CAPITOLO V.

Paolina aveva semplicemente narrato la sua Odissea del mattino: le

avevano risposto colle lagrime Teresa e Maria. Quest'ultima, senza

lasciar pure che la misera donna formulasse le sue domande, proruppe con

tutto l'ardore d'un cuor giovenile di donna commosso dalla pietà:

— Rassicuratevi, Paolina, non affliggetevi più oltre. Noi pagheremo la

pigione che dovete a quel brutto cattivo padron di casa.... Non è vero

mamma?... E i vostri figliuoletti avranno ciò che loro occorre.... Non è

vero mamma?

La signora Teresa non aveva il coraggio di contraddire alle parole della

figliuola.

Paolina a cui finalmente l'anima, per così dire, tornava in corpo,

benediceva con trasporto di riconoscenza le generose benefattrici, e

dalla loro bontà pigliava ardire a soggiungere quell'altra

supplicazione, che per la sorte della sua famiglia era ancora più

importante.

— Ciò non è tutto: diceva essa. Loro mi salvano la vita dei bambini, ma

potrebbero ancora salvarmene ed assicurarmene l'avvenire.... Ah! non mi

dicano una sfacciata se oso chiedere più di quanto la loro generosità mi

ha concesso. Una madre per cui si tratta della vita de' figli suoi —

Ella deve capirlo signora Teresa — ha qualunque coraggio.

— Che cos'è? Domandava Maria con tale un accento d'affetto e d'interesse

che era il migliore incoraggiamento a parlare.

E la poveretta riconfortata continuava:

— Capiranno anche loro che, dopo toltici da queste disperate condizioni

del momento, se non ci si presenta qualche modo di ricavarcela, non

andrà gran tempo che ci troveremo di nuovo al punto medesimo.

— Bisognerebbe che vostro marito si mettesse su strada migliore e

lavorasse da buon operaio: disse Teresa.

— Ecco appunto! Il mio Andrea par deciso..... oh lo è assolutamente...

questi ultimi nostri guai l'hanno scosso dal fondo... è deciso a cambiar

vita e tornare quell'onesto, bravo e laborioso operaio che gli era un

tempo. Ma per ciò vi occorre pure una cosa che non dipende da lui

solamente: quella di trovar lavoro.

Madre e figliuola, che compresero tosto la conclusione a cui voleva

venirne Paolina, ricordando le parole dette poc'anzi da Giacomo, si

guardarono sconcertate.

— Egli ne ha già cercato da tutte parti, continuava Paolina; ma la mala

ventura lo perseguita, e presso nessuno non ha potuto allogarsi... Io,

sempre fiduciosa nell'inesauribile carità del loro cuore, ho accolto la

speranza che grazie alla loro intromissione, il signor Benda avrebbe

acconsentito ancora una volta a ricevere nei suoi laboratoi il mio

uomo...

Vide l'impaccio che appariva nel volto di Teresa e di Maria, e

s'affrettò a soggiungere con infinito calore di preghiera:

— Per carità non mi dicano di no... Mio marito è cambiato, glie lo

assicuro, signora Teresa, vedrà... Facciano ancora questa prova ed

avranno il merito innanzi a Dio d'averci salvati quanti siamo della

povera nostra famiglia.

Ed aggiunse tante supplicazioni, e dipinse così al vivo ciò che sarebbe

avvenuto di loro se questa sua speranza rimanesse frustrata, che

qualunque, il quale non avesse il cuore di Nariccia, ne sarebbe stato

commosso.

La signora Teresa, al primo enunciarsi della domanda di Paolina, era

risoluta a non acconsentire di torsi l'incarico di parlar di ciò a suo

marito; ma quando la misera donna ebbe dimostro con sì efficaci colori,

come senza codesta grazia ogni altro soccorso per loro sarebbe nulla, la

risoluzione della buona moglie di Giacomo era già molto scossa; finì poi

per crollare del tutto, quando, secondo il solito, Maria colla sua

graziosa petulanza si affrettò di esprimere ella prima, senz'altro, le

impressioni e le volontà non solamente sue, ma anco della mamma.

— È vero, è giusto: esclamò essa. Dove non si dia lavoro all'uomo c'è

nulla di fatto..... Ah! un uomo che cerca lavoro per mantenere la sua

famiglia, qualunque sia stato il suo passato, dovrebbe sempre

trovarne.... Non è vero mamma? Oh andate là, Paolina, che noi vi

comprendiamo. Avete avuto la migliore ispirazione del mondo a venirvi

raccomandare alla mia buona mamma. Essa parlerà in vostro favore al

babbo, e quando essa parla, papà non può a meno che darle ragione.....

Dunque io ritengo la cosa per bella e fatta.

— Ah! Dio l'ascolti e la benedica! Esclamò la povera donna stringendo le

mani ed illuminando il volto d'un raggio di gioia come da lungo tempo

non era più comparso sui patiti lineamenti della sua mesta fisionomia.

— Un momento, un momento: disse allora la madre di Maria, metà

sorridendo, metà con aria di rampogna. Non corriamo per la posta. Tu

pazzerella, soggiunse volgendosi alla figliuola, sei solita a vedere per

cosa fatta quello che desideri, e colla tua testolina, vai, vai, che

nessuno più ti può frenare.....

Maria mostrò a sua madre la faccia di Paolina che, a tali parole, spento

quel lampo di gioia, erasi di nuovo rannuvolata tristissimamente.

— Ah mamma: esclamò la giovanetta: vedi come s'è subito di nuovo

abbattuta questa povera donna!

E la signora Teresa, vivacemente:

— Non dico già che non siavi di ciò nessuna speranza. Io ben volentieri

mi prenderò l'incarico di parlare a mio marito.

