CAPITOLO XIV.

Il capolavoro della marchesa.

A metà dell'inverno arrivò dalla campagna il marito di donna Bàrbera; ed

Aquilino vide, con un certo trasecolamento, un uomo di forte persona, di

poche parole, rossiccio, due baffacci rossicci, due ciglia corrugate.

Si chiamava Ippolito, ed era l'uomo idiotizzato.

«Sarà idiotizzato; ma sta il fatto che mi dà soggezione», diceva

Aquilino a se stesso.

-- È arrivato il suo signor padre -- disse con tutta prudenza a Bobby.

-- Ah, sì! Sta lassù -- disse Bobby -- nella torre di Albraccà, -- ed

indicò col ditino quella specie di torrione, che Aquilino aveva

osservato, la prima volta.

«Albraccà?» -- dove aveva inteso già altre volte questo nome? Lontano

lontano: eppure lo aveva inteso.

Il marchese fece ad Aquilino un'accoglienza così fredda che il giovane

disse entro di sè: «non sono mica stato io che ti ho idiotizzato!»

Ma quando donna Bàrbera spiegò che era stato il conte Cosimo a mettere

avanti quel precettore, il volto del marchese si spianò, si aprì come se

vi apparisse l'azzurro dell'anima. La sua parola parlò: -- Ah, sì? Caro e

buon conte Cosimo!

Al nome di Cosimo così affettuosamente espresso, Aquilino dimenticò che

era lì a tavola della marchesa; che c'era il cameriere in guanti; e

parlò; parlò come il cuore gli dettava, come vuole affetto e natura,

come avesse riaperte le vàlvole della sincerità. Ed il marchese

Ippolito, appoggiato con la testa su la mano e il gomito su la tavola,

ascoltava con letizia come si ode un racconto della cara giovinezza; e

ogni tanto diceva: -- Caro, ma sì, oh, un gentil uomo vero! Quanto tempo

è che non ci vediamo! E i figli non li avete conosciuti?

-- I suoi figliuoli? di chi? Ha figli il conte Cosimo? -- domandò Aquilino

con molta sorpresa.

-- Scusate, caro giovine, in questo momento ero assente col pensiero --

disse il marchese. -- È una stòria....

-- Mi pare che siate sempre assente -- disse donna Barberina.

Il marchese o non aveva udito o non volle rilevare la intenzione

provocatrice della signora.

-- Già, non li potevate aver conosciuti. Uno, credo che sia segretario

d'ambasciata a.... a.... a....

E pareva tutt'intento a cercar dove.

-- .... a Pietroburgo. Mah!

-- È che quando si ha la disgrazia di nascere con un temperamento

stravagante -- interruppe ancora donna Barberina --, bisogna per lo meno

avere il buon senso di non mettere su famiglia.

Le parole di donna Barberina avevano una sottile intonazione di

riferimento al di là del conte Cosimo.

Il marchese -- questa volta -- non potè non rilevare la interruzione: ma

spingeva il discorso di sua moglie, indietro, verso il conte Cosimo.

-- Stravagante, se così vi pare -- disse -- ; ma un uomo di ottimo cuore e

un gentiluomo vero, e quando si è gentiluomini veri come è il conte

Cosimo....

-- Non si è niente -- terminò donna Barberina. -- Noi viviamo delle idee e

delle convenienze del nostro tempo e non dei tempi di Carlo Magno.

-- Piuttosto io direi -- corresse con mansuetudine il marchese cercando

con gli occhi l'approvazione di Aquilino -- che nei tempi nostri si è

perduto la conoscenza della parola _gentiluomo_ vero.

-- Una parola medievale -- disse la marchesa.

Ed Aquilino meravigliò vedendo che il marchese non rispose.

Ma poi gli entrò un gran triste pensiero, come una lacerazione nel

cuore: «Oh, povero conte Cosimo, chi sa quanto doveva aver pregato

quella prepotente signora per fare accettare lui, povero meschino

sconosciuto figlio, come precettore! E tu non mi hai fatto capir

niente!» Quanto avrebbe pagato per essergli per un momento vicino e, sì,

proprio, baciargli la mano sua nobile.

*

Era venuta la buona stagione oramai, ma Aquilino aveva come il

presentimento di un temporale sospeso nell'aria.

I serviti, a tavola, correvano anche con maggior fretta, e sùbito

s'allungava lo spazzolone lieve a sgombrare le briciole; e la tavola

veniva abbandonata, anche più in fretta, come un luogo di abominazione.

Aquilino sentiva, anche nella conversazione più insignificante, come uno

stridere di contrasti, e stava attento e con paura.

Dal modo come mangiava, il marchese pareva un uomo di formidabile

appetito. Avrebbe divorato, e non bezzicato.

Ahi ahi, si andava camminando verso la guerra coniugale, ed Aquilino

sentiva di trovarsi in quel territorio di confine dove i due eserciti,

marito e moglie, si incontreranno.

-- Mi piace, caro giovane -- diceva il marchese --, perchè vedo che lei è

di buona bocca come me.... Un bicchier di vino non fa male.... Ma sì,

che lo bevi il vino....

