IV.

All'Esposizione mondiale.--Il Trocadero.--Le branche

dell'astaco.--Babilonia veduta di giorno.--L'insalata dei

popoli.--Tentazioni e ritegni.--La Via delle nazioni.--Le sezioni

industriali--Il caos.

Ho promesso, ed ogni promessa è debito; andiamo all'Esposizione.

Ve ne hanno parlato tutti ed io non potrò dirvi nulla di nuovo. Ma,

Dio buono, che cosa c'è egli di nuovo sotto il sole? Neanche il

Trocadero genuino ed autentico, che, se non m'inganno, è a Cadice ed è

stato preso anche un pochettino dal re Carlo Alberto, in penitenza de'

suoi peccati di gioventù.

Perchè abbiano dato il nome di Trocadero al palazzo delle feste,

edificato sulla riva destra della Senna, davanti al Campo di Marte,

che è sulla riva sinistra, non so e non mi son presa la briga di

chiedere. Forse lo hanno chiamato così, perchè il nome suonava bene,

come quell'altro di Alcazar, già entrato nelle grazie e nelle

consuetudini di Parigi. Lasciamola lì e diciamo che fa un bel vedere,

con la sua massa tondeggiante a varii piani e con le sue braccia

allargate a semicerchio, di rincontro all'Esposizione. Lo spazio che

corre tra i due fabbricati è immenso, circa cento cinquantamila metri

quadrati. Il Trocadero ha un acquario nelle viscere, smisurata

esposizione di pesci, che si vedono nella piena libertà delle loro

occupazioni domestiche girando i meandri di una grotta; ha una cascata

che gli esce dal grembo, una gran sala di concerti, di balli e di

conferenze nel petto. Che cos'abbia nella testa non rammento più bene;

so invece che ha nelle braccia una esposizione retrospettiva dell'arte

europea, dall'età della pietra lavorata fino ai tempi moderni, e ci ho

ammirato le incisioni fatte dai pastori di venti mil'anni fa sulle

corna delle renne e sui denti di mammutte, gli elmi dei Galli, i

coltelli dei Druidi, i bronzi e le terre cotte dei Romani, il giaco

del Conte Verde, l'armatura di Cristoforo Colombo, l'elmo di Boabdil,

ultimo re di Granata; insomma, un mondo e mezzo di curiose e preziose

anticaglie.

Quella del Trocadero è un'architettura tutta bucherellata, che mi

piace poco, veduta ne' suoi particolari; le lunghe braccia

dell'edifizio son molto, ma molto, lontane dalla dignità di quel

doppio colonnato in cui il Bernini ha rinchiusa la basilica di san

Pietro, e arieggiano piuttosto le branche sottili di un astaco. Se il

Trocadero fosse dipinto di rosso, vi parrebbe infatti di vedere un

_homard_. Ma collocate tutta quella massa su d'un poggio, seminate qua

e là, per l'immenso declivio, delle cascate, delle fontane, dei

chioschi, dei castelli algerini, la cui grandezza è un nulla a petto

di quella mole gigantesca, ed essa finirà col piacervi, come è

piaciuta a me. Aggiungo che il Trocadero, essendo nuovo, è bianco;

cosa rara a Parigi, dove ogni superficie di marmo, o d'intonaco,

annerisce nello spazio d'un inverno; donde la necessità d'imbiancare

di tanto in tanto le case, ma non già col pennello, sibbene col

rastiatoio.

La qual cosa non è punto piacevole all'orecchio; _experto crede

Ruperto_. Appunto ora, mentre scrivo, cinque o sei muratori, sospesi a

certe funi spenzolanti dal tetto, rastiano la facciata d'una casa

vicina, e cantano in coro la canzone alla moda:--_Madame Langlumé, j'

viens demander vot' fille._ Non so quale dei due suoni sia più....

laceratore. E la mia prosa ne risente, come vi sarà facile di

riconoscere.

Dunque, dicevamo.... Ma badate, qui si salta di palo in frasca, senza

tanti complimenti; la vita, come il discorso, è tutta lardellata di

parentesi. Da principio ci si confonde un pochino; questi indugi,

questi perditempi su d'ogni marciapiede, ad ogni canto di strada, vi

fanno bestemmiare perfino Giulio Cesare, che ha fatto di Lutezia una

città importante, e Giuliano che aveva la debolezza di starci

volentieri; ma poi ci fate la piega, vi accomodate all'indugio, che vi

trattiene così poco, alla, noia incontrata, che ve ne fa cansare

un'altra, aspettata pur troppo. In questa benedetta città potete dare

un appuntamento e dimenticarlo, senza pericolo di passare per uno

screanzato. _C'est la règle_; mentre l'andarci, composto di

ricordarsene e di venirne a capo, in questo viavai di gente, in questa

rete tessuta d'ostacoli inopinati e d'incontri fortuiti, _c'est

l'exception_. Riuscite a mantener la parola data? Siete una

_exception_. Non riuscite? Siete _en règle_.