— Dunque la cosa è fatta: interruppe la fanciulla, battendo insieme le

mani. Figurati se il papà vorrà dir di no ad una cosa che gli domandi

tu!... E ad una cosa simile!!

— Mio marito: soggiunse con tono severo la madre: è il padrone, e nelle

decisioni che ha da prendere, egli, meglio dei nostri cervelli, sa

vedere quello che si debba.

— Sì, sì, hai ragione, mamma. E gli è appunto per ciò ch'io sono sicura

che il babbo s'affretterà a dire un bel sì grosso, appena tu gli abbia

parlato.

Teresa, sollecitata più che dalle parole, dagli sguardi della figliuola

e della misera donna supplicante, si recò senz'altro indugio nello

studiòlo di suo marito.

Il signor Giacomo, all'udire entrare qualcheduno, alzò la testa, e visto

sul volto della moglie un certo impaccio, una certa timidità con qualche

sollecitudine, avvisò tosto che la veniva per domandargliene alcun che;

onde, affine di incoraggiarla, prendendo un'aria ridente, disse:

— Sei tu Teresa? Oh oh scommetto che tu hai bisogno di me per qualche

cosa.

— Bisogno, no: rispose la brava donna esitando. Sono venuta a pregarti

d'un favore... d'un grosso favore... ma per altri.

Giacomo respinse da sè il libro di conti che aveva dinanzi, e volgendosi

di meglio col suo seggiolone verso la moglie, le disse con accento fra

premuroso e fra scherzevole:

— Parla, parla pure; ma che sì che indovino. Si tratta di qualche

capriccietto di sor Francesco, il quale, non osando manifestarmelo egli

stesso, ha incaricato te di venirmene a domandare.....

Teresa scosse la testa in segno negativo.

— Oppure di quella pazzerella di Maria, eh?

— Nemmeno. Trattasi di quella povera donna che è venuta adesso.

Il signor Benda s'aspettava così poco questa risposta che la sua

fisionomia ne mostrò un alto stupore.

— Ah ah! Paolina vuol dire?

— Appunto.

— Ebbene? che cosa vuoi tu per essa? Ancora del denaro da darle?

Teresa espose la supplicazione della moglie di Andrea e la confortò con

tutte quelle ragioni che seppe. Giacomo aveva preso sulla scrivania un

tagliacarte e se ne batteva le nocca delle dita, lasciando parlare la

donna senza interromperla e senza dar segno alcuno dei suoi sentimenti.

Quando Teresa ebbe finito, egli stette ancora alcun poco in silenzio,

come se meditasse tuttavia sul partito da adottarsi, poi disse con tono

di rincrescimento, ma insieme di irremovibile fermezza:

— Duolmi assai non contentarti, poichè tu mostri desiderar codesto, mia

buona Teresa; ma invero non lo posso e non lo debbo. Nelle officine non

vi è assolutamente il posto per nessun nuovo operaio, e si presentasse

anche il migliore di essi, in questo momento io non potrei accoglierlo

se non mandandone via un altro per fargli luogo. Tu non mi vorresti già

consigliare nel caso presente che io licenzii un buono e bravo

lavoratore che mi serve bene per sostituirlo col tuo protetto, cui siamo

già stati obbligati a scacciare tre volte per indisciplina, per mancanza

ai suoi doveri, per pessima condotta? Tu mi dirai invece che,

trattandosi di fare un atto di carità, si può bene prendere un operaio

più del bisognevole; ma io, come uomo di affari, non sono di questo

avviso. La carità è una cosa e l'esercizio di un'industria è un'altra.

Chi volesse tener questo con tutte le nobili ispirazioni ed esigenze di

quella, andrebbe presto in malora ed avrebb'egli bisogno della carità

altrui. Un'impresa industriale deve limitarsi a dar pane, soltanto a

quelli a cui ha da dar lavoro, e che quindi le sono utili efficacemente.

Quest'obbligo di buona amministrazione non è soltanto il mio particolare

interesse che me lo dà, ma quello altresì di coloro che mi si sono

associati all'impresa, che hanno fiducia in me, nella mia attività,

onestà e intelligenza per investire nella nostra impresa i loro capitali

o il loro lavoro, ed ai quali io recherei una sottrazione di utili per

far loro esercitare inconsciamente un atto di carità. È una cosa tanto

da poco, mi dirai: ma io sono assoluto ne' miei principii e non ammetto

eccezioni. Se si fa codesto favore per costui, perchè non dovrebbe farsi

per tutti gli altri che si trovano nella medesima condizione, finchè ci

sia un margine di guadagno da poter impiegare in paghe di operai non

necessarii? E ne andiamo fino a quelle assurde teorie che proclamano

alcuni matti in Francia, le quali sarebbero la rovina di tutti i

capitali, val quanto dire la distruzione della proprietà e di ogni

ricchezza privata e pubblica. Ma ti dirò di più, che nel caso concreto,

ancorchè ci fosse veramente un posto nei laboratorii, non vorrei darlo a

quell'Andrea, il quale non recherebbe fra i miei operai che cattivi

consigli, tristi esempi e funeste tendenze..... Si è corretto, tu vuoi

dirmi. Sarà; voglio crederlo, ma siccome l'ho già sperimentato due

volte, preferisco che altri faccia la terza prova... To', dà a quella

povera donna questo napoleone d'oro; ma dille che per suo marito non c'è

posto nessuno.

All'espressione del volto della signora Teresa, quando tornò nella sua

stanza dove l'aspettavano Maria e Paolina, quest'ultima tosto s'accorse

che ogni speranza era perduta; ma quando la moglie di Giacomo ebbe

manifestata la definitiva sentenza di suo marito, il dolore di Paolina

fu tanto, che mandando appena un sospiro, svenne.

