CAPITOLO III.

Andrea si era lasciato condurre a casa dalla moglie, la quale ne aveva

dovuto faticosamente sorreggere il passo barcollante. L'aria aperta e il

freddo vento della notte avevano giovato alquanto a rischiarare

all'ubbriaco la mente dai fumi del vino, e due idee le stavano innanzi

precise e distinte: quella de' suoi figliuoli e della moglie che

pativano, e quella dei torti ch'egli aveva verso di loro; onde

barellando nel suo camminare sostenuto alla moglie, di tratto in tratto

sparava una bestemmia, mandava un singhiozzo, faceva un atto di

disperazione e borbottava colla lingua grossa ed impacciata:

— I miei figli!... Pane ai miei figli!... Sono un miserabile!

Così camminando, stiracchiato, a scossoni, a zigzag, fermandosi ogni

tratto, in un tempo triplo di quel che sarebbe occorso, giunsero pur

finalmente alla casa che abitavano, la quale, come sappiamo già, era una

di quelle possedute da messer Nariccia il bigotto usuraio, e quella

appunto in cui abitava egli stesso, e in cui Maurilio aveva passati quei

tristi giorni che gli abbiamo udito narrare a Giovanni Selva.

Il signor Nariccia era troppo avaro per rischiarare pur d'un lumicino

l'andito e le scale della casa e approfittava dell'incuria municipale,

che a quel tempo non imponeva siffatto obbligo ai padroni, per lasciar

rompere il naso ai suoi inquilini finchè l'abitudine li avesse

guarentiti contro tale pericolo.

Urtando qua e là colle spalle nelle cantonate, coi piedi negli scalini,

colla testa negli spigoli delle pareti, guidato, tirato, sorretto dalla

moglie, Andrea era oramai pervenuto al terzo piano vociferando le più

salate bestemmie di questo mondo, fra cui ricorreva sempre il

ritornello: I miei figli, sono un miserabile.

Giusto al terzo piano, l'ubbriaco inciampò, e la moglie, troppo debole

per sostenerlo, non potè impedire ch'egli andasse a battere con tutto il

peso della sua abbandonata persona, contro un uscio, il quale suonò come

percosso da una catapulta.

E qui dalla bocca di Andrea irritato giù una filza di bestemmie e

d'imprecazioni.

— Accidenti al padrone di casa!.... Che il diavolo si porti quel ladro

avaro, sanguisuga della onesta gente, che non mette manco la miseria di

un lumino su questa sua scala maledetta di questa casa del demonio che

vorrei profondasse fino giù al fin fondo dell'inferno!...

Paolina aveva bel dire: — Zitto, zitto Andrea, non dir così, vieni,

andiamo su: — ed aveva bel tirarlo pel braccio; l'ubbriaco non si

muoveva di un punto e gridava ancora più forte.

Ora quell'uscio contro cui il marito di Paolina era precipitato con

tanto impeto, metteva niente meno che nel quartiere abitato da Nariccia

medesimo; ed ecco — vista tremenda per Paolina — aprirsi in quella

l'uscio fatale e comparire il signor Nariccia in persona con una lucerna

in mano.

— Che cos'è questo chiasso? Cominciò egli a dire con tutta la severa

imponenza di cui era capace. Che cos'è questa temerità di percuotere in

tal modo contro l'uscio della mia abitazione? Che cosa sono queste

sconcie impertinenze che andate sbraitando?

Paolina volle dire alcune parole di scusa.

— È inutile che cerchiate di negare; ho udito tutto, e se non fosse del

debito che ho di buon cristiano di perdonare, ve la vorrei far pagare

cara e salata...

Andrea era rimasto sovraccolto al primo apparirgli del padron di casa;

ma poi tosto, ripigliando quella certa famigliarità che hanno con

chicchessia gli ubbriachi, diceva a sua volta:

— Scusi.... Perdoni..... sa! Quello che ho detto, l'ho detto.....

ecco..... perchè..... corpo d'un accidente..... gli è la verità.....

— Vieni, vieni: s'affrettava ad interrompere Paolina. Non teniamo qui

dell'altro il signor Nariccia a questo freddo.

