CAPITOLO II.

Poco tempo dopo la uscita di Francesco, l'officina Benda era tutta in

moto, e si svegliava altresì la casa del proprietario di essa. Gli

operai avevano cominciato il lavoro, i tanti rumori delle diverse opere

s'intrecciavano e si confondevano in un rumor solo, gli alti camini de'

fornelli fumavano, le fiamme delle fucine si curvavano e strepitavano

candidissime al vento de' mantici che soffiavano con pesante raucedine,

la voce sonora d'alcuni lavoratori accompagnava col canto il batter de'

martelli sulle incudini, e su tutto questo seguitava a cadere lenta

lenta a larghe falde la neve.

Il signor Giacomo, il principale, secondo il solito è sceso un dei primi

nell'officina a dare gli ordini opportuni, a curare l'avviamento de'

lavori, a provvedere con intelligente prontezza intorno a quanto occorra

per la mattinata. È un uomo che passa i sessant'anni, ma forte e

robusto. La razza laboriosa e dura alle fatiche a cui appartiene, lo

stampo dell'uomo nato pel lavoro manuale che fu quello dei suoi

maggiori, si scorgono ancora in lui, mentre nel figliuolo, che ha il

vantaggio di costituire già una terza generazione in quella famiglia di

agiati, la cui ricchezza cominciò coll'opera dell'avolo, nel figliuolo,

dico, quello stampo e l'indizio della razza di proletario sono quasi

affatto scomparsi. Giacomo, giovane, lavorò ancora materialmente e

indefessamente sotto la vigilanza di suo padre che non era stato

tuttavia assalito dalla malattia moderna dell'ambizione di imbrancarsi

ad una più alta sfera sociale che la sua non fosse. L'abitudine

dell'operosità aveva in Giacomo lasciato svolgere molti de' germi fisici

e morali della sua natura originaria d'operaio: nel figliuolo invece,

l'educazione signorile e il frequentare la classe oziosa ed elegante,

hanno con un ambiente diverso prodotto altri gusti, altre qualità, altre

tendenze, quasi direi, altre forme esteriori altresì.

Giacomo è piuttosto basso di statura, grosso e tarchiato, ha una testa

voluminosa, colla fronte bassa e quadrata, e con una folta ed arruffata

capigliatura tutto grigia. Nel volto ha il colore acceso dei

temperamenti sanguigni, e l'aria franca e decisa d'un'indole generosa e

d'un carattere fermo; la forza della volontà gli si appalesa nello

sguardo sicuro, nelle linee nette ma non dure della bocca facilmente

dischiusa al riso. Cammina quasi sempre affrettato, come uomo spinto da

premurose bisogne, le spalle rotonde, il passo pesante, le mani in

tasca. Parla piuttosto volentieri, e, quando discorre della sua

industria, come di cosa che conosce a perfezione, parla con una certa

caldezza ed evidenza che non tornano disgradite; ma pur troppo non sa

nulla più in là delle cose del suo mestiere, e discorsi di arte,

letteratura e politica lo fanno sbadigliare. Veste ricchi panci senza

affettazione, anzi senza eleganza affatto: e le sue mani corte, tozze,

rugose, di color bruno, colle dita a punte quadrate, sono

irreconciliabili nemiche coi guanti.

Quella mattina in cui Francesco andò a battersi col marchesino di

Baldissero, adunque, il sig. Giacomo, fatta la sua solita comparsa e il

suo solito giro nell'officina, attraversava il cortile per rientrarsene

in casa, quando, alzato il viso vide dietro i cristalli d'una finestra

l'allegra faccia color di rosa d'una fanciulla sorridergli amorosamente

con cenno di saluto. Era sua figlia Maria, che, saltata giù allor allora

dal letto, tutto arruffata ancora le sue abbondevoli chiome di color

castano, veniva a contemplare il cader della neve coi suoi grandi

occhioni neri pieni di dolcezza e di giovanile allegria. La sorella di

Francesco non avrebbe potuto essere esaltata come un tipo di bellezza.

