In cotesti tempi dame e cavalieri si affaticarono a indovina

L'ASSEDIO

DI

FIRENZE

DI

F. D. GUERRAZZI

SOLA EDIZIONE ILLUSTRATA

APPROVATA DALLO SCRITTORE

MILANO

LIBRERIA EDITRICE DANTE ALIGHIERI

Via Giardino, Num. 33

1869

Proprietà Letteraria.

[Illustrazione: Ritratto di F. D. Guerrazzi]

A

N. G. A.

Io promisi un giorno dedicarvi questa opera mia. Da quel giorno in poi

voglie, costumi voi avete mutato ed affetti. Io mi mantengo tenacemente

lo stesso. E mentre in questo modo soddisfo all'ultima promessa che

vi ho fatto, io spero, e non invano, che la vostra coscienza sia per

domandarvi: E tu come adempisti i tuoi giuramenti? — Addio. —

L'Autore.

INTRODUZIONE

....... Fermamente credo

Che gli estinti dei vivi

Sién più felici; e molto più i non nati.

Che non videro i mali

Che stanno sotto il sole.

_Cleop._, trag. del card. DELFINO.

Sei sola anima mia: non mentire a te stessa; — leva la voce e prorompi

in un lamento. La pazienza! Oh! la pazienza è cosa dura e conviene

meglio alla groppa del somiero che all'anima, dell'uomo: converti

dunque in flagello questa catena spirituale e percuotila in volto ai

tuoi oppressori. I potenti della terra hanno flagelli di ferro, ne

hanno ancora di scorpioni[1]: tu adopra il tuo di pazienza offesa. —

Ardisci! A David valse la fionda, nè i tuoi nemici sono giganti, o il

sono di stoltezza soltanto. — Tu già non ti duoli per impeto d'ira o

per debolezza codarda, ma perchè una condanna di sventura più e più

sempre si aggrava sul capo della stirpe destinata a morire. Quando lo

stoico alza la faccia dicendo: Non piansi mai, — mentisce a sè stesso.

Perchè non isgorgò la lacrima dal cavo de' suoi occhi, affermerà il

superbo non avere mai pianto? Forse sotto la superficie gelata di un

fiume scorrono le acque meno rapide al mare? Tutto piange quaggiù, e la

natura stessa versa un pianto quotidiano sulle miserie della creazione

con le rugiade dei cieli. Lamenta, lamenta, anima mia. — Le muse i

genii, le fate e Apollo cessarono; ogni altra lieta immaginazione

cessò; il dolore che prima di essi inspirava i canti degli uomini, il

dolore che sopravvive ai sepolcri, il dolore che apre e serra le porte

della vita, il dolore che regge la misura del tempo..., eterna, unica

musa dell'uomo è il dolore.

Troppo innanzi tempo imparai a diffidare di molte, forze di tutte le

speranze umane: io vivo in mezzo agli uomini; ma per me non chiedo,

non ispero nè temo nulla da loro. E che mai potreste darmi, o gente

che morirete? L'odio, la prigione, l'esiglio? Me gli avete già dati;

e furono come la pietra lanciata in aria dal pazzo, che ritornò a

percuoterlo sopra la testa. La compassione? Oh! trangugiate per voi

cotesta tazza di aceto e di fiele: io posso sopportare il vostro odio,

la vostra pietà non potrei; serbatela per voi, che voi, come me, aveste

nascimento e avete la vita e avrete la morte; in voi, come in me,

stanno le malattie del corpo, le imbecillità dello spirito, gli errori,

i dolori, i trascorsi e le colpe.

Ingombra questa nostra terra, infelice una gente la quale, o prostrata

dagli anni, o torpida di fibra, o per pinguedine fastidiosa, o cieca

ad un punto e codarda, penosamente si strascina per lo esilio breve

della vita e va gridando a quelli che precorrono: Adagio, adagio;

nella quiete sta sicurezza. Qual mai sicurezza? E non sapete voi che

la vita è un correre alla morte? La quiete non è vita. Trapassare da

una in altra vicenda, agitarsi incessante nel tripudio e nell'affanno,

percuotere ed essere percosso, amare, odiare, ora angiolo, ora demonio,

e verme e Dio... questa si chiama vita. Se ciò sia bene o male,

dimandane a colui che, potendo, non volle creare tutto ad un modo.

Ma se difetto di passione l'umana felicità costituisse, l'uomo e il

sepolcro sarebbero fratelli di vita, qual corra differenza tra l'uomo

e la pietra vi dirà santo Stefano che morì lapidato. O impassibili!

Supplicate dai sacerdoti di Giove il destino di Niobe. Badate però;

Giove, aspettando i suoi successori in divinità, è fatto dio da museo,

e i vostri sacerdoti hanno potenza di convertire un cuore in pietra,

ma per loro soltanto: come la idrofobia, questa facoltà non passa in

seconda generazione, e ciò vuolsi considerare per qualche cosa di bene

ai tempi che corrono.

Odano dunque coteste genti, ma non ascoltino; guardino, ma non vedano:

io abborro dal giudizio loro: e quantunque la mia voce si levi presso

le dimore degli uomini, desidero che suoni solitaria quanto il ruggito

del lione per le arene del deserto, come lo strido dell'aquila su i

dirupi delle Alpi.

Meco stesso ragiono; adopro la facoltà d'interrogarmi e di rispondermi.

Come si chiama lo spirito che dentro me interroga, e come l'altro che

dentro di me risponde? La prima operazione apparterrebbe per avventura

al cuore, la seconda al cervello? La potenza di argomentare procede

unita o disgiunta da quella di sentire? Antichi filosofi sostennero

la esistenza di due anime nel medesimo corpo. La mia anima procedeva

ignara di tutto questo: lessi i libri dei filosofi e riuscii a

saperne molto meno di prima. L'etiche e le metafisiche loro assai si

rassomigliano alla descrizione della luna immaginata da messer Lodovico

Ariosto, o al commento (Dio lo perdoni!) del Newton intorno alla

visione dell'Apocalisse.

Anima, perchè vivi? L'anima vuota alla risposta mi ritorna a guisa

d'eco la domanda: perchè vivi? Qualche vizio di più, qualche nobile

passione di meno, e una ruga sopra la fronte, e una ferita nel cuore,

ed ogni giorno un fiore caduto dalla corona della speranza... ecco i

benefizii del tempo.

Anni felici della mia giovanezza, ond'è che mi passate traverso alla

memoria come i ruscelli delle patrie colline al tormentato della sete?

