CAPITOLO XXVI.

Frattanto Jacob Arom era tornato a sedersi al desco a cui mangiavano

Andrea e Marcaccio, Pelone s'era posto ancor egli poco lontano come un

uditore disinteressato, e il discorso di prima aveva ripreso il suo

cammino.

— Tu dunque, diceva Marcaccio, continui sempre nella pazza idea di poter

trovare del lavoro che basti alla tua famiglia? Bel gusto quello di

frustarsi la pelle per avere un pane stentato; ma via passi ancora, se

ciò fosse possibile. Ma il lavoro è cosa troppo incerta; oggi v'è e

domani non v'è più: e poi quando si è entrati una volta in quella strada

in cui ci troviamo noi, cioè quando uno si è fatto cacciare di qua e di

là per buona o cattiva ragione, non importa, e' non ne trova più di

lavoro, o non lo trova per lungo tempo. Hai già provato a cercarne?

— Sì.... Anche stamattina mia moglie ne ha domandato all'officina Benda.

— E si rispose?

— Un corno.

— Vedi!

— Ah! il signor Benda non doveva far così: proruppe con ira Andrea

vieppiù sempre eccitato dalla crescente ebbrezza. Egli mi ha conosciuto

buon operaio, esso doveva credere ch'io sarei tornato quel di prima,

egli avrebbe dovuto aver compassione di me.

— Compassione!... Forse che quella gente sa che cosa sia aver

compassione pel povero operaio? I padroni sono tutti birboni che

sfruttano i lavoranti, che levan loro la pelle, e quando torna li

gettano nella miseria a crepare, mentre essi coi sudori di questi

sciocchi si sono arricchiti.... Sì, sciocchi, perchè siamo noi che

rimanendo straccioni li facciamo andar loro in carrozza. Ma pel signor

Benda e pei pari suoi, verrà fors'anco il giorno di farla pagare: e tu

potrai avere eziandio questo gusto.... Il vero è che tutti i ricchi si

sono fatti tali col sudore e col sangue del povero; il vero è che tutto

ciò che possedono essi di troppo lo hanno rubato a noi che manchiamo del

necessario; il vero è che noi prendendone a loro non facciamo che

ricuperare una menoma parte di quello che ci viene.

— È giusto, è giusto: appoggiava _Macobaro_.

— Oh! i ricchi, io li odio tutti: esclamava con feroce esplosione

Marcaccio. Sono tutti birboni. Tutti quelli che stanno al di sopra di

noi vorrei vederli gettati nel fango al di sotto ancora dei nostri

piedi....

— Avete ragione: diceva il vecchio ebreo, i cui occhi lucevano d'una

fiamma d'odio pari a quella che accresceva il bagliore dell'ebbrezza

nello sguardo sanguinario di Marcaccio.

Ma il prudente Pelone credette opportuno di mettere un po' d'acqua su

quelle fiamme.

— Ssst! Diss'egli. Queste cose non si devono blaterare.... e sopratutto

così forte! Se qualcheduno vi udisse!...

— Eh! qui non vi è nessuno di troppo, mi pare.

Andrea protestò a sua volta.

— Non è vero che tutti i ricchi sieno birboni... Il marchese di

Baldissero e la sua nipote sono fior di persone caritatevoli. Ella

stessa, la marchesina, è venuta questa mane da noi a recarci soccorsi...

Ed anco la famiglia Benda... non dico di lui, del principale... Egli è

sempre stato un galantuomo, non lo nego, ma a non volermi più ammettere

nei suoi laboratorii me ne ha fatto una grossa... lui, ve l'abbandono,

via... ciò non toglie che sua moglie e sua figlia sieno brave persone

con tanto di cuore... Insomma fra gli uni e gli altri, me quest'oggi

hanno rifornito di denaro così bene che potrò pagare l'affitto e vivere

un po' di tempo. Intanto il lavoro verrà...

— Illusioni, illusioni! esclamò Marcaccio. Il lavoro ti ho già detto che

non lo troverai; finito quel poco di denaro sarai alla disperazione come

prima, e credi tu che vi saranno sempre i generosi che te ne vogliano

dare dell'altro per la tua bella cera?