Le irregolarità delle sue fattezze erano troppe in faccia alla severa

esigenza delle regole estetiche. Nulla di men greco della sua fronte un

po' sporgente, del suo naso capriccioso, della sua bocca troppo larga,

de' suoi occhi troppo grandi; ma questa unione di difetti formava un

complesso graziosissimo a vedersi, a cui davano una simpatica

piacevolezza la liscia e rosata carnagione, il fiore della gioventù,

un'espressione indicibile di lieto umore e di bontà. Maria era la

vivacità incarnata della casa, e suo padre soleva chiamarla l'uccello

della famiglia; che infatti il suo frugolo e leggero correr di qua e di

là, e il suo allegro chiaccherare imperlato di risa poteva paragonarsi

al saltellare ed al cinguettìo d'un augelletto.

Vedendo suo padre traversare il cortile sotto il fioccar della neve,

Maria non si contentò di salutarlo col moto del capo e col sorriso; aprì

vivamente le invetrate e porse in fuori alla fredda brezza di quella

mattinata invernale il suo visino color delle rose e le sue labbra color

delle ciliegie.

— Buon giorno, _papalino_: gridò essa coll'accento petulantello d'un

beniamino: hai dormito bene?

Giacomo volle corrugare la sua fronte bassa per darsi un'aria di

severità e di malumore, cui non riuscì a prendere.

— Sei matta? Esclamò egli colla sua voce robusta. Vuoi prenderti un

raffreddore? Aprir la finestra ed esporsi all'aria con questa

temperatura! Dentro subito e chiudi più che in fretta.

La capricciosa ragazza scosse vezzosamente la testa da cui piovevano in

disordine le sue treccie ricchissime.

— Oibò! Sai bene, papà, che io non patisco nulla..... Guarda la bella

neve che vien giù!.... È un piacere il vederla..... Com'è tutto

bellamente bianco, pulito! Si direbbe che la natura ha fatto il bucato

ed ha steso sulla terra le lenzuola..... To' aspettami un momento,

babbo; salto giù e vengo teco a scalpitarne un poco di quella bella neve

che nessuno ancora ha toccato. Voglio mangiarne una bella manciata. A me

mi piace tanto mangiar la neve!

E prima che il padre avesse tempo a dire pure una parola, Maria aveva

richiuso le invetrate ed era sparita dalla finestra; ed un minuto dopo,

per la scaletta da cui abbiam visto passar Francesco, la si precipitava

saltellando nel cortile, coperto il capo da un cappuccio, avvolte le

spalle in un mantelletto.

Fu in un balzo presso il padre che voleva rampognare e non poteva che

sorridere.

— Ah! non far nemmanco mostra di sgridarmi, chè già non ne hai voglia:

diss'ella gettando le sue braccia al collo del padre e baciandolo

sonoramente sulle due guancie. Vedi! A me questo po' di aria libera mi

fa bene.

— Avviluppati, se non altro, con più cura, disse Giacomo, serrando egli

stesso i lembi del mantello al petto della figliuola. Sei tu almeno

calzata a dovere?

— Altro che! Esclamò la ragazza trionfante, e colle due mani sollevando

alquanto la sottana, mostrò sotto i lembi di essa, tendendo il suo

piedino destro, uno stivaletto di cuoio colla pelliccia. Guarda! Potrei

viaggiare per tutte le nevi della Siberia.

E tenendo così sollevate le vesti, la bricconcella, corse senz'altro nel

mezzo del cortile, dove la neve era più alta, affondando in essa fin

quasi alla caviglia: i due cani di guardia imitarono l'esempio della

giovane padrona e lietamente abbaiando, vennero a saltellare intorno e

con lei che si piaceva di eccitarneli con qualche carezza. Il padre,

fermatosi ad un lato, guardava quella piacevol scena e sorrideva

lietamente: sentiva in quel punto tutta la sua felicità paterna.

— E Francesco? Gridò egli in quel punto a Maria, come se avesse bisogno

di associare alle dolci impressioni di quel momento il nome di suo

figlio per averne compiuto il suo diletto di padre.