Maria e sua madre le furono intorno con ogni argomento atto a farla

risensare, e quando la poveretta fu tornata in sè, con ogni fatta buone

parole l'assicurarono che esse non l'avrebbero abbandonata, che fino a

quando suo marito avrebbe trovato lavoro avrebbero provveduto alla

misera famiglia.

Ma intanto l'infelice donna era così debole che a tornare a casa sua

tanto lontano, le forze non le bastavano a nissun modo. Maria,

coll'assenso della madre, fece attaccare i cavalli alla carrozza per

condurvela e volle scortare ella stessa la povera donna recando seco un

buon paniere con provvigioni di bocca e d'abiti e di biancherie, cui

Bastiano il portinaio, che conosciamo, accompagnando la padroncina,

avrebbe portato fin su nella soffitta di quella povera gente.

I bambini piangevano domandando del pane, Andrea non sapeva più quali

parole trovare di promessa di minaccia per acchetarli. Le provvigioni

recate da Bastiano nel grosso paniere, giunsero opportune come la manna

agli Ebrei nel deserto. Andrea, udendo la sentenza del signor Benda che

lo escludeva dalle sue officine, pronunziò una brutta bestemmia, e

curvando il capo con atto di disperazione, disse cupamente:

— Ah! quando ad un uomo si chiude tutte le vie dell'onesto guadagno,

bisogna bene allora, che egli....

Ma Paolina lo interruppe:

— Ne troverai di lavoro, cercandone indefessamente, e intanto la buona

signora Maria ha promesso che non ci avrebbe abbandonati.

— No: disse la giovane, a cui la vista di quella miseria stringeva

dolorosamente il cuore. Mia madre ed io non vi abbandoneremo.

— La ringrazio: disse il marito di Paolina con accento in cui più della

riconoscenza avreste potuto notarvi il dubbio; la ringrazio Lei e la

signora sua madre; ma dica pure a suo padre che ha fatto male a non

concedermi questa grazia, ha fatto molto male.

Paolina prontamente s'intromise.

— Il signor Benda non ha potuto credere così di subito che tu fossi

tornato l'Andrea d'una volta. Quando tu gli avrai provato che così è

veramente, egli non ti respingerà più, egli che un tempo ti voleva bene.

— Oh sì, sì: soggiunse Maria: sperate. Intanto Paolina, voi che siete

alquanto indisposta, mettetevi a letto ed abbiatevi cura. Vedete come le

vostre mani vi tremano ancora!..... Non avete che questo giaciglio per

letto?.... Dio buono! Non c'è nemmanco da coprirvi! Manderò qui da

Bastiano alcune coperte e lenzuoli; ma intanto coricatevi subito....

Scommetto che ci avete la febbre. Non ci è alcun medico che venga a

visitarvi?

— No signora: rispose Andrea. Non abbiamo denari da pagarne veruno; e

quello della parrocchia, è venuto due o tre volte, e poi ha detto che

non c'era nulla da fare e non tornò più.

— Ve ne farò venire uno io: riprese la pietosa giovane; manderò a

cercare di quello della nostra famiglia.

Si volse a Bastiano:

— Avete inteso, Bastiano! Adesso ch'io discenda, riconducendomi a casa,

farete passare la carrozza innanzi l'abitazione del dottore e salirete

su a pregarlo a mio nome di venir qui.

— Sì, signora Maria.

Paolina avrebbe voluto ringraziare ancora per questo nuovo tratto di

carità; ma non aveva più la forza di farlo, non aveva più la forza

nemmeno di reggersi, onde abbandonatasi del tutto su quello strammazzo

presso cui si trovava, giacque lunga e distesa e chiuse gli occhi che

pareva di nuovo svenuta. Il marito ne racconciò il corpo sul giaciglio:

Maria ordinò a Bastiano che mescesse in un bicchiere un dito di quel

vino che avevano recato e lo fece bere a piccoli sorsi alla giacente che

ne parve riconfortata; poi, siccome toccandone le guancie e le mani la

generosa fanciulla sentì sempre più ghiaccie le carni di quella povera

donna, per un moto quasi irriflessivo, ella si tolse il suo scialle di

lana caldo e soffice e lo pose accuratamente sopra le membra della

povera Paolina.

Questa non ringraziò che con uno sguardo, poichè colla voce non lo

poteva, ma quello sguardo era pieno di riconoscenza. In quella all'uscio

della miserabile soffitta ecco suonare una voce di donna armoniosa e

soavissima:

— Si può entrare?

— Avanti: disse la voce rauca ed aspra di Andrea.

L'uscio si aprì e comparve nel vano della porta, spiccando in chiaro

sopra lo scuro del corridoio la splendida bellezza della nobile signora

damigella Virginia di Castelletto.

Era vestita di scuro a le sue carni bianchissime e le sue chiome color

d'oro parevano mandare attorno l'aureola d'una mitissima luce. Dietro di

lei veniva una vecchia governante, e nell'ombra del corridoio vedevasi

il cappello gallonato d'un domestico in piccola livrea. Stette ella un

istante sulla soglia, guardando intorno co' suoi occhi splendidi,

smaglianti, in cui avreste detto in quel momento esservi tutto il

riflesso del più bel sereno di cielo in un purissimo lago, mentre un

sorriso pietoso e pieno di dignità appariva sulle labbra con fiera

eleganza disegnate; poi s'inoltrò con passo leggiero e spedito, che

pareva sorvolare sullo spazzo con mossa di persona di naturalissima

leggiadria, e si accostò alla donna giacente. Maria si tirò indietro

d'alcuni passi per lasciarle luogo, e Virginia, entrandole innanzi le

fece col capo un saluto cortesissimo, però senza mostrare che ella

l'avesse altrimenti riconosciuta. Andrea stava colà dritto, quasi

attonito, senza sapere che fare nè che dirsi; e i bambini medesimi

tenevano aperto tanto di bocca e tanto d'occhi a guardare meravigliati

quella giovanile ed elegante bellezza che attraversava come una

splendida visione la squallida atmosfera della loro miseria.

