Ella diceva: -- _Tu m'as désiré bien longtemps._

-- E perchè allora? -- domandava Aquilino.

-- Già, e allora perchè.... -- ripeteva miss Edith.

-- Quella volta -- diceva ella tutta gioiosa -- ti ricordi? _cette fois

après la Vierge de ta mère, j'ai senti ton baiser s'épanouir sur ma tête

penchée_.... E perchè allora non mi hai baciata?

-- Già, e allora perchè? -- ripeteva Aquilino.

Ma il motivo lirico di cui più ella si compiaceva era questo:

-- Tu non credevi, di'! che io fossi una.... una _good girl_, una buona

fanciulla....

Era un solo verso, ma era inebriante.

*

Aquilino, invece, spiegava, davanti ai belli occhi estatici di lei, più

vario canto.

-- Mia cara Edith, vedi come in quest'ora di primavera tutte le cose

della terra e del cielo si compongono in pace. Senti la città che va

spegnendo i suoi rumori; nessuna voce giunge più fra queste piante, ed i

tuoi occhi, o Editta, brillano dell'incomparabile fulgore delle stelle.

Non senti tu che noi siamo le più ricche, le più sovrane creature sotto

quelle stelle che fra breve ora si accenderanno lassù? Senza indagare

quali impurità sono nella mia vita; senza indagare tu chi sei, io chi

sono; senza indagare che cosa sarà domani; senza domandare quali

necessità spingeranno me e te; per quali vie dovremo camminare. Noi ci

siamo finalmente incontrati. Avevamo i sensi e per molti anni non ci

accorgemmo di questo delizioso amore. Ora i miei occhi vedono i tuoi, e

tu vedi i miei, e le tue mani sono nelle mie, così senza parlare. O

dolce amore senza domani, perchè l'immortalità non ci sommerge così,

come le tenebre sommergono tutte le cose create?

*

Così cantava Aquilino davanti a miss Edith, senza che egli fosse poeta,

così come l'usignolo canta nella selva, come la selva si ingemma di

fiori al canto dell'usignolo, come l'insetto splende e vola sui fiori,

come l'antèra apre i suoi incensieri, come il verme ara la terra; lavoro

senza fine che noi non abbiamo parola per nominare, che a volte

chiamiamo vita, a volte chiamiamo morte. Ma chi sa come veramente si

chiami?

Certo miss Edith ascoltava e capiva benchè Aquilino parlasse in italiano

diffuso, e miss Edith parlasse in inglese, in francese e in brutto

italiano; ma in amore ci si intende in ogni linguaggio, e, un tempo, ci

si intendeva anche in tedesco.

Oh, povero ragazzo, Aquilino! Egli cantava così bene e gli pareva che

tutte le cose create stessero, come miss Edith, intente ad ascoltarlo.

Ma no, povero ragazzo, alle cose create non importava proprio niente del

tuo canto di rosignolo, se non in quanto esso ha facoltà di affrettare

la deposizione di un uovo entro il nido. Nient'altro, nient'altro!

*

-- E se ci vedesse donna Barberina?

-- Se ci vedesse! Ma cosa importa anche se tutto il mondo ci vedesse?

*

Più sovente Aquilino si recava nel nido di miss Edith, cioè nel piccolo

grazioso quartierino che ella aveva preso in affitto. Un po' trepidante,

un po' di nascosto vi si recava. Ma che gioia trovarsi lì! Non si

stancava Aquilino di guardare quelle stanzette di miss Edith, che si

venivano pudicamente vestendo, un poco per volta, delle prime

masserizie.

E talvolta, a testa china, egli era sorpreso lì, nell'appartamento di

miss Edith, da questo pensiero:

«Già, le cose stanno così. Far masserizia, fare il nido. Vivere nel

nido. E poi? E da prima si è in due. Il protocollo della nostra vita

porta che si dorma in un letto grande, nel quale si va a posare la sera;

e la mattina ci si sveglia quando la notte si dorme. Su quel letto anche

si muore; prima lei, o prima io; o prima io e dopo lei. Su quel letto

anche nascono i figli. Ah, i figli! Ecco il frutto del canto di

primavera. La fiorita del maggio, ohimè, è scomparsa. Quale legge or ci

trascina?