Giuochi infantili, sonni placidi, amore... perfidamente lusinghieri,

versate a piene mani una rugiada di gioia su l'alba della vita per

indurre la creatura a sopportare l'ardore increscioso del giorno e le

più dolenti tenebre della sera.

Io sorgeva in quei giorni mattiniero quanto la lodoletta pellegrina, a

ricevere sul capo la prima benedizione della luce; te, o sole, esaltava

occhio di Dio, glorioso, vigilante sopra la felicità dei figliuoli di

Adamo; e quando con lo sguardo innamorato aveva seguito la tua curva

di fuoco ai confini dell'oceano, lo rialzava al firmamento, salutando

ad una ad una le costellazioni comparse sul bruno orizzonte: però il

mio spirito ebbro di raggi e di armonia spaziava con ala infatigabile

su quei globi luminosi. Talvolta mi sorgeva nell'anima un desiderio

di penetrare oltre il manto dei cieli i misteri di Dio, e meditando

mi sprofondava per quegli azzurri sereni; se non che a poco a poco mi

si facevano opachi, finalmente neri, ed io mi rimaneva esclamando: Che

cosa importa conoscere? Dio vive!

Queste visioni lusingavano la mia fanciullezza, avvegnachè il mio

spirito fosse innamorato di Dante e del Klopstok, i divini poeti.

Nè la terra mi si offerse meno bella del cielo. Ammirai le forme del

lione, gli screzii della tigre, le liste verdi e di oro del serpente

in faccia al sole; stimai l'aconito degno quanto il giglio delle valli

di ornare le trecce alla bella fidanzata; non seppi la ragione per cui

gli uomini celebrassero l'alloro, dalla savina abborrissero; gli steli

della cicuta ebbi in pregio...

E l'oceano! Oh! Aroldo[2] si compiacque scherzare con l'onde

dell'oceano, come con la criniera di un cavallo indomato: io ti amai

col trasporto di un primo amore. Affidava il mio corpo al cumulo delle

acque, e quando spumanti mi fremevano attorno: Ecco, io diceva, esse

mormorano per il piacere di rivedermi. Sovente m'immergeva negli abissi

a toccare le aliche profonde, immaginando così di stringere la mano

dell'elemento diletto. Chi ridirà la gioia del sentirsi sospinto,

con la velocità di un dardo scoccato, alla superficie delle acque?

chi quella di osservare traverso le gocce che grondano giù dalla

fronte moltiplicati all'infinito i raggi dei pianeti? Contemplava

nell'emisfero l'astro dell'amore, lo riguardava poi riflesso sul mare,

e mi pareva su le onde tremolasse più lieto; allora, preso dal piacere,

io guizzava esclamando: Salute all'oceano, poichè Dio lo destinò a

riflettere l'astro dell'amore!

E come spensierato commisi il mio corpo alle acque, così affidai

la mia anima all'anima dell'uomo. Ahimè deluso! non mi era anche

nota la maledizione dello spirito[3]. Io reputava impossibile la

parola proferisse un pensiero non sentito dal cuore. Paragonai la

vita non con la eternità, di cui non concepiva idea giusta, bensì

co' secoli precorsi; e mi parve tanto breve, tanto miserabile cosa,

ch'io argomentai gli uomini, sentendosi destinati ad altre sorti,

poco curassero i diletti caduchi della terra. Per questo modo la

vita umana immaginando quasi preparazione di vita celeste, mi piacqui

fingerla uguale all'ora facile dei testamenti, in cui anche gli avari

sono larghi di loro sostanza ai superstiti. Vidi gli uomini che si

stringevano una mano, e non curai osservare dove celassero l'altra;

notai gli amplessi, trascurai i volti: feci tesoro di qualche bello

atto di cortesia, e reso cieco gridai: La creatura si ama!

Ma il tempo si portava le illusioni.

Il sole sta immobile globo di fuoco a illuminare l'ozio di pochi,

l'affanno di molti, le miserie di tutti; indifferenti si versano i

suoi raggi sul ferro dell'assassino e sopra la ferita dell'assassinato,

sopra la vita e sopra la morte. Se Giosuè lo costrinse col miracolo a

fermarsi nel cielo, non fu per benedire una pace, sì bene a illuminare

una strage[4].

E quando le ombre si addensarono sopra la terra, gemei e dissi: L'ora

dei tradimenti si avvicina. Guardai le stelle e mi parve impallidissero

alla maledizione che il sicario nascosto nella tenebra mandava a quei

fuochi di amore. Le strida delle migliaia dei disperati mi percossero,

udii il pianto, vidi le mani stese verso il cielo... il cielo stava

inecittabile e chiuso come una volta di bronzo, quanto una massa di

granito. Non più rallegrava il mio spirito la pelle dipinta degli

animali; vidi le labbra sanguinose, conobbi il veleno e commosso da

troppa passione domandai alla fiera della foresta: Perchè laceri la

creatura di Dio? La fiera della foresta mi rispose sbranando. Seppi la

donna avere sfrondato la savina per disperdere il frutto dell'amore;

calpestai la cicuta, ne svelsi le radici, le detti ai venti: invano;

già gli uomini ne avevano estratto la bevanda che spense Socrate, il

più virtuoso dei filosofi.

Ahimè! ahimè! Non querce, olivo e alloro, ma ferro, laccio e veleno

sono le tre corone della virtù.

Il vento sorgeva impetuoso. Io me ne andai lungo le sponde del mare,

e da lontano mi apparve un rompente che sbalzava nella rabbia della

distruzione: presso la sponda raccoglie l'ira e la forza ad inondare

la terra, ma gli si oppone la parola di Dio[5], e la superbia di lui

rimase rotta traverso gli scogli in minutissimi spruzzi; si spiegò

sopra sè stesso fremendo, e tra quelle spume scôrsi una tavola....

la reliquia della barca del pescatore. Da quell'ora in poi in ogni

mormorare di flutto ravvisai l'agonia del pescatore, il pianto della

moglie e le strida dei figli... poveri figli! Oh! tu sei forte,

oceano, contro la barca del pescatore; ma con placide onde, un giorno,

i vascelli Portoghesi e Britanni veleggianti alle Indie orientali

lambisti, amico il seno agli Spagnuoli per le stragi americane

schiudesti. Mi attristai nel profondo, considerando come gli uomini,

la natura e tutto congiurassero in danno del debole: pensai l'oceano

anch'egli fosse lusinghiero del potente, e il mio spirito fu dipartito

dal mare.