— Gli è ben meglio procurarcelo da noi con una piccola opera: disse

_Macobaro_ con voce tanto bassa che pareva un susurro: l'opera, per

esempio, di fare un paio di chiavi sull'impronta della cera.

Andrea guardò il vecchio con occhi stralunati.

— E questa impronta? Diss'egli quasi involontariamente, quasi non

sapendo che cosa dicesse.

— Ah! non avreste da procurarvela voi nemmanco: soggiunse vivamente il

ferravecchi. Vi sarebbe fornita da altri.

Andrea appoggiò i due gomiti sulla tavola e sostenne colle mani la

faccia. Sentiva la testa girargli sempre più.

— E le chiavi ch'io farei aprirebbero i forzieri di Nariccia? Domandò

egli.

— Questo voi non avreste manco da saperlo: disse Jacob.

Ma il compagno d'Andrea con brusca uscita:

— Ebben sì, proruppe, a che nascondergli la verità? Si tratta di aprire

i forzieri di quello scellerato.

Si curvò sulla tavola ed abbassò la voce. Le teste di quei tre uomini

chine al di sopra delle vivande consumate si toccavano quasi.

— E' son pieni riboccanti di oro! Pensa Andrea!... I marenghini a

sacchi!!... Tutta quella roba nostra; tutta poterla afferrare colle

nostre mani!... Mai più miseria, mai più freddo, mai più fame!... Si

prende tutto e si scappa...

— Si scappa: ripetè Andrea con voce bassa ugualmente: e la famiglia?

— Si scappa anche con lei.

Il marito di Paolina pose la testa nelle mani e stette un poco

tenendovela così stretta con forza: il suo buon genio la vinse ancora in

quella lotta della tentazione.

— No, no: proruppe egli tentennando violentemente la testa. Non sarò io

mai che farò una cosa simile.

Un lampo d'ira vivissima passò negli occhi di Marcaccio.

— Uh! l'imbecille: gridò egli serrando il pugno.

Ma Jacob gli pose pianamente una mano sul braccio a contenerlo:

— Udite una parola: diss'egli alzandosi.

Marcaccio s'alzò egli pure e tenne dietro al ferravecchi nel mazzo della

stanza.

— Conviene ch'io vada dal _medichino_ che m'aspetta: disse _Macobaro_;

ma voi ponete in pratica questo consiglio; bisogna spogliare fin

dell'ultimo soldo che ha questo babbeo. Quando sarà di nuovo

all'asciutto darà più facilmente retta alle vostre parole... E per

sciugargli in un momento le tasche non avete bisogno che d'una _pinta_

di più e di un mazzo di carte.

— Avete ragione: rispose Marcaccio. Andate là che fra un'ora io l'ho

pelato di tutto.

_Macobaro_ sgusciò nel camerino, Marcaccio tornò alla tavola a cui

seduto Andrea continuava a tenersi stretta colle mani la testa.

— Ebbene, disse Marcaccio ad Andrea sedutogli presso di nuovo, a che

cosa pensi?

— Penso che se potessi diventar ricco onestamente, sì che lo farei

volentieri.

— Sei un ragazzo. Quando si è ricchi che sì che ci fa il modo con cui si

è diventato tale!... E poi che cos'è la ricchezza guadagnata

onestamente? Sai tu dirmelo?

— Per Dio! È la ricchezza che si acquista col proprio lavoro.

— Baje! Nariccia facendo lo strozzino ha pur lavorato; chi può dire

quella di lui una ricchezza onesta? Lavora anche colui che avventura la

vita e la libertà per iscassinare una porta e giunger là dove c'è quel

denaro che egli non può procurarsi, che a lui non danno ereditate

fortune. E il giuoco? È esso un lavoro? No, eppure se uno guadagna un

quaterno al lotto o si fa ricco mercè vincite alle carte, non ci si ha

da ridire.

Prese nelle sue tasche una manciata di monete e la pose sulla tavola.