Quando fu presso alla inferma, la nobile visitatrice, fece suonare

quella sua voce piena di soavissimo incanto.

— Povera Paolina! Voi state poco bene?

La moglie d'Andrea, confusa e commossa balbettò:

— Oh signora marchesina... Lei qui... in questo miserabile buco... Lei

venire fino quassù... Che degnazione!

E volle fare uno sforzo per levarsi su colla persona a seder sul

giaciglio.

Ma Virginia le pose amorevolmente la sua piccola mano inguantata sopra

una spalla e la impedì di muoversi.

— State lì, buona donna: disse: non vi muovete. Appena ebbi inteso che

voi eravate venuta a cercare di me e con tanta fervorosa sollecitudine,

amaramente mi dolse che non vi avessero introdotta, ed avvisando che

forse premuroso sarebbe stato il motivo della vostra venuta, pensai

miglior consiglio non aspettare che tornaste, ma venire io stessa a

vedervi..... Ed eccomi.

Queste cose erano dette con sì dignitosa semplicità e con tanto

avvenente soavità di voce che chiunque le udisse doveva dar loro un

pregio e provarne un effetto che è impossibile esprimere.

Virginia aveva diffatti un cuore generoso e nobilissimo, di tal natura

da essere non solo facilmente accessibile ad ogni istinto di pietà, ad

ogni sentimento di carità, ma ancora da sapere ogni atto misericordioso

accompagnare con quelle forme e quei modi che maggior prezzo e nuovo

merito accrescono all'atto medesimo.

Di siffatta natura era stata l'ispirazione che subitamente erale nata

quella mattina udendo come la Paolina, con aspetto di tanto dolore e di

tanta passione, fosse venuta cercando di lei; l'ispirazione voglio dire

di recarsi ella stessa nella soffitta della povera donna, di cui ben

conosceva l'indirizzo, affine di vedere cogli occhi proprii e più

sollecitamente quali fossero i bisogni della disgraziata famiglia. Ben

sapeva ella che un soccorso portato in persona, una buona parola detta a

viva voce dal ricco e dal potente producono assai più bene al povero; e

in quel punto ella sentivasi maggiore del solito nella bell'anima

l'impulso di fare, a chi soffrisse, il maggior bene ch'ella potesse.

Il perchè di questa sua maggior tendenza alla benefica pietà, ella non

avrebbe saputo pur dirlo dove altri ne l'avesse interrogata; ma in vero

proveniva da ciò che il suo cuore fosse allora oppresso da non lieve

angustia, a scemar la quale, come alle anime veramente gentili avviene,

sentiva non esservi mezzo migliore che recar soccorso alle angustie

altrui.

Cagione della sua angustia era il duello ch'ella non dubitava punto

sarebbe intravvenuto fra suo cugino il giovane marchese di Baldissero e

l'avvocato Benda, del qual duello ella, benchè involontaria affatto, era

pur tuttavia la causa, o, per meglio dire, il pretesto.

Il pensiero che per lei due uomini stanno ponendo a cimento la vita è

pur sempre doloroso ad ogni mite animo di donna; ma è tale tanto più

allora quando di questi due uomini uno è legato a lei per vincoli di

sangue, e verso l'altro inchina il suo cuore per profonda simpatia. Con

Virginia il marchesino di Baldissero erasi allevato come fratello; il

padre e la madre di lui — il padre soprattutto — avevano tenuto e

tenevano luogo di genitori ad essa orfana e sola. Se una disgrazia fosse

accaduta a quel giovane — il primogenito di quella famiglia supremamente

aristocratica — qual dolore non sarebbe egli stato quello della

marchesa, e a mille doppi più, benchè di più contenuto certamente,

quello del vecchio marchese! E d'altra parte, se non al marchesino, ma

al suo avversario fosse stata nemica la sorte? A tal pensiero, Virginia

sentiva una stretta nell'animo tanto forte che non sapeva darsene una

spiegazione. Era assai più dell'interesse cui suscita in un'anima

cristiana il pericolo d'un indifferente; era lo sgomento che ci coglie,

quando vediamo minacciata un'esistenza la quale per mille tenacissimi

legami s'attiene alla nostra. Codesta fu come una rivelazione a Virginia

medesima. Quel giovane non erale nulla di nulla, eppure perchè,

palpitava cotanto il suo cuore al sol pensiero d'una disgrazia che

potesse sovraccoglierlo? Secondo le strette regole delle usanze mondane

potevasi dire ch'ella appena se lo conoscesse; egli non apparteneva alla

casta di lei; nella sfera sociale in cui essa era nata e viveva, appena

se quel giovane potesse comparire alla sfuggita, per tolleranza, per suo

diritto mai; e tuttavia ella sentiva che della sorte di lui era troppo

più sollecito il suo cuore che non di quella d'ogni altro. Ricordava ad

un punto come lo avesse conosciuto, ed ogni occasione in cui l'avesse

visto.

