L'insurrezione.
Sciolta l'adunanza della grotta, i capi-sezione si affrettarono a
recarsi al proprio rione; quivi ognuno, per mezzo de' suoi sotto-capi,
uomini fedeli e provati, diede l'avviso agli uomini della sua squadra.
I capi-sezione avevano ricevuto nel seno del Comitato l'indicazione
delle speciali incombenze che a ciascuno erano affidate, ed essi alla
loro volta, diramando i loro comandi, adopravano che ognuno all'ora
fissata si trovasse al suo posto, pronto al cimento.
I cittadini romani, dipendenti da quei caporioni, erano animati da uno
spirito ardente, erano ansiosi di venire alla lotta. E se un generoso
proposito, sorretto dalla gagliardia dell'azione, fosse bastato pel
trionfo della causa migliore, a quest'ora la bandiera dei tre colori
sventolerebbe vittoriosa sulla vetta del Campidoglio.
Ma un malefico genio sovrastava all'impresa. Curzio aveva detto pur
troppo il vero. Gli sforzi magnanimi dei patrioti romani erano
paralizzati da quel colossale spionaggio che la Curia romana accumulò
in tanti anni, chiamando in suo aiuto tutti gli avanzi della barbarie
che i popoli civili hanno ributtati innanzi all'impulso della libertà.
E se gli sforzi riuscirono vani, se inutilmente fu sparso il sangue di
tanti generosi, la colpa è tutta di questo mostruoso connubio della
rete di Pietro collo scettro di Nerone.
La delazione, dalla quale i patrioti non potevano difendersi, fu
quella appunto che fin da principio sventò il piano della rivolta.
Nel momento stesso in cui il Comitato aveva raccolti nella grotta di
Monte Aventino i capi-sezione e tutti quei congiurati ai quali era
devoluta una importante missione da compiere, il direttore della
polizia, nel suo palazzo di Monte Citorio, veniva avvertito da' suoi
_confidenti segreti_, che fuori della Porta San Paolo, e precisamente
nella vigna Matteini, stava nascosto un deposito di armi e di
munizioni che dovevano servire per la insurrezione di Roma.
È facile immaginare l'allarme che produsse nel Governo una tale
notizia; le precauzioni furono adottate, gli ordini furono diramati in
un lampo; e mentre si raddoppiava il presidio dei corpi di guardia, e
si mandavano grosse pattuglie per la città, una colonna, composta di
una compagnia di zuavi e di mezzo squadrone di gendarmi a cavallo,
moveva verso la Porta San Paolo.
Alle ore cinque e un quarto pomeridiane quella colonna giungeva alla
vigna Matteini, e la circondava.
In quell'ora non si trovavano alla vigna che otto uomini. I duecento
giovani destinati ad introdurre in città le armi e le munizioni non
dovevano raccogliersi in quel luogo se non che verso le sei ore e
mezzo.
Al primo presentarsi della truppa, quegli otto valorosi, che avevano
la custodia del deposito, tentarono una resistenza impossibile
esplodendo i loro fucili, ma ben presto furono sopraffatti dal numero,
e alcuni di essi vennero uccisi, altri arrestati.
Così le armi che dovevano servire alle forze della rivolta, caddero in
potere dei satelliti dell'oppressione.
Frattanto i giovani, che alla spicciolata uscivano dalla Porta San
Giovanni per recarsi, girando le mura, alla villa Matteini, venivano
di mano in mano, senza possibile resistenza, arrestati dalle numerose
pattuglie che colà erano state a tal uopo disposte.
Non ostante queste precauzioni della polizia e della forza militare,
nei dintorni del Monte Testaccio era riuscito di adunarsi al drappello
destinato ad attaccare dal di dentro della città la Porta San Paolo,
per facilitare così l'ingresso ai compagni, che dovevano recare dalla
vigna le armi e le munizioni.
Infatti, all'ora fissata delle sei e mezzo, ignorando che le armi
erano cadute in mano dei pontificj, quell'ardito drappello assaliva
bravamente il corpo di guardia della Porta San Paolo.
Gli zuavi di guardia, superiori di numero, si difesero con
accanimento, ma dovettero cedere all'impeto degli audaci Romani;
questi s'impadronirono della porta, e non potendo aprirla, vi
appiccarono il fuoco, e così schiusero il varco. Ma in quella che
credevano d'incontrarsi coi loro compagni, reduci col carico delle
armi dal luogo del deposito, s'imbatterono invece nelle truppe
inimiche, che di quelle armi si erano appunto allora impossessate.