— Lasciami stare: rispondeva Andrea, respingendo la mano della moglie:

voglio parlare..... voglio spiegarmi..... Ecco! Qui è maledettamente

scuro come in una caverna dì briganti..... non fo per dire.... Non ci si

vede la punta del proprio naso.

E Paolina a soggiungere:

— Non abbiamo urtato apposta nel suo uscio; mio marito s'è inciampato

e.....

— Ecco! Interrompeva l'ubbriaco. Mi sono inciampato. Non è già ch'io non

istia ritto sulle mie gambe..... Tutt'altro! Sfido qualunque, io!...

Sono un miserabile..... sì, va bene... ma non sono punto ubbriaco.....

Dunque se ho risicato di rompermi la cassa de' corni contro i chiovoni

di ferro di quel maledetto uscio lì, non l'ho fatto apposta..... Sono un

miserabile, è vero, ma non l'ho fatto apposta... Ecco!

— Apposta o non apposta: interruppe bruscamente Nariccia; a me poco

importa. Del resto opportunamente mi venite innanzi, chè ho da parlarvi,

e giusto pochi momenti sono mi son preso l'incomodo di salire fino alla

vostra soffitta. E ciò che ho da dirvi, è detto in due parole. Voi mi

dovete sei mesi d'affitto: o pagatemeli domani, o doman sera dormirete

in altra casa e non più certo nella mia.

Andrea e Paolina rimasero sbalorditi.

— Gesummaria! Esclamò la donna stringendo le mani e levandole

supplichevolmente verso il padrone di casa. Oh buon signore, abbia

compassione di noi!..

Ma Nariccia fulminando d'uno sguardo velenoso la povera donna col destro

de' suoi occhi birci, mentre col sinistro saettava l'oscurità del vuoto

della scala, interruppe fieramente:

— Io non sono un buon signore, io! Sono un ladro, un avaro, una

sanguisuga dell'onesta gente. L'avete gridato voi....

— Signore....

— L'ha gridato vostro marito.

— S'accerti....

— Niente. Non voglio sentir più nulla, non voglio dir più niente. Avete

udita la mia volontà. Basta!

E richiuse con fragore l'uscio ferrato, dietro il quale si sentì il

rumore dei chiavistelli ch'egli tirava e dei catenacci che faceva andare

a posto.

— Ah cane d'un cane peggiore d'ogni cane: si diede ad urlare Andrea

scaraventando con tutta la sua forza dei pugni contro le imposte

dell'uscio, saldo come macigno. Gli è così che si tratta la povera

gente? Sulla strada e' ci vuol mettere.... Accidenti! Sulla strada i

miei figli.... Sciagurato! Che sì che se ti prendo per quel cravattino

bianco.... forca e tenaglie!... ti faccio schizzar fuori quegli occhi

guerci....

La moglie lo pregava a tacere, a venir via di lì, lo tirava con tutta la

sua forza, gli tappava colla sua mano la bocca; ma l'ubbriaco

resistendo, aggrappandosi al muro, puntando i piedi al suolo seguitava

pur tuttavia a gridare colla voce rauca, avvinazzata, di cose parecchie.

— Sono un miserabile io, sì, è giusto... Ma mia moglie, giuraddio!... ma

i miei figli, sacramento!... Cacciarmeli sulla strada? Oh no, oh no, oh

no!

E giù nuovi pugni contro l'uscio e nuove imprecazioni contro il padron

di casa.

La moglie riuscì pur finalmente a levarlo di lì; e contrastando,

inciampando, borbottando, Andrea pervenne alla fine sin nella soffitta

abitata dalla miserissima famiglia. Là dentro regnavano un'oscurità non

rotta che dal riflesso bianco della neve sui tetti vicini ed un silenzio

che pareva di tomba. I bambini, dopo aver aspettato, dopo aver pianto,

dopo aver chiamato invano durante l'assenza prolungatasi della madre,

avevano ceduto alla debolezza della età e del digiuno, e s'erano

addormentati. L'occhio di Paolina, esercitato a quella tenebrìa, li

vide, appena fu essa entrata, giacere tutti quattro sul loro strammazzo,

l'uno accosto all'altro, come raccolti in un gomitolo, scaldandosi a

vicenda e sorreggendosi, le piccole testine reclinate come fiori

appassiti, le gambe ripiegate, immobili come tanti piccoli cadaveri.

