La festa da ballo.
Le sale della principessa Rizzi erano illuminate; la musica vi
spandeva i suoi concenti: si ballava.
La principessa aveva la morte nel cuore. Essa sapeva come il suo
Curzio si trovasse nella fortezza di Civita-Vecchia, e conoscendo il
suo carattere, e i motivi della sua detenzione, tremava per i pericoli
che gli sovrastavano continuamente, e più tremava per l'avvenire. Se
anche riusciva a Monsignor Pagni di tenerlo illeso finchè durava quel
malaugurato processo, che avverrebbe dopo quando egli fosse in
libertà? A che cosa lo avrebbe spinto quell'indole focosa, e il
desiderio di vendicare i suoi compagni? Dovevano dunque tenerlo sempre
in istato di prigionia? E così non sarebbe egli deperito egualmente
per giungere al suo fine?
Tali erano i pensieri angosciosi che occupavano il suo cuore, ai quali
si aggiungeva, come aveva pensato Leoni, il pungolo del rimorso.
Difatti per giovare a suo figlio, per ottenere una salvezza, che non
avrebbe forse mai raggiunta compiutamente, essa aveva crudelmente
tradita quella buona Maria, che aveva ricorso a lei, come al suo
angelo tutelare. Per appagare il suo sentimento materno, aveva
straziato il cuore di un'altra madre. Essa aveva fatto di più, aveva
respinte le preghiere della povera donna, interdicendole l'accesso
alla sua casa; aveva chiuse le orecchie per non udire i suoi lamenti,
e le sue supplicazioni. Essa era stata non solo cattiva, ma ingrata e
crudele.
Queste ed altre riflessioni tormentavano senza posa il cuore della
principessa. Eppure essa dava una festa. Ohimè! vi era costretta.
Ogni anno in quel giorno si dava un ballo nel palazzo Rizzi. Era
l'anniversario del giorno in cui il cardinale Rizzi, il fratello del
principe, era stato rivestito della porpora cardinalizia, e quella
solennità ecclesiastica veniva sempre ricordata con una festa profana.
In quel ballo adunque il cardinale era il re della festa, e riceveva
gli omaggi delle più belle dame dell'aristocrazia romana, che
v'intervenivano sempre.
Il cardinale Rizzi era un uomo di cinquantacinque anni, piuttosto
grasso, la sua faccia era rotonda e schiacciata, vermiglia a macchie
paonazze, e tempestata di bitorzoli; aveva i capelli rossi distesi
sulla sommità della fronte e sopra le orecchie. In quella sera era
vestito coll'abito da festa: sottana di porpora, coi guarnimenti
d'armellino e il fermaglio di gioje, vestiario pomposo, che faceva
risaltare la sua bruttezza ributtante, piuttosto che sminuirla.
Monsignor Pagni, vestito anch'esso col suo abito di gala, faceva una
corte assidua a Sua Eminenza. Egli agognava al giorno in cui avrebbe
anch'esso acquistata la dignità di principe della chiesa; sapeva che
il cammino più rapido per arrivarvi è quello dell'adulazione e della
servilità: e mormorava fra sè e sè questa giaculatoria: _Abbassatevi
per essere innalzati_.
Il cardinale era seduto in luogo elevato nella gran sala da ballo, e
tutte le signore che entravano col loro abbigliamento da veglia, colle
spalle nude e il seno scoperto, andavano per la prima cosa a
inchinarsi dinanzi a lui, e a baciare la mano morbida e liscia,
ch'egli porgeva.
La principessa affranta nel cuore, ma sorridente nel volto, come
richiedeva la sua posizione, riceveva gli invitati, e faceva gli onori
di casa con quella squisitezza di grazia, che è un privilegio delle
nature più elevate.
Il principe suo marito fin dal principio della festa si era dileguato
dalle sale. Un servo gli si era avvicinato, gli aveva mormorato
qualche parola all'orecchio, ed esso si era prontamente ritratto nelle
sue stanze.
Un uomo dall'aspetto volgare, dalle vesti grossolane lo aspettava, nel
suo gabinetto: era un'antica nostra conoscenza, era Giano.
Dalla sera dell'osteria, nella quale esso aveva servito così bene ai
voleri del principe, lo stesso Giano era diventato il suo agente
segreto, il suo intimo confidente, il suo spione.
Quell'uomo spiegava un'abilità particolare negli intrighi tenebrosi, e
specialmente nei maneggi dello spionaggio. Egli dunque servì il
principe Rizzi mirabilmente.
