Della fame che precedette la peste.
Molti e orribili esempj di fame trovansi raccolti negli storici, come
più volte gli abitanti delle città assediate siansi nudriti de’ più
schifosi animali, d’erbe e fin di cuojo, e come talora per smania di
cibo taluni si gettassero dalle mura, offrendo l’inerme petto ai colpi
del nemico, per morire di ferro anzichè spegnersi in lenta inedia, ai
quali delitti spingeva la disperazione della fame. Ma io racconterò
non già esagerazioni scritte per amor del meraviglioso, sibbene quanto
ho veduto e pianto co’ miei occhi medesimi. Questa fatale carestia si
diffuse tra il popolo non all’improvviso, ma grado a grado, e, sto per
dire, metodicamente. Gli abitanti del contado furono i primi a morir
di fame, poscia i campagnuoli più doviziosi, cui le glebe, oltremodo da
loro stancate, negarono quasi a gastigo le messi.
Il lusso e i vizj de’ cittadini furono domati dalla calamità. La quale,
se non fosse stata sì forte da istupidire le menti, avrebbe offerto uno
spettacolo ridicolo, e in uno mortificante l’umana alterigia. Coloro
poc’anzi terribili al popolo pei soprusi e pe’ bravi che loro facevan
codazzo, pronti al menomo cenno ad eseguirne i sanguinarj capricci,
ora giravano soli, mansueti, ad orecchie basse, con volto che sembrava
implorar pace; e taluni colle vesti sdruscite appalesavano chiaro il
mutamento delle cose.
Un somigliante spettacolo offrivano anche i servi ed i bravi, dianzi
azzimati e profumati, ed ora vagabondi per la città, seminudi, e
stendendo la mano a chiedere elemosina; a tal segno la fame aveva
prostrata la superbia dei viziosi! Ma più aspramente furono colpiti gli
innocenti contadini, gli artefici, l’infima classe quasi indigente, ed
i mendicanti.
Dapprima cessarono i lavori, che, servendo al pubblico uso, e,
diciam anche, a fomentare i vizj, alimentavano però un gran numero
d’individui. Si cominciò dal chiudere le botteghe, dalle quali il
popolo nelle città trae in gran parte la sussistenza; e le poche
rimaste aperte, somigliavano a deserto campo, reso squallente
dalla sterilità e dalla carestia. La plebe, priva di lavoro con
cui guadagnarsi il pane, senza traffico alcuno, costretta a marcire
nell’ozio, non usa a patire entro la città, anzi emulante perfino
nel vestire e nelle vivande il lusso dei ricchi, la plebe cominciò
a stentare, indi a languir per fame, e da ultimo moriva. Cessata
qualunque elargizione, era la moltitudine divenuta tutta quanta
mendica, gli accattoni novizj in ciò solo diversi dai vecchi, che mal
sopportavano con pazienza le frequenti repulse.
Sfiniti per mancanza di cibo, cadevano morti per le strade, ovvero
vagolavano per le piazze ed i tempj con faccia cadaverica. Nè scemava
di numero quella turba infelice, poichè tanti più ne rapiva la morte,
e tanto più ingrossavano i rimasti per le famiglie che ogni giorno
piombavano nell’ultima miseria, trascinandone seco altre, sia col
cessar di soccorrerle, sia col defraudarle con malizia de’ loro
crediti. E quasi non bastasse la folla de’ mendichi accorrenti verso
la città dalle nostre campagne e colline, ve ne giungevano altresì
dalle città limitrofe e dall’estero come in asilo sicuro, dove non
mancherebbe alimento, illusi dal nome di Milano, ed ignorando in che
triste condizione fosse caduta.
Era uno spettacolo lagrimevole il vedere cittadini, campagnuoli e
forastieri elemosinare insieme spinti dalla fame, mentre i nostri
Milanesi andavano nelle campagne e nelle vicine città in cerca di pane.
Ma delusi tutti egualmente nelle vane speranze, morivano per le strade
o in terra straniera.
Vid’io, passeggiando con alcuni compagni lungo le mura sulla strada
militare, una donna con un fardelletto sul dorso ed un bambino in fasce
pendente dal seno, la quale, non trovando alimento, erasi, a quanto
sembra, indotta ad uscire dalla città, seco recando il bimbo e i pochi
oggetti più cari; ma sopraggiunta dalla morte, cadde estinta appena
fuori delle porte. Le usciva di bocca un pugno d’erba semimasticato,
il cui sugo verdastro le imbrattava le fauci, prova della rabbiosa
fame: il bambino vagiva sul cadavere della madre. Noi rabbrividimmo
a quell’atroce caso, e sopraggiunte alcune persone compassionevoli,
raccolto il lattante, ne presero cura.
Parecchi casi simili, ed alcuni anche più atroci, si raccontavano
giornalmente da persone che li avevano veduti o uditi da testimoni
oculari. Per quegli infelici, ridotti a tanta miseria, la morte era il
più lieve dei mali.
È legge di natura che l’uomo, animale ragionevole, nato alla virtù ed
al cielo, si nutrisca di pane, che fu suo cibo dacchè abbandonò il
vivere ferigno tra le selve, pascendosi di ghiande[34]. Ora in que’
giorni, mancato il pane ai contadini, e costretti a rosicchiare erbe
come gli animali, vivacchiarono con corteccie d’alberi, che in breve li
traevano a morte.
I contadini, tanto benemeriti della società, perchè colle fatiche
alimentano anche gli oziosi, esalavano l’anima lungo le strade e sulle
glebe medesime, che, bagnate dai loro sudori, diedero sovente copiose
messi.
Ve ne furono molti i quali fuggirono in città, e coll’aspetto
macilente, e il racconto della patita miseria, spinsero molti altri ad
abbandonare la città stessa[35]. Le vedove coi figliuoli, il marito
colla moglie, portando sulle spalle i bambini e i pochi attrezzi
rusticali, si trascinavano alla volta di Milano, dove, arrivando
giornalmente a frotte, sdrajati per terra sotto le grondaje, empievano
le contrade frammisti ai vecchi mendicanti. Il tanfo che esalavano per
sudiciume, i visi grami, e più l’immagine ributtante di miseria che
in tutta la persona appariva, ispirava tal ripugnanza ai passaggieri,
che questi turavansi la bocca e le nari, quasi camminassero in
mezzo ad appestati. La misera turba rattristiva la città: il giorno
coll’aspetto, la notte coi gemiti; ed era una nuova calamità, perchè
ciascuno dava in parte a sè la colpa della disperazione cui vedeva
ridotti que’ sciagurati.
In siffatto disordine, nulla conturbava maggiormente gli animi
compassionevoli, quanto il mirare i semplici ed innocenti agricoltori
ridotti come scheletri, e moribondi di fame. Come il bue dell’aratore,
che, dopo aver lavorato l’intero giorno sotto la sferza del sole,
tirando il pesante giogo per aprire i solchi, s’infuria, allarga le
narici, e gira minaccioso il muso se gli viene negato il suo pasto;
così i contadini giravano torvi gli occhi spalancati e invasi da egual
furore, trovando di non aver potuto, col tanto affaticare, sottrarsi ai
tormenti della fame, anzi ridotti, per mancanza d’ogni sussidio, a non
poter lavorare. Vedevansi colle facce abbronzate dal sole, gli occhi
stravolti, i petti vellosi, la pelle informata sull’ossa, lacere le
membra, vergognarsi della loro nudità. E i cittadini arrossivano come
di pubblico disonore al mirare in loro sì avvilita l’agricoltura, che
dagli stessi romani imperatori venne cotanto nobilitata.