Maria aveva presa una buona manciata di neve colle sue manine sguantate,

a cui un critico severo non avrebbe potuto trovare che tre difetti:

d'essere un po' rosse, d'aver le unghie un po' corte e non abbastanza

convesse, di avere la punta dell'indice della mano sinistra tempestata

di piccole forature prodotte dall'ago nell'opera del cucire. Levò verso

suo padre la faccia e mordendo tuttavia in quella neve co' suoi dentuzzi

più bianchi di essa, rispose:

— Oh! sor avvocatino dorme. È stato a ballar tutta la notte lui; perchè

egli è un uomo e può andar a ballare.

Giacomo sorrise.

— Vorresti esserci stata anche tu, eh?

— Vorrei di meglio: soggiunse la ragazza ridendo. Esserci stata è tempo

passato, e quello che è passato è passato: vorrei andarci in avvenire.

Crollò le spalle, diede un'abboccata alla neve che teneva in mano e

riprese con tutta filosofia:

— Ma la mamma dice che le ragazze non ci devono andare a quei balli, e

che ci vanno soltanto le maritate, le quali mi pare dovrebbero rimanere

a casa a far le madri di famiglia.... E aspetto adunque d'essere

maritata ancor io per andarci.

E si mise di bel nuovo a saltellare in mezzo alla neve, e i cani di

conserva con lei.

— Che matta! Esclamò col medesimo tono giulivo il padre; ma poi tosto

con accento più serio: — Oh basta ora. Maria, che ti vuoi render

fradicia? Vieni qui subito.

La fanciulla ubbidì senza mostrare troppo rincrescimento, e fu a lato

del padre. Questi le aggiustò alcune ciocche di bellissimi capelli che,

saltate fuori del cappuccio, le cascavano sul volto animato dai più

vivaci colori della gioventù e della salute, e soggiunse:

— Sarai tu sempre bambina quel medesimo? Parli di maritarti, e pare che

non abbia più di dodici anni!

— Oh oh ne ho sedici suonati; disse la giovanetta con tono d'importanza,

tirandosi su della persona.

In quella compariva ad una finestra della casa la buona faccia della

signora Teresa. Essa aveva aperto le invetrate e si sporgeva in fuori,

chiamando suo marito e sua figlia.

— Venite, diceva con voce riguardosa e contenuta: il caffè è pronto.

Maria si cacciava a correre verso la casa, gridando a gola spiegata

colla sua voce fresca ed armoniosa:

— Ah cattiva d'una mamma, me l'hai fatta anche questa volta! — E non mi

hai dato tempo di prepararlo io il caffè..... Aspetta aspetta che vado a

castigartene io con tanti baci da stordirti.

La madre colla mano e colla voce accennò alla figliuola non facesse

tanto chiasso.

— Vuoi azzittire? Tu sveglierai Cecchino che dorme e che ha bisogno di

dormire.

La giovane ammortò i passi e l'allegro suono della voce, ma non cessò di

correre verso la stanza della madre, dove fu in un battibaleno e dove,

gettate le braccia al collo della signora Teresa, mantenne ad esuberanza

la promessa fattale poc'anzi di darle tanti baci da stordirla.

Giacomo sopravvenne un istante di poi, quando la mamma sorridente sotto

quella grandine di carezze figliali, diceva a Maria con ischerzosa

minaccia:

— Vuoi star ferma, diavoletto che sei?..... Finiscila o t'aggiusto io.

— È bella e finita: disse la frugola ragazza, aggiustando in capo alla

madre la cuffia che le aveva mandato di traverso: e poi con tutta

serietà s'appressò al piccolo tavoliere su cui stava preparato il

vassoio colle chicchere e mescette il caffè.