Sarebbe cosa lunga e tediosa seguire Giano per tutta la tortuosa
trafila de' suoi raggiri. Il fatto sta che il principe era arrivato a
sapere da lui la liberazione di Curzio dalle Carceri Nove, il suo
ritorno nello Stato Pontificio, il suo arresto, e per ultimo la sua
detenzione nella fortezza di Civita-Vecchia.
Fra il principe e sua moglie, lo sappiamo, s'era da lungo tempo
impegnata una partita accanita, e la posta del giuoco era la vita di
Curzio, quel giovane ch'era avvinto alla principessa con un misterioso
legame.
Da principio la vittoria parve piegare dal lato della moglie, quando
ella seppe disporre la fuga di Curzio con arte infinita al cessare
dell'insurrezione, poi il marito aveva preso il sopravvento, comprando
il soccorso di Giano, e facendo operare l'arresto del giovane, poscia
pareva ch'ella avesse vinto, quando lo fece uscire dalle Carceri Nove,
e condurre fino al di là del confine; il suo ritorno aveva riposto la
superiorità dalla parte del principe: finalmente la sua reclusione
nella fortezza di Civita-Vecchia tornava a dare la probabilità del
trionfo alla principessa; ed era appunto in quel momento che il marito
di lei si sforzava di riguadagnare il vantaggio.
Informato appuntino d'ogni cosa dal suo Giano, il principe concertava
con esso i modi di riuscire nell'intento. In quella sera della festa
Giano reduce appunto da una sua gita a Civita-Vecchia, era venuto a
riferire al principe il risultato delle sue osservazioni, e a
comunicargli un suo piano.
Si trattava di procurare l'evasione di Curzio dalla fortezza, e per
tal modo cagionare la sua perdita.
Il progetto piacque al principe Rizzi, il modo della esecuzione fu
discusso a lungo fra lui e il suo satellite, e infine venne adottato e
approvato in ogni sua parte.
Giano ricevè dal padrone una buona somma di monete, e partì.
Il principe fece ritorno nelle sale del ballo. Nella prima s'incontrò
colla moglie: egli sorrise, e volse a lei uno sguardo trionfante. Essa
ignorava la ragione di quel riso e di quell'occhiata, ma sentì un
brivido correrle per tutto il corpo.
La sentenza del giorno innanzi, alla quale il governo annetteva grande
importanza, formava il soggetto principale delle conversazioni, di
mezzo alle danze e alle armonie musicali nella festa del palazzo
Rizzi.
Il cardinale Rizzi era uno dei sanfedisti più arrabbiati, e nel sacro
collegio dei cardinali faceva parte di quella, che potrebbe chiamarsi
l'estrema sinistra, ossia il partito d'azione dei clericali, quel
partito che con De Merode e Lamoricière condusse il governo del Papa
all'attitudine bellicosa, e alla campagna delle Marche ed Umbria nel
1860.
Il suo consiglio era sempre pel contegno più energico, e pei mezzi più
violenti. Nessuna transazione colle tendenze del secolo, nessuna
moderazione nell'esercizio della sovranità ecclesiastica e temporale,
la massima prepotenza sui sudditi, la massima severità contro i
liberali; tali erano i suoi principj.
Non è a dire dunque s'egli approvasse di gran cuore la doppia condanna
di morte che la Sacra Consulta aveva emanata nel giorno antecedente;
se qualche cosa gli dispiaceva in quella sentenza si era che i capi
consacrati alla morte invece di due non fossero almeno almeno due
dozzine.
Egli dunque si congratulava con monsignor Pagni, che faceva parte del
Supremo Tribunale, e mostrava la soddisfazione che sentiva, perchè
(come egli diceva) i membri della Sacra Consulta si erano in quella
occasione mostrati consci dei loro doveri, degni della fiducia che in
essi aveva riposto il Santo Padre e il Governo.
Anche il giudice Marini, il neo-cavaliere dell'ordine _Piano_ fu
presentato a Sua Eminenza come una delle persone più benemerite in
quel processo, dovendosi attribuire, come disse officiosamente
monsignor Pagni, in gran parte al suo zelo, al suo acume, alla sua
operosità lo splendido risultato della causa.
Il cardinale si degnò di sorridere benignamente all'indirizzo del
cavaliere, e questi ne andò tutto gonfio del sorriso eminentissimo,
più che non lo fosse per la sua croce, e per l'_assessorato_ di là da
venire.
La principessa pallida, pallida, e col bagliore della febbre negli
occhi, passeggiava sotto il braccio all'avvocato Leoni. Ella sapeva
ch'egli era stato innanzi alla Sacra Consulta il difensore di Monti e
Tognetti, ma non ardiva d'interrogarlo sui particolari di quella
seduta, chè troppo si sentiva lacerata nell'intimo del cuore al solo
pensarvi.