La povera madre trasse un sospiro e benedisse in cuor suo la pietà del

Signore; dormendo, i bambini almanco non sentivano più il tormento della

fame. Oh! avessero potuto dormir così tutta notte, fino a che il domani

ella fosse riuscita a procacciarsi un po' di pane per essi! Come

avrebb'ella ottenuto codesto? Non lo sapeva, ma confidava nella Madonna,

confidava nell'efficacia di quelle preghiere in cui avrebbe consumata

tutta la notte.

Ma sperare che i bambini potessero non venir desti era un fare i conti

senza l'oste, o per dir meglio senza l'ubbriaco.

Andrea, sempre barcollante, cominciò per urtar malamente in un zoppo

trespolino che trovavasi fra i pochissimi e poverissimi mobili ond'era

composta la masserizia di quella soffitta, e quindi giù una filza di

bestemmie a sfogo del suo dispetto.

— Accendi il lume, Paolina, gridava il marito: oh che io ho da camminare

allo scuro come i gatti?

— Il lume? Rispose la donna con doloroso accento, pure ammorzando il

suon della voce. Non ce no ho di lume.

— Che? Non ce ne hai?

— No, nè olio, nè candela.

— Vanne a prendere.

Paolina mandò un sospiro che somigliava ad un gemito.

— Se avessi qualche denaro avrei comprato del pane pei nostri figli che

dormono digiuni da questa mattina.

L'ubbriaco portò le mani con atto macchinale alle tasche del panciotto,

che sapeva vuote pur troppo.

— E non ho manco un soldo da darti! Si mise a gridare, cacciando un

pugno a quel trespolo contro cui aveva urtato, ed al quale ora

sorreggevasi. Oh! sono un miserabile!...

— Taci, taci: disse la donna: non isvegliare almanco i bambini.....

Ma il male era già fatto. I figliuoli al rumore avevano aperto gli

occhi, ed a quell'incerto barlume vedendo le ombre di due persone,

sollevandosi sul misero giaciglio, intirizziti dal freddo, si posero a

dire tutti insieme colla voce piagnolosa:

— Sei tu, babbo, sei tu, mamma? Ci avete portato da mangiare?

— Ho fame, ho tanta fame.

— Mamma, mamma, sono tutto ingranchito..... Ho male.... ho fame....

E il più piccino, senza formar parola, ricorse tosto al più eloquente

linguaggio del pianto, nel quale tosto tosto gli tennero bordone anco

gli altri.

Paolina fu presso di loro sollecita, carezzevole, amorosa ad acchetarli,

a dir loro fra i baci tante ragioni per cui dovessero aver pazienza e

dormire tranquilli per allora e che era troppo tardi in quel momento per

trovar da comprar cibo, e che al domattina avrebbero avuto di sicuro

pane e companatico e tante tante leccornie. Ma sì! ventre affamato non

ha punto orecchi, dicono i Francesi, e i bambini seguitavano a

domandare, piangere e strillare della più bella.

Andrea piantato a mezzo la soffitta si dava sempre più del miserabile a

piena bocca e dei pugni nella testa a piene mani.

La povera madre, mercè le buone parole e le carezze, la stanchezza loro

aiutando, riuscì pur finalmente a far azzittire i bimbi che ricaddero in

un sonno di abbattimento da chiamarsi quasi torpore; allora essa li

ricopri il meglio che le venne fatto con tutti quei pochi panni che

rimanevano alla loro miseria, affinchè sentissero meno il freddo di

quella notte invernale, e si rivolse ad acchetare eziandio il marito che

continuava a strapazzarsi coi più fieri oltraggi.

— Andrea, gli disse, a qual punto siamo ridotti tu il vedi.....

— Non parlarmi, non dirmi nulla, interruppe egli in cui sotto l'emozione

l'ebrietà andava alquanto dileguandosi. Tu non puoi movermi rampogna che

io non me ne faccia di peggiori.