«I figli, perchè? Per chi, i figli? Per noi? per nostra consolazione?

per loro? per una ecatombe, come in questi tempi? Chi ne sa qualche cosa

di sicuro? Fuorchè l'ufficio di anàgrafe, nessuno ne sa proprio niente

perchè si creano i figli!»

-- Ma che hai, che hai, -- gli chiedeva allora miss Edith, vedendo d'un

tratto l'amico così pensieroso, -- che hai, _my sweet one_, mio dolce

amore?

-- È, è, cara Editta, -- diceva Aquilino riscotendosi, -- che hai ragione

tu. Va bene come dici tu: _tu hai donato te a me, ed io ho donato me a

te._ È basta! Io sono, credi, un piccolo idiota!

«Ah, è questo stupido uomo, che appena vede una paglia, pensa a fare il

nido, a far le uova. Per il serpe che le verrà a succhiare? È questo

stupido uomo! Tu sei ben più saggia di me!»

Così pensava Aquilino nel tempo triste che tutta un'umanità fluiva,

scompariva entro la guerra. Le generazioni fluivano verso la guerra. I

figli non avrebbero più riveduto i padri. I gladiatori germanici erano

discesi nell'anfiteatro per combattere sino alla morte. Ai popoli

d'Europa era necessario combattere.

*

Ora avvenne che un giorno, in sul finire del giugno, Aquilino si sentì

fermare da queste parole:

-- Non si salutano più gli amici?

Guardò con occhi aperti: stupì: era un ufficiale, con una tunica nuova

fiammante e due gambali lucidi come due tubi nuovi da stufa.

Ma chi lo avrebbe riconosciuto?

Era quel poeta Emme, che non credeva a molto cose, ma forse credeva

nell'immortalità.

-- Come? lei ufficiale?

-- Dammi del tu.

-- Be', e come sei ufficiale?

-- Lo sono e basta! T'avverto che sto ancora imparando il saluto

regolamentare: Si mette la mano.... Aspetta: ho qui in tasca il manuale:

«si mette la mano di scatto alla visiera con le dita ben tese, e si

batte un colpo di sproni in segno di omaggio». Ma questo poco importa.

L'importante è che non mettiamo il piede in troppi falli. Ti saluto

perchè, in settimana, partirò per Peschiera, «forte e bell'arnese», come

tu sai.

Aquilino guardava con pupille non bene deste quella vigorosa giovane

esuberante figura che offriva così largo bersaglio.

-- Pare che tu veda in me un fantasma -- disse il poeta. -- Voleva andare a

salutare donna Bàrbera, ma salutamela tu! Come mi sono divertito quella

sera! Bada che è un'impresa quella di far uscire il senatore dalla sua

sedia olìmpica! Diceva cose intollerabili; ma tutt'altro che dissennate.

-- E allora perchè tu vai alla guerra contro i Tedeschi? -- domandò

Aquilino.

-- Bravo! È quello che anch'io mi sono domandato. Perchè vado a fare le

fucilate coi Tedeschi? Credi tu alla funzione storica della guerra? Io

no! Le cose resteranno, su per giù, come prima. Credi tu che la guerra

sia una cosa seria? Dev'essere una cosa seria, perchè vedo che si muore.

Probabilmente non è che un'enorme sofferenza in tutti, orientata nella

pazza insensibilità di pochi. Ma per il resto! Per mio conto, è una cosa

da bruti. Credi tu agli eroi? Hai inteso il senatore: _nomenclatura!_

con accompagnamento di musica, qualche volta. Credi tu alle democrazie,

spegnimòccoli di ogni alta fiamma? Ci guardiamo come gli Auguri antichi,

eh? Allora mi sai dire perchè io, perchè tanti altri andiamo a farci

ammazzare? Trento e Trieste! Sì, bello, ma non è sufficiente ragione. La

grande Italia? Mi accontenterei dell'Italia. Odio contro la Germania?

