NOTE:

[1] Ciò feci per esteso nel principio di questo _Ragionamento_,

esaminando le tradizioni popolari, per farmi strada a parlare dei

nostri Storici e Cronisti. Io credo superfluo di qui riportare questo

brano perchè si riferisce alla Storia generale di Milano, non alla

Peste del 1630.

[2] La presente lacuna e le altre, che trovansi in questa introduzione,

provengono dalla necessità di ommettere i passi del mio _Ragionamento

sugli Storici e Cronisti milanesi_, che sono estranei a questo libro.

[3] Nel libro I _Delle Ordinazioni, MS._ pag. 29 e 74.

[4] L’attuale archivista sig. Civelli lo ordinò con sapere e diligenza

lodevolissima.

[5] Fu battezzato a Nava il 18 agosto di quell’anno, come da’ registri

parrocchiali. Vedi Cantù, tom. II, pag. 72.

[6] _Oriundus fuit ex obscuro pago Briantaei collis aspero et

confragoso, ipsum dein illustraturus_. Così il Legnano nella vita

citata.

[7] Piccolo paese non lontano da Tegnone.

[8] Ripamonti fu ordinato sacerdote nel 1606.

[9] Da uno dei costituti del Ripamonti. _Processo MS_.

[10] Costituto 7 agosto 1618 dell’abbate di San Pietro in Chiaravalle.

_Processo MS_.

[11] Processo.

[12] L’abate di Chiaravalle nel costituto sopra citato.

[13] Processo.

[14] Intorno al Toledo vedasi il capitolo V, lib. I.

[15] Lo desumo da una delle lettere di Federico, che, scrivendo

a monsignor Besozzo a Roma, perchè cercasse un altro vicario da

sostituire all’Arcello, che si era licenziato, dice: _In verità è poca

perdita_.

[16] Lettere autografe del cardinale Federigo, esistenti manoscritte

nell’archivio Borromeo, parte unite al processo del Ripamonti, e parte

in un voluminoso carteggio tra Federico e diversi.

[17] Negli atti del Processo.

[18] Processo.

[19] Vedasi Decade I della _Storia Ecclesiastica_ del Ripamonti, pag.

515, e l’Epistola XXXIX, libro IV; e la IV del libro V di S. Gregorio

Magno, pag. 720 e 730, ediz. Maurina, Parigi 1705.

[20] Processo.

[21] Libro delle Ordinazioni MS. nell’Ambrosiana, pag. 74.

[22] Non trovo in qual anno, ma certamente prima del 1625.

[23] _In ejus aula cum ego viverem_. Ripamonti, introduzione alla

Decade III.

[24] Il Consiglio donò a ciascuno dei 60 Decurioni un esemplare di

quest’opera. Io ne posseggo uno, sul frontispizio del quale è scritto:

_Petrus Paulus Confalonerius I. C. Colegiatus Vicarius Provisionis de

anno 1646 librum hunc a civitate dono habuit._

[25] _Cum publico Decreto medicorum peritissimi frustra adhibiti

essent, etc._ (Legnano, vita citata.)

[26] «A dì 14 agosto morse il M.to Ill. e Magn. Rever. Sig. Ripamonti,

Canonico di Santa Maria della Scala in Milano, il quale essendo infermo

d’infermità d’idropisia, fu consigliato a venirsene fuori per mutar

aria. Al che fece elezione della mia habitazione: dove passò come sopra

dalla presente all’altra vita, che nostro Signore abbi seco in Cielo,

e fu sepolto in questa chiesa nella sepoltura de’ sacerdoti il giorno

dell’Assunta di Nostra Signora».

Dai registri parrocchiali di Rovagnate. Vedi I. Cantù, _Vicende della

Brianza_, 1837, Vol. II, pag. 83.

[27] _Magno cum urbis atque litteratorum mœrore_. Legnano, ivi.

[28] Ghilini Gerolamo. _Teatro d’huomini illustri_, p. 137. Venezia

1647.

[29] Non trovo l’anno della nascita, ma quando fu ammesso nel 1603 nel

collegio medico doveva avere almeno vent’anni.

[30] _G. M. Visconti fu eletto dei 60 Decurioni nel 1606; nel 1627 ebbe

il titolo di marchese, e morì verso il 1638. Girolamo Legnano, entrato

nei 60 Decurioni l’anno 1634, morì il 3 novembre 1650 a Madrid ove

dimorava come oratore di Milano presso il re cattolico._ (CUSANI.)

[31] Il primo capo di ciascun libro non ha l’argomento, essendo una

specie di prologo al libro medesimo. (_Il Trad._)

[32] Il Ripamonti con queste gonfie e oscure frasi intende parlare di

Enrico IV, il quale aveva in animo di ricuperare il ducato di Milano,

quando venne ucciso dall’assassino Ravaillac. Il nostro buon Storico

era o troppo affascinato o troppo cortigiano, per trattare sì male il

grande Enrico.