La prima volta che la esistenza di quel giovane si fosse a lei

manifestata, era per mezzo d'una graziosa romanza piena di soavità e di

affetto, ch'ella si piacque a suonare più d'ogni altro pezzo di musica

sul suo gravicembalo ed a cantare colla sua voce d'argento. Era

intitolata _Crepuscolo_, e con vera e piacevole commozione in quella

stagione autunnale in cui si trovava, Virginia si accresceva

coll'esecuzione di quella ispirata romanza la soave mestizia delle ore

vespertine. Quella musica le diceva di tante cose, le accarezzava sì

dolcemente l'anima vibrante! Dopo averla fatta risuonare pel mite

ambiente delle prime ombrie, ella appoggiava il suo gomito sui tasti

d'avorio, reclinava sulla mano la sua bella fronte, e pensava, o, per

dir meglio fantasiava di così vaghe ed ineffabili immagini, e il

venticello della sera che per la finestra aperta veniva ad agitarle i

ricci graziosamente scomposti della sua capigliatura color d'oro,

parevale che ancora sommessamente le ripetesse la graziosa melodia.

Volle che il mercante di musica le provvedesse tutte le composizioni che

vi fossero del medesimo autore, e in tutte trovò qualche cosa che le

parlava all'anima. Alla persona di codesto autore che tanto sapeva

scuotere le intime fibre dell'esser suo, ella non aveva pensato neppur

mai. Che fosse vicino o lontano, di queste o di quelle sembianze,

dell'una o dell'altra età; non erale venuto in mente nemmanco che ciò la

potesse interessare. Non nascondeva a nessuno la sua preferenza per

quelle musicali composizioni, e dopo i grandi maestri, di cui ella era

tanto buona esecutrice da intendere e sapere interpretare i concetti, a

sè medesima la non regalava altre suonate più che quelle dello

sconosciuto Francesco Benda.

Questo nome non erale nuovo pur tuttavia, perchè nel _Sacro cuore_,

ov'ella era stata allevata, una ragazza di famiglia borghese di tal nome

aveva passato alcun tempo: ma fra le due fanciulle, separate dal rango

sociale, non eravi stata molta accontagione, e in quei pochi mesi

durante cui Maria era rimasta nel collegio, appena se si erano

conosciute di vista se avevano scambiata qualche rara parola. Virginia

si ricordava tanto poco di questa sua compagna, di cui da oltre a due

anni non aveva inteso più nulla, che mai non le venne pure in capo il

pensiero che quel suo prediletto autore di composizioni musicali avesse

alcuna attinenza colla giovinetta, la quale per alcun tempo ella aveva

visto correre e saltare pei viali del giardino del convento.

Un giorno, quando rientrata in città dalla campagna, di tardo autunno,

Virginia trovavasi al corso delle carrozze che allora soleva farsi

dall'una alle tre pomeridiane sul viale dei platani, detto _viale del

re_. La bella giornata, lo splendido sole che attiepidiva la temperatura

avevano chiamato alla passeggiata tutto quanto contava allora Torino di

più elegante: carrozze di lusso con dame in assettature di sfarzo,

damerini colle spalline o col soprabito alla moda, a cavallo, formavano

un fiume smagliante di colori che scorreva lentamente nello stradone di

mezzo, mentre nei viali laterali, sotto i rami già assecchiti dei

platani, brulicava la folla della gente a piedi che ammirava curiosa

quegli sfoggi contesi alla mediocrità ed anco all'assenza delle sue

fortune.

Virginia era nella carrozza scoperta e in compagnia di una sua amica di

convento, la quale, maggiore di lei di alcuni anni, già erasi maritata.

Una frotta di giovani eleganti a cavallo passò rasente il legno: alcuno

di essi salutò e tutti salutarono.

— Hai tu visto, disse l'amica a Virginia, l'autore della bella romanza

il _Crepuscolo_?

— No: rispose la giovane; non lo conosco punto. E soggiunse con qualche

interesse: È egli passato?

— Sì, fra quei cavalieri.

Virginia staccò le spalle dai cuscini con un moto non privo di vivacità.

— Qual è di essi?

— Quell'alto, dai baffetti biondi, che cavalca quel bel morello così

pien di fuoco.

Virginia si volse indietro non senza premurosa curiosità. La carrozza

andava lentamente e i cavalieri camminavan di passo; a pochi metri

distante ella vide il giovane additatole, rattenute le briglie del

cavallo, volto verso la carrozza in cui ella era, lanciando su di lei

uno sguardo che era più e meglio che di ammirazione. Gli occhi de'

giovani s'incontrarono: quelli di lui furono corsi da un baleno, le

pupille di lei si chinarono ratte, ed essa volse tostamente il capo,

mentre un lieve rossore le saliva alle guancie.

Non era stato che un attimo: ma pur tuttavia la fanciulla aveva potuto

scorgere la bellezza dei lineamenti di quel viso franco e giovanile, la

bellezza dell'espressione di quello sguardo sincero, di quella

fisionomia aperta; aveva scorto la grazia della persona, la destrezza

del corpo nel cavalcare, tutto un acconcio complesso in cui si

contemperavano leggiadria e forza di forme; e questa è tal veduta che

non può dispiacere ad occhio nessuno di donna.

Ma v'era anche di più. Quell'avvenenza maschile non era la prima volta

che le si presentava dinanzi: l'adorazione di quello sguardo profondo

già più fiate ella se l'era trovata dinanzi, e senza volerlo n'era stata

alquanto preoccupata la sua mente. Superbia o indifferenza, o riserbo

che fosse, ella non s'era mai curata sino allora di sapere chi fosse

quel discreto che fin dall'inverno precedente in ogni pubblico ritrovo,

da lontano volgeva alla bellezza di lei un muto, modesto, ma pure

appassionato omaggio di sguardi. Ora, ad un tratto, ecco ch'e' le veniva

innanzi con un nome avvantaggiato d'una certa simpatica notorietà, col

merito d'un talento, a cui ella doveva tante dolci emozioni.

