Monte Aventino.
Il monte Aventino, celebre in antico pei famosi ladroni, che vi
annidavano ai tempi della fondazione di Roma, è adesso occupato quasi
unicamente da varj conventi di frati. Alle falde di quel colle ameno,
stanno diverse osterie, dove si beve un vino delizioso. E infatti una
di esse, dall'aspetto più ridente dell'altre, invita i passeggieri,
che transitano per la via che mena a Porta San Paolo, con questa
scritta, il cui senso è tanto chiaro, per quanto i versi sono
zoppicanti:
/* Chi vuol bere del buon vino Venga a piedi del Monte Aventino. */
A poca distanza da quell'osteria, si trovava una grotta, che una volta
servì da cantina, ed ora era abbandonata quasi del tutto. Vi si
giungeva da diverse parti, dalla sommità del colle, dalla strada
sottoposta, dalle viuzze serpeggianti nei fianchi del poggio, per le
porte posteriori delle taverne o attraverso le siepi delle vigne. In
mille modi ci si poteva giungere, e in altrettanti era facile partirsi
di là.
Quel luogo fu scelto per qualche tempo pei ritrovi del comitato
d'insurrezione romana.
Questo comitato, che portava anche il nome di comitato di Salute
Pubblica, si era composto in Roma appena la rivolta era scoppiata
nella campagna viterbese.
L'antica Giunta Nazionale romana, che prima ebbe la direzione del
partito liberale nella città di Roma, aveva sempre consigliata la
moderazione, e si era limitata a comporre innocue dimostrazioni contro
il governo pontificio. E perciò questa Giunta, fin da quando cominciò
a prepararsi il movimento rivoluzionario delle provincie romane, si
trovò incompatibile col nuovo indirizzo delle cose; e infatti nel 21
settembre di quell'anno 1866 si era ritirata dalla direzione.
Alla Giunta subentrarono allora i Capi-sezione dell'associazione
romana, i quali ai 27 dello stesso settembre diressero un proclama al
popolo romano, perchè si tenesse preparato all'insurrezione.
Dal seno poi di questi Capi-sezione sorse il Comitato di Salute
pubblica, nel quale al cominciare dell'azione si accentrarono tutti i
poteri rivoluzionari.
È questo comitato, il quale aveva assunta la terribile responsabilità
del supremo conflitto, che all'epoca di cui parliamo teneva le sue
riunioni in una grotta del Monte Aventino.
Tognetti aveva aspettato il suo amico Monti al cominciare del Ponte
Rotto; avevano insieme varcato il Tevere in quel punto che serba
ancora i vestigi dell'eroismo di Orazio Coclite, e costeggiando il
fiume, si avviarono verso le falde dell'Aventino: essi dovevano
recarsi alla grotta misteriosa.
S'inoltrarono in un vicoletto, che sale verso la vetta del colle,
passarono fra le rotture di un muro diroccato, e traversato un breve
spazio di ortaglia abbandonata e imboschita, trovarono, nascosta fra i
rovi, l'ellera e i rottami l'imboccatura della grotta; il terreno
scendeva lievemente, e la luce andava mancando di mano in mano che si
procedeva.
Fatti dieci passi, Tognetti, che andava innanzi, si arrestò, toccò
sulla sua diritta la parete umida e scabrosa del masso, e andò
palpeggiando finchè trovò l'apertura, per la quale doveva voltare.
Trovata che l'ebbe, s'inoltrò in quel fitto bujo.
Aveva mosso appena un passo là dentro, che si sentì bruscamente
arrestato da una mano, che gli afferrò la giubba sul petto, e in pari
tempo la punta aguzza di una lama di ferro, forando le vesti, venne a
posarsi a fior di pelle sotto la sua mammella sinistra.
Tognetti sporse innanzi la testa cercando quella dell'assalitore, e
all'orecchio di questo, mormorò:
--È il giorno dei morti!
Il pugno che stringeva il suo abito si aperse. La lama dello stiletto
si ritrasse, e il giovane passò oltre.
Monti ripetè le medesime parole, e anch'esso passò.
Fecero molte giravolte, salirono e scesero degli informi gradini,
ajutandosi in quella tenebra col continuo tentar delle mani, finchè
arrivarono a una specie di sala a volta scavata nel sasso.
Era la grotta del Comitato.
Molte erano le persone quivi adunate; ma tanto poco era lo spiraglio
di luce che arrivava là dentro, che gli uomini sembravano altrettante
ombre dalle vaghe sembianze, dall'aspetto incerto e oscillante.
