sulla colonna della loggia e che è il Marzocco, simbolo della
dominazione fiorentina. La colonna è in pietra serena, ha forma
cilindrica e poggia su di un piedestallo, mentre reca in alto lo stemma
Mediceo. Questa colonna fu eretta dai Barghigiani nel 1598 in onore del
Duca Cosimo I ed è opera di maestro Battista da Settignano. La loggia fu
adibita, nel 1554, al mercato delle granaglie e di altri generi, che si
effettuava sotto la vigilanza di cinque birri, delegati a ciò dal
Comune, mentre uno speciale incaricato sorvegliava all'esatta osservanza
delle misure e dei pesi. Molteplici decreti ducali e prefettizî andarono
via via disciplinando le norme da seguirsi nel pubblico mercato e i
privilegî dei mercatanti che vi tenevan botteghe.
[Illustrazione: BARGA — TARGA-RICORDO IN BRONZO A SALVO SALVI.
(SCULT. R. ROMANELLI).]
Quanto alla Piazza Angelio, essa è la principale del paese ed oggi vi si
trovano gli ufficî postale e telegrafico, i primarî negozî, caffè,
farmacie ecc. ecc. Vi era una volta il convento di S. Agostino ed esiste
tuttora parte della chiesa annessa al convento. La piazza si chiamava
prima Ajaccia, poi, sotto il governo di Firenze, fu detta di S. Maria
Novella: finalmente prese il nome del più illustre cittadino bargèo. A
compiere questa rapida descrizione dei più notevoli edifizî di Barga,
non resta altro che ricordare il teatro, detto dei Differenti, la
costruzione del quale fu promossa, nel 1689, da un'Accademia letteraria
fondatasi in Barga l'anno innanzi e che si esercitava, oltre che in gare
poetiche, nello studio della recitazione. Poco più di un secolo dopo il
teatro apparve troppo ristretto ai cresciuti bisogni della cittadinanza
e, nel 1792, fu ampliato e ridotto nella forma e nelle proporzioni
attuali.
Protetta dall'ultimo Granduca mediceo, Gian Gastone, l'Accademia dei
Differenti aveva per stemma un'Iride sorgente da due corsi d'acqua
congiuntisi insieme, col motto «_Ad unum_». Il teatro dei Differenti si
apre a pubblici spettacoli di prosa e di musica, durante la stagione
della villeggiatura.
Nella guida pratica e storica di Barga, compilata dal sig. Pietro
Groppi, è una assai lunga lista degli uomini illustri che ivi ebbero i
loro natali: ed è certo singolare che l'alpestre villaggio abbia
prodotto, in ogni età, tanti uomini insigni.
Tra i più antichi si fa menzione di un Simone da Barga, diplomatico
profondo, al quale fu dovuta la conclusione della pace tra i Lucchesi, i
Fiorentini e i Pisani, nel 1384. Molti antichi Barghigiani salirono in
fama per le loro virtù religiose e tra essi Ludovico Turignoli,
santificato sotto il nome di beato Michele da Barga: egli visse nella
prima metà del quattrocento.
Nelle armi si segnalò sopra gli altri quel Galletto o Galeotto da Barga
che già abbiamo nominato e che fu, nel 1527, comandante delle
fortificazioni di Livorno e grande difensore della libertà barghigiana
contro Cosimo I. Di lui parla anche il Varchi nelle sue Istorie e a lui
la patria deve grato ricordo per l'opera spesa a prò della sua
indipendenza contro le sopraffazioni Medicee.
Nelle vicende politiche del '500 ebbe anche parte importante il
barghigiano Agostino Bigiolotti, seguace del lucchese Francesco
Burlamacchi, che congiurò contro i Doria e uccise Giannettino figlio di
Andrea, combattendo per la libertà genovese. Pur nelle armi acquistò
fama Francesco Turignoli, difensore di Barga nel 1495, capo delle
milizie barghigiane nel 1533, difensore, in quell'anno, della fiorentina
Porta a Prato nella guerra contro Siena e vincitore delle schiere
nemiche.