Esco, se Dio vuole, da questa parentesi e ritorno al Trocadero. Vi ho

detto in una delle mie lettere precedenti che sul _boulevard_, al

crocicchio dell'Opera, con tutta quella illuminazione elettrica, par

di vedere Babilonia di notte. Orbene, sul ponte di Jena, guardando un

po' al Trocadero, un po' al palazzo dell'Esposizione, avete Babilonia

di giorno; Babilonia per le grandi linee in distanza, Babilonia per

tutti quei ciuffi di verde, che, disseminati a varie altezze, vi dànno

un'idea degli orti pensili, Babilonia finalmente per la gran

confusione di gente che va e che viene, parlando, fischiando,

cincischiando, latrando, cinguettando tutte le lingue della terra.

Disegni del palazzo dell'Esposizione non cercherò di farvene; in primo

luogo, perchè tutti i giornali illustrati li dànno, secondariamente

perchè non credo nella efficacia delle descrizioni. Bevuta una tazza

di cioccolata al caffè spagnuolo, o di cicoria al caffè algerino,

m'inoltro sul ponte di Jena, allargato del doppio con possenti

travature laterali, e ammiro il gran palazzo che non vi descriverò;

noto che è quasi tutto di ferro e di cristallo, che quei grandi

padiglioni del mezzo e degli angoli, con le loro ampie lunette

invetriate, arieggiano gli archi a tutto sesto della facciata di San

Marco; dò una guardata distratta ad una ventina di nazioni,

allegoricamente rappresentate in colossali statue di creta; non mi

commovo per una tozza Repubblica francese, di marmo bianco, seduta su

d'una cattedra ateniese in capo alla gradinata che è davanti

all'ingresso, e di là mi volgo indietro, come il naufrago dantesco, a

guardare la sponda opposta. Quello è davvero uno spettacolo

meraviglioso. Chioschi, fontane, praterie, castelli africani,

padiglioni di zinco, baracche, depositi di marmi francesi, anche

lavorati a statue, per far vedere a tutti che l'unico marmo statuario

possibile è quel di Carrara; giù giù, sui lati, le tettoie

dell'esposizione agricola, le stufe per le piante esotiche, e i

fortieri delle ostriche, detti alla francese _parchi d'ostricoltura_;

la testa dell'Indipendenza americana, principio d'una statua

arcicolossale in bronzo, che i francesi regaleranno agli Stati Uniti

nell'anno.... vattelapesca; poi il gran maglio della fonderia del

Creuzot; poi un altro acquario per l'ittiologia marina, e finalmente

una fabbrica di sidro di Normandia col suo banco di vendita al minuto,

che io, feroce bevitore di sidro al cospetto di Dio, rammenterò sempre

con gratitudine; eccovi la decima parte di quello che si vede, e la

ventesima di quello che non si vede, accatastato, ammonticchiato,

pigiato, in un disordine che non manca d'eleganza, sul vasto pendio

del Trocadero e sulla riva sinistra della Senna, in giro

all'Esposizione e sempre fuori del suo magno recinto.

Vorrei dirvi qualche cosa delle aiuole di fiori, vere esposizioni

orticole, di cui non si potrebbero immaginare le più splendide; ma qui

c'è proprio da confondersi, tra i pelargonii dalle foglie tricolori,

le araucarie imbricate, le creste di gallo sesquipedali, le jucche, le

latanie, i bambù giganteschi, lo vigne nane sopraccariche di grappoli.

Cesso da inutil opra, come direbbero i classici; rinunzio a questa

fatica da cani, come si dice in volgare.

Entriamo, se vi piace, nel gran palazzo di cristallo, detto del Campo

di Marte, perchè ne occupa tutto lo spazio, cioè a dire una superficie

di quattrocento ventimila metri quadrati. Questo palazzo ha due

facciate, l'anteriore e la posteriore, e per conseguenza due grandi

vestiboli, ognuno dei quali è largo ventiquattro metri e lungo

trecento cinquanta, cioè quanto la facciata medesima, «sotto le cui

tre cupole--ei corre e si dilata--fiume di cento popoli--che fanno....

un'insalata».

L'insalata dei popoli è un'immagine che il Preti e l'Achillini

m'invidieranno dalla tomba. Ma per descrivere questa roba ci vuole a

dirittura lo stile del Seicento. In mezzo al vestibolo, davanti

all'ingresso, c'è un orologio monumentale, che fa fronte da quattro

lati ed ha quattro statue, rappresentanti i quattro elementi degli

antichi. Il pendolo, indipendente dall'orologio, ma pendente dalla

cupola, ha una lunghezza di ventiquattro metri, e consta d'un

complesso di sfere, collegate in modo da formare una specie di

bilanciere. Scusate la rima; qui si diventa poeti senza volerlo.

