V.

Denaro portato al Cardinale da due contadini e dal Lomellini di Genova.

Il 22 giugno stava Federico nella sala del palazzo in cui si custodisce

la croce arcivescovile. Erano due ore di giorno, ed egli, celebrata

nella domestica cappella la messa, passeggiava su e giù a lenti passi

immerso ne’ suoi pensieri, ovvero appoggiandosi al muro, dava udienza

a chiunque bramasse parlargli, essendo a tutti libera l’entrata: così

soleva impiegare il Cardinale quell’ora mattutina a sollievo dell’animo

oppresso da tante cure. Io mi trovava a caso in un angolo di quella

sala vicino alla porta, e vidi per la lunga fila di stanze inoltrarsi a

pari passo due contadini d’età quasi eguale, d’onesta fisonomia, ma con

vesti ancora più vili di quelle che indossano i bifolchi.

Entrati alla foggia contadinesca, s’inginocchiarono innanzi il

Cardinale, e quegli che pareva il maggiore, disse:

«Signore, noi siamo due fratelli coltivatori d’un campicello, che

nostro padre, contadino anch’esso, ci lasciò. Abbiamo nascosti in seno

e cuciti negli abiti due mila zecchini, denaro raccolto colle nostre

fatiche e a forza d’economia, ed è nostra intenzione deporre quest’oro

ai piedi di Vostra Eminenza, affinchè lo adoperi come crede meglio».

Una sì inaspettata offerta fece stupire l’Arcivescovo, il quale

sospettando un equivoco, ovvero che i due contadini fossero pazzi,

rispose badassero bene a quanto dicevano.

L’altro replicò essere sani di mente, e che parlavano da vero; allora

l’Arcivescovo, chiamato uno de’ suoi famigli, ordinò li conducesse

a parlare coll’arcidiacono. Scesi per le interne scale e introdotti

alla sua presenza, dopo alcune parole sulla loro intenzione, levate

le casacche, trassero fuori parecchi cartocci di zecchini, e avendoli

numerati, chiesero che un pubblico notajo rogasse un atto, qualmente

il denaro da loro portato rimanesse nelle mani dell’Arcivescovo da

spendersi a suo beneplacito: firmata la quittanza, che l’arcidiacono

rilasciò a nome di Federico, i due contadini la riposero e se ne

andarono.

La narrata avventura, della quale fui testimonio, m’ispirò allora e

sempre grande venerazione per l’animo sublime del Cardinale, che,

sprezzando l’oro, non volle giammai contaminare le mani toccando

l’altrui denaro. Anzi egli non soleva maneggiare neppure il proprio; e

spinse la delicatezza fino a ricusare in que’ giorni somme ingentissime

offerte da alcuni donatori.

Viveva in Milano un Lomellini, ricchissimo genovese, d’alta statura,

di colorito bruno, e che girava per città con abiti da privato anzichè

da gran signore. Egli, o per negozj, o perchè il soggiorno di Genova

gli fosse venuto a noja, dimorava di quando in quando in Milano,

ed era degno di esserne cittadino. Uomo pio e caritatevole, inviava

segrete limosine a’ monasteri, quando sapeva esservi alcun urgente

bisogno, e dicevasi aver egli portati in più volte tre mila zecchini

da distribuirsi, come avrebbe creduto opportuno il Cardinale, che molto

encomiò la pietà e la splendidezza del forastiero. Ma ritornato questi

con dieci mila zecchini e più, Federico, sorpreso per l’entità di tal

somma, rimase titubante, e corrugò la fronte sul riflesso che non fosse

decoroso per l’Arcivescovo il ricevere tanto denaro da un privato.

Indi, rasserenandosi, rispose: «Date piuttosto quest’oro ad altri che

ne abbiano maggior bisogno». Il Lomellini partì stupefatto, e come si

seppe in seguito, distribuì parte del denaro a persone avvezze a non

rifiutarlo mai, le quali, accettato ben volentieri sì magnifico dono,

comperarono molti sacri vasi di gran costo, ed abbellirono la loro

chiesa di colonne, statue, pitture e dorate soffitta[134]. Il residuo

lo impiegò a sollievo de’ pubblici bisogni, che erano molti ed urgenti

a quei giorni.

La peste di Milano del 1630 · 第 65 / 107 题