Conobbi la fiera dal sembiante umano: erano le sue imprese la calunnia

delle altrui virtù, interpretava come oltraggi i consigli di amore, si

tormentava l'intelletto per ravvisare nel benefizio una offesa onde

trarne argomento di ricompensarlo con l'odio; vituperò come misfatti

i voti più puri dell'anima ardente in fiamma di carità, chiamò la

scienza dei grandi follia, avvelenò affetti santissimi, punì il

pensiero, insidiò vite e le spense; uguale rimaneva pur sempre l'amico

stendere della mano e il sorriso soave e la parola cortese e l'umile

invocare dell'Eterno... Io vo' vederti il cuore, o creatura perversa!

E un giorno pure ebbi tra le mani un cuore. Egli mi apparve di fuori

lucido e liscio, sì che quasi affascinava a vagheggiarlo. Lo tagliai

per ispiarne l'interno. Oh! chi descrive la serie infinita delle fibre

che vanno l'una confondendosi nell'altra? Chi la serie portentosa

delle vene disgradanti senza numero? Con la punta del coltello presi

a seguitare la traccia di un filo, vi applicai argutamente il tatto

e la vista; nondimeno lo perdei, nè mi riuscì seguitarlo fino al suo

principio o al suo termine. Risi della scoperta... Così... così e non

altramente doveva essere composto il cuore dell'uomo!

Ma il dolore concetto dissimulava, e quantunque volte un pietoso

ufficio mi chiamò a favellare alle turbe, volgendomi ai giovani

solamente, però che i tempi mi avessero insegnato come i capelli

bianchi non sieno aureola di pazienza a' vecchi capi, ed ogni anno

saccheggi una virtù, e l'uomo prima assai di morire diventi cadavere,

volgendomi, dico, ai giovani soltanto, gli ammoniva: «Fratelli! io vi

conforto ad essere grandi: certo nel proferire sì fatta parola tremo

nelle ossa; pure a Dio piaccia che per viltà mi rimanga del manifestare

altri sentimenti. Regge il creato una legge dura che impone: Sii grande

e infelice: ma un'altra legge impera più universale che comanda: Sii

uomo e muori. Ora se nessuna forza può tôrvi la bella morte, che cosa

mai presenta la vita onde la conserviate a prezzo del vituperio?

Invidiereste voi forse la stilla del cielo che scende tacita e si

confonde inosservata nel mare? Chi non amerebbe piuttosto un giorno

dell'esistenza dell'uccello, esistenza di canto e di volo; chi non

più tosto il minuto del fulmine, minuto di fragore e di luce che il

secolo del verme dei sepolcri? Gravi mali vi aspettano, il vostro cuore

lacerato si romperà; morrete: ma presso il morire ricorderete l'esilio

di Dante, le catene del Colombo, la corda del Machiavelli, il carcere

di Galileo, i delirii del Tasso (e non ricordo le morti per ferro, per

laccio, per veleno e fin anche per fame, perchè le sventure dei grandi

sono troppe e troppo dolorosamente copiose), e di queste memorie vi

farete zona di costanza intorno ai reni per durare imperterriti nella

miseria, traverso la quale la stirpe dei tormentatori vi travolgerà. La

tirannide umana che vi appariva dianzi quasi colosso di bronzo, ora la

schernirete vedendo le sue piante di creta, e la sperderete con quella

stessa agevolezza con la quale l'angiolo di Dante si sgombrava dal

volto il fumo dell'inferno.»

Così favellavano le labbra; l'anima intanto inaridiva nell'amarezza.

Ora dentro di me si levò una voce che disse: «Non sempre Dio si pentì

di avere creato l'uomo. Tu vivi in secolo che vinse il paragone di

tristezza con ogni più vile metallo[6]. Ricerca per le storie, e

troverai tempi secondo il tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla

virtù dei morti prendi argomento di flaggellare le infamie dei vivi. Le

opere famose dei trapassati ti daranno speranza del valore dei posteri:

imperciocchè nulla duri eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e

del male si alterni continua sopra questa terra. Tu vivrai una vita di

visioni degli anni passati e dei futuri.»

Apersi il volume della storia, investigando questa epoca di umana

felicità, e lessi con l'anelito del moribondo che sospira la luce.

Oh quanti giorni consumati invano! Oh quante volte caddi col capo

sulle pagine funeste, dolente, non disperato, esclamando: Sarò più

avventuroso domani! Venne il domani e il giorno appresso e l'altro, nè

da alcun lato si diradava la tenebra. Questa è la storia delle fiere

del bosco! Gittai il libro, ma col libro non gittai la conoscenza del

male. Notti vegliate su i volumi di coloro che mi hanno preceduto,

irresistibile agonia di sapere, qual frutto apportaste all'anima

mia? Con l'avvilimento e il dolore ho tessuto il manto funerario alla

speranza.

Guardai l'Italia, e vidi sorgere una gente, sparpagliarsi pel mondo

a incatenare la creatura di Dio; poi la pazienza degli oppressi

convertirsi in furore, l'antica iniquità caduta, giunti i giorni

dell'ira; popoli barbari, come fanno degli armenti i mandriani,

cacciarsi davanti altri popoli barbari alla volta delle nostre

contrade: inonda il torrente dalle Alpi a Reggio, un trono è leva

per sovvertire un altro trono; noi infelicissimi, vinti, portiamo

la impronta della caduta di tutti. Dopo le contese sacerdotali

succedono le civili. Guelfi e Ghibellini; Bianchi e Neri; Montecchi

e Cappelletti; Maltraversi e Scacchesi; Bergolini e Raspanti:

sangue gronda ogni sasso alla campagna, sangue ogni torre in città;

repubbliche discordi, misere, perpetuamente guerreggianti tra loro;

interni ed esterni tiranni, lascivi, avari, paurosi delle tenebre

stesse, e pure senza misura crudeli; traditori e traditi; braccia poste

all'incanto, anime italiane vendute; città nobilissime patteggianti

coi turpi masnadieri; alti inteletti sotto la feroce ignoranza dei

sacerdoti curvati; per ultimo, come la tempesta si leva dagli abissi

del mare, ecco sorge la tirannide, Briareo maledetto, che le cento mani

distende, il cielo e la terra arraffando contamina, snatura anime e

corpi, semina il deserto e sta.

E tu, Firenze, figlia generosa di nobile madre, cedesti alla

onnipotenza dei fati, come conveniva all'ultimo santuario della

italiana libertà! Inclita per magnanime geste, consacrata dal sangue

dei martiri, la tua caduta farà sospirare il nostro cuore finchè la

creta animata si scaldi al sole dell'opre magnanime. Ahimè! pur troppo

la vita dei reami e delle repubbliche è misurata come quella degli

individui! Però non ti valse prodezza nè consiglio de' tuoi; giacque

la tua libertà sepolta con essi, e luminosi di gloria immortale vivete

insieme nello stesso sepolcro.