Non si scoraggiarono i patrioti di contro alla preponderanza del
numero e all'avversità dell'opposta fortuna. Si fecero baluardo della
porta, e tennero fermo.
La compagnia degli zuavi si avanzò alla bajonetta: fu accolta con un
fuoco vivissimo, e costretta a ripiegare.
Allora mossero innanzi i gendarmi a cavallo, mulinando colle sciabole
sguainate: i patrioti li aspettarono di piè fermo, e combattendo
disperatamente li posero in fuga.
La colonna pontificia si ritirò nella vigna Matteini, e la Porta San
Paolo rimase in potere di quel pugno di forti.
Intanto gli ottocento uomini destinati ad occupare il Campidoglio
aspettavano inutilmente le armi, dispersi pel lungo tramite di vie che
dalla Marmorata conduce fino a' piedi di quel colle.
Così inermi, isolati, e delusi nell'aspettativa, furono in breve
circondati da un fitto cordone di truppe. Affrontarono imperterriti il
fuoco nemico, ma circuiti da ogni parte e oppressi dalle forze
sproporzionate degli assalitori, furono per la maggior parte
arrestati, e tradotti nelle riboccanti carceri pontificie.
Non ostante il cumulo di questi disastri, o la mancanza delle armi,
tutti quelli che poterono sottrarsi all'arresto, o liberarsi
violentemente dalle mani degli sgherri papali, si lanciarono verso il
Campidoglio. Erano pochi, divisi e muniti a mala pena di qualche
fucile e di alcune bombe all'Orsini: ma pure sarebbero bastati
all'impresa, se anche in questa non li avesse attraversati l'opera
nefanda dello spionaggio.
Il Governo pontificio, avvisato fin dalla mattina del tentativo che si
preparava, aveva fatto occupare improvvisamente il palazzo dei
Conservatori, in cima del Campidoglio, da più compagnie di cacciatori
esteri.
Così, quando gl'insorti si avanzarono per occupare quella posizione,
furono ricevuti da una scarica tremenda, che partendo dalle finestre
del palazzo e colpendoli di fronte, ne rovesciò la maggior parte sul
terreno. La grande scalinata del Campidoglio apparve tutta seminata di
cadaveri e bagnata di sangue.
Tutti i superstiti seguitarono a salire, esplodendo i loro fucili.
Dalle finestre del palazzo continuava a partire un fuoco vivissimo.
Intanto i popolani del rione dei Monti, guidati dai loro capi-sezione,
tentavano di giungere sul Campidoglio dalla parte del Foro Romano.
Si diedero a salire per le due gradinate secondarie dal lato dell'arco
di Settimio Severo e da quello della Rupe Tarpea.
Quegli sbocchi erano fortemente occupati dai cacciatori esteri e dai
gendarmi.
I Romani si trovarono nella svantaggiosa situazione di chi sale,
combattendo contro chi si trova in alto; erano pochi e quasi inermi
contro i molti e armati, ma pure procedevano animosi.
Si combatteva da ogni parte del Campidoglio: frequenti e micidiali
erano i colpi dei soldati; scarsi e spesso vani quelli degli insorti.
La sacra collina, la fortezza di Roma, era come in antico attaccata e
difesa accanitamente. Ma questa volta non erano i barbari che
assalivano, non erano i romani che resistevano.
I barbari chiamati dai sacerdoti stavano accampati sul Campidoglio; e
il popolo romano tentava invano di ripigliare ciò che la frode gli
tolse, e gli contrasta la forza.
Lunghi ed eroici furono gli sforzi degli insorti, ma il soccorso delle
truppe fresche in vantaggio dei pontificj decise della giornata.
I popolani, assaliti a tergo da nuove compagnie di cacciatori esteri,
partiti al passo di corsa dalla vicina caserma, furono schiacciati fra
due fuochi, mentre la fucilata continua del palazzo spazzava la grande
scalinata.
Funeste del pari procedevano le sorti della rivolta in altri punti di
Roma; e dappertutto invano si spargeva il sangue cittadino.
Il deposito di revolver destinato ad armare quei patriotti che
dovevano attaccare il comando di piazza e il palazzo di polizia a
Monte Citorio, fu scoperto anche quello per opera dei delatori, e
venne sequestrato nel momento appunto in cui si doveva farne la
distribuzione.
Pur tuttavia si tentò l'impresa; uccisa la sentinella, gli insorti
attaccarono il corpo di guardia di Piazza Colonna, esplodendo delle
bombe all'Orsini, unica arma che lor rimanesse: ma furono soprafatti
dai drappelli di cavalleria che quivi giunsero a sgominarli.