[Illustrazione: BARGA — MONUMENTO AD ANTONIO MORDINI.
(SCULT. R. ROMANELLI).]
Non come guerriero, ma come architetto militare si rese poi illustre
Raffaello da Barga che, tra l'altro, nel 1570 fortificò Famagosta
nell'Isola di Cipro, con Marcantonio Bragadino. Antonio Menchi, Giulio
Balduini e altri ancora, furono, nel '600, valorosi capitani e di cose
militari espertissimi.
Le Belle Arti ebbero pure, tra i Barghigiani, non pochi valorosi
cultori, tra cui primeggia Baccio Ciarpi pittore, vissuto nella prima
metà del seicento e allievo reputatissimo di Santi di Tito.
La medicina vanta alcuni insigni scienziati bargèi, varî dei quali
appartenenti alla famiglia Angeli, come Michelangelo, professore
dell'Ateneo pisano, precursore del Redi nello studio delle acque
minerali, autore di varî trattati, uno dei quali trovasi manoscritto
alla Biblioteca Riccardiana in Firenze, vivamente elogiato dal Fabroni;
come anche Giulio, egli pure insegnante a Pisa, chiamato a curare
Francesco de' Medici che sospettavasi avvelenato, medico di Corte,
passato poi a Roma ove resse l'Ospedale di S. Spirito ed ebbe in cura il
pontefice Clemente VIII; come finalmente Ferdinando, lodato dal gran
Cesalpino. Pur nella medicina, come insegnanti e come esercenti,
acquistarono ai tempi loro non piccola fama Gaetano, Cristofano,
Francesco e Nicola Verzani, Michele Guidi e altri ancora.
[Illustrazione: BARGA — LOGGIA DEL PODESTÀ.]
La stessa famiglia Angeli dette agli studî legali giureconsulti di fama,
come Jacopo vissuto all'alba del '600, lettore nell'Ateneo pisano,
adoperato da Francesco de' Medici in negoziati importanti, oratore
facondo e cultore elegante delle lettere greche e latine; come Giovanni
e Francesco, dotti legisti e pregiati insegnanti. Nella Giurisprudenza
acquistarono inoltre meritata rinomanza Matteo Carrara e G. B. Balduini.
Finalmente la Letteratura vanta tra i Barghigiani non pochi illustri
cultori, quasi tutti appartenenti alla già ricordata famiglia Angeli,
che dette alle lettere un Antonio, autore di epistole in versi latini e
di rime in volgare, un Cristofano, valente grammatico e letterato del
sec. XVI e, sopra tutti, il celebre Pietro.
[Illustrazione: BARGA — STEMMA ROBBIANO DEI RONDINELLI.]
[Illustrazione: BARGA — STEMMA DI TERRA DI MONTELUPO.
(SEC. XVI).]
Questi nacque il 22 aprile 1517 e mostrò, fin dalla prima età,
attitudine singolare agli studî, tanto che a dieci anni era già
versatissimo nelle lingue greca e latina. Ma la morte dei genitori e la
necessità di procurarsi di che vivere lo costrinsero a lasciare i libri
per le armi e ad arruolarsi collo zio Francesco Turignoli capitano delle
milizie di Barga. Però, inviato a Bologna, trovò modo di tornare a' suoi
cari studî letterarî, per quanto studiasse Legge presso quell'antica
Università. Una avventura amorosa e la pubblicazione di certi versi
satirici contro un rivale lo costrinsero a fuggire e a riparare a
Venezia. Fece poi lunghi viaggi a Costantinopoli e nell'Asia Minore: e
certa volta, trovato sopra una galera un francese che in sua presenza
insultò gli Italiani, prima lo schiaffeggiò e poi l'uccise; onde a
stento poté salvarsi dall'ira dei connazionali del morto e recarsi prima
a Genova, poi a Milano presso il Marchese del Vasto che onorevolmente
l'accolse. Dopo aver riveduto la Toscana, fu nel 1546 lettore di greco a
Reggio ove stette tre anni: quindi passò professore di lettere a Pisa
ove rimase 17 anni, insegnando anche l'Etica. E quando Piero Strozzi
assediò quella città, egli, chiamati a raccolta gli scolari, la difese
strenuamente, ponendo in opera le antiche sue virtù militari.