Non confidate nella speranza: ella è la meretrice della vita.

Dunque un destino inesorato ci condanna, come il serpente antico, a

nudrirci per sempre di cenere, a traversare il futuro non movendo altro

suono che quello del tergo percosso dalle verghe e del piede avvinto

dalle catene?

Chi disse questo! La forza non ha concluso un patto eterno con veruna

nazione del mondo. Qual mano di uomo strappò l'ale alla vittoria? A

Roma gliele troncava il fulmine, ma tornarono a crescere co' secoli,

ed ella fuggì via. Finchè sollevandosi al cielo le vostre braccia

sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate.... combattete:

anche col ferro in pugno si prega; anzi cotesta preghiera è la

sola che si addica agli oppressi. Iddio sta co' forti! La vostra

misura di abiezione è già colma: scendere più oltre non potete: la

vita consiste nel moto, dunque sorgerete. Ma intanto abbiate l'ira

nel cuore, la minaccia su i labbri, nella destra la morte; tutti i

vostri dii caschino in pezzi, non adorate altro Dio che _Sabaoth_,

lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete, cadrete, tornerete a

sorgere: la vendetta e l'ira vi renderanno immortali. La mano del

demonio settentrionale, che osò stoltamente cacciarsi tra le ruote del

carro del tempo per arrestarlo, indebolita vacilla e sarà infranta.

Se potessimo porgli una mano sul cuore, conosceremmo la più parte

delle sue pulsazioni muovere adesso dalla paura. Ma se ci fosse

dato di porgli una mano sul cuore, certo non sarebbe per sentirne le

pulsazioni... Oh no! viva per morire sotto le rovine dello edifizio che

ha fabbricato; prima di restarci sepolto intenda il grido di obbrobrio

che mandano gli oppressi sul tormentatore tradito dalla fortuna. La

morte percuote del pari gli eroi della virtù e gli eroi del delitto:

Ma Epaminonda tenne l'anima chiusa col ferro finchè non conobbe la

vittoria della patria, e morì trionfando; lui poi trapassi la spada sul

principio della battaglia, e non gli sia tolta dalle viscere finchè non

sappia la nuova della sua sconfitta; perisca, soffocato dal fumo dei

cannoni che annunzieranno la nostra vittoria; si disperi nell'udire i

tamburi che saluteranno l'aurora del nostro risorgimento. Sventolerà

un'altra volta la nostra bandiera su le torri nemiche, terribile

ai figliuoli dei Cimbri; scoperchierà lo spettro di Mario l'antica

sepoltura; un'altra volta trascineremo per la polvere al Campidoglio le

corone dei tiranni dei popoli... Ma saremo allora felici? Che importa?

Tornino, oh tornino desiderati quei giorni all'orgoglio italiano! Amaro

è il piacere di opprimere, ma è pure un piacere; e la vendetta delle

atroci offese rallegra ancora lo spirito di Dio...

Qui sorge una voce amica e mormora queste parole: «La scienza del

dolore non ha mestiere d'insegnamento, perchè nacque congiunta col

cuore dell'uomo.»

Ed io rispondo: «Bada, la prosperità è proterva, la mestizia

pensierosa, e nel pensiero sta il principio delle imprese: a Cesare

davano ombra i foschi nel sembiante, nelle chiome scomposti e scinti;

i lieti poi e gli azzimati non curava; umana arena questi a cementare

i fondamenti di tirannide.»

Altre voci, e non amiche, ora parmi che si levino e dicano: «Noi non

intendiamo donde muovi nè dove vai.»

Ed io rispondo: «Peggio per voi; le vostre sono anime invano.»

Se tu dunque che leggevi fin qui ti senti il cuore e lo inteletto

sicuri, se le lagrime non ti tolgono la vista delle miserie umane,

vieni, mi segui nel dolente pellegrinaggio del pensiero: ti narrerò

storie feroci, ti dirò cose che ti suoneranno terribili quanto le

strida di un dannato, e pregherò Dio che non valgano a persuaderti.

A te poi comando di non compiangermi e, se ti piace ancora, di non

maledirmi; gemi soltanto sopra la dura necessità che produceva i casi

i quali verrò raccontando: non gli ho inventati già io. Se tu potessi

smentirli, se cancellarli dalla memoria, dove stanno impressi con

parole di sangue, oh! io ti saluterei consolatore della umanità.

* * * * *

Io scrittore lascio questa prefazione come prima la dettai, se

togli che in più parti la corressi per quello concerne lo stile,

conciossiachè mutarne i concetti oggimai non tornerebbe efficace.

Tuttavolta però, più pacato ora, meglio perito nei casi della vita,

di non pochi anni più prossimo al sepolcro, io giudico com'essa non

esponga dottrine affatto buone nè vere. Sapienza è non disperare mai;

e nello attendere e nello sperare stanno le virtù supreme dei popoli.

In quanto all'odio poi, se un dì fie dato inalzare lo edifizio della

umana felicità, certo non su l'odio, bensì sopra il fratellevole amore

che Cristo insegna avrà da fondarsi: ciò nonostante, adesso ci corre

obbligo di odiare; che lo schiavo non può volgere la mente grata a Dio,

e Dio abborre vedersi supplicato da mano gravi di catene.

Passate le Alpi, e tornerem fratelli.

L'Assedio di Firenze

CAPITOLO PRIMO

NICOLÒ MACHIAVELLI

Perchè egli è ufficio di uomo buono

quel bene che per la malignità

dei tempi e della fortuna tu non

hai potuto operare insegnarlo agli

altri, acciocchè, essendone molti

capaci, alcuno di quelli più amati

dal cielo possa operarlo.

MACHIAVELLI.

Che se la voce sua sarà molesta

Nel primo gusto, vital nutrimento

Lascerà poi quando sarà digesta.

DANTE.

Il suo passo era di uomo libero in terra libera, grave e solenne: ma

sembrava sviato, come di persona improvvida o poco curante dei luoghi

che gli si paravano dinanzi in suo cammino. Vestiva abito straniero:

la cappa soppannata di pelli, il giustacuore di velluto bruno, calze

di panno strettissime di colore scuro; le scarpe, il collarino e ogni

altra parte in somma del suo abbigliamento rammentava la foggia di

Francia. Portava avvolta intorno al berretto certa catena d'oro dalla

quale pendeva una medaglia parimente d'oro ove stava effigiata una

salamandra nelle fiamme, col motto: _ardo, non brucio_; impresa e motto

inventati per Francesco I da madama d'Alençon sua sorella, valentissima

in coteste arti cortegiane.

