Nacque Giuseppe Ripamonti nel 1577 a Tegnone[5], paesello della pieve
di Missaglia in Brianza[6]. I parenti di lui non erano ricchi, ma,
senza coltivare la terra, vivevano con parsimonia del ricavo de’
loro campi. Il fanciullo, di belle forme, cresceva robusto nell’aria
balsamica di que’ ridenti colli; e siccome appalesava ingegno precoce e
svegliatissimo, fu dai genitori destinato alla carriera ecclesiastica,
che allora schiudeva largo campo d’onori e di fortuna anche ai giovani
del ceto medio.
È bello sentire lo stesso Ripamonti raccontare quali furono i suoi
studj.
«Sino alli 17 anni io sono stato allevato da mio zio curato di
Barzanò[7], chiamato prete Battista Ripamonte, che è morto. Studiavo
grammatica che m’insegnava detto mio barba. Io andai dopo li 17 anni in
Seminario ad interessamento di mio barba suddetto, il quale m’haveva
insegnato parte della lingua Hebraica della quale il sig. Cardinale
si dilettava, e da esso sig. Cardinale fui esaminato e da lui posto
nel Seminario in Canonica, nel quale stetti un anno. Et in detto
Seminario il sig. Cardinale mi fece attendere alla lingua Hebraica et
io l’insegnavo a certi altri giovani. Et perchè mio barba non poteva
o non voleva pagare la dozzina del Seminario, uscii fuori, e mi misi
in una camera vicino a Brera in compagnia d’un prete Antonio Giudici
di Macconaga, et andava a Brera a scuola alla logica, et lì stetti
un anno. Finito poi l’anno, mi ruppi con questo mio barba, et andai
a stare con il sig. Giacomo Resta in Milano per maestro d’un suo
figlio che hoggi si chiama il sig. G. Battista, con il quale io stetti
quattro anni. Dippoi andai a stare con il vescovo di Novara, monsignor
Bescapè, quale mi voleva introdurre per scrivere sue lettere, con il
quale stetti sei mesi. Dippoi ms. Settala, arciprete di Monza, mi fece
andare a Monza per maestro di quella Comunità dove stetti duoi anni,
et da Novara mi partii perchè non mi piaceva servire quel vescovo,
et da Monza partii chiamato dall’Illustr. sig. Cardinale Borromeo
nel Seminario di Milano, dove stetti per maestro di Grammatica per lo
spatio di quattro anni circa. Nel qual tempo con li ammaestramenti et
indirizzi dello stesso sig. Cardinale fui incamminato allo studio della
Historia, et insieme della lingua Greca, Hebraica et Caldaica; nelle
quali lingue avendo fatto qualche progresso, esso Cardinale, comandò
ch’io attendessi solamente all’Historia. Et finiti detti quattro
anni[8], dopo essere stato due anni nel detto Seminario a studiare
ciò che il sig. Cardinale mi aveva ordinato, fui aggregato al Coleggio
Ambrosiano et ivi addottorato, sebbene stetti altri quattro anni nel
Seminario della Canonica. Poi per le liti che aveva coi rettori del
Seminario, i quali pretendevano ch’io pagassi la dozzina, et io non
pretendeva pagarla, il Cardinale per sua cortesia m’accettò in sua
casa a sue spese, attendendo io al Coleggio Ambrosiano, dal quale era
stipendiato di lire 1000 all’anno[9]».
Da questo passo apparisce chiara la predilezione che Federico ebbe pel
Ripamonti, fin da quando lo conobbe giovanetto. Nel 1609, instituendo
l’Ambrosiana, lo nominò dottore, affidandogli l’onorevole incarico
di scrivere la storia patria; e più tardi, per toglierlo alle brighe
in cui era avvolto coi colleghi del Seminario, l’accolse nel suo
palazzo arcivescovile. Ne ottenne Federico gratitudine? non troppa. Il
Ripamonti, d’indole altiero e irrequieto, e facile a sparlare d’altrui,
era, bisogna pur dirlo, un accattabrighe: s’inimicò il rettore del
Seminario, un Bernardo Rainoni, dileggiandolo di continuo perchè
balbuziente, e gli altri colleghi, non volendo uniformarsi alle rigide
discipline della congregazione. È vero che essendo costoro uomini di
poco ingegno e pedanteschi, mal sapevano tollerare la superiorità d’un
letterato il quale viveva tutto solo intento agli studj.
