IN SEXTO DECIMO SEPTEMBRE NOTANTE CALENDAS.

Secondo le conietture da me addotte nelle Antichità estensi[1854], da

lui discese la nobilissima casa d'Este. Un passo scorretto di Liutprando

è stato cagione che di questo ricchissimo e glorioso principe abbiano

parlato con discredito molti moderni scrittori, e principalmente il

cardinal Baronio. Favellando esso storico di Marozia nobilissima romana,

ch'egli ci vuol far credere donna prostituta, scrive[1855] ch'essa _ex

Alberto marchione Albericum (genuit) qui nostro post tempore romanae

urbis principatum usurpavit_. Ma Adalberto, dimorante in Toscana, nulla

ebbe che far con Marozia abitante in Roma. In vece di _Adalberto_,

Liutprando scrisse _ex Alberico marchione_; e lo può scorgere il lettore

stesso in osservar quest'altre parole del medesimo autore, dove

dice[1856]: _Habuerat Marozia filium nomine Albericum, quem ex Alberico

marchione ipsa genuerat_. E l'antico scrittore della Cronica di

Farfa[1857], che ebbe davanti agli occhi quella di Liutprando, anch'egli

scrive che _Marotia ex Alberico marchione habuit Albericum, qui post

ejusdem urbis accepit principatum_. Altre pruove di questa verità io

tralascio, ristringendomi a dire che s'hanno da cassare alcune partite

non sussistenti della penna del cardinal Baronio e d'altri contra la

memoria del duca Adalberto II, non verificandosi neppure ch'egli avesse

mano nell'elezione de' papi, come pensa il cardinale suddetto, il quale

disavvedutamente ancora ci rappresentò _Alberico_ principe di Roma, nato

da esso _Adalberto II_ e da _Teodora_ sorella di Marozia, quando è fuor

di dubbio che il giovane Alberico fu figliuolo di _Alberico_ marchese e

di Marozia patrizia romana. Ebbe questo duca Adalberto II per moglie

_Berta_, figliuola di _Lottario re_ della Lottaringia, ossia dell'antica

Lorena, che gli procreò tre figliuoli, cioè _Guido, Lamberto ed

Ermengarda_. Essendo mancata di vita Gisla, figliuola dell'imperador

Berengario, moglie di _Adalberto marchese d'Ivrea_, fu essa Ermengarda

presa per moglie da esso marchese d'Ivrea. Dopo la morte del duca

Adalberto nel ducato della Toscana, per attestato di Liutprando[1858],

_filius ejus Wido a Berengario rege marchio patris loco constituitur_.

Sicchè _Guido_, se in quest'anno morì suo padre, cominciò a governare il

ducato della Toscana.

Secondochè riferisce il Browero[1859], fu in questi tempi spedita da

papa _Giovanni X_ una bolla ad _Aicone abate_ di Fulda in Germania. Essa

è data _XIIII kalendas junii, anno, Deo propitio, pontificatus domni

Johannis summi pontificis et universalis decimi papae in sacratissima

sede beati Petri apostoli quarto, imperante domno pissimo augusto, a Deo

coronato magno imperatore, anno secundo, et patriciatus_ (se pur non ha

da dire, come io credo, _post consolatum_) _anno secundo, Indictione

quinta._ Ecco lo stile osservato anche sotto gli antichi imperadori

sovrani di Roma. Dalla Cronica casauriense[1860] impariamo, che

nell'anno presente l'augusto Berengario dovette portarsi a Camerino, da

dove andò poi a visitare l'insigne monistero di san Clemente di Casauria

fondato da Lodovico II imperadore. Quivi confermò i privilegii a quel

sacro luogo. Il diploma è dato _XII kalendas novembris, anno dominicae

Incarnationis nongentesimo septimodecimo, domni vero Berengarii piissimi

regis vicesimo octavo, imperii autem sui secundo, Indictione quinta.

Actum in Piscaria. L'indizione quinta_ (quando non fosse stato scritto

nell'originale VI piuttosto che V) qui corre sino al fine dell'anno: il

che è cosa rara. Ma forse quel documento contien dei difetti, non

sussistendo che in quest'anno corresse l'anno XXVIII del regno di

Berengario, come stampò il padre Dachery, ma si bene l'anno XXX. Il

Valesio[1861], in citar questo diploma, scrisse _anno tricesimo_,

probabilmente correggendo l'errore del testo. Però si può anche dubitar

dell'indizione. Se non si opponessero le ragioni addotte nell'anno

precedente, questo trovarsi Berengario a a Pescara mi avrebbe fatto

dubitare che l'esterminio de' Saraceni piuttosto in questo che in

quell'anno fosse succeduto. E a persuaderlo potrebbe ancora concorrere

la stessa Cronica casauriense, se fosse vero che _Ittone abbate_

casauriense avesse dato principio al suo governo nell'anno 916, come

vien preteso nella stampa d'essa Cronica; perchè ivi è scritto che a'

tempi di questo abbate i Saraceni diedero un fierissimo sacco al

monistero di Casauria, e distrussero tutte le castella e i poderi di

quel sacro luogo. Ma non si può con sicurezza attenere in questo ai

racconti di quello scrittore. Appartiene parimente all'anno presente un

diploma del medesimo imperadore, ch'io già pubblicai[1862]. Conferma

egli a Berta sua figliuola, che abbiam già veduta badessa del monistero

di santa Giulia di Brescia, il monistero di san Sisto di Piacenza con

tutti i suoi beni, secondo gli abusi di que' tempi. Fu dato quel diploma

_VI kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXVI, domni

vero Berengarii piissimi regis XXXVIII, imperii autem sui secundo,

Indictione V. Actum in curte Sinna._ Ma l'_Indizione V_ mostra l'anno

_DCCCCXVII_. Forse qui il cancelliere si servì dell'anno pisano. Ma

neppure in questo documento dovrebbe essere l'anno XXXVIII del regno,

essendo fuor di dubbio che allora correva l'anno XXX. Si vede qui che

allora _Odelrico marchese_ era _conte del sacro palazzo_. Questo

personaggio il revedremo fra poco. Per quanto abbiamo dalla Cronica

arabica[1863] sopraccitata, già spedito dall'Africa con un'armata navale

_Abusaid Aldaiph_ in Sicilia, nel dì 28 di settembre ebbe maniera di

entrare in Palermo. Poscia nel dì 17 d'ottobre _foedus percusserunt

Siculi cum Ben-Ali Vava Assaario contra Abusaid Aldaiph, et obsessa est

Panormus sex menses, et defecit in ea sal, ita ut salis uncia duobus

tarenis vendi coeperit_. Si vede che tuttavia durava la ribellion dei

Mori in Sicilia contro il re loro, e i Siciliani tenevano coi ribelli.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 261 / 339 题