In cotesti tempi dame e cavalieri si affaticarono a indovinarne il

significato; ma, per quello che la tradizione lontana ci tramandò, pare

che madama d'Alençon intendesse, mediante sì fatta impresa, ammonire

Francesco allora duca d'Angoulème, quando prese ad amare la giovane

sposa di Luigi XII, Maria d'Inghilterra, dalla fecondità della quale

correva pericolo di rimanere escluso dal reame di Francia.

Lunghi i capelli cadevano oltre le orecchie allo straniero e quivi

tagliati in giro; costume anch'esso nato in Francia da brutta

necessità. Imperciocchè i monarchi, disegnando abbattere la potenza

dei baroni, per superarli di forze non abborissero chiamare in aiuto

loro gente condannate ad avere mozze le orecchie (specie di pena oltre

modo infamante usata in quei tempi): e pervenuti poi a miglior grado

di fortuna, cotesti usciti dalle galere con quella usanza tentarono

ricoprire la propria vergogna[7]. Ciò che in principio fu turpe bisogno

diventò subito presso quegli strani ingegni dei Francesi vaghezza di

costume; appunto come, sul declinare del secolo passato, dalle stragi

della rivoluzione ricavarono nuove foggie di abbigliamento del sesso

gentile[8].

Ma se straniere erano le vesti, il volto lo diceva italiano, nato alla

grandezza e alla sventura. Sopra la sua fronte sublime potevano la

gioia e il dolore spiegarsi nell'ampiezza della loro potenza; e certo

sovente se ne alternarono il dominio: se non che la gioia fugace la

percosse appena col ventilare delle sue ali leggerissime di farfalla,

mentre il dolore vi lasciò la impronta delle sue varie procelle, a

guisa d'iscrizioni funerarie sopra la fascia dei sepolcri. Quel suo

sguardo acuto manifestava ingegno prepotente, un ingegno capace di

fissare lo splendore dei cieli, volgerlo alla terra e in un baleno

d'intelligenza comprendere i pensieri, le sensazioni, gli affetti che

passano tra i pianeti e la terra, fra il creatore e la creatura, e

quindi sollevato dal fango tornarlo di nuovo a fissare nel firmamento,

come protesta immortale contro lo spirito che accolse l'idea della

stella e del fango, del piacere e dell'angoscia, del palpito dell'amore

e del verme della putrefazione, del tiranno e dello schiavo; e ne

lanciò a piene mani la moltitudine nel mondo quasi in retaggio di

maledizione alla stirpe che si pentì di aver creato con anima e lingua

bastevole a rimandargli contro una maledizione[9]. Da molto tempo la

sua bocca obliò il sorriso che nasce dalla vista della bellezza, dai

racconti delle imprese onorate, da quando insomma, commovendo, ha virtù

di esaltare l'anima umana. L'affanno inaridisce tutti senza distinzione

gli affetti, la lacrima del pari che il sorriso, come fa delle piante e

dei fiori il vento del deserto. Ben egli ancora rideva, ma un brivido

del cuore sembrava cagionasse cotesta crispazione convulsa delle

labbra; le morbide curve disegnate dalla bocca quando susurra parole

di amore erano sparite; invece si scomponeva in triste linee angolari,

come colui che gusta per errore una bevanda amara.

E non pertanto, malgrado segni così profondi di rovina spirituale, due

corde vibravano eterne in quel cuore: — la poesia e la speranza. Egli

aveva provato il pane dell'esilio, nè quel suo passo incerto nasceva da

noncuranza, no; quando prima lo mosse, ebbe in pensiero di recarsi a un

punto determinato; poi la gioia di rivedere, dopo gli anni incresciosi

dell'esilio, i luoghi diletti della sua giovanezza lo vinse sì che,

dimentico di ogni altra cosa ora si aggirava alla ventura per le vie

di Firenze. Oh quanto è funesta amica la memoria al povero esiliato!

Quanto mal destra consolatrice! Invece d'infondere sopra la piaga olio

e vino come il Samaritano dell'Evangelo[10], senza volerlo vi sparge

zolfo infiammato. La memoria i casi più riposti della vita ricerca

limpidissima, senso comparte ed affetto ai luoghi cari per un ricordo

di amore, cari eziandio per lo stesso dolore: e poi tutte queste cose

rallegrando col raggio più puro che mai scintillasse in cielo italiano,

ad ora ad ora ne abbaglia lo spirito all'esule, non altrimenti che il

fanciullo, per giuoco raccolta la luce del sole entro uno specchio, si

compiace rapire per un momento la vista al passeggero con un oceano

di splendore. Però l'esule si strugge nell'agonia di un desiderio

febbrile e, consumato da cotesta ardente contemplazione, comprende in

qual maniera i Greci antichi potessero imporre alle furie il nome di

_Eumenidi_, che significa _dolci_[11]. E perchè dovea una parte della

città preporre all'altra? Non componevano tutte la diletta sua patria?

Errava così alla ventura, perchè dovunque si volgesse incontrava

argomenti di pietà, di piacere e di travaglio.

Se i luoghi percorsi un qualche bel fatto cittadino o una strage

fraterna gli rammentassero, avresti potuto conoscere dal passo, che

ora procedeva più lento ed ora si accelerava come se premesse lastre

di fuoco. Adesso notava le masse portentose dei palazzi baronali,

fatte più smisurate dalle tenebre, e gemeva su gli odii che gli

ostelli destinati al quieto vivere civile tramutarono in fortezze; e

più lungamente ancora si tratteneva a considerare le umili case dei

popolani appoggiate a coteste superbe dimore per averne sostegno,

nel modo stesso che nel mondo i deboli si raccomandano ai potenti

per conseguirne tutela; e nel modo stesso che nel mondo i deboli, dal

continuo curvarsi, acquistano soltanto avvilimento e abbandono, cotesti

abituri per la prossimità delle soverchianti magioni venivano a perdere

la luce e il vivido circolare dell'aria. Procedendo oltre, penetrava

con gli sguardi dentro le officine degli artefici; e tentennando

il capo, contemplava quei volti plebei che la necessità colorisce e

corruga, e quelle mani che muove il bisogno di un pane e la passione

di un eroe; quelle mani che mosse dalla piena del cuore guadagnano una

corona al capo o una catena ai piedi.

