VI.

Della fame che precedette la peste.

Molti e orribili esempj di fame trovansi raccolti negli storici, come

più volte gli abitanti delle città assediate siansi nudriti de’ più

schifosi animali, d’erbe e fin di cuojo, e come talora per smania di

cibo taluni si gettassero dalle mura, offrendo l’inerme petto ai colpi

del nemico, per morire di ferro anzichè spegnersi in lenta inedia, ai

quali delitti spingeva la disperazione della fame. Ma io racconterò

non già esagerazioni scritte per amor del meraviglioso, sibbene quanto

ho veduto e pianto co’ miei occhi medesimi. Questa fatale carestia si

diffuse tra il popolo non all’improvviso, ma grado a grado, e, sto per

dire, metodicamente. Gli abitanti del contado furono i primi a morir

di fame, poscia i campagnuoli più doviziosi, cui le glebe, oltremodo da

loro stancate, negarono quasi a gastigo le messi.

Il lusso e i vizj de’ cittadini furono domati dalla calamità. La quale,

se non fosse stata sì forte da istupidire le menti, avrebbe offerto uno

spettacolo ridicolo, e in uno mortificante l’umana alterigia. Coloro

poc’anzi terribili al popolo pei soprusi e pe’ bravi che loro facevan

codazzo, pronti al menomo cenno ad eseguirne i sanguinarj capricci,

ora giravano soli, mansueti, ad orecchie basse, con volto che sembrava

implorar pace; e taluni colle vesti sdruscite appalesavano chiaro il

mutamento delle cose.

Un somigliante spettacolo offrivano anche i servi ed i bravi, dianzi

azzimati e profumati, ed ora vagabondi per la città, seminudi, e

stendendo la mano a chiedere elemosina; a tal segno la fame aveva

prostrata la superbia dei viziosi! Ma più aspramente furono colpiti gli

innocenti contadini, gli artefici, l’infima classe quasi indigente, ed

i mendicanti.

Dapprima cessarono i lavori, che, servendo al pubblico uso, e,

diciam anche, a fomentare i vizj, alimentavano però un gran numero

d’individui. Si cominciò dal chiudere le botteghe, dalle quali il

popolo nelle città trae in gran parte la sussistenza; e le poche

rimaste aperte, somigliavano a deserto campo, reso squallente

dalla sterilità e dalla carestia. La plebe, priva di lavoro con

cui guadagnarsi il pane, senza traffico alcuno, costretta a marcire

nell’ozio, non usa a patire entro la città, anzi emulante perfino

nel vestire e nelle vivande il lusso dei ricchi, la plebe cominciò

a stentare, indi a languir per fame, e da ultimo moriva. Cessata

qualunque elargizione, era la moltitudine divenuta tutta quanta

mendica, gli accattoni novizj in ciò solo diversi dai vecchi, che mal

sopportavano con pazienza le frequenti repulse.

Sfiniti per mancanza di cibo, cadevano morti per le strade, ovvero

vagolavano per le piazze ed i tempj con faccia cadaverica. Nè scemava

di numero quella turba infelice, poichè tanti più ne rapiva la morte,

e tanto più ingrossavano i rimasti per le famiglie che ogni giorno

piombavano nell’ultima miseria, trascinandone seco altre, sia col

cessar di soccorrerle, sia col defraudarle con malizia de’ loro

crediti. E quasi non bastasse la folla de’ mendichi accorrenti verso

la città dalle nostre campagne e colline, ve ne giungevano altresì

dalle città limitrofe e dall’estero come in asilo sicuro, dove non

mancherebbe alimento, illusi dal nome di Milano, ed ignorando in che

triste condizione fosse caduta.

Era uno spettacolo lagrimevole il vedere cittadini, campagnuoli e

forastieri elemosinare insieme spinti dalla fame, mentre i nostri

Milanesi andavano nelle campagne e nelle vicine città in cerca di pane.