Era abitudine costante di quella buona famiglia il radunarsi la mattina,

appena alzati, tutti insieme a prendere il caffè nella stanza della

mamma. Il padre sedeva sopra il seggiolone più presso al camino (quello

in cui poche ore prima di questo momento abbiam visto Teresa far

adagiare il figliuolo), la madre si assettava sovra una bassa seggiolina

innanzi al marito, e frammezzo a loro due solevano mettersi Francesco e

Maria, quello allato alla mamma, questa al papà. A questa radunanza non

ci mancava mai nessuno, fuorchè il giovane avvocato, quando avea passata

la notte, come ora era il caso, in qualche festa: e l'abitudine di esser

tutti insieme era tale che quelle volte riusciva sempre spiacevole agli

amorosi genitori il veder fra lor due la seggiola vuota, e sul vassoio

una chicchera che non si riempiva.

— È rientrato tardi Francesco stanotte? Domandò Giacomo fra un sorso e

l'altro di caffè.

— Poco più dopo le tre; rispose la madre.

— Tu già, secondo il solito, sei stata aspettandolo!

Teresa fece un piccol moto del capo che voleva dire: — È naturale.

— E questa mattina, continuò il padre, sor Francesco dormirà di sicuro

fino a mezzogiorno.

— Ne ha bisogno: disse vivamente la madre. Quando è rientrato stanotte

non si sentiva bene gran che....

Giacomo levò vivamente la testa, interrompendosi nel sorbire il caffè.

— Non si sentiva bene? Esclamò con vivo interesse.

— Ma non mi parve cosa d'importanza: s'affrettò a soggiungere la madre.

Disse che il troppo caldo gli aveva fatto venire mal di capo. Figurati

che per prendere aria, egli volle venire di Piazza San Carlo fin qua a

piedi.

— Che imprudente!... A rischio di pigliarsi una malattia ed a rischio

altresì di cascar nelle mani di qualcheduno di quei birbanti che pur

troppo tengono il campo la notte, e che formano quella banda che

chiamasi la _cocca_.

— È vero! Esclamò la madre spaventata ora da un pericolo a cui non aveva

pensato dapprima. E noi siamo così isolati e così lontani su questo

viale!

— Lo ammonirò io ben bene perchè ciò non gli capiti più: disse il padre.

E intanto chi sa ora come sta?

— Dorme tranquillamente, e spero che ciò gli vorrà far bene più d'ogni

altra cosa.

— Dorme? Ripetè Giacomo, il quale pareva esitante intorno al pensiero di

andarsene a chiarire coi proprii occhi.

Teresa che sospettò questo proposito nel marito, sapendo come per quanta

cautela egli usasse, il suo passo pesante, avrebbe svegliato il

figliuolo ove Giacomo fossegli venuto in camera, s'affrettò a

soggiungere:

— Sono già andata più volte ad origliare alla sua porta; ho anche

dischiuso pian piano l'uscio e non l'ho udito a muovere menomamente.

— Non l'hai visto in faccia?

— No, perchè la stanza è tutto scura e non volevo accostarmi al letto

per timore di destarlo.

— Hai ragione: disse il marito che capì come quello indirettamente era

un avviso a lui di non volerci andare. Lasciamolo dormire.

In quella s'udì un legger picchio all'uscio della stanza.

— Avanti: gridò Giacomo; e un domestico aprì il battente e mise dentro

la testa.

— C'è una povera donna che domanda di parlare a Madama.

— A me? Disse Teresa. Una povera donna? Non ha detto chi sia?

— No; rispose il domestico, ma io l'ho riconosciuta.

— E chi è dessa dunque? Domandò a sua volta Giacomo volgendo la testa

alla porta.

— Gli è quella poveretta che già venne parecchie volte a domandare

l'elemosina; la moglie di quell'operaio che lavorava qui nell'officina e

che si fece mandar via perchè era sempre ubbriaco.

Giacomo scosse la testa.

— Eh! questa non è un'indicazione precisa. Pur troppo sono parecchi gli

operai che debbono avere tal sorte.

— Quella mingherlina, malaticcia, nera di capelli; soggiunse il

domestico; a cui non è più d'un mese. Madama inviò in un fagotto alcune

vesti ed alcune biancherie.....