Nè le cose camminavano meglio coi dottori dell’Ambrosiana, tra per
l’irascibilità di lui, tra per l’invidia che il favore del Cardinale
gli suscitava contro. Uno dei colleghi, il teologo Antonio Rusca,
una volta trafugò e nascose la medaglia che il Ripamonti portava al
collo, come distintivo della carica. Corsero tra l’offeso e l’offensore
dapprima parole d’insulto, poi vennero alle mani. Anche col primo
bibliotecario Antonio Olgiato col Giggeo ed il Salmazia, furonvi
aspri e ripetuti alterchi, i quali, sebbene eccitati da frivoli cause,
esacerbarono in guisa gli animi contro il Ripamonti, che non tardò a
scoppiare la tempesta. Uscita in luce nel 1617 la prima Decade della
_Storia Ecclesiastica di Milano_, ottenne elogi universali, e lo stesso
Federico ne lodò l’autore. Ma i suoi avversarj lo accusarono di aver
narrato i proprj casi, e così pure di avere qua e là denigrato con
maligne allusioni il buon nome di parecchi suoi colleghi, tanto del
Seminario che della Biblioteca, e di avere, nel raccontare le vicende
di un prete Fortunato, falsate le lettere di S. Gregorio Magno, d’onde
aveva tolto quell’episodio.
Vociferavasi che, durante la stampa, avesse intrusa quella storia
nel manoscritto già approvato dal censore Bariola, membro del Santo
Uffizio.
Rispondeva il Ripamonti, averne avuta licenza a voce, ma siccome il
censore era morto nel frattempo, riusciva impossibile dicifrare il
vero. Frattanto, l’istabilità di carattere, l’amore di lucro e forse
più di tutto il presentimento delle vendette minacciate, invogliarono
il Ripamonti ad accettare l’offerta del conte di Toledo, governatore
di Milano, il quale voleva condurlo in Spagna, stipendiandolo per
iscrivere storie. Federico, zelante protettore degli studj, e buon
letterato egli stesso, non poteva di certo essere indifferente alla
perdita del suo protetto, il quale, ad onta d’un carattere irascibile
e irrequieto, dava lustro al nascente Collegio Ambrosiano, ed avrebbe
fatto onore all’arcivescovo ed alla patria, continuando a pubblicare
le sue Decadi. Però Federico, come esigeva la dignità sua, non
pose ostacolo all’andata di Ripamonti, limitandosi ad una tacita
disapprovazione. Questa bastò a rendere dubbioso il nostro scrittore,
che era d’un’instabilità senza pari.
Chiunque non abbia avuta la flemma di scorrere il lunghissimo processo
di lui, mal crederebbe quante volte mutasse consiglio; ora lietissimo
di recarsi in Spagna, ora pentito d’abbandonare la patria ed il suo
illustre mecenate. In queste dubbiezze trascorse la primavera del
1618. Alfine lo stipendio di 400 ducatoni annui e la metà di questa
somma che gli venne sborsata nel luglio dal segretario del Toledo,
vinse la titubanza del Ripamonti a partire senza l’esplicito consenso
del Cardinale. Ma, pochi giorni dopo, si pentì per la centesima
volta, e col mezzo d’un Padre Ignazio cappuccino, «il quale fece
il servitio[10]», fece restituire i 200 ducati. Mandò in pari tempo
l’abbate di Chiaravalle ad intercedere perdono da Federigo, il quale
trovavasi nella sua villa di Groppello, supplicando gli permettesse di
rimanere ivi, perchè temeva una vendetta del governatore. L’arcivescovo
non volle riceverlo, e rispose: «facesse quello che gli tornava a
conto, che egli non ne voleva saper altro[11]». Suggerì però che
si recasse in casa del proposto Melzi alla Canonica, presso Vaprio
(29 luglio): «Et gli piacque (al Ripamonti) et andò et pregò me che
subito fatta la restituzione dei suddetti denari dal Padre Capucino,
io l’hauisassi subito per un uomo a posta per sua consolatione,
perchè non hauria potuto dormire fin a tanto che non haueva nuova
della restituzione: di che lo consolai la mattina seguente[12]». Ma
la consolazione fu assai breve, perchè ai primi d’agosto venne ivi
arrestato.
Vistosi a mal partito, trovò il mezzo di spedire segretamente una
lettera al segretario del conte di Toledo: _Mi vien fatta violenza_,
scriveva, _dimani mi porteranno altrove e non so il luogo. Perciò
supplico V. E. a cavarmi dalle mani, perchè ad ogni modo voglio venire
in Spagna seco_[13].
Ma il vecchio e bizzarro spagnuolo, per quanto ambisse d’avere al suo
servigio un elegante storico, non era uomo da tirarsi addosso una seria
contestazione coll’autorità ecclesiastica, per difendere un uomo di
carattere così volubile[14]. Ripamonti fu tradotto il giorno seguente
a Milano, dove ebbe per carcere una stanza del palazzo arcivescovile; e
si aprì l’inquisizione.