— Nè io te ne farò pure alcuna. Te l'ho detto che non avrei pronunziato

un rimprovero..... Non è questo che ti voglio dire. Voglio anzi che tu

stesso ti calmi e prenda riposo perchè ne abbisogni, e domani, a mente

più fredda, penseremo ai casi nostri; e se tu, pentito come ti mostri,

avrai proprio fondato il proponimento di mutar vita e di tornare quello

che eri una volta, io benedirò il Signore e la Madonna della Consolata

che ci avranno fatta la più bella grazia che potessimo invocare.

Lo prese amorosamente alle braccia, e con dolce violenza lo spinse verso

lo strammazzo che loro serviva da letto. Andrea riluttò debolmente e

borbottando, bofonchiando, esclamando, gemendo si lasciò coricare, e

dieci minuti non erano passati che, intorpidito dai vapori del vino,

egli faceva suonar la soffitta del suo robusto russare.

Il marito e i figliuoli di Paolina dormivano; ma non dormiva essa, la

povera donna. Non prese nemmanco posto sullo strammazzo; ben sapeva che

il sonno non sarebbe venuto alle sue pupille stanche, inaridite, quasi

direi consumate dal pianto. Accoccolata presso il giaciglio dei suoi

figliuoli, stette lì intirizzita, tremando, battendo i denti tutta

quella ghiaccia notte d'inverno. E non era il freddo soltanto a

tormentare quel povero corpo! L'infermità che in lei avevano prodotto le

privazioni, gli affanni d'ogni fatta le veniva, quasi potrebbe dirsi ora

per ora, consumando la vita. Il colpo che quella sera medesima il marito

ubbriaco le aveva dato nel petto, avevale accresciuto il dolore e

l'affanno del respiro e la tosse penosa. A volta a volta sentiva sotto

l'impeto di questa tosse il suo debole stomaco contrarsi in tale spasimo

che pareva volesse scoppiare; e l'infelice se lo comprimeva colle mani

gelate e convulse. E ancora a quei momenti l'assaliva il timore che la

sua tosse così forte giungesse a svegliare i bambini, e quindi a

richiamarli al sentimento del loro bisogno che non si poteva soddisfare,

alle lamentazioni ed al pianto. Si sforzava perciò a frenarla quella

penosissima tosse, e non poteva, e ad altro non riusciva che ad

accrescere il proprio soffrire.

E non era nulla ancora il patimento fisico appetto a quello morale

ond'era travagliala l'anima sua! Come provvedersi il giorno di poi da

sfamare i figli suoi? E se ciò non avesse conseguito, che sarebbe stato

di loro? O Dio! Essa vedeva il pallido spettro della fame tendere sulle

bionde teste de' suoi piccini l'adunco artiglio. Avrebb'ella dunque

dovuto vederli morire? E col padrone di casa come la si aggiustava? In

che modo procacciarsi da soddisfarlo? Che cosa escogitare da commuovere

quelle ferree viscere da usuraio? Nella sua fantasia delirante, con

acuto spasimo nel cervello, che pareva il tagliuzzio di finissime

lancette, si formava l'immagine di quello che sarebbe avvenuto. Ella

vedeva se stessa e i suoi figli abbandonati sulla via, senza tetto,

sopra il cumulo della neve, e soffiando sulle loro membra appena se

ricoperte, sulle loro carni allividite, soffiando con aspra intensità il

rovaio.

Di sè poco le importava: oh! se essa sola avesse potuto soffrire, e con

ciò togliere a quei tormenti i figli, la carne della sua carne!... Ma

gli era questi esseri supremamente diletti ch'ella vedeva contorcersi

nel dolore, che udiva gemicolare nell'agonia!.....

Donne felici e liete di beltà e di ricchezza, che siete nate e vivete

nel prospero ambiente degli agi; mogli e figliuole di arricchiti, a cui

le avventurate speculazioni del marito e del padre mettono in potere le

enormi somme che vi costano i vostri abiti, le vostre trine, i vostri

scialli, i vostri diamanti; non pensate voi mai, in mezzo al tripudio

d'una festa, che in quello stesso momento forse — e senza forse —

qualche povera madre in una diserta soffitta piange e s'affanna per non

aver pane da dare ai suoi figli, per non aver calore da sgranchirne i

gracili corpi, per non avere un obolo che ne assicuri il domani?

