I capi d’accusa furono:

D’avere nella Decade Prima della sua _Storia Ecclesiastica di Milano_

intruso, mentre stampavasi, la storia del prete Fortunato dopo la

revisione del censore, raccontando sotto il nome di Fortunato i casi

del Rainoni, rettore del Seminario. — D’avere ricordate certe azioni

di S. Agostino prima della sua conversione, che era bello tacere, e di

aver derisa la canonizzazione di S. Carlo. — Gli si imputava che sotto

il nome di certi finti religiosi, vissuti all’epoca di S. Ambrogio,

raffigurasse alcuni suoi colleghi, deridendoli con maligne allusioni.

— Che negli anni in cui era maestro in Seminario, trascurasse i doveri

religiosi a tale che non l’avevano mai veduto recitare l’ufficio,

e neppure farsi il segno di croce. — Da ultimo accusavasi perfino

di ateismo, e di negare l’immortalità dell’anima. — Ripamonti venne

imputato anche di vergognose turpitudini; ma fin da principio emerse

sì patente la calunnia, che di ciò non si fece più motto durante la

procedura o nella sentenza.

Oppresso da sì gravi accuse e spinto dal naturale desiderio della

libertà, l’inquisito cercò sedurre il carceriere, promettendo

venticinque scudi se voleva dargli mano, e rifugiarsi seco presso il

Duca di Savoja, il quale, come dicemmo, l’aveva invitato alla sua Corte

con largo stipendio. Trovato incorruttibile colui, una sera uscì pian

piano, e, serratolo a chiave nella vicina stanza, stava già per uscire

quatto quatto dall’arcivescovado, allorchè fu raggiunto dal custode,

che i compagni accorsi alle sue grida avevano liberato.

Codesto tentativo d’evasione, di cui il Ripamonti cercava

giustificarsi, dicendo temere che il Cardinale volesse farlo morire

in prigione, complicò il processo, tanto più che il carceriere, per

stolidaggine o per vendetta, l’accusò d’essere indemoniato. Crebbero

i rigori, nè gli fu conceduto altro libro che il Breviario; soltanto a

Pasqua 1619 gli si accordarono le Opere di Cicerone. La quale mancanza

di libri dovè riuscire penosissima ad un uomo avvezzo dall’infanzia

a studiare gran parte del giorno. Vennero esaminati tutti i dottori

dell’Ambrosiana, gli Oblati del Seminario e quanti avevano avuta

relazione in qualsiasi modo col Ripamonti, e le deposizioni loro furono

aggravanti per l’accusato.

Il vicario ecclesiastico criminale Arcelli, cui era devoluta la causa,

era suo personale nemico, e per soprappiù uomo da poco[15].

I torti reali del Ripamonti, e le suggestioni de’ molti suoi nemici,

bilanciavano in cuore del Cardinale la stima e l’affetto che nutriva

per esso, per cui mal sapeva indursi a condannarlo o ad assolverlo.

Riferiremo in prova alcuni brani di lettere scritte a’ suoi procuratori

presso la Corte di Roma che palesano l’animo benevolo e moderato

dell’esimio Federico.

_=A Monsignor Settala.=_

Roma, 19 Settembre 1618.

_Il Ripamonti non sta in privato carcere ma in prigione formale

da quei primi giorni in qua, che si tenne in una camera sinchè

si terminassero alcune cose concernenti la sua persona. Ne si

trattiene per impedirgli l’andare e servire il Sig. D. Pietro di

Toledos; ma per le cause che si vedranno a suo tempo dal medesimo

processo, il quale si va facendo giuridicamente. Avvenga che si

stimi d’andar procurando la verità con qualche destrezza e con

un poco tempo, anzichè usare certi termini rigorosi di torture, e

simili. Non essendo possibile d’ovviare che il mondo non dica ciò

che le pare in questo come nel rimanente, Vostra Signoria assicuri

Nostro Signore, et ogni uno con chi occorrerà trattarne, che dal

vedere il processo quale si manderà, resteranno soddisfati della

maniera con cui si procede, e vedranno i fini che si hanno in

questa causa, ec._

_=A Monsignor Besozzo.=_

La peste di Milano del 1630 · 第 12 / 107 题