II.

Posizione e stato della città avanti la Peste.

Milano, situata in un’aperta pianura, riceve purissimi i raggi

del sole, vantaggio non comune ad ogni città. L’aria salubre non è

contaminata dai vapori degli irrigati terreni, i quali danno abbondanti

raccolti, laonde il mite clima e il suolo ubertoso nulla lasciano

desiderare di quanto serve a nutrire gli uomini ed a rendere loro

piacevole l’esistenza; nè più lunga, nè più felice scorre altrove la

vita, purchè l’intemperanza non distrugga l’effetto di tanti doni di

natura. Buona copia di frumento si esporta fra gli Svizzeri, i Grigioni

ed altre genti che scarseggiano di terre coltivabili; e con tal mezzo

si riesce spesso ad averli alleati, e si ottiene dai medesimi pegno

di fede che non apriranno al nemico i passi dei loro monti verso la

Lombardia. Così anche il principe, per rimunerarli della fedeltà,

concede talvolta agli stessi licenza di estrarre granaglie, dividendo a

metà il guadagno dei trasporti. I governatori poi adoperarono sovente

questo modo speditissimo di far denari, sì grande è l’esuberanza dei

grani nell’ubertoso agro milanese.

I due celebri fiumi, l’Adda e il Ticino, agevolano l’importazione e

l’esportazione. Uscendo il primo dal Verbano, il secondo dal Lario,

abbracciano, in tutta la sua larghezza, il milanese territorio,

e andando a gettarsi per diversa via nel Po, il quale mette foce

nell’Adriatico, avvicinano in certo modo l’Oceano alla città nostra.

Imperocchè ogni merce che o viene dal mare o ad esso si deve condurre,

trasportasi per un canale navigabile, che, estratto dall’Adda e dal

Ticino, fa il giro delle mura, e la congiunge co’ due fiumi anzidetti.

Milano, potente per uomini, armi e ingegni, non è soltanto dominatrice

de’ confinanti popoli, ma nutrice altresì di estranee genti. E l’essere

non ultima cura del re Cattolico cui è suddita, accresce vieppiù lo

splendore del suo nome, che in uno coll’Italia è il più bell’ornamento

e la forza dell’impero di lui, che si estende su due mondi. Non ha

Milano più di sette mila passi in circuito, ma fu tanto popolata, che

molti de’ suoi quartieri somiglierebbero ad altrettante città qualora

venissero isolati. Contava un tempo trecento mila abitanti; duecento

mila avanti la peste, cui mi sono proposto descrivere. Le abitazioni

ed il vestire dei cittadini erano tali, che appalesavano ricchezza

principesca; i grandi poi imitavano il fasto reale: i negozianti ed

i banchieri erano divenuti sì ricchi, che, abbandonato il commercio

e sprezzando ulteriori guadagni, innalzavano l’animo al dominare, e

molti ambivano fregiarsi di coronati stemmi, ignoti ai loro oscuri

antenati. Il mediatore si faceva coraggio di occupare i luoghi da essi

abbandonati, l’infima plebe deponeva i cenci, e il marito spregiava

la moglie se non indossava veste di seta ricamata in oro. L’abito di

pura seta veniva ormai lasciato ai mendichi; il portar gemme, anello

di gran valore in dito o orecchini divenne ostentazione spregiata, e

le nobili matrone, cui tali ornamenti erano venuti a noja, quasi per

soverchiare le donne del volgo, sfogavano la superbia vestendo con

tutta semplicità. Del pari gli uomini facevano pompa di quadri, statue

e d’altri miracoli dell’arte antica in sì gran copia, che io stimo non

ve ne fossero tanti a Siracusa o nell’Attica, allorquando Marcello e

Filippo il Macedone per diritto di guerra le devastarono.

Monumenti pubblici, oratori e poeti fanno fede che a Milano non

fiorivano soltanto le belle arti, le quali, inventate dai Greci,

dilettano gli occhi e l’udito, ma altresì le scienze educatrici degli

uomini. Molti coltivarono con buon esito l’eloquenza e la poesia,

lasciandone prova nelle opere loro. E come nella felice etade antica

gli imperatori lavoravano colle proprie mani la terra, che, fessa

da regio vomere, pareva dare più rigogliosi frutti, così a Milano i

più nobili cittadini, applicando l’ingegno agli studj, ne traevano

abbondevole messe. Nè la pestilenza, che tanti danni arrecò, mutando

quasi interamente le cose, potè gran fatto nuocere alle lettere.

In esse coi ricchi gareggiavano anche i poveri, spronati, non come i

primi, dalla gloria e dal desiderio di accrescere l’avita nobiltà, ma

dall’amor del guadagno, e dalla speranza di premj in una città dove le

lettere ottenevano la preminenza appo i dominatori. Infatti fu in ogni

tempo sì grande la liberalità de’ principi nostri verso gli studiosi,

che i fanciulli poveri ebbero agio ad istruirsi quanto i ricchi, e

l’intera città sembrava un tempio sacro alle muse, se ponevasi mente

alle scuole, ai collegi ed alle pubbliche librerie della medesima.

Così Milano, ricca, fiorentissima e beata un tempo, indi ridotta misera

per intestine e continue discordie, superò altre città e popoli nelle

scienze e nelle civili discipline. L’affetto alla religione primeggiava

su tutto; e i costumi e le leggi del popolo milanese accrebbero fama

alla metropoli per aver riunite cose fra loro disparate, e fatto

sì che regnassero a vicenda la ricchezza pubblica e la temperanza,

l’irrequietudine e l’ubbidienza dei cittadini, la carità pubblica ed

il fasto, e quanti vizj per l’indole umana sono in continua lotta colle

opposte virtù.

La peste di Milano del 1630 · 第 22 / 107 题