— Un bel giovane, non è vero? Disse a Virginia la sua amica.

Virginia mostrò non avere udito e parve tutta intenta a contemplare

l'abbigliamento d'una signora che passava.

Non se ne parlò dell'altro ed avreste detto che la nobile fanciulla non

pensava più menomamente a codesto. Ma così non era. Quando la carrozza

si incontrò nuovamente nella cavalcata dei giovani fra cui si trovava e

davvero spiccava primo per leggiadria Francesco, Virginia vide da

lontano la faccia simpatica e lo sguardo adorativo di lui, ma volse

altrove senz'affettazione il suo volto e credette di potere lasciar

trapassare l'elegante cavaliere, senza favorirlo altrimenti d'una

occhiata; ma quando egli fu proprio all'altezza della carrozza in cui

ella si trovava, fece corvettare il suo cavallo che parve inalberarsi e

imbizzarrire. La compagna di Virginia mandò una lieve esclamazione; la

giovane non ci potè reggere e si volse a guardare. Gli occhi loro

s'incontrarono nuovamente: poi egli raccolse le briglie, eccitò cogli

sproni il destriero che si slanciò avanti e passò. Fu un lampo; ma la

prima impressione ricevutane senza che Virginia punto se ne accorgesse,

era in lei ribadita.

— Quasi mi ha fatto paura: disse l'amica di Virginia sorridendo; ed ho

avuto torto, perchè il sig. Benda è uno dei più abili cavalieri della

nostra città.

Virginia non disse parola, ma dopo un momento di silenzio, domandò con

indifferenza quasi sbadata:

— Tu lo conosci di molto?

— Chi? Il signor Benda?

La ragazza fece col capo un cenno affermativo.

— Mio marito lo tratta con una certa famigliarità. Egli viene qualche

volta a casa nostra. Mi porta tutte le nuove composizioni che fa, e me

le suona egli stesso. Se tu le udissi eseguite da lui, quelle coserelle

acquistano ancora maggior valore. Sa dare loro un'espressione, un

sentimento!... È un buonissimo musico, ti assicuro... To, un giorno o

l'altro, se ti piace, te lo voglio far sentire.

— Mi farai piacere; rispose tranquillamente Virginia.

Quel giorno medesimo, venuto il vespro, la nobile ragazza, rinchiusasi

nel suo salottino, dove stava il gravicembalo su cui soleva studiare e

da cui cercare il diletto di qualche ora della sua giornata, suonava con

nuovo e maggior sentimento la romanza il _Crepuscolo_. La notte era

mezzo caduta, e Virginia non aveva voluto alcuna luce. Regnava in quella

stanza lo scuriccio d'una sera quasi invernale. Le bianche mani della

ragazza correvano con tutta agevolezza sui tasti a suscitarne quella

melodia ch'ella sapeva a memoria, ed una languida dolcezza, maggiore

d'ogni altra volta, pareva col suono di quelle note invadere l'anima e

la fantasia della leggiadra suonatrice. In mezzo alle varie e vaghe

immagini che, come di solito, venivano ad aleggiare intorno a lei, una

le si presentava nuova, e più precisa e più spiccata: quella d'un

aitante cavaliero di aggraziate forme e sembianze, del quale parevale

scorgere in quel buio la fiamma dello sguardo.

L'amica di Virginia mantenne la sua parola; ed un giorno fece in modo

che nel suo salotto la nipote del marchese di Baldissero si trovò

insieme col figliuolo dell'industriale Benda. Questi fu modesto, di

tratti forbiti, non timido ma riserbato, e nelle indifferenti parole che

scambiò con Virginia, seppe essere gentile senza volgarità nessuna.

Suonò eccellentemente: poche delle sue composizioni, alcune dei grandi

maestri, alle quali seppe dare sì acconcia espressione che più d'una

volta Virginia sentì batterle più vivamente il cuore e inumidirsele gli

occhi. Quando e' fu partito, la stessa orgogliosissima marchesa di

Baldissero confessò che l'avvocato Benda era un giovane degno _du

meilleur monde_; però soggiunse con quell'altezzoso cipiglio che le era

naturale:

— Ma gli è figlio d'un _petit bourgeois_, un bottegaio, un fabbricante o

qualche cosa di simile.

Virginia si sentì arrossire, si chinò sul pianoforte presso cui si

trovava e da cui il giovane s'era alzato poco stante, e si diede a

sfogliare un quaderno di musica.

— Io lo ricevo come un artista di buone maniere: disse la padrona di

casa, quasi volendo scusare la presenza di quell'intruso nel suo

salotto.

Una certa conoscenza si stabilì fra l'avvocato artista e la famiglia

Baldissero, non tanta che permettesse al giovane di presentarsi come

visitatore nelle sale del palazzo del marchese, ma tale da poter

salutare le signore quando le trovasse per istrada, da parlar con esse

allorchè s'incontravano in qualche pubblico convegno, da visitarle in

palchetto a teatro.

Virginia e Francesco avevano parlato rare volte insieme e sempre di cose

le più indifferenti; ma pure nei loro colloquii avevano avvertita una

certa corrente di simpatia che li assembrava, per cui spesse volte le

idee dell'uno erano quelle dell'altra, e la fanciulla soprattutto non

aveva potuto a meno di notare una certa contenuta emozione che vibrava

nella voce del giovane quando a lei dirigeva la parola. Francesco da

canto suo non aveva potuto osservar nulla in lei che valesse a dargli

l'incoraggiamento d'una menoma speranza a quella passione che oramai lo

possedeva tutto e che non poteva più nascondere; ma tuttavia la

gentilezza con cui la nobile donzella lo accoglieva, parevagli talvolta

alquanto maggiore e più cordiale di quella ch'essa soleva usare con

tutti. L'incidente intravvenuto al ballo dell'Accademia filarmonica,

mercè il turbamento che le pose nell'animo, apprese alla titolata

ragazza che quel giovane borghese erale più caro di quanto ella si

sarebbe pensato, di quanto avrebbe voluto.