— To': qui in mezzo a noi due io metto un mucchio di questi _rotondini_

che dànno a chi li possiede ogni ben di Dio: tu ne metti altrettanto: e

diciamo fra noi che prenderà il mucchio intiero quello che sarà favorito

dalla fortuna delle carte. Tu vinci; intaschi tutto, raddoppii il tuo

denaro, e se alcuno viene a dirti che quel denaro non è tuo onestamente,

tu gli dài il togliti di lì con un manrovescio che gli fa veder le

stelle; ed hai tutte le ragioni del mondo.

Andrea guardava con occhio che cominciava ad essere cupido le monete che

il suo compagno aveva poste sul desco e che si compiaceva di maneggiare

e di far suonare.

— Il giuoco: diceva egli frattanto con voce ed aspetto sempre più da

ebbro. Ah! il giuoco è un traditore anche lui. Vi lusinga, v'invita, vi

adesca... e poi ad un tratto, patatrach, vi atterra colle tasche

asciutte.

— Eh via! Tu lo calunnii. Uno dei giuocatori bisogna pur sempre che

guadagni... Perchè non avresti ad esser tu quel desso?

— Io no. Conviene essere fortunati; ed io non ho fortuna di sorta. Ho la

disgrazia che mi perseguita, come se fossi figliuolo della versiera.

— Codeste sono bambinate, son pregiudizi che bisogna lasciare alle

femminelle. Un uomo come sei tu, corpo del diavolo non dovrebbe manco

dirle tali cose... Dà retta. Giusto per passare un po' di tempo... E

dove si avrebbe da andare? Nevica, fa freddo, e battere il selciato

delle strade è un misero divertimento...

— Dovrei andare a casa: mormorò sommessamente il disgraziato.

— A casa? Rimbeccò il birbo compagno. Se non ne sei venuto via che

adesso! Vuoi piantarti colà, sempre cucito alle sottane di tua moglie?

Qui stiamo al caldo e senza seccature. Ci facciamo portare ancora una

_pinta_ da mastro Pelone... — Ehi? Avete udito compare? Un'altra _pinta_

di questo.

— Subito: disse Pelone alzandosi e movendo colla sua solita andatura

verso il banco, dove erano schierate parecchie bottiglie della misura

domandata.

— E ci date anche le carte: soggiunse Marcaccio.

— Va bene: rispose l'oste.

— No, no: disse Andrea, ma con una riluttanza debole e rimessa: non

voglio giuocare.

— Lascia un po'. Giuocheremo una cosa da nulla, tanto per passare il

tempo... Tu oggi mi hai tutta l'aria di essere in vena di guadagno.

— Io? Non lo sono mai.

— Ebben vediamo.

L'oste, aiutato dal garzone, sbarazzò la tavola dei resti della loro

colazione, stese su di essa uno sporco tappeto e depose al capo del

desco verso la parete il fiasco, in mezzo un mazzo di carte unte e

bisunte come il tappeto.

Cominciarono a giuocare di poco, e le carte non per l'opera della

fortuna, ma per l'abilità di Marcaccio furono favorevolissime ad Andrea.

La _pinta_ intanto veniva consumandosi, e l'ebbrezza, aumentando nel

marito di Paolina, ne riscaldava vieppiù la suscitata passione del

giuoco. Si accrebbero le poste, e Marcaccio, simulando il rabbioso ed il

disperato, aveva già perso cotanto che s'era proprio raddoppiato il

peculio del suo avversario. Ma ad un punto, ecco che la fortuna comincia

a girare. Qualche piccola perdita s'avvicenda ai successi di Andrea: le

perdite spesseggiano e le vincite diminuiscono; poi queste cessano del

tutto. La vicenda è perfettamente scambiata. Marcaccio guadagna ogni

giuocata e Andrea le perde tutte; tanto bene che dopo due ore egli si

trova senza nemmeno più un quattrino nelle tasche.

A questo punto, quando con una fiera bestemmia egli inveiva contro

Marcaccio che l'aveva ridotto a tale, entrò opportuno Graffigna che

aveva visto la moglie e i figli d'Andrea cacciati nella strada alla neve

che cadeva, al gelo che assiderava.