Solamente dopo un lungo soggiorno che si fosse fatto là dentro, si
poteva pervenire a veder chiari gli oggetti.
Quando i due compagni giunsero nel luogo della riunione, una voce
parlava, una voce franca, ardita, impetuosa.
--È tempo, diceva, proseguendo in mezzo al silenzio degli altri un
lungo discorso, è tempo ormai che vi laviate da questa macchia, o
Romani. L'Italia segue con occhio intento i suoi figli, che mossero
per liberarvi a prezzo del loro sangue. E guarda voi pure, e dice, sì,
fratelli, ve lo dice colla mia bocca: E Roma, che fa, che non risponde
all'appello? Sarebbe vero ch'essa ami le sue catene? Sarà vero che i
nepoti degli Scipioni e dei Bruti siano schiavi adoratori del
pontefice-re? Questa, questa è l'accusa che vi grava sul capo. A voi,
Romani, a voi: rispondete.
La voce si tacque, e subito dopo un'altra, non meno maschia della
prima, ma più giovanile, più ardente, proruppe dall'altro lato della
grotta:
--Io, figlio di Roma, in nome di tutti risponderò.
Un mormorio di approvazione successe a quella parole. E Tognetti, che
aveva riconosciuta quella voce, sussultò dal piacere, e stretta
vivamente la mano di Monti, che aveva vicino, gli disse all'orecchio:
--Ascolta, ascolta! È Curzio che parla.
E Curzio, ch'era esso infatti, così riprese il suo dire:
--Io non dovrei rispondere colle parole. Tra poco Roma risponderà
coll'azione, col sangue: ma io non posso lasciar cadere quest'accusa
di codardia. Dite codarda Roma perchè non è insorta ancora! Ma non
sapete che a Roma manca il suo sangue più caldo e più puro, e invece
di quel sangue le circola nelle vene una tabe immonda e non sua? Che
sono nove anni che i suoi figli migliori emigrano continuamente, e
vanno ad accrescere le file dell'esercito italiano, e sono nove anni
che piovono in seno a lei sciami di stranieri reazionari e feroci?
Roma non si è ancora mossa! Ma ridatele, per Dio, il suo sangue, le
sue forze! Sbrattatela una volta di questa canaglia cosmopolita, e
allora, allora vedrete che cosa le sta nel cuore. No, la gente che
oggi circola entro le sue sacre mura non sono i figli di Roma; questi
voi li troverete là fuori, colla camicia rossa, col fucile del
volontario. Coloro che ci circondano da ogni parte, coloro che ci
stanno sopra a opprimerci il respiro, a soffocare ogni tentativo, a
schiacciare ogni anelito del nostro cuore, sono i satelliti della
reazione mondiale, sono le spie e i poliziotti d'ogni paese. Non è la
soldatesca straniera che ci tiene schiavi, che paralizza le nostre
forze. È questo fecciume di chierici e di delatori, che ha resa la
nostra eterna città la cloaca dell'orbe intero. È questa melma, che ci
avvolge, c'imprigiona, ci mozza il fiato. Un popolo inerme ma generoso
può insorgere contro una truppa agguerrita: ma come guardarsi le
spalle dal tradimento, quando vi sta intorno una turba infinita di
delatori o di birri? E costoro non sono romani, per Iddio! Tenetelo a
mente, sono i clericali di tutta la terra, che hanno piantata la loro
cittadella qui, nel cuore d'Italia. Questa è la nostra situazione; per
questo furono finora sventati i nostri intendimenti; per questo, Dio
nol voglia, ma io temo che il nostro tentativo sarà soffocato nel
sangue. Io lo temo, sì, perchè so che siamo circuiti, spiati, e per
ogni buon cittadino romano v'hanno cento delatori forestieri che lo
tengono d'occhio. Non importa, noi daremo tutte le nostre forze, tutta
la nostra vita per la patria, protesteremo almeno colla morte contro
il governo dei preti. Il plebiscito di Roma sarà scritto, non
foss'altro, col sangue de' suoi cittadini cadenti sotto il piombo de'
mercenari stranieri, o sotto la mannaja del pontefice. All'armi,
all'armi dunque, o veri Romani! In questo supremo momento taccia ogni
rancore; tutti siamo concordi in un solo volere. Mostriamo all'Italia,
al mondo intero che non vogliamo, no, non vogliamo essere sudditi di
un sacerdote coronato, che insulta il Vangelo e la croce di Cristo!
