CAPITOLO V.

Uccellin che spicca il volo.

Un giorno, sul finir dell'estate, il conte Cosimo disse ad Aquilino che

forse doveva parlargli di cose molto serie.

-- Dica, oh dica sùbito.

-- No, caro, sùbito. Domenica verrai a prendere la zuppa con me, al

ristorante, e allora ne parleremo.

Quando arrivò la domenica, Aquilino si vestì con tutte le regole

dell'arte, che sino allora erano a sua notizia. Era quasi

_irreprensibile_; e viene da domandarci perchè mai tutti gli uomini non

siano, innanzi tutto, irreprensibili.

-- Chi sa che bel pranzo ti farà preparare quel conte! -- gli disse la

mamma.

-- Se mi riesce, ti porterò qualche cosa.

*

Il conte, dopo la minestra, non assaggiò che un pochino di dolce. Se

avesse potuto, Aquilino avrebbe portato a casa quel bel mezzo pollo

arrosto che rimaneva.

-- Mangia, mangia, bimbo mio -- diceva il conte --, e non badare a me.

Quell'ala, va! mangiala pur con le mani: con il coltello vedo che non ci

raccapezzi niente. Poi, sai? Se il pollo si mangia con le mani oppure

col coltello, è ancora una questione insoluta.

Ma più che della prammatica del pollo, Aquilino era seccato dal

cameriere: un cotale, lì del paese, di sua conoscenza, e un po'

gaglioffo di professione, che d'estate, indossava il _frac_ del

cameriere nel grand'_hôtel_. Costui faceva mostra di servire Aquilino

con degnazione e gli dava del _tu_, amareggiandogli tutta la dolcezza

del pranzo. Che se non era il conte a tenerlo lontano con cenni e

monosillabi, Aquilino paventava che il manigoldo gli mettesse la mano

sulla spalla e gli dicesse qualcosa di sìmile a questa: _Che bel pranzo

abbiamo scroccato, eh, amicone?_

Bastò infatti che il conte si allontanasse un momento, perchè colui

dicesse ad Aquilino: -- C...! Vi siete fatto aristocratico! Fate finta di

non conoscere più gli amici. Eh, se anche hai quell'abito da moscardino,

va! che siamo tutti e due figli della p.... miseria.

-- Questo lo dice lei -- soggiunse Aquilino. -- Io sono, invece, come un

uccellino, destinato, forse, a spiccare il volo.

In quella, per buona ventura, era ritornato il conte, e ordinò il

gelato.

-- Di' un po' Aquilino -- principiò egli a dire --, tu che idee hai per il

tuo avvenire? Avrai già l'ambizione, come tutti i giovani, di riuscire

un grand'uomo; benchè dopo che Cristoforo Colombo scoprì l'America, e

Galileo inventò che è la terra che gira.... Curiosa, sai? io non sono

ancora riuscito a ricordare bene cos'è che gira. Certo qualcosa gira!

Basta, ti volevo domandare se sai qualche cosa di quelle due famose

strade, a capo delle quali c'era: in una, una donna troppo scarna, che

si chiamava la Virtù; e nell'altra, un'altra donna troppo..., come dire?

troppa grazia di dio in mostra: la Voluttà.

-- Ercole al bivio! -- disse Aquilino.

-- Ma bravo! Ebbene, bimbo mio, con l'andar del tempo quelle due famose

strade dell'antichità si sono un po' smarrite e confuse in mezzo alla

rete delle comunicazioni moderne. Ma ciò non toglie. Ad ogni modo,

scegliere bisogna!

Aquilino a queste parole sussultò. Sentì il palpito dell'avvenire: del

suo avvenire. Che cosa fare nella vita? Era il problema insorgente da

tanto tempo.

Seguitare a portare a spasso l'abito _blumarèn_, non si poteva e non era

bella nè degna cosa: continuare gli studi, ecco! ma avrebbe dovuto

seguitare a vivere alle spalle di mamà. _No, no! -- E poi mamà è stanca,

non può più lavorare. Devo lavorare io!_ -- Sarebbe stato contento di

imbucarsi in un impieguccio lì, nella città; ma con gli uomini neri che

allora comandavano nel Comune, c'era poco da sperare: forse quando

fossero andati su gli uomini rossi. _Benchè questo è un paesaccio!_

-- Be', senti -- disse il conte --, si sarebbe presentata una combinazione

discreta per te. Sempre se ti va.... La settimana scorsa, era qui ai

bagni una signora, mia buona amica, la quale non avrebbe niente in

contrario a prenderti in casa come precettore di un suo figliuoletto.