Certo un odioso popolo di colossali formiche che vuol ridurre cicale,

grilli, rondini a sistema di formiche. È un fatto che io vado ora in

guerra contro il colossale popolo delle formiche. Bada però che anche

questa non è una buona ragione per andarsi a fare ammazzare.

Un'umanità organizzata a tipo formica, pare il meglio agli occhi di

tanti, anche non germanici. Oggi la gira così!

_Homo, animal illògicus!_ Fa, disfà, rifà, e poi? Qualche cosa deve pur

fare per consumare i secoli. Volevano, quei signori, sgrassare

l'Inghilterra? Forse avevano ragione. E allora? Per me è una causa

imponderabile. Chiamiamola _Sacramento_. Ma sarà bene non far guerra col

Sacramento! E quello che io sento, mi pare che lo senta anche il popolo,

perchè il popolo italiano è un popolo che se anche bestemmia, ha ancora

della religione; e benchè il popolo d' Italia sia un po' straccione, è

un popolo di cavalieri. E benchè l'Italia sia la patria del troppo

eloquente Dottor Balanzone, molti vi sono in Italia che silenziosamente

e virtuosamente òperano senza paura. Così è! Facciamo la guerra perchè

siamo cavalieri, perchè abbiamo gentilezza. Semplicemente!

-- E le Muse? -- domandò Aquilino.

-- Le Muse le ho ignominiosamente respinte. Esse ci hanno dilettato anche

troppo! Però ieri sera ne venne una e per carità, su la punta della

spada brunita, mi ha pregato di accettare questi due versi.

Ed il poeta in mezzo alla via, con voce di metallo, come batte la

grandine, disse:

Batti sul Cesare folle, distrùggine il seme, o Signore,

Cristo risorto, percuoti chi uccise entro noi la pietà.[1]

[1] Questi versi sono del nobile poeta e, oggi, soldato Luigi

Siciliani.

Ciao! Se i Lanzichenecchi del Nord non mi foreranno il ventre, verrò poi

a combattere i Lanzichenecchi qui in Italia. Salutami donna Barberina, e

un bacio al bimbo.

*

Ed Aquilino si vide solo in mezzo la via. Gli pareva di vedere il sano

cuore di quel poeta palpitar rosseggiante nel mezzo del petto.

E aveva pur fatto la cura di Mitridate!

*

Ma quando i giorni furono pieni, anche Aquilino fu travolto da quella

religione o elevazione. Vestiva l'assisa militare e lo specchio gli

rimandava la immagine con l'abito militare. Era realmente lui. Era anche

lui cavaliere. «Volete essere mio cavaliere» gli aveva pur chiesto miss

Edith.

Bobby aveva voluto vestire l'assise del giovanetto-esploratore; saltava

al collo di Aquilino e gli diceva:

-- Portami Trento e Trieste!

-- In che modo? Per pacco postale, ragazzo mio?

Bobby cantava per le stanze come un fringuello:

O Trieste, o Trieste del mio cuore,

Ti verremo, ti verremo a liberar!

Chi gliela aveva insegnata quella canzone?

Ma ad Aquilino veniva su un groppo quasi di pianto. Caro, piccolo Bobby!

E quando Aquilino passava, gli apriva gli usci, e si metteva in

posizione di _Attenti!_

-- Non capisco però, professore, -- diceva Bobby -- perchè lei sia semplice

soldato. Perchè non fa la domanda per passare ufficiale? Sa come sarebbe

più bello!

-- Lo so, caro Bobby. Ma ti prego di prendermi per quello che sono.

*

Ed anche con miss Edith, si era scusato se non si presentava

nell'elegante assisa dell'ufficiale, -- Cara Edith, l'ufficiale deve

comandare, e per comandare bisogna sentire la missione. Ora io sento la

necessità di fare come gli altri, di partecipare alla guerra. Ma la

missione non la sento, cara Edith.

*

Fra donna Bàrbera ed Aquilino erano seguìte scene dolorose e lunghe.

Ella non voleva assolutamente; non voleva! -- Ah io non credevo che _il

professore fosse così amato dalla mamma di Bobby!_ Ti ricordi di quel

giorno della lezione di grammatica?