— Ah! Paolina: esclamò Maria, battendo le mani tutto lieta d'aver

indovinato; la moglie di quell'Andrea.

— Precisamente: disse il domestico: ora mi ricordo anch'io del nome.

Giacomo si alzò da sedere.

— E vuol parlare a mia moglie?

— Sì signore.

— Uhm! Gli è per domandare nuovi soccorsi.... Tu farai quello che vuoi,

Teresa, ma qualunque cosa tu le dia, gli è tanto che aggiungi a mantener

i vizi di quell'ubbriacone di suo marito.

— Giacomo! Mormorò la moglie con accento tra di supplicazione, tra di

rimprovero.

— Ti dico che ti lascio fare quello che vuoi: soggiunse vivamente il

marito che comprese quella velata rampogna; ma le mie parole sono vere

come il vangelo. Oh guarda, ne vuoi una prova? Tu le hai mandato vesti e

biancherie non è molto tempo: ebbene io son sicuro che non hanno più

nulla di nulla, nè la donna nè i bambini.

E rivolgendosi al domestico:

— Di' un po' tu; come la è vestita?

— Oh a strappi che la è una compassione, precisamente com'era quando

Madama le ha dato le vesti.

— Vedi! E se mai tu entrassi nella soffitta di quella gente, vedresti i

bambini senza uno straccio di camicia addosso. Ora vuoi tu sapere che

cosa ne fu di tutta quella roba che le hai dato? Sor Andrea l'ha venduta

per pochi soldi affine di andarsi ad ubbriacare. Ora io mi domando se

non è un alimentare il vizio il far carità a quella razza di gente.

Teresa non pareva molto convinta di quell'argomentazione del marito, ma

non sapeva trovare una parola da opporvi; ben la trovò Maria che

vivacemente proruppe:

— Ah babbo!... E i bambini?

Giacomo guardò sua figlia come sovraccolto; stette un poco e poi disse:

— Hai ragione. I bambini non ci hanno colpa e qualche cosa per essi non

convien rifiutarlo.

Teresa colse a volo questa più esplicita permissione maritale, sorse

lesta e frugando nelle profonde saccoccie del grembiale che portava

dinanzi, ne trasse un pizzico di monete che andò a porre nella mano del

domestico.

— Prendete, recatele codesto.

Quando il domestico fu uscito. Maria disse a mezza voce:

— Sarebbe forse stato meglio che l'avessimo ricevuta quella povera

donna.

Il padre che udì quelle parole si volse alla figliuola con qualche

vivacità:

— Avresti udito dei piagnistei che ti avrebbero commossa inutilmente.

— Perchè inutilmente?

— Perchè rimediare a quei mali ti sarebbe impossibile.....

— Impossibile! Esclamò la ragazza crollando la testa. Non siamo noi

ricchi?

Giacomo sorrise.

— Bambina! La nostra ricchezza non tarderebbe a sfumare, se tu volessi

riparare dalla miseria i poveri che ti domandano soccorso. L'elemosina

non può che recare un rimedio temporaneo; e dev'essere così, altrimenti

non ci sarebbe giustizia, ed una malintesa carità premierebbe

l'infingardaggine. Dà retta. Io credo usare assai meglio dei miei

capitali impiegandoli nella mia industria e facendo così guadagnare il

vitto a tante famiglie di laboriosi operai, che non se dividessi le mie

sostanze con tre o quattro miseri per farli vivere nell'ozio in

un'agiata mediocrità.

Maria non capì bene del tutto la teoria economica cui adombravano le

parole di suo padre, ma sentì pur tuttavia che in esse vi era un fondo

di vero. Stava per muovere una sembianza d'obbiezione affine di farsi

spiegar meglio la cosa, quando il domestico si presentò di nuovo

all'uscio.

— Quella donna, diss'egli, ringrazia con tutto calore Madama della sua

carità, ma insiste, piangendo, perchè voglia farle la grazia di

riceverla, e dice che questa sarà una carità più fiorita ancora.