L'avvocato le chiese di ballare seco un _valzer_, di cui l'orchestra
aveva intuonato il preludio.
--Grazie! rispose essa con voce soffocata, non ballo stassera.
--Si sente poco bene? chiese il giovane, al quale non era sfuggito il
tremito della mano, che posava sul suo braccio.
--No, soggiunse la signora; ma il caldo delle sale, lo splendore dei
lumi, il chiasso della musica, mi hanno fatto girare la testa.
--Vuole che scendiamo in giardino? un poco d'aria fresca le porterà
giovamento.
--Non vorrei che fosse troppo freddo.
--Potrà coprirsi colla sua mantellina.
E senza aspettare la risposta, Leoni corse a prendere la mantellina di
casimiro, che la principessa avea deposta sopra un divano.
Traversarono la sala, e giunsero alla loggia, dalla quale si scendeva
al giardino. Era un portico magnifico a colonne di granito e a dipinti
raffaelleschi, tutto chiuso dalle invetriate e adorno di specchi e di
busti antichi.
Una scala di marmo bianco coi parapetti intagliati conduceva al
giardino ricco di aranci e di fontane, e in quella sera vagamente
illuminato, a lampade opache di vario colore.
In cima alla scala Leoni adattò la mantellina sulle spalle della
principessa, poi sostenendole il braccio, scese con essa.
Il giardino era pressochè deserto. Le coppie che poco prima si
aggiravano per le curve dei viali infiorati, erano state richiamate
nelle sale dalle battute del _valzer_.
L'avvocato Leoni, tenendo al braccio la principessa, prese la via che
costeggiava il muro di cinta, tutto coperto da un fitto rosajo,
immaginandosi, che da quella parte si trovasse la porticella, per la
quale Maria Tognetti doveva essere entrata nel giardino.
L'uno e l'altra tacevano, tutti assorti com'erano in pensieri, che
sebbene diversi, convergevano a un punto solo. Così silenziosi
arrivarono dove il viale si perdeva in quattro o cinque sentieri, in
mezzo ai quali era una statua dal vasto piedistallo circuito di
sedili.
Dietro a quello, stava nascosta Maria, che, sporgendo ad ora ad ora la
testa celata dalle foglie dei virgulti, cercava di conoscere chi si
andava avvicinando.
Quando vide appressarsi l'avvocato e la principessa, sentì battere
violentemente il cuore, e delle goccie di sudore freddo bagnarle la
fronte. Le pareva che la vita del figlio suo dipendesse da quel
momento.
Si resse colla mano ai fregi marmorei del piedestallo, poi quando i
due che si avanzavano le furono proprio vicini, uscì fuori, e si
piantò ritta in piedi dinanzi a loro.
La principessa mandò un grido, subito rattenuto. Essa aveva creduto a
una visione, a un'illusione della sua fantasia agitata dal rimorso, e
rimase immobile pel terrore. Ma quando Maria si avanzò ancora, e si
accinse a parlare, ed essa non potè più dubitare della realtà di
quella figura, si sciolse rapidamente dal braccio di Leoni, e mosse
per fuggire. Ma la Tognetti non gliene diede il tempo; l'afferrò per
le vesti, e sclamò:
--Voi m'ascolterete, signora, mi ascolterete!
--So che cosa volete: la vita di vostro figlio! mormorò a bassa voce
la principessa, senza volgersi a guardare quella donna, che le faceva
veramente paura.
--Egli è condannato a morte! intendete, signora? Aspetta il giorno del
suo supplizio... e per vostra cagione!
--È vero, è vero: voi avete il diritto di accusarmi, di maledirmi; ma
per quanto ho di più sacro, per la vita del figlio mio, vi giuro che
io farò tutto quanto è possibile per salvare il vostro.
--Un'altra volta mi faceste la medesima promessa.
--Una forza irresistibile mi costrinse a mancarvi, ma questa volta...
Un subito rumore giunse all'orecchie delle due donne e dell'avvocato,
che assisteva in silenzio a quel dialogo.
Il _valzer_ era terminato: le liete coppie ritornavano a respirare
l'aria aperta nel giardino; e si affollavano nella scala cianciando e
ridendo.
--In nome di Dio, partite, gridò la principessa.
--Dunque me lo giurate? la vostra mano, signora! disse la Maria.
La principessa le porse la sua mano agghiacciata. La povera donna la
strinse con forza, replicando:
--Lo giurate!
Poi sparì rapidamente fra il fogliame del boschetto.