Ma Bobby, un giorno, presente Aquilino, aveva detto alla mamma:

-- Mamà, quando il signor professore tornerà, tu lo potresti sposare. Era

tanto amico del povero paparone!

-- Eh, eh! che parole son queste, figlio mio?

-- Io so tutto, mamà.

In verità egli sapeva molte cose, ma non tutte. Non sapeva, ad esempio,

che Aquilino vedeva finalmente gli occhi vitrei, spalancati di Don

Ippolito, marchese di Torrechiara, chiudersi in pace e perdono. Non

sapeva che Aquilino sentiva che non era facile servire due padroni,

_duobus servire dominis_. Chè, se avesse saputo tutto, Bobby avrebbe

corretto, _duabus servire dominàbus_.

E donna Bàrbera si acquetò anche lei in quella specie di fatalità che

prendeva un po' ogni persona.

*

Il giorno che ad Aquilino fu recato l'ordine di partire, si recò da miss

Edith, e le parlò così: -- Mia cara amica, io sono molto felice, e sono

oggi molto loquace, come un eroe di Omero. Rimarrà, cara Edith, sempre

materia di discussione se sia meglio morire nel colmo dei guai, o nel

colmo delle felicità. Io preferisco il secondo dei casi, senza dire che

non è certo se morirò. Una vita discretamente felice la mia, cara

Editta! Sapere che vi sono cattive azioni e non averne commesse di

gravi; aver studiato da avvocato e non aver fatto l'avvocato; non aver

dati dispiaceri nè a papà nè a mamà, i quali non han fatto a posta a

mettermi al mondo. Cara fanciulla, io conserverò il profumo dei tuoi

baci, finchè potrò. Ed anche di donna Barberina. Ma sì! Perchè non

posso, oggi, non essere sincero. I vostri baci sono come le cene dei

grandi filosofi antichi, deliziose nel giorno che si celebrano, ed anche

il giorno dopo. Non ho dovuto faticare a far testamento; non lascio

eredità. Ma ti porto questo involto. E tu lo conserverai. È la Madonna

di mamà. Non è la Madonna indorata dei sacerdoti, è la _nemica di

ciascun crudele_, è la Madonna che calca il serpente, che difende gli

infanti. È la stella del mattino, colei che cammina sopra le acque. Io

non so come andranno le cose. So che noi entrammo in guerra nel mese di

maggio, che è il mese di Maria. Dunque noi marciamo nel nome di Maria.

Cara fanciulla, se le cose andranno bene, vorrà dire che esiste ancora

una banca dove le cambiali dell'ideale sono ammesse allo sconto; ed è la

banca di Maria.

Ed Aquilino sciolse l'involucro e depose la Madonna scura sul mobile

nuovo di miss Edith.

E poi aggiunse:

-- Quando mamà andava in chiesa nel mese di maggio! È un bel canto, sai,

quello del maggio nelle nostre chiese! Il maggio, mia madre, la Madonna,

erano tre imagini che vivevano riunite qui, entro di me. Ma qualcosa vi

mancava. Ora vi sei tu, e non manca più niente. Tiènci una lampadina

davanti, finchè ti ricorderai di me. Già, non conta niente. Io so, come

te, che è una finzione. Ma che vuoi? Oggi mi pare di vedere assai

lucido; e le finzioni che gli uomini hanno creato, valgono più delle

loro realtà. Ah! Un'altra cosa ti voglio dire perchè oggi son molto

eloquente: oggi mi sembra che tutti i lombrichi umani che scavano il

cancro dei loro miserabili interessi, debbano scomparire, distrutti

dalla fiamma del nostro sacrificio. È una illusione anche questa: ma è

così bella!

Mi viene da ridere, caro amore, perchè parlo sempre io. Nel racconto di

Paolo e Francesca, è sempre Francesca che parla. E adesso parlo sempre

io.

*

E miss Edith lagrimava silenziosamente.

_(Marina di Bellària, estate del 1915)_.

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 40 / 42 题