[33] Il frumento salì fino a lire 100 il moggia; la segale 70, e 60 il

miglio. (_Tadino_, pag. 9. — _Somaglia_, pag. 478.)

[34] Secondo la falsa opinione allora in voga intorno l’origine della

Società.

[35] Pare un controsenso od un bisticcio, ma in fondo l’Autore dice

il vero, perchè in simili calamità, l’uomo, spinto dalla fame, crede

sempre di trovare altrove i soccorsi che gli mancano in paese. I

contadini avevano, ed hanno ancora, idee esagerate dell’agiatezza

cittadinesca; all’opposto, il popolo che vive nelle città, sentendo in

confuso che le granaglie, il vino, le carni, gli oli, ec. vengono dalle

campagne, crede inesauribile la loro abbondanza, nè sa persuadersi,

in tempo di carestia, che si debba ivi morir di farne. Quindi lo

spostamento di popolazione cui accenna l’Autore nel suo gonfio stile, è

naturale.

[36] Sulle prime si distribuì una minestra di riso ai poveri, ad

imitazione di quanto erasi fatto nella peste del 1576. Allora il

governatore d’Hayamonte faceva recare ogni mattina una caldaja di riso

ad ogni capo di strada per tutti i poveri del vicinato; ed alla porta

del suo palazzo faceva distribuire un soldo per ciascun povero.

[37] Allude al padre di Francesco Sforza, villano di Cotignola in

Romagna. Il Lazzaretto, disegno del celebre architetto Bramante

d’Urbino, fu incominciato per ordine di Lodovico il Moro nel 1489; suo

fratello il cardinale Ascanio concorse in gran parte alla spesa. Fu

ridotto a termine soltanto nel 1507 sotto il re di Francia Luigi XII,

allora padrone del Milanese.

[38] Questa è una contraddizione a quanto l’autore disse dell’aere

salubre di Milano nel cap. II. Pur troppo v’erano, e vi sono intorno a

Milano praterie, che rendono greve l’aria.

[39] Tadino dice 288, benchè nella distribuzione ne calcoli 213

solamente, soggiungendo, che a ponente erano inservibili perchè non

finite.

[40] In città furono 3534, e tanti concorsi dal contado e dalle vicine

città, che in breve arrivarono a 9715, pasciuti di pane con entro

riso. Si scoprì che i fornaj lo adulteravano con materie nocive per

guadagnare; l’acqua bevile corrotta, la paglia delle stanze fracida

e non cambiata mai, ed il caldo eccessivo di quell’estate, 1629,

in cui per tre mesi non piovve, svilupparono le febbri contagiose

nel Lazzaretto. Era ivi sì insopportabile il puzzo, che il senatore

Arconato, presidente della Sanità, cadde in deliquio quasi mortale, e

si dovettero sospendere le visite.

Il Somaglia fa ascendere il numero dei poveri ricoverati nel Lazzaretto

ed alla Stella a 14,000.

[41] La colpa era dei Decurioni, i quali non diedero retta ai

conservatori della Sanità, Alessandro Tadino ed il Settala, i quali

protestarono con atto pubblico contro quell’imprudente misura,

predicendo che _la gran moltitudine dei poveri quale causava un

necessario reciproco commercio et alito fetente putrido fra loro

principalmente atteso la mala dispositione dei corpi haverebbe acceso

un contagioso morbo_. Il numero dei morti dal 1.º gennajo a tutto

settembre 1629 fu di 8570 nella sola Milano.

[42] Intorno a questo tumulto, oltre il Tadino, ec., ebbi sott’occhio

un documento autentico: la relazione dell’accaduto in lingua spagnuola,

spedita per ordine del Consiglio al governatore Gonzalvo, sotto Casale:

_Breve y sumaria relacion del subceso en Milan el savado fiesta de S.

Martin, y el domingo a 11 y 12 de noviembre 1628_. Concorda pienamente

col racconto del Ripamonti e ne prova la verità. Mi fu gentilmente

comunicata con altri MS. di molta importanza, di cui mi servirò

nel corso di questo libro, a schiarimento, dall’archivista signor

Civelli, il quale possiede una preziosa raccolta di atti pubblici e di

manoscritti riguardanti le cose patrie.

[43] Il prestino delle Grucce, detto volgarmente di _Scansc_, posto

anche in oggi sulla corsia che dal Duomo mette a porta Orientale, a

mano sinistra sul principio della medesima.

[44] _Io che sono stato presente non ho visto arme che eccedesse il

sasso et qualche spada; per il più tutti (erano) battilana et simile

scroccheria._ Lettera 18 novembre di Agostino Foppa al conte Carlo

Borromeo. (_Tra i MS. Civelli_).