E infatti Aquilino lo avrebbe anche bevuto un bicchierotto, ma se ne

asteneva per non far cosa diversa da miss Edith e dalla marchesa, che

trattavano quella povera ampolletta come messa lì per pittura: un

insulto al dio Bacco.

-- Lei osservi -- diceva il marchese con soddisfazione, e gravemente

passando al _lei_ -- e vedrà che il fiore della civiltà è fiorito nei

paesi dove abitava il dio Bacco con i pàmpini della dolcissima vite.

Dove non c'è il dio Bacco, abita il dio Moloc al sud, ed il dio Thor al

nord....

-- E l'arteriosclerosi nel centro -- disse la marchesa. -- Vecchiezza

precoce, tendenza al litigio, alla sonnolenza, e poi il sangue grosso e

quel reticolato vinoso nelle guance. E gli occhi truci.

Più scientifica era miss Edith, la quale veniva in aiuto della marchesa.

Miss Edith sapeva che un litro di vino contiene un decilitro di alcool

puro, e che le esperienze dimostrano che l'alcool determina la

coagulazione della pepsina.

Ma le parole, anzi la sola presenza di miss Edith, pareva esasperare i

nervi del marchese: «Oh ecco le truppe scozzesi coi _bag-pipes_» --

borbottava.

-- L'esperienza nel vetro, _experientia in vitro_, dirà anche così,

madamigella; ma l'esperienza nello stomaco -- rispondeva poi il marchese

-- non la conoscono nemmeno i chimici tedeschi. E poi cosa mi fa lei

l'elogio della temperanza, che i vostri marinai inglesi si ubbriacano

come monne; e ho paura che al bisogno si coàguli qualcosa d'altro che la

pepsina!

Guai toccare la marina inglese a miss Edith! Pareva un'aquiletta

sboglientata. E tutte e due le donne lavoravano a colpi di spillo contro

il marchese. Ad Aquilino faceva compassione, non sapea se più Bobby o il

marchese.

«E lasciatelo mangiare e bere a suo piacimento, povero disgraziato --

diceva Aquilino fra sè. -- Sono piuttosto tutte quelle allusioni che

fermano la pepsina!» Ed anche la voce di donna Barberina aveva tutti

suoni strìduli: non aveva più la sua voce di flauto.

Dove aveva letto Aquilino la storia di quel santo frate il quale ad una

buona femminetta aveva suggerito un miracoloso rimedio per guarire il

marito dal vizio di picchiare? Togliete -- aveva detto il santo frate

alla femminetta -- quest'ampolla di acqua benedetta, e quando vostro

marito rincasa, mettetèvene un sorso in bocca, ma per carità non ve ne

sfugga una stilla! La donna così fece e il marito, con grande letizia

della buona donna, non picchiò più. Ma la storiella è dei tempi antichi,

quando le donne non sapevano nè di lettere nè di chimica; perchè in

quella ampolletta non si conteneva che semplice acqua.

*

Anche i gusti gastronomici del marchese non si incontravano con i gusti

della marchesa.

Quei _flans_, quelle _suprêmes_, quei _vol-au-vent_, quella roba _en

belle vue_, quelle salse gli garbavano poco.

-- Un bel lesso! un bell'arrosto! delle belle lasagne! -- diceva con aria

di soddisfazione.

Aquilino avrebbe anche voluto rispondere di sì; ma donna Barberina la

quale pareva che si fosse assunta l'incarico di coagulare con parole

gelide ogni di lui effervescenza di letizia, disse: -- Per impinzarvi e

diventare obeso. Nulla è più repugnante dell'obesità.

Aquilino cominciava ad essere un po' atterrito, e l'ora in cui il

cameriere suonava i suoi timpani per la tavola gli coagulava la pepsina.

*

Fu proprio il lesso e l'arrosto la causa di una scena bruttissima: un

disgraziato lesso che il marchese aveva cominciato a mangiare con fine

appetito.

-- Ci vogliono denti di elefante a mangiare questo manzaccio -- disse

donna Barberina.

(Proprio il marchese aveva grossissimi denti).

-- E un'altra volta non più lesso a tavola -- ordinò donna Bàrbera.

-- Sissignora, signora marchesa -- rispose il domestico.

-- Farete il lesso quando lo voglio io! -- tuonò come una bombarda il

marchese Ippolito, verso il servo; e poi rivolto alla moglie:

-- E voi -- disse -- rispettate almeno il lesso, signora, chè vostro padre,

in fondo, poi, ha fatto i milioni avvelenando mezzo esercito con le sue

scatole di carne in conserva!

La marchesa ascoltò, non si mosse, sfoderò due occhi da basilisco che

Aquilino non aveva mai veduto. Disse con una secchezza atroce: -- Fareste

meglio a starvene tutto l'anno fra i villani o a non uscire dal

sudiciume del vostro studio.

Il marchese ascoltò come estàtico, parve mandar giù in gola qualche cosa

che gli veniva su; e non replicò.

Successe un gran silenzio, ed Aquilino, si vide solo a tavola, col

cameriere idiota che con lo spazzettone liberava automaticamente la

tovaglia dagli abominevoli avanzi del santo pane.

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 25 / 42 题