Però la virtù non si era anche fatta inusitata sotto i tetti signorili,

nè la misura dell'anima procedeva alla rovescia con la larghezza dei

luoghi che la ricettano: pure ella fin d'allora le modeste più che le

sublimi case si compiaceva visitare.

Così di pensiero in pensiero trascorrendo e per diverse vie camminando,

venne a riuscire appiè del Ponte Vecchio. Andava oltre; e giunto che

fu a mezzo del ponte, si affacciò alle spallette, dove declinato il

capo, si pose a considerare il corso del fiume. In quel punto la sua

mente era tolta alla visione dei tempi passati. Vide un barone vestito

di bianco sopra un bianco palafreno arrivare con lieti sembianti

in capo del ponte, all'improvviso prorompere una mano di armati,

stringersegli addosso e, senza pur dargli tempo di raccomandarsi a

Dio, rovesciarlo dal palafreno e rompergli la persona di mille ferite;

vide sgorgare larga vena di sangue, macchiare le pietre del ponte e la

statua del nume che i pagani proposero alla guerra; ed a lui stesso

sentì spruzzarsene il volto, onde atterrito recava ambedue le mani

alla fronte a rimuoverne il sangue fraterno. E poi apparve il demonio

della discordia, che quel sangue raccolse e, mescolato con l'ira di

Dio, tornò a diffonderlo, quasi rugiada di delitto, sopra una terra

sacra alla sventura: allora, fecondate dall'umore mortale, scorsero

generazioni che, rinnovando il caso degli uomini usciti dai denti del

serpente di Cadmo, sembrò venissero alla luce per trucidarsi soltanto:

d'ira ebbre e di sangue, si lacerarono le membra, delle proprie viscere

composero miserandi flagelli; le antiche sepolture, baccanti di strage,

scoperchiarono, e strinsero le ossa degli avi onde percuoterne il capo

ai nipoti.

Nel fragore delle acque rompentisi per le pile, echeggianti sotto gli

archi del ponte, a lui parve sentire il grido lanciato dalle trascorse

generazioni nei tempi futuri; suono orribilmente confuso, voragine

di dolore, di pianto, di delitti e di memorie. Come narra la fama che

all'imperatore Pertinace dentro la piscina si affacciasse spaventevole

uno spettro a minacciarlo di morte[12], così in quelle rapide onde del

fiume egli pensò vedere i secoli passati, in forma di truci gladiatori,

fuggire dalle arene sanguinose e correre verso l'eternità, incalzati

colla spada nei remi dei secoli succedenti. I lumi accesi sopra la riva

mandavano obliquamente per la superficie del fiume lunghe strisce di

luce, sicchè le onde grosse e veementi, nel trapassarle, riflettevano

un raggio sinistro che bene si rassomigliava al corruscare dei ferri

parricidi.

Il pellegrino non vale a sostenere i fantasmi della propria

immaginazione, e gli occhi solleva al firmamento. Il cielo in parte

era ingombro di nuvole, ma vi scintillava una stella splendida come

la libertà, bella quanto la speranza. Quale misteriosa corrispondenza

passasse tra il pellegrino e la stella io non saprei; però ei la

fissava con immensa alacrità, aveva tutta l'anima trasfusa nello

sguardo, e sollevò la destra come per invocarla. La stella parve

battere l'ale a guisa di colomba e tremare luminosa e ingegnarsi a

fuggire la nuvola nera che di mano in mano divorava oscurando il bello

azzurro del cielo; invano: il nuvolo l'aggiunse, e il firmamento pianse

perduto quel soave raggio d'amore. Egli allora declinò lo sguardo,

dalla parte più lontana del cuore disciolse un sospiro e, vinto

dalla passione, fuggiva a corsa dal ponte per sottrarsi al doloroso

presentimento.

L'affanno cerca il consorzio degli uomini, la gioja spesso gli oblia:

in molti ciò accade per raziocinio, e vuolsi biasimare; in moltissimi

per natura, e vuolsi compatire. Il pellegrino, adesso vinto dalla

passione, si risovenne dell'uomo per cui si era mosso da prima e che

aveva dimenticato nella dilettevole contemplazione. Sceso il ponte,

camminò per gran parte della via chiamata dei Guicciardini: già era

prossimo alla fine del suo pellegrinaggio, quando gli parve vedere, e

vide certo, una figura immobile davanti la casa dell'amico. Siccome

avviene per la notte si presentava disegnata in nero sopra un fondo

men bruno: la veste talare, che chiamavano lucco, descriveva cadendo

bellissimi contorni; una mano le pendeva giù lungo la persona, l'altra

sottoposta alla fronte e appoggiata allo stipite, in sembianza di

statua che pianga sopra l'urna dei defunti.

Il pellegrino soprastette alquanto col cuor chiuso, aguzzò lo sguardo

e sentì suo mal grado agitarsi; riprese a camminare più lento, mormorò

alcune parole, levò strepito: invano; lo sconosciuto, assorto in

profonda meditazione, non pareva cosa viva. Si fa più appresso, più

appresso ancora: coteste forme non gli tornano ignote; esita nel

ravvisarle, le ravvisa, e con tale una voce che svelava una piena

immensa di affetto, una speranza adempita, forte sclamò:

«Buondelmonti.»

Lo sconosciuto anch'egli, quasi desto per forza, balzava indietro

gridando:

«Alamanni.»

E l'uno nelle braccia dell'altro precipitava e sentiva sopra il suo

cuore palpitare il cuore dell'amico col palpito più generoso che mai

fosse concesso ai nati della creta.

Troppo gli agitava profonda quella intima melodia onde potessero

significarla con parole. Come la virtù visiva per solenne splendore si

acceca, così l'altissimo sentimento smarrisce la via della favella;

però precorre il linguaggio dei labbri mortali un colloquio dello

spirito che forse non morrà, colloquio di arterie frementi, di

effluvii di vita trasfusi da una mano all'altra, dall'una all'altra

guancia. Stettero muti e giubilarono e quasi benedissero i travagli

sofferti da Dio che volle sgorgasse la dolcezza della gioja dall'amaro

dell'angoscia, in quella guisa che finsero i poeti con le lacrime di

una donna disperata si componesse la mirra, profumo soave agli uomini

e agli dêi.

Quando poi si fu alquanto quetata la veemenza della passione, Zanobi

Buondelmonti prese a interrogare dicendo:

«E donde vieni, Luigi?»

«Vengo di Francia, ove trovai favore presso il Cristianissimo; ma la

grazia dei re all'anima repubblicana è tale un supplizio, Zanobi, che

l'Alighieri nostro non avrebbe dovuto dimenticare di metterlo giù nel

suo Inferno.»

