[1834] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1835] Anonymus, in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1836] _Cioè a Berengario._
[1837] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1838] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1. Apped.
[1839] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergomens.
[1840] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[1841] Chron. Arab. P. II, tom. 1, Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXVI. Indizione IV.
GIOVANNI X papa 2.
BERENGARIO imperadore 2.
Se vogliamo fidarci del panegirista di _Berengario_, questo principe,
accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente
anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la
corona dell'imperio, secondo il concerto fatto con _papa Giovanni_. Si
legge con piacere descritta da esso panegirista[1842] quella magnifica
funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro
imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse
nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili,
portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si
vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:
_. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,_
_Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum._
Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della
processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello
del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver
baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il
complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni
sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col
clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo
sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al
salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì
fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento.
Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè
Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore,
tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenza degli antichi
imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al
sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove
gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel
sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di
resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica
vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva
dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de'
Romani _Berengario_ con corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le
acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto
ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla
Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa
conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra
chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro.
Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi
regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente
alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si
può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In
tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome
ho io dimostrato altrove[1843]. E qui l'anonimo poeta termina il
panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il
resto delle azioni di questo nuovo imperadore:
_Et post imperii diadema resumite laudes._
Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema
istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente,
fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma,
all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di
storia, de' quali dovrebbe essere stato meglio informato chi rappresenta
sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli,
vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile
che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica.
Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote,
divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi
dell'avolo Augusto.
Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione
di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di
Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure
nelle Antichità italiane[1844]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua
dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la
chiara asserzione della Cronica casauriense[1845] e del panegirista
suddetto, che così ne scrive[1846]:
_Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigis_
_Luce, Deus qua factus homo processit ab antro_
_Tumbali, perflat......_
Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel
Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono
imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver
noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato
alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e
che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè
già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad
essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar
memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato
uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona
imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saraceni dal
Garigliano. Leone Ostiense[1847] fece credere al Sigonio, al Baronio e
ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il
mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per
confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di
assassini venne da papa Giovanni X, _qui ex episcopatu ravennate
triennio ante romanam sedem invaserat_. Solamente in quest'anno ebbe
principio il _terzo anno_ del pontificato d'esso papa Giovanni; e però
in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo
protospata[1848] l'attestò anch'egli, scrivendo: _Anno DCCCCXVI exierunt
Agareni de Gariliano_. Ora abbiamo da Liutprando[1849] e dal suddetto
Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano
i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di
Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via
del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare
dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa,
_Gregorio duca_ di Napoli _e Giovanni duca_ di Gaeta, a' quali due
ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci,
portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario
contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente
conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanni
_una cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu_, volle in
persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già
dicemmo che _Alberico_ era marchese di Camerino, e, secondo le
apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par
credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da
Liutprando sappiamo che le genti di _Camerino_ e di _Spoleti_ non
mancarono a quella gloriosa spedizione. Diviso questo fiorito esercito,
da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per
tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più
reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono
impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per
le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed
ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o
ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa
incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri
circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a
tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in
persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un
esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario
venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il
Margarino[1850] fu dato _VIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI,
domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo,
Indictione IV. Actum curte Sina_: luogo a me ignoto. In esso concede a
_Berta_ dilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di
santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva
del Ticino, _cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum
propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem
castello necessariis_. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea
prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in
favore di _Pietro vescovo_ d'Arezzo e della sua chiesa, da me
pubblicato[1851], si vede dato _X kalendas junii_ coll'altre sopra
riferite note, e in fine _Actum in civitate Ravenna_. Nella Cronica
arabica cantabrigense[1852] è notato sotto quest'anno che i Siciliani
deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolo
morirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re
de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena
della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno
presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco,
il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione
saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.