Successivamente il cardinale Ferdinando de' Medici lo chiamò a Roma e
largheggiò con lui in ricompense e in onori: si narra che per la dedica
fattagli delle sue poesie, gli regalasse duemila fiorini d'oro.
L'Angelio trascorse a Pisa gli ultimi anni della sua vita, spentasi il
29 febbraio 1596, ed ebbe quivi onorevole sepoltura nel monumentale
Camposanto di Piazza del Duomo.
[Illustrazione: LA PIEVE DI LOPPIA.]
Molteplici e di genere vario sono le opere da lui lasciate, in parte
pubblicate e in parte inedite ancora. Ma più che le orazioni, più che
gli studî su romani argomenti, più che le poesie italiane e le lettere,
dettero a lui rinomanza i versi latini e, tra questi, più specialmente i
due poemi _Cynegeticon_ e _La Siriade_. Del primo dice il Flamini che
«appare anche a noi di squisita fattura e tale da assicurare all'autore
un bel posto fra quanti in Italia e fuori verseggiarono durante i secoli
XV e XVI nell'idioma di Virgilio». Coll'altro volle l'Angelio tentare il
genere epico trattando un argomento simile a quello che, quasi
contemporaneamente, era stato scelto dal Tasso: vi fu anzi disputa tra
gli storici della letteratura sulla priorità della scelta e vi fu anche
chi affermò avere il Tasso preso l'idea dal poema del Bargèo, a lui già
noto. Checché sia di ciò, è certo che tale stima fece di lui il cantor
di Goffredo che lo incaricò di rivedere e correggere la sua
_Gerusalemme_, insieme con Scipione Gonzaga, collo Speroni, col De
Nobili e con Silvio Antoniano.
Ben a ragione, dunque, Barga va superba di questo illustre suo
cittadino.
*
* *
[Illustrazione: LA PIEVE DI LOPPIA.]
I villaggi che si trovano compresi nel Comune di Barga, fatta astrazione
da qualche minore aggregato di case, sono Loppia, Tiglio, Sommocolonia,
Albiano, S. Pietro in campo e Castelvecchio: e anch'essi meritano, qual
più qual meno, di essere visitati, o per la bellezza della natural
posizione o per qualche opera d'arte.
[Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — TIGLIO DI SOPRA.]
Intanto, Loppia — alla quale chi dai Bagni di Lucca move verso Barga
giunge dopo aver passato il borgo del _Ponte all'Ania_, ricco di opificî
e di fabbriche, e quello delle _Fornaci_, dal nome abbastanza
significativo — è di origine così antica che si trova ricordata in
documenti anteriori al mille, quando vi dominava la famiglia
longobardo-lucchese dei Rolandinghi.
Al X sec. deve assegnarsi la interessantissima Pieve di Loppia: uno de'
documenti architettonici più sconosciuti e preziosi che possa vantare la
diocesi pisana, alla quale Loppia venne aggregata nel XVIII sec. In
quelle mura possiamo ancora nettamente distinguere i ricordi di tre
diverse epoche. Il periodo della fondazione è il più interessante. Ad
esso appartiene la parte inferiore della facciata, costruita con immensi
lastroni rettangolari e spartita da un colonnato cieco, con residuo di
capitelli ravennati. Le mezze colonne aggettanti, invece delle solite
lesene, spartivano anche i fianchi; ma per potere intonacare la facciata
a sud — che tuttavia mostra una originale finestra a feritoia — vennero
subbiate.
[Illustrazione: PIEVE DI LOPPIA — PARTICOLARE DELL'ABSIDE.]
Ne' primi decennii del XIII sec. i Lucchesi posero a sacco, con altre
chiese, la Pieve di Loppia: — _profanaverunt_, scriveva Gregorio IX
all'arcivescovo di Pisa, fulminando la scomunica a Lucca, _diruerunt
ecclesias et altaria suffuderunt_, e menando prigione il mio diletto
figlio, il pievano di Loppia, lo hanno serrato in carcere.