Curzio aveva pronunziato il suo discorso con quella foga irresistibile
della passione che trascina invincibilmente gli uditori. Tutto
l'entusiasmo dell'amor patrio e dell'abnegazione era impresso nelle
sue parole. Pareva che in lui rivivesse lo spirito di quel grande di
cui portava il nome.
Il fremito che percorse l'assemblea fece comprendere che quel fervido
impulso si era rapidamente trasfuso a commuovere tutti gli astanti.
--Andiamo, dunque!
--Alle armi!
--Viva la libertà!
Così gridarono molte voci, e insieme si udirono in quella oscurità il
rumore delle lame sguainate e lo scricchiolio de' revolver.
--Fermate! aspettate! gridò in quella la voce calma e severa di un
uomo, che pareva il capo della riunione. Ogni movimento incomposto
condusse sempre a rovina. È necessario adunque che le nostre mosse
siano coordinate insieme, e regolate da un piano, perchè più pronto e
sicuro sia l'effetto. Solamente una disciplina assoluta accoppiata a
disperato coraggio può condurre a buon termine un'impresa come la
nostra. A me dunque; ascoltate. Brevi saranno le mie istruzioni.
Pronta e rapida sia l'azione. Il movimento deve aver principio alla
stessa ora in diversi punti di Roma, per distrarre e dividere le forze
dell'inimico: una volta impegnata la lotta, la città intera diverrà il
campo della battaglia. Il centro dell'azione dev'essere il
Campidoglio; la campana di quella torre, che rappresenta anche oggi il
capo di Roma, risveglierà e chiamerà all'armi tutti quanti i
cittadini. L'antico propugnacolo della grandezza romana diverrà la
rocca inespugnabile della nascente libertà. Ottocento giovani scelti
guidati dai loro capi-sezione sono già destinati dal comitato a
occupare il Campidoglio, e a porvi il presidio. Le armi necessarie a
tale impresa sono nascoste in una vigna fuori di Porta San Paolo. Al
momento dell'azione è necessario che quelle armi siano introdotte a
forza per la porta San Paolo sbarrata e occupata dagli zuavi del Papa.
Duecento giovani sono destinati a questo colpo: essi usciranno alla
spicciolata dalla Porta San Giovanni, che è l'unica aperta in questo
giorno, si riuniranno in prossimità della vigna; e dopo aver caricate
le armi sui carri, si avvieranno con quelle verso la Porta San Paolo.
Frattanto alla medesima ora un altro drappello dall'interno della
città assalirà il corpo di guardia degli zuavi, se ne impadronirà, e
aprirà la porta ai compagni che sopraggiungono colle armi. Queste
saranno rapidamente distribuite agli ottocento giovani destinati alla
presa del Campidoglio, i quali si troveranno disseminati per tutte le
vie che da Porta San Paolo, per la Marmorata, Bocca della Verità e
Piazza Montanara conducono al Campidoglio; ed essi non tarderanno un
istante ad occuparlo. Mentre si compirà questa fazione, in tutti gli
altri punti principali della città deve scoppiare simultaneamente
l'insurrezione: sarà cura di ogni capo-sezione di avvertire e
raccogliere al dato momento gli uomini del suo rione. In Piazza
Colonna si attaccherà il corpo di guardia, e quivi si aduneranno gli
uomini destinati a impadronirsi del Comando di piazza e del palazzo di
polizia a Monte Citorio. In pari tempo la caserma degli zuavi sarà
minata; quello scoppio servirà di segnale a tutti gl'insorgenti di
Borgo e della Longara. Romani, fratelli! il momento supremo è giunto!
Concordia e prontezza nell'azione, e la vittoria sarà per noi! L'ora
fissata pel principio dell'azione è quella delle sette.
Il capo tacque; alle sue parole successe un silenzio pieno di
solennità; ognuno sentiva la gravità di quell'ora. Dagli uomini là
radunati dipendeva la vita dei concittadini, la salute della patria.
La maggior parte di loro era forse in quell'istante consacrata alla
morte.
Prima di separarsi, sentirono spontaneamente la necessità di un bacio
fraterno. Ognuno abbracciò il suo vicino, come si abbraccia l'uomo che
va a morire.
Monti e Tognetti aspettarono Curzio sull'imboccatura della grotta.
Egli si pose in mezzo a loro; li prese per mano, li trasse in
disparte, e tutto lieto loro disse:
--Coraggio, amici miei! a noi è affidata la missione più importante:
quella di far saltare in aria la caserma degli zuavi!...