[45] _Alcuni per non aver sacchi persa ogni vergogna et molestia si

ridussero a spogliarsi delli vestiti et questi riempire; et alcune

donne ad alzare le vesti quantunque una sola ne havessero et in quella

riporla._ (Tadino, pag. 7.)

[46] Il Tadino, narrando questa sommossa, parla della resistenza del

fornajo e de’ suoi garzoni, che vieppiù irritò il popolo. — _Li Padroni

et Ministri del quale vedendo non esservi a loro rimedio, ricorsero

anch’essi alla violenza, et saliti nelli luoghi superiori col gettare

anch’essi contra detta Plebe sassi, et pietre irritorno quella in tal

maniera (principalmente per essere morti duoi figliuoli con le percosse

de’ sassi et pietre) che fatta maggiore violenza, entrorno rompendo le

porte, ec._

[47] Il vicario di provvisione di quest’anno 1628, del quale Ripamonti

e Manzoni taciono il nome, era Lodovico Melzi, eletto dei LX Decurioni

fino dal 1618, e che nel 1630 venne creato conte, forse per guiderdone

del pericolo corso nella sommossa.

Gli succedette Alfonso Visconte, uomo integro e caritatevole. (Vedi il

_Somaglia_.)

[48] _La casa del povero Vicario è stata maltrattata, avendoli costoro

non solo fracassato le invetriate sotto la porta et scrostata tutta

la muraglia; ma mostrato risolutione di ammazzare e brucciare: E se un

tantino tardava il soccorso del castello, era fatto il becco all’ocha._

Lettera del Foppa, citata più sopra.

[49] _Furono necessitati gli Spagnuoli con carri attraversare la

strada, et con la moschetteria custodirla._ (Tadino, pag. 7.)

[50] _Fu necessario che il Primicerio, avvisato in Duomo, mentre si

stava dicendo la lezione dopo i vesperi, facesse sospendere al lettore

di proseguire la lettura, e che con parte dei chierici, e con due

crocefissi molto grandi, e con la gente che colà si trovava, andassero

in processione al prestino etc._ Traduzione letterale della _Relacion

etc._ in lingua Spagnuola sopra citata.

[51] _Dalli Monsignori Mazenta, Settala et Bosso de’ principali di quel

capitolo Metropolitano veniva assicurata la Plebe che avriano avuto il

pane in grande abbondanza ed a buon mercato il che giouò assai essendo

personaggi di gran credito et veneratione per le loro qualità presso la

detta Plebe et tutta la città._ (Tadino, pag. 8.)

[52] Codesta tariffa, secondo il Tadino, costò alla città più di

100,000 scudi di perdita.

[53] Il decurione Legnani.

[54] Degli autori della sommossa quattro ne furono appiccati la vigilia

di Natale; due innanzi il prestino, e due a capo della strada ove

abitava il vicario di provvisione.

[55] Il Tadino varia nella data e nel nome dell’individuo. _Entrò nella

città Pietro Antonio Lonato soldato alli 22 ottobre del sodetto anno

1629, habitante in borgo di Porta Orientale, parocchia di S. Babila

nella casa detta dell’orefice... conducendo seco molti vestimenti

comperati, ovvero rubbati alli soldati alemani, et subito gionto

s’infermò, et fu condotto all’Hospitale, il quale essendo soprapreso da

un tumore nel cubito del braccio sinistro con un bubone sotto l’ascella

sinistra, morbo maligno et pestilente, accompagnato da febbre parimente

pestilente, morse nel quarto giorno.... Tutte le sue robbe et letto

insieme furno subbito abbruggiati, che fu causa, mediante l’aggiutto

Divino di preseruarle per all’hora questo Hospitale Venerando; ma non

durò longo tempo questo sospetto perchè manifestamente si palesò con

l’infermità contagiosa, scoperta nella persona del Consegnero di detto

Hospitale et Barbiero con il Rever. P. Terzago, per la longa esperienza

del suddetto, il quale fece grandissima carità nella peste di Palermo

dell’anno 1624, disse il Lonato essere morto di peste et loro medesimi

essersi amalati del medemo male, se bene per gli preseruativi, et

loro robustezza mediante l’aggiutto Divino si fossero mantenuti_

(_guariti_). (Tadino, pag. 51.)

[56] _Carlo Colona Suonatore di Leuto poco prima anch’esso venuto da

Monza, per vedere il passaggio de gli Alemani et forsi che haveva

comprate alcune robbe da questa gente: alli 16 novembre infermò...

morse nella quarta_. (Tadino, pag. 51.)

[57] Ciò accadeva nella primavera del 1630, quando il male cominciava

a serpeggiare nel borgo di Porta Orientale, e si sarebbe forse potuto

circoscrivere con buone provvidenze.