Da questa prima rovina la Pieve risorse rapidamente. Sono della fine del
1200 la parte superiore della facciata, la navata mediana, i transetti e
parte dell'abside. Fu il momento del maggior fiore. Dalla Pieve di
Loppia dipendevano 28 chiese e tra le altre S. Cristoforo di Barga. Ma
verso il 1340 nuove incursioni e nuovi saccheggi distruggono castello,
pieve e paese. In un documento di Giovanni, vescovo di Lucca, del 23
gennaio 1390, col quale si concede la riunione della Pieve di Loppia
alla chiesa di S. Cristoforo di Barga, è detto come le mura della Pieve
e le case a questa appartenenti, nonchè quelle de' parrocchiani, da
oltre 50 anni fossero oramai disabitate e ridotte per i malefici e il
flagello della guerra ad un mucchio di rovine. E con accenti di dolore e
di rimpianto disperato, tali da ricordare l'_Ecclesiaste_, il detto
Vescovo così si esprimeva: _et factus est locus ille solitudinis et
vasti, nec est spes aliqua quod diebus viventium instauretur_. Non per
nulla qualche secolo più tardi si scolpivano sulla facciata della Pieve
queste parole:
VA: VA: ET
OM: VA.
_Vanitas vanitatum et omnia vanitas!_
[Illustrazione: MADONNA E ANGELO (SEC. XIV) NELLA CHIESA DI
TIGLIO DI SOPRA.]
Nel sec. XVI, per la pietà di alcuni fedeli, la Pieve risorse ancora
dalla sua rovina e venne di nuovo uffiziata e riebbe parte degli antichi
privilegî. Devesi a questo tempo la costruzione del campanile addossato
all'esterno della Pieve, in angolo, fra il transetto di sinistra e la
facciata nord. È rettangolare con tre ordini di celle campanarie, con
finestroni divisi da colonne sormontate da capitelli dorici, ionici e
corinzii. Un ordine architettonico per ogni ripiano di celle.
[Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — TIGLIO DI SOTTO.]
L'interno è a forma di croce e a tre navate, con sei archi e sei colonne
per ogni navata: le finestre sono a feritoia. Sull'altar maggiore è un
quadro dell'Assunzione: notevole, nell'altare del Sacramento, il ciborio
in legno dorato, di squisito lavoro.
Si vede pure, nella chiesa, il gruppo di una Pietà, in gesso, finamente
modellato, opera moderna di paesani residenti a Chicago donde lo
mandarono in dono al paese nativo, documento dell'arte e del memore
affetto dei _figurinai_ verso la patria lontana.
TIGLIO è formato di due borgate: Tiglio di sopra e Tiglio di sotto, fra
i torrenti Loppora ed Ania. Esisteva fin dal secolo X e fu soggetto a
varie traversie politiche, prima sottoponendosi al Duca d'Atene, poi
cadendo in mano di Francesco Castracane. In Tiglio di sopra era l'antico
castello ed ivi è la chiesa di S. Giusto, in forma di croce, con otto
colonne di materiale ed una vasta cupola dipinta. Se assai goffe e
primitive sono le due statue in legno che si vedono sull'altar maggiore,
rappresentanti s. Giusto e s. Antonio, bellissime invece sono quelle in
marmo rappresentanti la Vergine e l'Arcangelo Gabriele, che gli
intendenti dicono di ottima scuola. Accanto alla chiesa è il campanile
formato coll'antica torre, di bellissime pietre. In Tiglio di sotto è
l'Oratorio di S. Andrea di Seggio, notevole soprattutto perchè di
costruzione antichissima, e quello di S. Rocco con un bassorilievo
Robbiano: un tabernacolo centinato, cinto da fiori e frutta, e sorretto
da un cherubino ad ali spiegate. Nel centro la Vergine, in piedi, col
Bambino.
[Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — SOMMOCOLONIA.]
Anche il paese di SOMMOCOLONIA era un feudo dei soliti Rolandinghi; la
struttura delle sue vie, dei suoi fabbricati, delle sue mura, dice ben
chiaramente ch'era esso pure un castello, non posteriore al secolo X.
