Eroismo di don Omobono.
Se il lettore si chiedesse perchè mai gli astuti gesuiti affidassero
quell'incarico a un uomo, che aveva dato proprio allora una prova
palmare di dappocaggine, facile è la risposta. Ciò ch'essi volevano,
era di evitare la pubblicità, gli schiammazzi, che non si parlasse del
fatto, e nessuno sapesse più nulla della donna e dei ragazzi. Così
speravano che i figli della vittima, invece di crescere vendicatori
del padre, divenendo gesuiti anch'essi, avrebbero un giorno maledetto
la sua memoria. Ora, per condurre Lucia nel tranello, nulla valeva
meglio della nota bonarietà del prete di vettura. Il dono che le
veniva da lui non poteva tornarle sospetto in modo alcuno, ed essa
sarebbe caduta sicuramente nell'agguato che le si tendeva. Avevano poi
creduto necessario avvertirlo della trama, perchè sapesse regolarsi in
conformità: e d'altra parte il suo carattere di sacerdote timido e
pauroso, escludeva la possibilità di un tradimento. Tutto doveva
adunque andare, secondo essi, per lo meglio.
Avevano fatti i conti senza il cuore di don Omobono; sì, questo
cuoruccio, sebbene rincantucciato e impicciolito dalle frequenti
paure, batteva ancora in un angolo di quel petto scarno e incavato. Il
buon pretucolo si sentì rimescolare tutto all'idea di quel tradimento
inaudito, che pareva al gesuita cosa tanto piana e naturale, da non
farne nemmeno soggetto di discussione. D'altra parte però,
l'obbedienza ai superiori ecclesiastici, in nome dei quali padre Bindi
gli aveva parlato, sembrava a quell'omiciattolo, ch'era la
genuflessione incarnata, una ineluttabile necessità. Combattevano
dunque aspramente nel suo interno due principii, che la Chiesa Romana
pone sempre in lotta fra loro: il sentimento del cuore, e il dovere
dell'obbedienza passiva.
Per quanto il velo dell'ipocrisia avesse ravvolte le intenzioni dei
gesuiti sulla superstite famiglia del condannato, quelle intenzioni
dovevano apparire alla mente ingenua di don Omobono ciò che erano
realmente, cioè, infamie belle e buone. Disporre dei figli contro il
volere della madre, carcerare per tutta la vita una povera donna, di
null'altro colpevole che di amare la sua prole e d'esser devota alla
memoria di suo marito; trarla in inganno con un'offerta mendace, e
farle trovare l'ultima rovina là dove le si prometteva salvezza, sono
delitti che nessuna religione può giustificare, e contro essi si
ribellava, suo malgrado, la coscienza di don Omobono.
Ne veniva di conseguenza, che se fece a lenti passi la strada che lo
condusse al Gesù, ora poi non sapeva decidersi in nessuna maniera a
imbroccare la via che doveva condurlo a Trastevere. Sostava a ogni
tratto, retrocedeva a modo dei gamberi, cambiava strada, faceva strane
giravolte, e chi l'avesse osservato e seguito, avrebbe creduto che gli
fosse dato volta al cervello.
Finalmente, quando Dio volle, pose il piede sulla soglia della
casetta, come sulla vetta del Golgota, sospirando e travolgendo gli
occhi.
Lucia, meravigliata del suo ritorno, gli chiese che cosa gli recasse.
--Una buona notizia, disse don Omobono, col fare di chi trangugia un
boccone amaro.
--A modo dell'altra? In tal caso, la tenga per sè.
--No... prendete.
E senz'altre parole, che troppo gli costava il parlare, le porse il
passaporto traditore.
--Oh, bravo! esclamò Teresa; questo sì, ch'è un regalo che mi piace; e
la ringrazio, don Omobono, e Dio le ne renda merito. Guarda, Teresa,
un passaporto per andarmene dagli Stati del Papa. Io ritornerò a
Fermo, e anche tu ci verrai. Ritornerò a Fermo! chi me l'avesse detto
ritornare senza il mio Peppe... il mio Peppe, finito a quel modo!
Così dicendo, la povera donna diede in uno scoppio di pianto, che le
sollevò il cuore: erano due giorni che non poteva più piangere.
Poi corse ad abbracciare ad uno ad uno i suoi piccini.