Oh! pensateci qualche volta!

Ma un'altra immagine eziandio appariva alla fantasia o, dirò meglio,

alla memoria dell'infelice, una lieta immagine, ma pur tuttavia non

meno, anzi forse più dolorosa ancora della prima: la visione della

quieta felicità d'un tempo, ora da parecchi anni perduta. Paolina

rivedeva se stessa ricca dell'amore, dell'onestà, dell'abile lavoro di

suo marito, felicemente orgogliosa de' primi suoi nati; allora il fiore

della salute rallegrava le sue fresche guancie, ed anco il fior della

bellezza, s'ella aveva da credere allo specchio ed agli sguardi ed alle

susurrate parole con cui la salutavano sul suo passaggio i giovani

signori ch'ella non curava; allora la sua mite anima non sapeva che cosa

fosse amarezza e il suo sorriso e la sua canzone erano i più allegri del

mondo. La si rivedeva al cader del giorno seduta presso la finestra

della pulita cameretta, dar gli ultimi punti nel suo cucito, aspettando

il ritorno di Andrea, e cullando col piede il bambino — fresco, roseo

che pareva un amorino. Poi Andrea rientrava; il lavoro era finito anche

per lei, i panni si gettavano in tutta fretta nella cesta, ed ella

scattando da sedere si slanciava al collo di lui a dargliene il bacio

del ritorno. Il marito divideva i suoi baci fra lei e il figliuolo: poi

questo nutrito del latte materno si riaddormentava sorridente in mezzo a

loro....

E quei tempi erano iti, e non sarebbero tornati mai più!

Paolina ricordò Marcaccio, il tristo amico d'Andrea, che era venuto a

tôrre quest'ultimo ai suoi più sacri doveri, e un odio immenso assalse

quella povera anima infelice.

Lunga, tremendamente lunga fu quella fredda notte insonne alla moglie di

Andrea; ma pur finalmente ebbe fine ancor essa. Appena un po' di luce

diurna si fu messa in quella nuda soffitta pei cristalli della finestra,

molti dei quali erano sostituiti da fogli di carta, Paolina svegliò il

marito che dormiva tuttora del sonno pesante dell'ebbrezza. I bambini

dormivano eziandio, aggruppati ancora tutti insieme, per riscalducciarsi

l'un l'altro sotto i diversi panni che la madre aveva rammontati su di

loro. Erano pallidi pallidi e livide avevano le occhiaie affondate in

cui stavan chiuse le palpebre; e quella dubbia luce del crepuscolo e il

biancolastro riflesso della neve dai tetti circostanti accrescevano

ancora quel pallore e quella lividezza. L'aspetto loro era tale da

serrare il cuore d'un estraneo non che d'una madre.

Andrea, svegliato, si stirò, mandò un'esclamazione che si convertì in

isbadiglio, e levandosi a sedere di mala voglia sul suo strammazzo,

disse con lingua ancora impacciata per la cotta presa la sera innanzi:

— Che cosa c'è? È già dì?... Brrrr! Fa un freddo indemoniato questa

mattina..... Non hai tu più manco una scheggia di legna da fare un po'

di fiammata?

Paolina non rispose altrimenti che scuotendo desolatamente la testa.

— Ebbene, potevi lasciarmi dormire: riprese il marito con accento di

rimbrotto ed oscurandosi nell'aspetto: almanco non avrei sentito così

presto il freddo. Perchè svegliarsi? perchè alzarsi? Non ho dove andare

a lavorare io; meglio dormire. Potessi dormire per sempre!

— Più sottovoce: disse la moglie mestamente, pianamente, ma con un certo

accento di comando: più sottovoce per non destare i bambini. Loro sì che

bisogna lasciarli dormire, perchè non tornino da svegli a sentir la

fame, essi che non possono e a cui non tocca provvedere ai loro bisogni:

ma noi... noi che dobbiamo pensare e fare..... noi si conviene non

dormire.

— Ah! Esclamò Andrea recandosi le mani alla fronte, come per

raccogliervi le idee.