-- Se mi va? altro che andare! E potrei seguitare gli studi lo stesso?

-- Io dico di sì. Anzi!

-- E sarei pagato?

-- Naturalmente.

-- E alloggiato anche? e da mangiare?

-- Vuoi stare senza mangiare?

-- Volevo dire: mangiare gratis.

-- Si intende.

-- E quanto di paga?

-- Questo non te lo saprei dire: ma se si dànno sessanta, settanta lire

ad una bàlia, tu che saresti la bàlia asciutta o spirituale, prenderesti

almeno lo stesso.

Aquilino non poteva credere ad una cosa tanto bella, tanto semplice,

tanto facile che risolveva tutti i nodi gordiani della sua vita.

-- Oh, signor conte, scriva a quella signora che accetto, che mi prenda.

Sarebbe tutto il mio avvenire....

-- Caro mio, per scrivere io scriverò. Ma non mettere mica la cosa come

bella e fatta.

-- Se lei vuole! Oh, se lei vuole!

-- Eh; se volessi io! -- sospirò.

-- Ma che difficoltà ci sono, allora?

-- Ci possono essere. Senti: Io ti metterò in corrispondenza con la

signora, ecco quello che io posso fare. Scriverai poi tu. E poi bada

bene: bisognerà vedere se tu hai latte, latte buono, latte a

sufficienza. La signora è capace di far le prove. È vero che sei fresco

di studi....

-- Tant'è vero, signor conte, -- disse calorosamente Aquilino, -- che son

fresco (ma questo non lo dica a nessuno), che avevo mezzo combinato con

un tale di andare quest'ottobre a Napoli, a far l'esame di licenza per

lui. Oh, mi pagavano bene, per quello!

-- Davvero? -- disse il conte facendo una faccia severa. -- Ma sai che son

brutte cose, disoneste cose?

-- Lo so, ma anche la miseria è brutta.

Il conte a questa risposta non replicò.

-- Sarai fresco di studi, bimbo mio, ma devi sapere che le bàlie di primo

parto riescono di solito poco bene. Bisognerebbe -- aggiunse poi

sorridendo affettuosamente -- che su quella faccia da signorina tu ci

potessi appiccicare un paio di baffi più seri.

-- Ah, per quello lasci fare a me. Se voglio essere serio, lo so fare,

sì! Il più è che quella signora non sia cattiva. È cattiva quella

signora?

-- Tutte le donne son buone. Sai come dicono a Napoli? _Quant'è bbona!_

*

Ritornando a casa, quella sera, Aquilino faceva, per il viale, salti di

felicità. _Ti porto bene, o mamma, qualcosa di meglio che i confetti,

mamma!_

E anche la mamma fu tutta felice: un terno al lotto.

Avevano quasi paura di sperare, tutti e due.

Aquilino da quel giorno entrò in grande orgasmo. Quello che più lo

stupiva non era la cosa in sè, per quanto agli occhi suoi essa apparisse

meravigliosa; ma la inverosimiglianza per lui era che per un bimbetto si

potesse spendere tanto.

Era quasi preoccupato della borsa di quella buona signora.

E da giovane accorto e saggio, volle prendere informazioni. E non fu

difficile. Quella signora era rimasta una settimana all'_hôtel_ grande;

ed era una vera grande marchesa, _con un gran pennacchio indiamantato in

cima alla testa, una gran borsa d'oro, una gran padronanza. Aveva

un'automobile da far paura. Fra lei e quelli che eran con lei, la

spendeva cento franchi al giorno come ridere. Ordinò, per due giorni di

seguito, il pranzo per le sette, e tornò coll'automobile, tardi. Aveva

già pranzato; e il pranzo preparato fu messo nel conto e la marchesa non

fiatò_.

Ed Aquilino, dopo queste eloquenti documentazioni, non si preoccupò più

della borsa della marchesa; ma della esistenza di tanta signoria, in

questo mondo di tante miserie.

Ed allora, accompagnata da un biglietto del conte Cosimo, mandò alla

marchesa una lettera che era un capolavoro.

-- Povero bimbo! -- aveva esclamato involontariamente il Conte, leggendo

lentamente la lunga lettera.

-- Non va bene, signor conte? non va bene questa mia lettera?

-- Sì, sì, va! Mandala pure. Va anche troppo bene.

-- E allora perchè adesso ride?

-- Lo saprai quando diventerai grande.

