere, nè udir leggere, non voleva correre, nè star
quieto, nè guidare il suo cavallo ch'era Nicla, nè ascoltar le favole
che lo avevano sempre dilettato.
E un giorno Nicla scattò:
--Che vuoi tu? Che vuoi tu, brutto ragazzo? che possiamo fare per te?
Andremo a prenderti il sole e la luna e tutti i pesci d'argento che
sono nel lago?
Sorrise e d'un tratto, con un'altra voce, più alta, più libera, che
pareva un'onda cullante, con una voce in cui vibrava la sua bella
giovinezza di cristallo, s'abbandonò a cantare:
Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.
Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l'affanno:
Ei le storie d'amor de' tempi andati
Ti ridiranno....
Bruno stava ad ascoltare, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa, con
l'anima rapita; un piacere nuovo improvvisamente arricchiva la sua
esistenza.
Non aveva mai udito recitare una lirica.
Il gesto, la voce, Nicla come uno stelo sul verde sfondo del prato; le
parole numerate e misteriose, in cui correva una trepida musica e
aleggiava il profumo d'un tempo che non era più; tutto spalancava
un'ampia finestra sopra un mondo dai colori non mai visti, dai suoni
ricchi e prodigiosi, tutto, tutto, formava una rivelazione grande.
Nicla fu a sua volta sorpresa dall'effetto che le due strofi e la sua
voce avevan destato nell'animo del fanciullo.
Ella aveva recitato per giuoco, supponendo ch'egli non sentisse la
parola sacra del poeta; ed egli era stato colto d'un subito, strappato
alla realtà, avvolto in una nube di sogni.
--Ti piace?--disse Nicla osservando lo stupore di Brunello.
--Oh sì, sì!--egli esclamò, seduto ai piedi d'un grosso tronco.
--Hai capito?--interrogò Nicla.
--Sì,--rispose Brunello superbamente.--Sì.
--È impossibile che tu abbia capito,--rilevò Nicla sorridendo.--Poi ti
spiegherò.
--Ho capito,--ripetè Bruno.--Non voglio che tu mi spieghi.
Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.
Ma intuì che il piccolo aveva ragione.
Perchè spiegare? Perchè determinare l'idea, circoscriverla, farla
esatta, mentre Brunello sentiva, vedeva, viveva un suo mondo,
sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva con
gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe
potuto indicargli se non rimpicciolendoli?
E Nicla seguitò:
Ti ridiranno il gemer de la rosa
Che di desìo su 'l tuo bel petto manca,
E gl'inni, nel tuo crin, de la fastosa
Sorella bianca.
Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti
De l'ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
Temprano un ballo.
Bruno ascoltava senza più respiro.
Nicla fece una pausa, s'avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra
le mani, lo baciò due volte.
--Ti piace, dunque?--ella disse, felice.--Più che le favole, più che
giuocare al cavallo, più che stare sui miei ginocchi a leggere i
viaggi?
--Io quando sarò grande--rispose Brunello solennemente--dirò anch'io
così.
--Sarai anche tu poeta?--domandò Nicla.
E il piccolo, seduto ai piedi del tronco, ignaro che una formica
impertinente gli correva sulla schiena, promise:
--Sì; anch'io!
--Hai dunque trovato la tua professione,--osservò Nicla ridendo.
Lo fece alzare e s'avviò con lui verso la discesa, perchè le campane
da lungi mandavano l'eco dell'avemaria.
--Come sai tu queste belle cose?--domandò Bruno.--Come hai fatto a
impararle?
--Le ho studiate nei libri e mandate a memoria. Non ti ricordi che io
volevo essere attrice?
--Ah, è vero!--esclamò Bruno ridendo.
--E ne sai molte? Perchè un'attrice deve saper dire così bene?
--Non so se dico bene--rispose Nicla.--Ma avevo tanta passione, che
certo sarei riuscita.
--E adesso--constatò fieramente Brunello--non dici che per me. Domani
mi dirai ancora. Io non sapevo che nei libri ci fossero cose tanto
belle, e la musica....