La memoria degli avvenimenti della sera innanzi glie ne tornò a quel

punto: ma le impressioni che egli ne aveva ricevute erano state così

annebbiate dai vapori dell'ebbrezza, ch'e' non sapeva se quelle erano

vaghe reminiscenze di sogni oppure ricordi veri di fatti.

— Che cos'è dunque avvenuto? Diss'egli quasi esitante. Aiutami un po' a

ricordarmene, Paolina. Ieri sono uscito di qua mezzo disperato per

andare a cercar lavoro e pane pei bambini.

— E non sei tornato più: disse amaramente la moglie: e noi abbiamo

passato eterne ore ad aspettarti invano, i piccini piangendo, io non

sapendo più a che santo votarmi per farli acchetare.

Un'ombra di confusione passò sulla fronte di Andrea.

— Che cosa vuoi? Riprese egli, non senza impaccio. Ho girato mezza città

per trovar lavoro; ho battuto a un centinaio di porte, e sempre

inutilmente. Ero disperato. Non osavo ricomparirvi dinanzi per dirvi:

non ho nulla, non ho trovato nulla, non vi ho portato nulla. Giravo

senza saper più dove batter del capo, quando ho trovato Marcaccio.

Una fiamma passò negli occhi di Paolina.

— Ed io, non vedendoti tornare, ho indovinato tutto: interruppe ella.

Quando la sera fu venuta corsi all'osteria di Pelone. Sapevo che mentre

noi spasimavamo qui, tu eri colà.....

— Paolina! Esclamò il marito con accento di profonda vergogna,

abbassando la testa.

La moglie si arrestò; guardò con occhio pietoso la vergogna del marito

ed ebbe la generosità di non dir più che queste parole:

— E là ti ho trovato.

Andrea allora ebbe come un barlume di memoria che nella taverna era

avvenuto qualche cosa fra sè e la moglie; gli tornò ad un tratto preciso

il ricordo del modo crudele con cui egli l'aveva trattata, del colpo

violento datole da lui, della caduta di essa. Levò gli occhi in volto a

Paolina, come per vedere in quello se ciò era vero. L'aspetto, lo

sguardo, il mesto sorriso medesimo cui abbozzarono le labbra scolorate

della donna gli dissero eloquentemente che sì. Non si parlarono in quel

punto, ma si compresero ambedue: eravi il più profondo pentimento

dall'una parte, il più generoso perdono dall'altra.

Andrea mandò un'esclamazione soffocata e nascose nelle sue mani la

faccia.

Paolina lo lasciò un istante alla sua meditazione; quindi, mettendogli

dolcemente una mano sulla spalla, riprese a parlare.

— Ma non è del ieri che dobbiamo ora occuparci, gli è dell'oggi che ci

si presenta più terribile che mai. Tu non hai mezzo alcuno nè speranza

alcuna di trovar lavoro e guadagni.....

Il marito scosse dolorosamente la testa.

— Ai bambini conviene assolutamente dar pane...

Andrea levò con impeto la testa, contratti spaventosamente i lineamenti

del viso.

— E l'avranno: esclamò egli: l'avranno..... dovessi rubarlo.

Paolina gli mise una mano sulla bocca.

— Oh taci!

Vi fu il silenzio d'un minuto; un penoso silenzio in cui non si udiva

che l'affannoso respiro della povera Paolina.

Fu questa a ravviare il discorso.

— Il padron di casa, diss'ella abbassando ancora la voce, ha minacciato

mandarci via se non gli paghiamo entr'oggi la pigione.

— Gli è dunque vero anche codesto? Esclamò Andrea, il quale erasi

lusingato sino allora di aver solamente sognata una sì brutta novella.

La moglie curvò il capo in segno di dolorosa affermazione.

— Alla croce di Dio! Proruppe l'uomo. Tu vedi bene che non c'è più

scampo alcuno per noi!

— Forse sì che c'è ancora: rispose Paolina. Ho pensato a codesto tutta

la notte, ed ho pregato Iddio, ho pregato tanto che spero non ci

mancherà il suo aiuto.

Andrea scosse le spalle in modo che dinotava nutrir egli assai poca

fiducia in quell'aiuto supremo.