Ma delusi tutti egualmente nelle vane speranze, morivano per le strade

o in terra straniera.

Vid’io, passeggiando con alcuni compagni lungo le mura sulla strada

militare, una donna con un fardelletto sul dorso ed un bambino in fasce

pendente dal seno, la quale, non trovando alimento, erasi, a quanto

sembra, indotta ad uscire dalla città, seco recando il bimbo e i pochi

oggetti più cari; ma sopraggiunta dalla morte, cadde estinta appena

fuori delle porte. Le usciva di bocca un pugno d’erba semimasticato,

il cui sugo verdastro le imbrattava le fauci, prova della rabbiosa

fame: il bambino vagiva sul cadavere della madre. Noi rabbrividimmo

a quell’atroce caso, e sopraggiunte alcune persone compassionevoli,

raccolto il lattante, ne presero cura.

Parecchi casi simili, ed alcuni anche più atroci, si raccontavano

giornalmente da persone che li avevano veduti o uditi da testimoni

oculari. Per quegli infelici, ridotti a tanta miseria, la morte era il

più lieve dei mali.

È legge di natura che l’uomo, animale ragionevole, nato alla virtù ed

al cielo, si nutrisca di pane, che fu suo cibo dacchè abbandonò il

vivere ferigno tra le selve, pascendosi di ghiande[34]. Ora in que’

giorni, mancato il pane ai contadini, e costretti a rosicchiare erbe

come gli animali, vivacchiarono con corteccie d’alberi, che in breve li

traevano a morte.

I contadini, tanto benemeriti della società, perchè colle fatiche

alimentano anche gli oziosi, esalavano l’anima lungo le strade e sulle

glebe medesime, che, bagnate dai loro sudori, diedero sovente copiose

messi.

Ve ne furono molti i quali fuggirono in città, e coll’aspetto

macilente, e il racconto della patita miseria, spinsero molti altri ad

abbandonare la città stessa[35]. Le vedove coi figliuoli, il marito

colla moglie, portando sulle spalle i bambini e i pochi attrezzi

rusticali, si trascinavano alla volta di Milano, dove, arrivando

giornalmente a frotte, sdrajati per terra sotto le grondaje, empievano

le contrade frammisti ai vecchi mendicanti. Il tanfo che esalavano per

sudiciume, i visi grami, e più l’immagine ributtante di miseria che

in tutta la persona appariva, ispirava tal ripugnanza ai passaggieri,

che questi turavansi la bocca e le nari, quasi camminassero in

mezzo ad appestati. La misera turba rattristiva la città: il giorno

coll’aspetto, la notte coi gemiti; ed era una nuova calamità, perchè

ciascuno dava in parte a sè la colpa della disperazione cui vedeva

ridotti que’ sciagurati.

In siffatto disordine, nulla conturbava maggiormente gli animi

compassionevoli, quanto il mirare i semplici ed innocenti agricoltori

ridotti come scheletri, e moribondi di fame. Come il bue dell’aratore,

che, dopo aver lavorato l’intero giorno sotto la sferza del sole,

tirando il pesante giogo per aprire i solchi, s’infuria, allarga le

narici, e gira minaccioso il muso se gli viene negato il suo pasto;

così i contadini giravano torvi gli occhi spalancati e invasi da egual

furore, trovando di non aver potuto, col tanto affaticare, sottrarsi ai

tormenti della fame, anzi ridotti, per mancanza d’ogni sussidio, a non

poter lavorare. Vedevansi colle facce abbronzate dal sole, gli occhi

stravolti, i petti vellosi, la pelle informata sull’ossa, lacere le

membra, vergognarsi della loro nudità. E i cittadini arrossivano come

di pubblico disonore al mirare in loro sì avvilita l’agricoltura, che

dagli stessi romani imperatori venne cotanto nobilitata.

La peste di Milano del 1630 · 第 26 / 107 题