Amate meglio diventar milionarii? Tentate un colpo su quella vetrina

ottagona che si vede alla sinistra dell'orologio, sormontata da un

baldacchino rosso. Ci sono dentro i diamanti della corona; il

Reggente, che pesa cento trentasei carati e vale cinque milioni, non

un soldo di meno; i sette diamanti del cardinal Mazarino; un diadema

in diamanti e perle, che valgono cinquecento mila lire l'una; poi

turchesi e brillanti; collane di perle; diamanti e rubini; stelle in

diamanti, ricevute da Napoleone III in regalo da parecchi sovrani; la

Giarrettiera; l'Elefante di Siam; un'impugnatura di spada, eseguita

per Carlo X; un orologio tempestato di diamanti, destinato in

principio al Dey di Algeri, che fu poi tempestato (il Dey, non

l'orologio) di palle da trentasei e di altri oggetti sferici dello

stesso valore; finalmente un diadema in diamanti che può

all'occorrenza trasformarsi in collana. Vi avverto, per altro, che ad

una cert'ora di sera la preziosa vetrina discende sotto il pavimento,

in un misterioso nascondiglio, il cui orifizio si ricopre con spesse

lastre di ferro fuso. Uomo avvisato, mezzo salvato.

Non ci perdiamo nel vestibolo d'onore, detto del ponte di Jena;

usciamo all'aperto, nella via interna, detta la via delle Nazioni.

Essa corre rasente alla sezione centrale, dove è l'esposizione di

belle arti di tutti i popoli d'Europa, ed ha sull'altro fianco

l'esposizione industriale di tutti i popoli dell'Europa, suddetta, e

di parecchi dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia.

Ognuna delle nazioni che concorrono all'esposizione ha la sua facciata

su questa via. L'Inghilterra ci ha riprodotto lo stile della sua

architettura ai tempi della regina Anna, o giù di lì; gli Stati Uniti

un _quid medium_ tra il _dock_ e lo scalo di ferrovia; la Svezia e la

Norvegia due casette di legno in stile romando del XII secolo;

l'Italia un portico di palazzo milanese del Cinquecento; il Giappone

una casa di campagna; la Cina una porta del palazzo imperiale di

Pechino; la Spagna un frammento dell'Alambra; la Russia una casa di

Mosca, quella stessa in cui è nato Pietro il Grande; la Svizzera una

casa del cantone d'Argovia, nello stile suo del XVII secolo; il Belgio

un palazzo magnifico, nello stile del Risorgimento, e in marmi e

pietre delle sue cave; la Grecia una casa Policroma del tempo di

Pericle; l'Austria un palazzo ad archi e colonne, che è suo come il

Trentino, o come l'Istria, con una facciata a graffiti, elegantissima,

di cui si potrebbe vedere il tipo originale a Pistoia, o in qualche

altra città della Toscana.

Ho detto che a tutte questo facciate, e ad altre che ommetto per

brevità, corrispondono le rispettive sezioni industriali. Ho detto

altresì che nel mezzo dello sterminato edifizio è la corsia delle

belle arti di tutti paesi, ed aggiungo che essa s'interrompe nel

centro, per dar luogo al padiglione speciale della città di Parigi.

Aggiungo ancora che dall'altro lato di questa corsìa, e parallela alla

via delle Nazioni, corre la via di Francia, con tutta l'esposizione

delle industrie francesi, che costituisce la metà di tutto il palazzo.

Ve ne siete formati un'idea? No. Lo capisco; ma non è colpa mia.

Lo ripeto, qui c'è da confondersi. Vorrei veder voi, lettori

umanissimi, dopo una prima gita, tutta consacrata a formarvi un'idea

del complesso, ed anche dopo una seconda, tutta spesa a vedere di

corsa statue e gruppi di zinco, stivalini, manipoli di grano,

ombrelli, aratri, velluti, ostriche, porcellane, lenti telescopiche,

pelliccie, rastrelli, molini a vento, borse, bauli, pietre dure,

scatole, mobili, bacheche, paraventi, conserve alimentari, arnesi

scolastici, sottane, guanti, concimi, seghe, farine, carboni,

diamanti.... e quasi quasi sarò per aggiungere, col Burchiello,

...... Zaffiri ed ova sode

Nominativi fritti e mappamondi.

Io, dopo aver fatto il viaggio e perduta la bussola, sono andato a

rifugio nella corsìa delle belle arti, e in quell'altra, che non è

molto lungi, delle industrie italiane.

Giunto là, ho sentito il bisogno, come ora, di ricogliere il fiato.

Lutezia · 第 18 / 36 题