Teresa, avvezza a dipendere in ogni cosa dalla volontà di suo marito,

volse verso di lui uno sguardo interrogatore; ma quella petulantella

d'una Maria, senz'attendere dell'altro, esclamò tutto animata:

— Oh sì, sì, bisogna riceverla.... Fatela venire.... Non è vero, mamma,

non è vero, babbo, che bisogna farla venire?

Il padre fra il pollice e l'indice della mano destra prese il mento di

Maria e disse scherzosamente:

— Che testolina che vuol fare a suo modo!... Ricevete pure quella povera

donna. Voi siete due buone anime pietose, ed è anche necessario che si

dia alimento alla vostra pietà. Badate però che non bisogna mai credere

tutto quello che contano i poveri per eccitare la compassione

altrui.....

S'interruppe come pentito d'essersi lasciato sfuggire queste parole.

— Però, riprese, non è mai in codesto che il lasciarsi ingannare sia

colpa nè disdoro.

Il domestico era ito a prender la donna; Giacomo s'avviò alla porla che

metteva nella sua stanza e nel suo studiòlo.

— Vi lascio in santa libertà.

Era già mezzo fuor dell'uscio, quando il bravo uomo si rivolse indietro

a soggiungere:

— Quella poveretta, venendo fin qua per questo tempo, sarà tutta

immollata. Potreste darle la tazza di caffè che non ha presa Francesco.

E sparì chiudendo l'uscio dietro sè.

— Com'è buono il babbo! Esclamò Maria. Con tutte le sue teorie

utilitarie ha un cuore più tenero del nostro.

E chi avesse voluto in quel medesimo istante avere una prova del cuore

tenerissimo che albergava in quel corpo di grossolano aspetto, non

avrebbe dovuto che seguire il buon Giacomo quando uscì della stanza di

sua moglie.

Egli s'era avviato verso il suo studiòlo, ma non aveva fatto la metà del

cammino che aveva cambiato direzione e s'accostava alla camera in cui

credeva che dormisse il figliuolo. Giuntone all'uscio, si fermò, stette

un momento ascoltando, posò piano piano la destra sulla gruccia della

serratura ed aprì, poi spinse il battente e cacciò dentro lo sguardo: la

stanza era tutto scura da non potercisi vedere null'affatto. Volendo

ficcare in mezzo ai battenti la sua testa, Giacomo spinse ancora un poco

l'uscio, e questo mandò uno scricchiolìo. Il brav'uomo trasalì, come

spaventato, rimase immobile a quel posto un istante, e poichè nulla udì

muoversi tuttavia, mandò un sospiro, richiuse piano piano la porta e

disse seco stesso:

— Per fortuna non s'è desto. Povero Cecchino! Lasciamolo dormire.

E se ne andò adoperando ogni possibil cautela per ammorzare il suo passo

pesante.

Paolina frattanto era stata introdotta nella camera della signora

Teresa, dove quest'essa e la figliuola Maria stavano aspettandola.

Nella prima parte di questo racconto, abbiamo visto la infelice donna

andar cercando suo marito Andrea nella ignobile taverna di mastro

Pelone, affrontare i mali trattamenti di Andrea e le insolenze del

perfido amico di lui, Marcaccio, ma riusciva pur tuttavia a trarsi seco

il suo uomo per ricondurlo alla denudata soffitta dove aspettavano pane

i loro figliuoli. Abbiamo visto come fosse tale il miserevole aspetto di

questa donna da ispirar compassione a chiunque la mirasse; livida,

macilenta, strappata, senza forze qual essa era[1]; ora, nel momento in

cui timorosa, tremante per emozione e per freddo, gli occhi rossi, ella

si presentava sulla soglia della stanza della signora Teresa, la notte

che era trammezzata, pareva aver condotto sul capo a quella infelice un

doppio cumulo di anni, di stenti, di dolori e di fisica infermità.