«E come ti si volsero gravi gli anni dell'esilio? Ti piacque ella la

terra? Ti si mostravano i cittadini cortesi?»

«L'esule, amico, e tu lo sai a prova, conserva gli occhi per piangere,

non già per vedere; il cuore gli vive, ma per sentire la propria

sciagura. Il pane dell'esilio mi parve amaro, e certo parve anche a

te; incresciosa la casa dove non ti richiama affetto di vivente o di

defunto. Il sole in sembianza di fuggiasco trascorre per quell'aere

caliginoso e raccoglie a sè tutti i suoi raggi, quasi per timore di

contaminarveli dentro; egli comparisce su l'emisfero come spossato

dalle fatiche di aver vinto le tenebre; per gran parte dell'anno egli

guarda quei luoghi colle palpebre socchiuse, ma non li veste con la

magnificenza della sua luce, nè le cose riempie e gli uomini di vita

e di poesia. Anche coteste terre traversano ampie riviere, ma invano

cercai gli argini fioriti del patrio fiume, nè vidi percuoterne le

sponde i piè leggieri di donne o di donzelle innamorate, nè riflesse

in quell'onde le infinite ville di cui va lieta la prossima campagna:

la Senna mi apparve a guisa di un fiume di piombo che senza fremito

di acque, senza riflesso d'immagini, unito, opaco, si accostasse

pesantemente al mare. Per gli uomini poi, nè il cielo nè la terra

amano i miseri e l'odio degli avventurosi ti prostra del pari che il

beneficio. Astero di Anfipoli tolse un occhio, lo sai, a Filippo di

Macedonia con una freccia d'argento. Il potente dona per ozio, per

fastidio, per tracotanza; dona ancora per debolezza o per ira, di rado

per la benignità di natura o per amore del prossimo; e quando egli si

avvisa di cacciare fuori un lamento sopra la ingratitudine umana, il

mondo gli crede, perchè non sa o non vuole comprendere come sovente la

mano che finge stendersi al beneficio meriterebbe di essere tagliata.

Al misero poi che sotto la sferza dell'elemosina trae doloroso un

rammarico maledicono tutti, perchè non pensano che con un fiorino può

maggior ferita apportarsi che con un pugnale. Da ogni parte odi muovere

lagnanze di uomini ingrati: potresti tu annoverarmi coloro i quali

sanno beneficare? L'anima del cane non bada al volto di cui gli getta

l'osso, ma l'anima dell'uomo rimane profondamente contristata dal modo

del beneficio. Ora tu intendi come il disprezzo mi gravasse, nè meno

la pietà altrui mi riuscisse importuna. Nello stato al quale venimmo

condotti il cuore sta chiuso nè lascia entrarvi od uscirne un affetto.

Infelice colui che in questa terra non seppe inspirare altro che odio;

ma infelicissimo quegli che abbisogna della pietà degli altri!

[Illustrazione: «Alamanni.» e l'uno nelle braccia dell'altro

precipitava... _Cap. I, pag. 5._]

«Veramente, Luigi», rispose il Buondelmonti, «la miseria flagellando

scuopre la carne viva, sì che le fibre spasimano ad ogni lieve

crudezza: però non vuolsi negare come l'uomo di rado e malvolentieri

perdoni qualunque sorta di superiorità, e il felice beneficando si

dichiara coll'atto superiore allo sventurato. — Qual merito è il suo

per vivere più contento di me? — nella rabbia del cuore si domanda

l'offeso dalla fortuna: e, la ingiustizia confondendo con l'uomo che la

rappresenta, trasuda odio per tutti i pori del corpo. I beni acquistati

per accidente di fortuna più di leggeri egli assolve che gli altri

concessi per fatalità di natura: la ricchezza quindi più agevolmente

della grazia, la grazia della forza, la forza della bellezza, la

bellezza dell'ingegno. Pel genio poi non vi ha perdono in questa terra:

gli volgano i casi favorevoli o avversi, egli è solo. Messo sul capo

de' suoi fratelli, ben egli ha potenza di pestarlo o illuminarlo, ma

gli è vietato baciarlo; dove si chinasse un momento, sarebbe una stella

caduta, avrebbe tradito il suo officio per pochezza di cuore: soffra,

sia grande e tacia. Dalle angosce della sua solitudine usciranno

insegnamenti a migliorare il vivere degli uomini tra loro: intanto

sè stesso nudrisca divorandosi; sublime di grandezza e di dolore,

si apra il petto e, a guisa di mistico pellicano, le schiatte dei

fratelli rigeneri con un battesimo di sangue e di scienza. Così, per

certo, si mantiene dal destino in giusta lance cui ebbe troppo, e cui

troppo poco; così forse merita pietà chi maggiormente pensiamo degno

d'invidia. Sempre a sè medesimo gravoso, spesso ai suoi fratelli,

funesto, vilipeso, sconosciuto, perseguito, il genio è condannato ad

una perpetua ebbrezza di angoscia e di gloria.»

«Forse è così, come dici, o Zanobi: e l'una parte e l'altra avranno

torto o più tosto ragione; però che l'esperienza m'insegnasse queste

due parole non corrispondere a cosa effettuale di per sè stessa stante,

sì bene essere modificazioni di cose secondo i tempi o le sorti o gli

uomini diversi. Francesco Sforza tolse via la repubblica di Milano; e

poichè i cittadini non sentirono virtù da impedirlo e da spegnerlo, fu

duca ed ebbe ragione: se lo tentava quando i Lombardi con la creta e

con la paglia contrastarono all'imperatore Barbarossa, sarebbe stato

ridotto in pezzi e avrebbe avuto torto. Arnaldo da Brescia, Giovanni

Hus e Martino Lutero intesero ad un medesimo fine: i primi due vennero

al mondo troppo tosto e capitarono male; il terzo nacque in tempo

giusto, ed ogni giorno, come tu vedi, prospera. Ma, lasciando per ora

di ragionare intorno a sì fatto argomento, dimmi tu pure come e quanto

pativi: è cosa dolce sopra la terra dei nostri padri discorrere insieme

gli affanni dell'esilio. Di te non intesi novella mai: e quando mi

ricorreva al pensiero la tua cara immagine fraterna, involontarie le

labbra mormoravano la preghiera dei defunti.»