Virginia, tornata a casa, non potè trovare il menomo riposo. Alla mente

non le soccorreva alcun mezzo da poter impedire il duello imminente; e

lasciarlo compirsi le sembrava una gran colpa. Sapeva che, avesse anche

tutto confidato allo zio, questi, colle sue idee delicatissime in punto

ad onore, si sarebbe guardato bene dal muovere pure un dito per

distogliere suo figlio da uno scontro stabilito, foss'egli il

provocatore o il provocato. Accolse persino un momento la matta idea di

scrivere essa a Francesco, pregandolo a non dar seguito alla sfida: ma

poi capiva che quest'atto imprudentissimo e non conveniente in lei non

avrebbe nulla rimediato, perchè il giovane non l'avrebbe di sicuro

obbedita, e quando avesse ottemperato alla sua preghiera, ella sentiva

che glie ne avrebbe diminuita la stima. L'oltraggio era veramente tale

che un uomo non lo deve a niun modo tollerare: la si sdegnava, a questo

pensiero, contro suo cugino, il quale aveva commesso atto sì villano: e

si diceva che, secondo le regole di buona giustizia, a lui in un

giudizio di Dio, qual era il duello, avrebbe dovuta toccare la

punizione: poi tosto inorridiva di questo suo pensiero e se ne accusava

come di un gravissimo fallo.

Quando, suonato perchè a lei venisse la cameriera, questa venne a dirle

come e con quali parole ed aspetto Paolina erasi presentata al palazzo a

domandare di lei, Virginia, secondo quello che ho già detto, sentì un

impulso vivissimo a recar subito e di persona conforto a quella misera;

chiamò a sè la governante che soleva accompagnarla ogni qual volta ella

desiderasse uscire senza la zia (e in ciò le si lasciava una certa

libertà) fece attelare la carrozza e venne, come abbiam visto, alla

soffitta del proletario Andrea.

— Oh ch'Ella sia benedetta! Dicevale Paolina, prendendo fra le sue la

mano inguantata della marchesina e baciandola con fervore di

riconoscenza. Sì che la sua visita mi fa bene all'anima ed anco alla

salute.

Poi tosto la povera donna sentì che quest'entusiasmo di gratitudine

verso colei che in quell'occasione non aveva ancora fattole altro

benefizio che di mostrare in mezzo a quella squallidezza lo splendore

della sua avvenenza, poteva sembrare un immeritato oblio, un manco verso

quella pietosa che già avevala più efficacemente soccorsa; laonde

facendo scorrere il suo sguardo verso Maria, la quale si teneva in

disparte, ammirando sinceramente la bellezza della sua antica compagna

di collegio, Paolina soggiunse:

— Ah! ce n'è ancora di anime d'oro sulla terra; e la Provvidenza ha

voluto, nell'eccesso della nostra miseria, mandarcene due.

— Sì: proruppe in quella Andrea colla sua voce rauca e commossa: due

angioli.

Virginia si volse vivacemente verso la sorella di Francesco.

— E il merito è tutto di chi venne per primo: diss'ella con infinita

grazia, facendo un passo verso Maria.

Quest'essa, quasi abbacinata da quell'aspetto, chinò gli occhi, arrossì

e non seppe rispondere che con una riverenza.

Virginia fermò il suo sguardo limpido ed espressivo sulle graziose

sembianze di Maria. Riconobbe che esse non erano nuove per lei, e ad un

tratto ricordò dove le avesse viste e qual nome portasse chi le aveva.

Di botto ella non ebbe più il menomo dubbio che a quel giovane, per la

cui sorte in quel momento ella era in pena, fosse congiunta la fanciulla

che le stava dinanzi. Per moto irriflessivo, fece vivamente alcuni passi

verso Maria, e disse con accento vibrato, come impresso di subita

emozione:

— Ma noi ci conosciamo, s'io non m'inganno. Non fu ella nel _Sacro

Cuore_?

— Sì: rispose Maria a cui questo riconoscimento con voce ed espressione

così cordiali della marchesina produceva un aggradevol sentimento, quasi

di gratitudine.

— Madamigella Benda, non è vero?

— Per l'appunto.

Gli occhi di Virginia balenarono d'un lampo di vero affetto; le sue mani

si tesero tuttedue verso Maria che si affrettò a stringerle con

affettuosa effusione.

— Con quanto piacere la rivedo! Ogni qual volta mi avviene di trovare

alcuna compagna di quel tempo è per me una festa.

Maria non si domandò neppure come avvenisse che essa, a cui nel convento

la marchesina non aveva badato più che tanto ed appena era se

avesse parlato due o tre volte, ora destasse sì viva emozione

nell'aristocratica donzella; ma, buona ed innocente com'ella era, si

commosse per quell'accoglienza, e partecipò di vero cuore a quel

sentimento quasi di tenerezza che si adombrava nelle parole e nel

contegno della sua antica compagna.

— Anche per me: disse Maria un po' confusa; gli è un piacere... Io

veramente sono stata così poco tempo in quel collegio... Ero d'altronde

così bambina ancora!... Ho avuto pochi rapporti con Lei; ma tuttavia

ricordo che fra le _grandi_ Ella era una delle più graziose verso noi

piccole, e mi ricordo sopratutto che la ammiravo già come prima e

migliore di tutte in tutto.

Virginia sorrise con modestia.

— Ella mi vuole insuperbire.