Paolina si fermò un istante come per prender fiato; il petto le ansimava

penosamente; la sua tosse profonda suonava più cupa e più dolorosa che

mai ad udirsi; le sue povere vesti, sottili pel rigore di quella

stagione, le stavano serrate addosso sulle gracili membra, immollate

com'erano dalla neve piovutale su per la lunga tratta di cammino che la

misera aveva fatto a venir sin lì. Girò essa gli occhi intorno quasi

smarrita; volle parlare per dare un saluto, ma dalle tremole labbra

allividite non uscì che un balbettìo di debol voce; esitò, fece uno

sforzo ancora per avanzarsi e parlare; e ruppe in pianto disperatamente.

[1] Vedi _I Derelitti_, capitolo VII.

Teresa e Maria le furono accosto con affettuosa premura; la presero per

quelle mani magre, quasi diafane, fredde come ghiaccio e la trassero

vicino al fuoco; le dissero generose e soavi parole di incoraggiamento,

d'interesse e di compianto.

— Sedete qui, povera donna; e Teresa le additava la bassa seggiola, su

cui stava poc'anzi ella stessa: riscaldatevi un po'..... Santa Madonna

della Consolata, come siete tutta fradicia!... Lì, così: via, calmatevi;

abbiate coraggio... Vi è capitata qualche disgrazia?... Fiducia nella

Provvidenza, mia cara, e rassegnazione ai voleri di Dio.

Maria frattanto, con quella leggiadra lestezza di mosse che le era

particolare, aveva riempito di caffè una delle tazze che col vassoio si

trovavano tuttavia sul tavolino, ed agitando in essa il piccolo

cucchiaio d'argento per farvi fondere lo zuccaro, la porgeva a Paolina,

la quale invano si sforzava di frenare le lagrime ed i singhiozzi.

— Prendete, bevete questo po' di caffè caldo: diceva la ragazza colla

sua voce così dolce e simpatica; ciò vi renderà un po' di calore in

corpo.

— Grazie, grazie: balbettava la misera coi denti che le mozzicavano le

parole battendo insieme. Che Dio ne le rimeriti!

Maria s'accorse che Paolina aveva i piedi nudi entro scarpe rotte, in

cui liberamente entrava da tutte parti l'umido della strada; ricordò in

quel momento come suo padre mezz'ora innanzi si fosse dato sollecito

pensiero di sapere s'ella era ben difesa dalla sua calzatura contro

l'umido della neve, sentì intorno ai suoi piedini il caldo dei suoi

stivaletti impellicciati, e non potè a meno che stabilire una specie di

confronto, onde la sua anima pietosa rimase vivamente commossa; senza

dire nè un nè due, fu in un salto nella sua camera, e tornò correndo con

un paio di stivalini da inverno, i quali, per fortuna, essendo troppo

larghi pei suoi piedi, poterono accogliere quelli abbastanza piccoli

eziandio di Paolina.

— Lasciate stare quelle orribili ciabatte: disse la buona fanciulla; e

mettete questi calzari.

La pezzente rifiutò dapprima, esitò, poi ubbidì, ringraziando commossa,

e, nel vedere così buone madre e figliuola, accogliendo nel cuore un po'

di speranza che avrebbe potuto conseguire il fine per cui era venuta, ed

aveva insistito affine di essere introdotta presso la signora Teresa.

Fu quest'essa che, allorquando Paolina parve un po' riconfortata dal

calore della fiamma e da quello della bevanda, e la emozione di lei si

fu alquanto calmata, le disse:

— Or via, buona donna, diteci che cosa vi è capitato e che cosa possiamo

fare per voi.

Paolina stette silenziosa un momento a capo chino, quasi le mancasse il

coraggio; e poi con evidente sforzo cominciò a parlare: ma noi capiremo

meglio le triste condizioni di quella disgraziata, se tornando indietro

d'un passo, ci rifacciamo al momento in cui, la sera innanzi, ella

usciva dalla bettola di Pelone, traendo seco pur finalmente, dopo molti

sforzi, il marito ubbriaco.

La plebe, parte II · 第 9 / 37 题