e tosto s’interpretò che cessar doveva in breve la peste; averlo
implorato la Vergine dal divin Figlio, che esaudì le sue preghiere.
Ho riferito questo portento, perchè era giusto ed equo l’annoverarlo
tra i fatti autentici, dietro la testimonianza dei Padri Dominicani,
la credenza generale della città, e l’esito che lo confermò. Anche
la desta turba de’ prigionieri che per delitti contro la religione, o
per sospetti trovavansi nelle carceri del Sant’Uffizio in una remota
parte del monastero, udirono il rimbombo delle campane. Interrogati,
risposero essere loro venuti all’orecchio in quella notte suoni e voci
inusitate, e per togliere qualunque dubbio, che la pubblica salvezza
sia venuta da Maria patrona del tempio delle Grazie, aggiungerò come
l’olio della pendente lumiera che arde avanti l’effigie della Vergine
Sacratissima fu salutare antidoto anche in seguito contro la peste.
Quell’olio cercavano a gara ne’ giorni seguenti i grandi e gli
infimi del popolo come mirabile rimedio, e i Padri lo distribuivano a
stille quasi dono celeste[116]. Allorchè poi il scemare giornaliero
dell’intensità del morbo e delle stragi, la fede nel miracolo ed il
numero dei morti che di continuo sminuiva[117] attestarono placato
Iddio; i magnati si animarono a togliere di mezzo ogni negligenza,
che assai di rado è meritevole dei divini favori. Intimarono una
quarantena[118], nuova ed ultima speranza della città ed alla intera
popolazione, che per tale spazio di tempo rimaner doveva chiusa e
nascosta nelle case. Vietarono comunicare coi limitrofi, uscire in
istrada, e quant’altro poteva attaccare e far ripullulare il contagio,
con minaccia di pene capitali che, disprezzate per l’addietro, ormai la
vezzeggiata speranza di salute e gli allettamenti del vivere inducevano
ad iscansare e temere. In sul finire di quell’anno era quasi scomparsa
la peste, ma non rediva agli animi la sicurezza, e Milano, trepidante,
afflitto, quasi annientato, pareva risorgesse da morte. I superstiti,
con faccie pallide e smunte, macilenti, stravolti gli occhi e lo
stupore in viso, sbucavano, per le vie come se uscissero dal sepolcro:
appena osavano tremebondi appressarsi e far colloquj, sfuggendosi l’un
l’altro: non stringevansi le destre, temevano l’alito reciproco, e
con tronco saluto s’allontanavano, non prestando per anche fede alla
ripristinata salute ed alla patria salva. A costoro sì guardinghi
venivano incontro altri, i quali nell’incuria domestica, noncuranti
delle pubbliche sciagure, e divenuti pingui pel lungo ozio, ridevansi
dell’altrui prudenza e del terrore intempestivo, perciò solo che essi
ignari di tema, e senz’usar cautele, erano nondimeno usciti illesi
dalla pestilenza.
Gli uomini semplici, caparbj, che, restii a qualsiasi persuasione,
non volevano credere ascondersi ne’ panni, e in molti altri oggetti
un principio mortifero a chi lo toccava; ed altri, i quali superando
ogni timore per cupidigia di rapinare e per la dolcezza del lucro,
afferravano quanto loro capitava alle mani, e poscia avidissimamente
il custodivano, porsero di nuovo alimento alla peste. Il Tribunale
di Sanità fu in grande travaglio per questi miserabili e per le robe
ch’essi tenevano nascoste o sotterrate.
Gli punivano i giudici, ed ogni giorno emanavansi sentenze con multe
e pene; ma nè i gastighi, nè il timore del contagio valevano a impedir
loro di comperare, rubare e nascondere cose sospette o venderle altrui.
Nessun vantaggio ritraevano da quel mercimonio perchè, o venivano côlti
e puniti dai satelliti[119] di sanità, o, se pure riusciva ad essi
di deluderne la vigilanza, incorrevano in peggior danno per le robe
comperate o vendute. Parecchi morirono per gli abiti, o i lenzuoli
trafugati, e vi furono taluni che per un meschino guadagno, non solo
la propria famiglia, ma villaggi, borghi, interi municipj, ormai liberi
dalla peste, in nuovi guai e in nuove stragi precipitarono.
_APPENDICI_