[58] _A questa incredulità s’accompagnavano altri fisici... li quali

per degni rispetti non si nominano. Et in questo sinistro pensiero

cascavano ancora li chirurgi della città Carcano, Monte, Calvo et il

Chiodo, li quali non sapendosi governare mercè dell’ingordo guadagno,

con la loro morte confessorno la verità, atteso che tutti morsero di

peste, etc._ (Tadino, pag. 73.)

[59] _I Conservatori del Tribunale, et in particolare li Fisici come

fu del Tadino, et Settala cominciarono ad essere odiati dalla Plebe

ignorante, mediante la voce d’alcuni Medici puoco ben intenzionati alla

salute publica, li quali per li carobij attestauano non essere contagio

pestilente, ne loro conoscere altra peste che quella dell’aria; et

che questa mortalità copiosa di persone dependeua dalla mala regola

et penuria del viuere questi duoi anni prossimi passati.... Laonde la

plebe insupata ed imbibita da questa illusione, cominciò a sparlare

di questi fisici (che ritenevano vera la peste), li quali quando per

sciagura transitavano i carobij gli trattavano con male, et disoneste

parole; et a tale petulanza arrivò questa plebe, che non vi mancò con

le pietre restassero percossi._ (Tadino, pag. 83.)

[60] Lodovico Settala fu uno de’ più celebri medici dell’età sua,

e benemerito della patria per lo zelo con cui esercitò la medicina,

specialmente duranti le due pesti.

Nato nel 1552, ebbe per madre una Riva, figlia di Gian Francesco,

giureconsulto riputatissimo all’università di Pavia. Ivi fece i primi

studj, continuandoli a Torino ed a Milano nelle scuole Canobiane.

Laureato che fu, entrò nel collegio medico nel 1573, e quasi subito

venne nominato lettore all’Università di Pavia, ma scoppiata la peste

nel 1576, lasciò la cattedra per servire più utilmente il suo paese.

_In quel tempo_ (scrive il Settala nel Trattato della peste) _il Grande

Arcivescovo, che confortava con divina carità i moribondi milanesi,

destando ammirazione universale, mi volle, con indicibile benignità,

compagno all’esimia opera_.

Egli coadjuvò con tanto sapere e premura il Borromeo, che acquistò fama

di dotto e caritatevole medico, non solo in patria, ma in tutta Italia

e fuori. I principi facevano a gara per avere il Settala: nel 1608

il duca di Baviera gli fece offrire la cattedra primaria di filosofia

nell’Università d’Ingolstadt. Il duca di Toscana lo voleva professore a

Pisa. Il Senato di Bologna gli esibì 1200 zecchini di stipendio qualora

si recasse a quella famosa Università. Il Senato di Venezia instava per

fargli accettare una cattedra di medicina a Padova. Ma egli rifiutò

costantemente tali lusinghiere profferte, non volendo abbandonare la

sua Milano. E insistendo il Senato di Venezia perchè indicasse almeno

un uomo degno della cattedra ricusata, egli suggeriva il dottissimo

Santorio, il quale giustificò la sua scelta. Nel 1619 il re di Spagna

nominollo protofisico di tutto lo Stato di Milano, ricompensa meritata

colla sua dottrina e le sue virtù. Allorchè scoppiò la peste del 1630,

il Settala, benchè toccasse ormai l’ottantesimo anno, si adoperò

con gran zelo come capo del magistrato di Sanità per attivare le

più energiche misure onde frenare il contagio. Ma ebbe il dolore di

vedersi non creduto anzi insultato dal popolo, malgrado la venerazione

procacciatagli dal sapere e dai beneficj resi a’ concittadini. Non

s’avvilì perciò, e durante quel contagio, giovò colla sua sperienza,

poichè la vecchiaja non gli consentiva di giovare coll’operosità.

Uscito illeso, il Settala chiuse, il 12 settembre 1633, la sua lunga

e onorata carriera, lasciando nome di valente medico e d’ottimo

cittadino.

Scrisse molte opere, nelle quali traspare ingegno ed erudizione,

ma viziate dagli errori in allora comuni nelle scienze mediche. Il

progresso di queste, e un po’ il riprovevole dispregio di quanto è

antico, le fece cadere oggidì in totale dimenticanza. Se ne può leggere

il catalogo nell’Argelati. _Bibliot. Script. Mediol_.

Lodovico Settala riposa nel tumulo de’ suoi maggiori in San Nazzaro,

dove, quarant’anni dopo la sua morte, i figli gli posero una lapide,

la quale ora trovasi in sacristia, ivi con altre locata nell’anno 1830

quando ristaurossi quella basilica. Vi si legge una gonfia iscrizione,

piena di bisticci, secondo il pessimo gusto del seicento, la quale,

tradotta in italiano, suona così:

La peste di Milano del 1630 · 第 103 / 107 题