--E io vi condurrò in salvo, miei cari, diceva intanto. Finchè stavamo
qui, io temeva per voi altri; pareva che un funesto presentimento mi
avvertisse di qualche male che vi sovrastasse. Ma ora, grazie a Dio,
potrò condurvi meco; andremo insieme dove si respira aria libera e si
dormono i sonni tranquilli. Presto, presto, non tardiamo un momento.
Teresa, aiutami a riempiere questa cassetta, e poi...
--Ma prima..., soggiunse don Omobono, parlando a stento, come se un
nodo gli avesse serrata la gola. Prima bisogna... che voi andiate in
persona alla Direzione di Polizia... per la vidimazione del
passaporto, altrimenti...
--Ebbene, vado subito. Attendi ai ragazzi, Teresa. Ritorno in un
batter d'occhio. Ogni ora che rimango in Roma, mi pare un secolo. Pare
che il terreno mi bruci sotto i piedi. Dammi lo sciallo. Grazie anche
una volta, don Omobono.
E Lucia si avviò rapidamente verso la porta.
Il povero prete non ne poteva più; la fiducia di Lucia, la sua
gratitudine, le espansioni del suo amor materno, erano altrettanti
colpi di pugnale per lui, che sapeva d'esser venuto a far la parte di
Giuda. E quand'essa, dopo aver baciati un'ultima volta i suoi figli,
si avviò rapidamente, tenendo fra le mani il passaporto, egli non
resse più, e la richiamò, gridando:
--Lucia, aspettate!
--Che cos'è? cosa vuole?
--Per quanto amate i vostri figli, non andate alla Direzione di
Polizia.
--Ma perchè?
--Quel passaporto è un inganno.
--Che cosa dice?
--Non mi chiedete altro. Salvatevi, fuggite, se potete, ma non fate
uso di quel passaporto: quello è il segnale per farvi arrestare, per
portar via i vostri figli.
--Ah! gridò Lucia, correndo a raccogliere i suoi figliuoli in un
gruppo, che abbracciò in ginocchio.
--E lei me l'ha portato! disse poscia verso don Omobono.
--Fui costretto! me l'avevano comandato! Ma io, no, non mi sento la
forza di tradirvi, povera donna; facciano pure quel che vogliono, mi
chiudano a San Michele, mi taglino anche la testa, ma io voglio
salvare l'anima mia.
Bisogna credere che don Omobono fosse arrivato a un grado supremo di
esaltamento, per lanciare quella eroica sfida alla morte, e più ancora
per cercare la salvezza dell'anima fuori dei precetti de' suoi
superiori.
L'eroismo di don Omobono fu la salvezza di Lucia Monti e de' suoi
figli, ed esso la sconta tuttora colla reclusione in un convento di
capuccini, dove però, a dispetto del castigo, esso comincia ad
ingrassare.
Lucia e la sua fedele Teresa poterono, coll'aiuto di un travestimento,
fuggire a tempo dalla Roma dei preti, e portare a salvamento anche i
bimbi.
Quella buona famiglia si trova adesso nella patria di Giuseppe Monti,
confortata dalle consolazioni dei concittadini e dal compianto di
tutta la nazione.
La povera madre di Gaetano Tognetti ha raggiunto il figliuolo!
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La Corte di Roma si è macchiata di nuovo sangue. Essa ha affrettato il
giorno della sua caduta e il trionfo della libertà.
Abbiamo accennato di volo nel capitolo X alla catastrofe di casa
Ajani, nella quale i Romani si batterono disperatamente contro i
soldati del Papa: una donna generosa fu sgozzata co' suoi figli, e
molti altri furono fucilati, dopo fatti prigionieri, dagli zuavi.
Questo fatto diede origine ad altro processo, definito colla condanna
a morte di due cittadini romani, Giulio Ajani e Pietro Luzzi, la qual
pena fu poi commutata, in seguito alla intercessione di re Vittorio
Emanuele, in quella dei lavori forzati a vita. Le più scrupolose
ricerche ci pongono in grado di fare interessanti e curiose
rivelazioni intorno all'andamento di questo processo, non meno
importante di quello che s'intitola dal nome degl'infelici _Monti e
Tognetti_.
Ajani e Luzzi, vittime illustri, languono tuttora nella galere del
Papa-re.