Giace sul monte, a destra del torrente Corsonna e ha, dinanzi a sé, una
vista magnifica. La sua storia si identifica con quella di Barga, di cui
subì le vicende, essendo spesso teatro di guerre e di assedî. Al
visitatore piacerà osservare le mura cingenti il castello, la chiesa di
S. Frediano, sebbene barbaramente intonacata nelle pareti che erano di
pietra scalpellinata, la piazzetta a levante della chiesa stessa, detta,
come quella di Barga, l'_Arringo_, il bel campanile, la chiesina di S.
Rocco e i resti dell'antica rôcca, alla quale, come a tanti altri
edifizî o monumenti di questi luoghi, la tradizione riconnette il nome
della Contessa Matilde.
[Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — ALBIANO.]
ALBIANO risiede sopra un poggio, alla destra del torrente Corsalone e fu
castello che i Lucchesi munirono di fortificazioni al tempo della guerra
contro Federico I. Ma della sua chiesa, dedicata a s. Michele, si trova
menzione perfino in una pergamena del 774, che si conserva nell'Archivio
arcivescovile di Lucca. Null'altro di importante potrei aggiungere
intorno a questo piccolo borgo che si nasconde, quasi pudicamente, in
mezzo alla lussureggiante vegetazione che da ogni parte lo ravvolge e lo
attornia.
Né molto è da dire, non volendosi estendere in particolari che sarebbero
qui fuor di luogo, intorno al paese di S. PIERO _in campo_. Ivi era un
antico monastero di donne, anteriore al 1256, del quale, in seguito a
scavi, si rinvennero alcuni muramenti. La chiesa attuale è recente e
nulla ha di notevole.
[Illustrazione: ALBIANO — VILLA MORDINI.]
Ho lasciato per ultimo CASTELVECCHIO, perché questo villaggio ha
acquistato notorietà da quando divenne residenza preferita di Giovanni
Pascoli. Anche Castelvecchio, come Tiglio, si divide in due frazioni:
Castelvecchio di sopra e Castelvecchio di sotto. Nel primo si vede
ancora un'antica torre quadrata, con feritoie e altissime porte, oggi
chiuse. Anche di altri fortilizî si incontrano qua e là alcuni resti. La
chiesa non ha grande importanza, sebbene l'architettura non sia di
cattivo stile. Castelvecchio di sotto non ha invece alcuna traccia di
opere militari e sembra che, anche nei tempi passati, fosse, più che
altro, centro di fiorenti commerci.
[Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — CASTELVECCHIO.]
Chi, traversando castagneti rigogliosissimi e praterie fiorite e
ubertosi vigneti, salga pei ripidi viottoli che menano su a
Castelvecchio, vede, dal basso, biancheggiare al sole una casa che, a
mano a mano va perdendosi tra il folto degli alberi, per poi scomparire
del tutto, divisa dalla via per mezzo di un orto e circondata da case
coloniche. È quella la villa ove abitava il poeta che cercava in quei
monti, in quelle selve, in quei viottoli, le sue ispirazioni e che
tendendo di lassù l'orecchio al lontano e misterioso rumoreggiare del
Serchio, cantava:
O Serchio nostro, fiume del popolo!
Tu vai sereno, come un gran popolo,
Lasciate le placide cune,
Muove all'officina comune.
. . . . . . . . . . . . . . .
Lavoratore lieto, coi giovani
Figli, Ania, Lima, Fraga, le Tùrriti,
Gigante coi figli giganti
Tra il lungo lavoro tu canti.
Anch'egli, il poeta che lamentiamo anzi tempo scomparso, cantava tra il
lungo lavoro e illustrava coi _Canti di Castelvecchio_ l'alpestre suo
romitaggio ove ora _abita eterno_.
[Illustrazione: CASTELVECCHIO — LA CASA DI GIOVANNI PASCOLI.]
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (terrecotte/terre-cotte, bargeo/bargèo,
perché/perchè, pro/prò e simili), correggendo senza annotazione minimi
errori tipografici.