*

Dopo alcuni giorni, arrivò una lettera di risposta con una gran placca

verde, fuori, e una corona impressa; dentro, una corona ancora, e certi

caratteri impiccati in una lettera di grande soggezione: la marchesa

dava il bene stare ad Aquilino, e diceva come si dovesse trovare a ***,

per San Carlo.

Il vicinato, di poi, seppe la cosa e tutte le donnicciuole si

congratulavano con la mamma di Aquilino, per quella grande fortuna:

_Mantenuto, imbiancato, stirato! e settanta franchi, che sarebbe come

dire quasi quattordici scudi il mese! Ecco cosa vuol dire studiare. Oh,

oh, oh!_ e alzavano le trèmule mani, scappando via per lo stupore, entro

i lor scialli neri.

*

Quell'ottobre passò: lui, Aquilino a ripassare grammatiche latine e

libri di scuola; la mamma a rinacciare vecchie camicie lise, qualcuna

farne di nuove; e calze e maglie di vera lana, fatte coi ferri, perchè

si andava contro l'inverno. Così fin tardi, al lume della lampada a

petrolio. Si parlava anche dell'avvenire di Aquilino. Mamà avrebbe

voluto che avesse studiato da medico, come il babbo e come il nonno. _La

più nobile delle professioni_, diceva lei. Ma Aquilino che si ricordava

da bimbo quando andava, talvolta, col babbo in campagna a far le visite,

era d'altra opinione. _Io non voglio fare il medico che cura i villani.

Voglio far l'avvocato che è il mestiere che fa tremare i villani._

-- Vuoi far l'avvocato? -- esclamava mamà, e lo diceva con un certo suo

far della testa, come per significare: _Per vivere di imbrogli e di

ciarle? Non c'è già quella grande avvocata nostra, la Madonna?_

_Se per far l'avvocato_, questo egli non sapeva; _ma per imparare come è

fatta quella stregonerìa della legge_, questo sì, sapeva, _già che si

deve vivere in questo mondo. E la Madonna sarà buona avvocata; ma per

l'altro mondo._

Così pensava Aquilino, ma non lo diceva per non dare dispiacere a mamà.

*

_Uccellin che spicca il volo_, sì; ma di giorno in giorno che si

appressava il novembre, e il dì di San Carlo sul calendario, la gioia di

spiccare il volo svaporava, e la melanconia di lasciare quel nido

cresceva. Perchè non rimanere per tutta la vita, lì, nel suo nido, senza

mutamento? Non basta che giri il sole? Gira dovunque il sole, ma in

nessun luogo adesso gli pareva che il sole sarebbe stato tepido come lì.

Abbellirlo un poco, quel nido, ecco; ma vivere sempre lì in santa pace,

in santa quiete. Aver la farina da fare il pane; comprare quella

casetta; una bella poltrona per la mamma; un po' di riposo per lei; una

vita che scorre e rinasce. Quella mamma sempre più bianca! Scrostare i

vecchi muri ammuffiti; ripulire i vecchi soffitti; ma non andare via di

lì. Una fontanella nell'orto; dei fiori, le galline che fanno l'uovo: ma

sempre quel sole, sempre il pane con quel sapore! Poi portare in quella

casa un angiolo di grazia e di vita: una bella sposina. Da lei sarebbero

generate altre vite, forse: la mamma starà nella bella poltrona. Poi

avere un cavallino ed una carrettella per andare a spasso....

E così Aquilino si affissava, come talvolta l'uomo si affissa in quei

dorati palagi che sono le nubi del sole al tramonto.

Ma se era così bello, prima, il partire!

Quante volte, al porto, vedendo partire le navi, aveva esclamato:

«Potessi partire anch'io!» Ed ora gli venivano in mente le parole dei

marinai in lor dipartita: _Addio, Addio, Addio!_ E subito il vento di

maestrale strappava, sollevando, la nave, e quelle voci _Addio, addio,

addio!_ risuonavano, strappate esse pure, con il suono dello strazio

dell'uomo.

*

Per la partenza, mamà preparò un dolce di latte stretto, ma fu mangiato

senza sorriso. _Son trecento chilometri; ma vi si va col vapore_, diceva

Aquilino, _e per Natale ritornerò._

Ed ella stette forte senza lagrime, sulla porta della casetta finchè lui

scomparve con la sua valigia, e scomparve la mano di lei che agitava,

_Addio, addio, addio!_

_Sulla soglia, mamma, ancora, ancora ti rivedrò._

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra · 第 15 / 42 题