— Oh no: proruppe Maria con quella sua schietta e irriflessiva vivacità;

no, perchè a me non piacciono i superbi.

— Ed ha perfettamente ragione: disse graziosamente la marchesina.

Tacque un istante, e parve cercare una transizione affine di passare a

dir cosa che le importava e per cui non sapeva troppo come cominciare;

poi decisasi ad un tratto, disse sollecitamente, non senza arrossire un

pochino:

— Ella è parente, s'io non erro, del sig. Benda, che scrive così

graziose composizioni musicali?

— È mio fratello: rispose Maria con ingenuo orgoglio.

— Ah!...

Virginia esitò un momentino; poi con leggerezza d'accento che un

osservatore avrebbe conosciuta un po' forzata:

— L'ho veduto questa notte al ballo della _Filarmonica_..... che fu in

verità uno stupendo ballo..... Suo fratello le avrà detto quanta folla

ci fosse...

— Mio fratello non mi ha dello nulla: interruppe Maria sorridendo:

perchè quando sono uscita di casa egli dormiva ancora della grossa.

La marchesina mandò un'esclamazione quasi di gioia, e prese vivamente la

destra di Maria.

— Dormiva? Davvero! Ella è certa che suo fratello non fosse uscito di

casa?

La sorella di Francesco guardò tutto stupita in volto alla sua antica

compagna.

— Altro che certa; rispose. La mamma mi fece parlare e camminar piano

tutta la mattina, per non disturbare sor Francesco.

Virginia mandò un sospiro che pareva la manifestazione d'un sollievo

sopravvenuto all'anima oppressa, e i suoi occhi lampeggiarono

lietamente.

Ma Bastiano che aveva udito il colloquio, si fece avanti in quella con

aria tra impacciata e tra inquieta e disse:

— Scusi, madamigella, mi rincresce contraddirla; ma il fatto gli è che

sor Francesco è uscito quando era appena l'alba..... e mi aveva un

aspetto diverso dal solito che mi diede molto da pensare.

Virginia lasciò andare la mano di Maria e divenne pallida; Maria si

volse vivacemente verso il portinaio:

— Francesco è uscito all'alba?

— Sì signora. Vennero due giovani a prenderlo, e partì con essi nella

carrozza di uno di quei signori.

— Ah mio Dio! Esclamò la marchesina, impalliditasi ancora di più.

— Che vuol dir ciò? Chiese Maria, la quale si accorse del turbamento di

Virginia. Qualche pericolo minaccia forse mio fratello?..... Ed Ella lo

sa!... Oh per amor del cielo mi dica tutto.

— No, non so nulla: incominciò per rispondere la marchesina: ma poi non

essendo ella affatto capace di mentire, inoltre avvisando essere assai

miglior consiglio il prevenire quella famiglia d'una disgrazia che

poteva colpirla, che a quel momento forse l'aveva già colpita, soggiunse

subitamente con voce affrettata: ebbene sì, il caso ha voluto ch'io

apprendessi una cosa che riguarda suo fratello. Se egli è uscito così

per tempo di casa... molto probabilmente... gli è per andare a battersi.

Maria gettò un grido di spavento e divenne pallida a sua volta come un

cencio.

— Battersi! Povero Francesco! Povera mamma!... O mio Dio! Ma come è ciò

possibile?

— Ah! Ben me n'ero accorto che c'era qualche cosa di sospetto: esclamò

Bastiano.

— Che cosa fare? Diceva Maria fuor di sè, tutto tremante. Come

impedirlo? Dove andare?...

Virginia voleva tranquillare alquanto lo sgomento della giovanetta, ma

era troppo turbata ancor essa per valerci a ritrovare ragioni che

bastassero.

— Andiamo a casa: interruppe ad un tratto Maria: oh la mia povera mamma!

Ch'io vada presso di lei...

La marchesina le prese di nuovo tuttedue le mani.

— Coraggio! Diss'ella con voce piena di emozione e d'affetto.

La sorella di Francesco, vinta dalla tenerezza, si lasciò andare sul

seno e tra le braccia della nobile sua nuova amica scoppiando in pianto.

— Ah! se ci uccidono mio fratello, uccidono anche la mamma.

— Coraggio! Ripetè Virginia colla sua dolcissima voce; e stringendo fra

le sue braccia la figliuola dell'industriale, ne baciò con affetto quasi

protettore la fronte.

Il dolore e lo sgomento comuni avevano in quel punto distrutta ogni

distanza che gli ordini o, per dir meglio, i pregiudizi sociali ponevano

fra quelle due anime pietose ed elette.

Nel partire affrettata, Maria si fermò pur tuttavia innanzi al giaciglio

di Paolina.

— Non vi dimenticherò nulla meno: diss'ella: e voi pregate per noi,

pregate per Francesco...

Un singhiozzo le ruppe la parola.

— Ah madamigella! esclamò Paolina: con quanto fervore noi pregheremo per

tutti loro!..... E non tema di male, no... Essi sono misericordiosi

verso la povera gente, e il buon Gesù sarà misericordioso verso di loro.

— Dio vi ascolti! disse Maria asciugandosi gli occhi, e fatto un ultimo

cenno di saluto a Virginia, sparì fuor della porta, seguìta da Bastiano.

Volò letteralmente giù delle scale, e salita in fretta nella carrozza

che aspettava alla porta di strada, raccomandò a Bastiano con tronche

parole che facesse dal cocchiere affrettare la corsa dei cavalli.

In dieci minuti la carrozza giungeva all'officina, e Maria correndo

sopra nell'appartamento, trovava già la povera signora Teresa piena

l'anima di sgomenti e di paure.

La plebe, parte II · 第 12 / 37 题