«Ed in vero io non vissi. In quella guisa che gli antichi credevano

lo spirito dipartito dal corpo non sapesse o non potesse abbandonare

i luoghi dove giacea sepolto il compagno della sua vita, così io mi

aggirai per le varie contrade d'Italia. A Roma poi, più sovente che

in altre parti traeva come a sicurissimo asilo. La luce abborriva e

gli uomini, perchè io non ho cuore da sopportare la vista di un popolo

caduto sì basso. E pure coloro i quali adesso mangiano e bevono e

dormono in Roma ardiscono vantarsi sangue latino, chiamarsi figli

degli antichi Romani! Sì certo, come i vermi potevano dirsi figli

di Bruto diventato cadavere. La notte invocava che col suo più denso

velo ricoprisse le infamie d'Italia, e la supplicava eterna; usciva

pel buio a vagare, simile ad un insetto, traverso le infinite volte

del Colosseo, monumento sul quale i secoli, poichè invano tentarono

distruggerlo, si posano come sopra un trono conveniente alla loro

maestà; ma nell'insetto era potenza d'immaginare, e quindi riempiva

cotesta arena di aneliti, di grida e di strage, e quei gradini popolava

di una gente a cui porgeva acuto diletto un colpo mortalmente ferito,

un'agonia fortemente sofferta; e da cotesti spettacoli vedeva sorgere

la gente romana e correre a portare nell'universo catene e seme di

futura vendetta: però le larve sparivano, e tremendo mi stava davanti

gli occhi il sepolcro delle rovine di Roma; sì, dico, sì, anche le

rovine sono state sepolte: chi ne conobbe fin qui tutte le sue ossa!

Se rimanessero intere le rovine della superba città, ne uscirebbe una

voce di spavento allo straniero, una voce di risurrezione ai nostri

stolti e codardi: grandezza, gloria, popolo, costumi e rovine di Roma,

tutto precipitò nella morte. I numi muoiono anch'essi. Del tempio di

Giove avanza una colonna sola, quasi cippo sepolcrale di religione

defunta. Ahimè! l'aspetto dell'antica miseria non giova a confortare

la nuova. Cessiamo dal piangere sopra le glorie passate; piangiamo

più tosto, e a maggiore ragione, la odierna viltà che ci contende di

sollevare l'anima dalla terra. Ogni popolo trama il proprio destino;

ogni uomo può violentare la sua Parca. Non è questo il terreno dove

vissero i Romani? non è questo il cielo che li copriva? non queste

le stelle che tante volte scintillarono sopra i nostri trionfi? Nulla

è mutato; noi solo siamo fatti diversi. Ecco, io diceva a me stesso,

giunse nella terra dei padri miei il giorno d'ira e di abiezione, nel

quale i popoli portano le catene come ghirlande di fiori e credono non

avere mai la testa tanto bassa, la voce tanto dimessa, il dorso tanto

curvo da prostituirsi al proprio simile: ora che più resta all'uomo

nato libero? Avventi contro Dio la sua anima, come saetta dall'arco, e

mora incontaminato. Moriamo. E a corsa m'incamminava verso la patria,

chiuso nel tremendo pensiero di maledirla e di spegnermi. Valicai

furente i gioghi dell'Appennino: l'anima mia si accordava con gli urli

dei lupi vaganti pe' boschi e li vinceva in ferocia; le mani atteggiate

ad imprecare, mi affacciai dalla sommità dei colli, giù per le valli

lanciai uno sguardo infocato quanto il fulmine del cielo.... Ahi la

patria! la patria! nel giorno del dolore più leggiadra mi apparve che

in quello dell'esultanza, siccome grazia aggiunge e vaghezza al volto

della donna il pallore che la mestizia vi diffonde coll'alito gentile.

Occorrono sopra la terra creazioni di così incorrutibile bellezza su

le quali la traccia della sventura non si manifesta come oltraggio, ma

quasi un bacio; e la nostra patria, o Luigi, è tra queste. Gli occhi

mi s'ingombrarono di lagrime, mi caddero le mani; ed in quel modo che

Balaam, chiamato a maledire il popolo di Dio, lo benedisse tre volte,

io le invocai bellezza sempre uguale, destini diversi. Scesi dai colli

con l'ansia d'una madre la quale, spaventata dai lunghi sonni del

figlio, si curva sopra le sue labbra a spiarne la vita, ed entrai nei

casolari degli agricoltori: colà vidi accendersi volti alla memoria

della nostra abiezione, quivi udii suonare la parola della libertà:

allora mi accôrsi che la patria non era anche morta; onde, prostrato

sopra la terra de' miei padri, con le viscere del cuore supplicava:

Desta, o Signore, la bella addormentata. Tu, padre, schiudi le dimore

celesti, a tutti ospitale: l'anima del forte e quella del debole

sono parte dell'anima tua; perchè dunque tu soffri la schiatta dei

tormentatori? Le mani strette dalle catene non possono sollevarsi verso

di te. Vedi, i fratelli hanno contristato lo spirito dei fratelli,

gli hanno percossi, gli hanno fatti piangere: perchè tanto splendide

creasti le sfere, così squallida la terra? Manda la figlia migliore del

tuo pensiero, la libertà, ad albergare tra gli uomini; e la terra fie

che emuli di magnificenza il firmamento: allora queste due creazioni

alterneranno in tua gloria un cantico nuovo, e i cieli, fino ad ora

cupamente muti, palpiteranno di echi divini. Lévati dunque giudice e

comanda che lo svegliarsi di un popolo sia come quello di un leone e

non riposi finchè non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli

uccisi[13]. Ora, ecco, Iddio ha esaudito la preghiera dell'esule; e di

forza, di amore pieno e di ardire, a pena giunto qui, piegai i passi a

salutare il grande, che da noi vuolsi onorare dopo Dio prima, perchè,

se da lui avemmo la vita e la patria, egli c'insegnava ad amarla ed a

morire degnamente per lei.»

«E già tardammo anche troppo», soggiunse Luigi Alamanni; e così

favellando prese pel braccio il Buondelmonti e salirono.

Non incontrarono persona nè udivano muovere passo o articolare parola:

una lampada appesa alla volta della sala ardeva solitaria e prossima a

morire. Appena v'ebbero posto il piede i due amici, si avvivò, mandò su

le nudi pareti un getto di luce, quasi volesse dire: — contemplate la

povertà di Nicolò Machiavelli —, e si spense. Allora ristettero pensosi

e meditarono se quella miseria o il grande che la soffriva maggiormente

onorasse, o i suoi concittadini che gliela lasciavano sopportare

avvilisse. Percossi dallo insolito silenzio, si avvolgono per lunga

serie di stanze prive di lume; alla fine giungono in parte dove vedono

scaturire una striscia di luce; si accostano all'uscio ed aprono.

L'assedio di Firenze · 第 1 / 81 段