Graffigna non conosceva di persona il marito di Paolina, come non n'era

conosciuto; ma dietro le informazioni di Marcaccio, avendo egli commesso

a quest'ultimo che quella stessa mattina cercasse di vincere le

ripugnanze del fabbro ferraio, non dubitò punto che il compagno di

Marcaccio non fosse l'uomo in quistione. Andò egli a sedere al tavolino

più prossimo a quello occupato dai due giuocatori, e contentatosi di

fare un saluto indifferente al compagno di Andrea, disse all'oste:

— Compare Pelone, portatemi un _quartino_ di buona barbèra, che mi

rimetta un po' lo stomaco. Ho assistito adess'adesso venendo qui ad un

fatto che mi ha stretto il cuore e rovesciata l'anima.

— Che fatto? Domandò Marcaccio.

Graffigna raccontò semplicemente ciò che aveva visto nella casa di

Nariccia.

Andrea sorse di scatto, tremante tutte le membra, gli occhi che

schizzavan fuoco.

— Nella casa di Nariccia! Esclamò egli con un ruggito. Una donna malata!

Quattro bambini!... E non sapete voi il loro nome?...

— Non so bene: rispose tutto pacato Graffigna. Ho sentito dire che il

padre di quei poveretti era un fabbro ferraio, un certo Andrea....

Questi urlò una tremenda maledizione.

— Mia moglie!... I miei figli!...

Il colpo fu tanto forte che cadde sulla panca quasi esanime. Marcaccio

gli fu intorno con un bicchiere di vino per riconfortarlo.

— Lasciami, lasciami: disse il povero ebbro allontanando da sè il

bicchiere. Oh! lo scellerato; oh! l'infame. I miei figli, la mia donna

malata, egli ha avuto cuore.... Ma l'ucciderò quell'uomo, sì l'ucciderò

quel mostro, con queste mani....

— No, no, non dir codesto: susurrava Marcaccio con falsa pietà.

— Sì, sì, urlava più forte il disgraziato. Voglio vendicarmi. Oh credi

tu che non mi abbia da vendicare?

— Sì, certo; e voglio anzi aiutarti nell'impresa.

Graffigna venne a ficcare in mezzo il suo muso appuntato da faina.

— Questo è un amico, innanzi a cui possiamo discorrere: soggiunse

Marcaccio per rassicurare Andrea, il quale nella passione dell'animo in

cui era, non pensava nemmanco a diffidar di nessuno. — Or bene, ti dico

che ci abbiamo un modo assai più acconcio di vendicarti di quel birbante

che ti assassina la famiglia.

— Che modo?

— Entrargli in casa e portargli via tutti i suoi tesori.

Andrea parve riflettere un momento; si passò due o tre volte la destra

sulla fronte, poi proruppe con impeto:

— Ebben sì... Sono il vostro uomo... Voi avete le impronte di cera delle

serrature?

— Le abbiamo: disse sollecito e piano Graffigna colla sua voce sottile.

— Avete un luogo dov'io potrei lavorare?

— Un luogo segretissimo; rispose ancora Graffigna, dove v'introdurremo

cogli occhi bendati.

— Io vi farò le chiavi... E le adopreremo?

— Fra pochi giorni.

— Va bene... Ei l'ha voluto!... Ora lasciatemi correre da mia moglie e

dai figli miei.

— Un generoso signore che io conosco — disse Graffigna — ha fatto

ricoverar la donna all'ospedale e i bambini all'asilo.... Marcaccio, tu

accompagna il nostro buon Andrea, e quando avrà visto moglie e figli,

conducilo ove tu sai per la bottega di _Baciccia_. Io sarò là ad

aspettarvi.

Andrea, penetrato nell'ospedale, trovò la moglie in preda al delirio, la

quale perciò non potè riconoscerlo; trovò i bambini sbalorditi,

spaurati, piangenti. Quando raggiunse Marcaccio, che lo attendeva fuor

della porta dell'asilo, la fisionomia di Andrea era più cupa che mai; la

fiera risoluzione nell'animo suo era irrevocabile.

Quella stessa sera la _cocca_ possedeva un addetto di più ed aveva in

suo potere le chiavi che aprivano la porta d'ingresso e gli usci interni

del quartiere di Nariccia.

La plebe, parte II · 第 35 / 37 题