— Il signor Nariccia, continuava la donna, è un uomo religioso.

— È un impostore.

— Ah! non giudichiamo male del prossimo. Pregandolo in nome di Gesù

Cristo, chi sa che non si pieghi a concederci un po' di respiro. Egli va

tutte le mattine al Carmine ad udire la prima messa detta da padre

Bonaventura, che è suo confessore, e che ha una grande influenza su di

lui. Ho pensato dunque d'andar io pure colà, di raccomandarmi a padre

Bonaventura di pregare lui messer Nariccia per le cinque piaghe ad

averci compassione.

— E fa pur così, poichè te n'è nata l'idea: disse il marito con tono di

scoraggiamento; ma non fondarci su molte speranze, chè il cuore di

messer Nariccia è di bronzo, e l'anima di quel gesuita è più nera della

sua sottana... Del resto poi, mettiamo pure che la tua Madonna del

Carmine faccia il miracolo d'intenerire quei sassi, sarebbe già molto,

ma ciò non darebbe ancora per oggi, nè per l'avvenire il pane ai nostri

figliuoli.

— Anche a ciò ho pensato. Dopo la messa del _Carmine_ andrò al palazzo

del marchese di Baldissero....

— Ah! il marchese; disse Andrea con esitazione. Egli ha protestato che

non ci avrebbe mai più dato soccorso nessuno.... Egli ti strapazzerà,

povera Paolina.... Egli ti dirà un mondo di male de' fatti miei.

— Il marchese è di cuore così generoso, che, non ostante tutte le sue

minaccie di non sovvenirci più in nulla, quando sapesse le tristi nostre

condizioni, pur tuttavia non mancherebbe di aiutarci. Ma però ho pensato

di non rivolgermi a lui..... Duole anche a me sentire a dir male de'

fatti tuoi... e non poterti difendere.... C'è in quella casa una

angelica creatura, la quale non può a meno d'aver pietà di noi:

madamigella Virginia; ed ho pensato di parlare a lei.

— Sì, sì: disse Andrea con vivace premura che provava quanto più gli

piacesse che se ne parlasse alla signorina che non allo zio marchese;

sì, rivolgiti a madamigella Virginia. Oh ella non ti respingerà di

sicuro. Anco se messer Nariccia non volesse menomamente cedere alle tue

preghiere, come son sicuro pur troppo che avverrà, da quella brava

signorina potrai avere, per poco che tu sappia fare, fin anco i denari

della pigione.

— Non ne dubito. Ma questo, anche succedendo, come speriamo, se ci trae

dalle tremende strette del momento, non ci salva ancora per l'avvenire.

— È vero: disse il marito con voce appena intelligibile, curvando più

basso di prima la testa.

— Codesta salute, per noi, continuava la donna, non può venirci da altri

che da te. Sei tu che hai da restituire nelle condizioni d'un tempo la

tua famiglia, tornando, come già un tempo, al lavoro.

Andrea non osò ancora levare il capo, nè lo sguardo verso sua moglie.

— Ma se di lavoro non posso trovarne a niun modo: diss'egli con voce

soffocata.

— Ne troveresti cambiando costumi. Sei tu ben deciso a cessare da questo

modo di vita che ha tratto a sì mal passo la tua famiglia?

— Oh sì: rispose il marito.

— Posso io sicuramente prometterlo per te?

— Certo.

— Ebbene, dopo che sarò stata al palazzo Baldissero, correrò

all'officina Benda.

— Ah! il sig. Benda è un uomo ostinato: mi ha già scacciato due volte

dai suoi lavoratoi, non mi riprenderà più la terza.

— Anche colà mi rivolgerò alle donne della casa. La moglie e la

figliuola del signor Benda sono due pietose creature ancor esse.

— Puoi provare: disse Andrea scoraggiatamente: e se riuscirai tanto

meglio.

— Non muoverti dunque di casa fin ch'io ritorni. Se i bambini si

svegliano, prometti loro che alla mia venuta avranno cibo. Di certo non

tornerò senza recare per essi del pane.

E avviluppatasi la testa in un misero fazzoletto, Paolina uscì

frettolosa che era l'alba appena.

La plebe, parte II · 第 10 / 37 题