Nicla ebbe un piccolo sorriso.
La musica era ciò che Bruno aveva subito afferrato; la musica del
verso era l'elemento nuovo della sua vita, e su quelle note egli si
lasciava trasportare via, con voluttà.
Ma l'indomani, mentre la fanciulla, alla preghiera incalzante di
Bruno, aveva ripreso a cantare:
Noi coglierem per te balsami arcani,
s'interruppe d'un tratto.
Alle spalle di Bruno era comparso un signore tutto vestito di bigio.
Nicla gettò un'occhiata a lui, gettò un'occhiata a Bruno, e comprese.
--Oh, il mio papà!--disse Bruno volgendo il capo e alzandosi.
Il conte Fabiano s'avvicinò e inchinandosi lievemente, col cappello
nella destra,
--Signorina--disse--non le sia sgradito che io le esprima la mia
riconoscenza per l'affetto che dimostra al mio Brunello.
--Prego--balbettò Nicla confusa.--Egli mi tiene compagnia.
--Se non l'annoia, ne sono contento--seguitò Fabiano.
Nicla ricordò i consigli e gli ordini di suo padre, il cavaliere
Maurizio; bisognava con quell'uomo, con quel personaggio rotto a ogni
vizio, essere freddi e contegnosi. Ma come poteva ella respingere una
parola di ringraziamento, come non esser turbata vedendo colui del
quale tanto si parlava tra i borghesi timorati e guardinghi?
--Oh no, non mi annoia!--esclamò Nicla.--È molto savio!
--Vedi, papà?--disse Bruno con espressione di trionfo.
Il conte e la fanciulla sorrisero.
Ma Nicla era sbigottita.
Il padre di Bruno, alto e slanciato, oltrepassava d'un palmo la snella
figura di Nicla.
Anch'egli come il figliuolo aveva occhi neri in un volto magro e
olivastro; e quantunque non contasse che trentasette anni, già
invecchiava, stretto nella morsa delle sue male abitudini. E ciò
sbigottiva la fanciulla, abituata a veder visi tondi e rosei ed
espressioni di placido contento.
I capelli di Fabiano eran più bianchi che neri; molti fili d'argento
si mescolavano ai morbidi fili della barba corta a punta; e intorno
agli occhi era una rete sottile di rughe, che apparivan quasi
impercettibili screpolature quando i muscoli del suo mobile viso si
contraevano in un'espressione pensosa o ironica.
--Egli è cresciuto selvatico e bizzarro--disse, accarezzando la testa
di Bruno.--Lei, signorina, potrà fargli molto bene.
Detto questo, s'inchinò ancora, si coperse il capo, e proseguì la sua
passeggiata per il bosco a passo lento.
--Vuoi andare col papà?--chiese Nicla a Bruno.
Egli guardò suo padre che s'allontanava e non si mosse.
--Dimmi la poesia,--rispose.
Nicla disse la poesia; ma andava nel frattempo pensando a
quell'incontro.
Già sapevano in casa che ella aveva conosciuto il piccolo Traldi di
San Pietro; e il cavalier Maurizio e la signora Carlotta ne avevano
avuto occasione per una lunga predica.
Bisognava ormai confessare d'aver conosciuto anche il grande, il
personaggio famoso che veniva da Parigi, come un modello del genere?
O l'incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata
risparmiata un'altra ora noiosa di avvertimenti e di rimproveri?
In verità, fino a quel giorno, il conte s'era ben guardato dal
richiedere non chiesto l'amicizia della famiglia Dossena.
Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante
vecchia. Riceveva visite di gente che veniva da Milano, uomini e
donne, che eran forse i suoi compagni di piacere. Usciva con questi a
far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui,
egli aveva l'aria di non occuparsi d'alcuno.
Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.
Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da
Bruno, e giudicatala subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani
fidate.
--Il papà ha detto che di mamma ne basta una--raccontò Bruno
l'indomani--, ma che tu sarai mia sorella. E che tu sei come egli
aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura. Allora
tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il
difetto dei bambini, è che per farli ci vogliono le mamme....
Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo
carattere, ma si sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi,
la fanciulla lo lasciava andare fino al primo intoppo, fin quando,
cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto
qualche sua opinione zoppicante.
Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:
--Belle cose ti dice il papà!
--Non è vero? Il papà dice sempre belle cose!--confermò Bruno
ingenuamente.
--E la povera contessa?
--Quale contessa?--domandò Bruno.
--La tua mamma.
--Ma egli diceva così per la mamma, non hai capito?
--Ho capito, ho capito: e me ne dispiace molto.
--Egli diceva così perchè la mamma ora è in Isvizzera, ma deve venire
a trovarci uno di questi giorni; e ciò secca molto il papà. La mamma
mi vede, dice che sono magro, che sono malato, e vuole portarmi via.
Il papà non vuole e dice che sono grasso e non sono stato mai così
bene.... La mamma dice che....
--Ma tu preferisci la mamma o il papà?--interruppe Nicla di nuovo.
Bruno si mise il piccolo indice dritto attraverso le labbra.
--Non sta bene domandare queste cose!--dichiarò sottovoce.
--Io non domando per curiosità!--rimbeccò Nicla.--Voglio sapere per
giudicare come o con chi puoi star meglio.
--Finora, proprio, sto meglio con te!--disse Bruno.--Ma tu fa finta di
non saperlo, perchè la mamma vuole che io stia meglio con lei, e il
papà vuole ch'io stia meglio con lui; e se capiscono che invece sto
meglio con te, diventano molto gelosi.
--Allora non dirai nulla della nostra amicizia alla mamma?--domandò
Nicla sorpresa.
--No. Io con la mamma sono un altro.
--Come, un altro?
--Sì, un altro, più piccolo!
--Fai l'impostore, insomma!--spiegò Nicla.
--Sì, faccio l'impostore!--confermò Bruno.
--Un bambinetto ingenuo, un po' tardo, mezzo addormentato, mezzo
scemo?--incalzò Nicla, non potendo trattenere un sorriso.
--Proprio così!--dichiarò Bruno, battendo le mani.
--E perchè, povera mamma, perchè ingannarla?
--A lei piace che i bambini siano un poco scemi. E se si accorge che
io sono intelligente mi domanda che cosa facciamo, chi conosciamo,
dove andiamo, e se il papà giuoca, e se ci sono in casa le istitutrici
giovani e se spendiamo molto. Una volta, io che non sapevo, le ho
raccontato tutto....
--Che cosa le hai raccontato?
--Le ho raccontato....
Esitò un istante, per chiamare in aiuto la sua memoria e ordinarla,
poi seguitò:
--Le ho raccontato che c'era in casa, a Parigi, una governante che si
chiamava mademoiselle Praline e vestiva sempre la sera con gli abiti
scollati, coi capelli biondi e lunghi e con belle scarpette di
vernice. E cantava tutto il giorno e aveva il naso voltato in su. Poi
alla sera veniva a pranzo con gli abiti scollati. Ma il papà l'ha
mandata via perchè quando non cantava, era sempre in cucina a farsi
fare il tè e poi la bistecchina e poi ancora il tè, e mangiava tutti i
biscotti; e io l'ho vista nello specchio che intascava i cucchiai
d'argento, e l'ho detto al papà. E allora il papà l'ha mandata via,
dicendo che voleva salvare almeno i coltelli e le forchette.
--E tu hai raccontato tutto questo alla mamma?--esclamò Nicla.
--Sì, io non sapevo che non bisogna raccontare tutto.
--La colpa non è tua,--mormorò la fanciulla col cuore stretto.--E
allora?
--E allora la mamma ha raccontato tutto, anche lei, all'avvocato, e il
papà ne ebbe molti dispiaceri.
--E da quel giorno, hai fatto lo stupido per prudenza?--interrogò
Nicla, accarezzando lievemente la testa del fanciullo.--E ora andrai
di nuovo con la mamma?
--No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per
ciò la governante è vecchia.
Nicla non trovò la forza di sorridere.