All'Esposizione mondiale.--Il Trocadero.--Le branche
dell'astaco.--Babilonia veduta di giorno.--L'insalata dei
popoli.--Tentazioni e ritegni.--La Via delle nazioni.--Le sezioni
industriali--Il caos.
Ho promesso, ed ogni promessa è debito; andiamo all'Esposizione.
Ve ne hanno parlato tutti ed io non potrò dirvi nulla di nuovo. Ma,
Dio buono, che cosa c'è egli di nuovo sotto il sole? Neanche il
Trocadero genuino ed autentico, che, se non m'inganno, è a Cadice ed è
stato preso anche un pochettino dal re Carlo Alberto, in penitenza de'
suoi peccati di gioventù.
Perchè abbiano dato il nome di Trocadero al palazzo delle feste,
edificato sulla riva destra della Senna, davanti al Campo di Marte,
che è sulla riva sinistra, non so e non mi son presa la briga di
chiedere. Forse lo hanno chiamato così, perchè il nome suonava bene,
come quell'altro di Alcazar, già entrato nelle grazie e nelle
consuetudini di Parigi. Lasciamola lì e diciamo che fa un bel vedere,
con la sua massa tondeggiante a varii piani e con le sue braccia
allargate a semicerchio, di rincontro all'Esposizione. Lo spazio che
corre tra i due fabbricati è immenso, circa cento cinquantamila metri
quadrati. Il Trocadero ha un acquario nelle viscere, smisurata
esposizione di pesci, che si vedono nella piena libertà delle loro
occupazioni domestiche girando i meandri di una grotta; ha una cascata
che gli esce dal grembo, una gran sala di concerti, di balli e di
conferenze nel petto. Che cos'abbia nella testa non rammento più bene;
so invece che ha nelle braccia una esposizione retrospettiva dell'arte
europea, dall'età della pietra lavorata fino ai tempi moderni, e ci ho
ammirato le incisioni fatte dai pastori di venti mil'anni fa sulle
corna delle renne e sui denti di mammutte, gli elmi dei Galli, i
coltelli dei Druidi, i bronzi e le terre cotte dei Romani, il giaco
del Conte Verde, l'armatura di Cristoforo Colombo, l'elmo di Boabdil,
ultimo re di Granata; insomma, un mondo e mezzo di curiose e preziose
anticaglie.
Quella del Trocadero è un'architettura tutta bucherellata, che mi
piace poco, veduta ne' suoi particolari; le lunghe braccia
dell'edifizio son molto, ma molto, lontane dalla dignità di quel
doppio colonnato in cui il Bernini ha rinchiusa la basilica di san
Pietro, e arieggiano piuttosto le branche sottili di un astaco. Se il
Trocadero fosse dipinto di rosso, vi parrebbe infatti di vedere un
_homard_. Ma collocate tutta quella massa su d'un poggio, seminate qua
e là, per l'immenso declivio, delle cascate, delle fontane, dei
chioschi, dei castelli algerini, la cui grandezza è un nulla a petto
di quella mole gigantesca, ed essa finirà col piacervi, come è
piaciuta a me. Aggiungo che il Trocadero, essendo nuovo, è bianco;
cosa rara a Parigi, dove ogni superficie di marmo, o d'intonaco,
annerisce nello spazio d'un inverno; donde la necessità d'imbiancare
di tanto in tanto le case, ma non già col pennello, sibbene col
rastiatoio.
La qual cosa non è punto piacevole all'orecchio; _experto crede
Ruperto_. Appunto ora, mentre scrivo, cinque o sei muratori, sospesi a
certe funi spenzolanti dal tetto, rastiano la facciata d'una casa
vicina, e cantano in coro la canzone alla moda:--_Madame Langlumé, j'
viens demander vot' fille._ Non so quale dei due suoni sia più....
laceratore. E la mia prosa ne risente, come vi sarà facile di
riconoscere.
Dunque, dicevamo.... Ma badate, qui si salta di palo in frasca, senza
tanti complimenti; la vita, come il discorso, è tutta lardellata di
parentesi. Da principio ci si confonde un pochino; questi indugi,
questi perditempi su d'ogni marciapiede, ad ogni canto di strada, vi
fanno bestemmiare perfino Giulio Cesare, che ha fatto di Lutezia una
città importante, e Giuliano che aveva la debolezza di starci
volentieri; ma poi ci fate la piega, vi accomodate all'indugio, che vi
trattiene così poco, alla, noia incontrata, che ve ne fa cansare
un'altra, aspettata pur troppo. In questa benedetta città potete dare
un appuntamento e dimenticarlo, senza pericolo di passare per uno
screanzato. _C'est la règle_; mentre l'andarci, composto di
ricordarsene e di venirne a capo, in questo viavai di gente, in questa
rete tessuta d'ostacoli inopinati e d'incontri fortuiti, _c'est
l'exception_. Riuscite a mantener la parola data? Siete una
_exception_. Non riuscite? Siete _en règle_.
Esco, se Dio vuole, da questa parentesi e ritorno al Trocadero. Vi ho
detto in una delle mie lettere precedenti che sul _boulevard_, al
crocicchio dell'Opera, con tutta quella illuminazione elettrica, par
di vedere Babilonia di notte. Orbene, sul ponte di Jena, guardando un
po' al Trocadero, un po' al palazzo dell'Esposizione, avete Babilonia
di giorno; Babilonia per le grandi linee in distanza, Babilonia per
tutti quei ciuffi di verde, che, disseminati a varie altezze, vi dànno
un'idea degli orti pensili, Babilonia finalmente per la gran
confusione di gente che va e che viene, parlando, fischiando,
cincischiando, latrando, cinguettando tutte le lingue della terra.
Disegni del palazzo dell'Esposizione non cercherò di farvene; in primo
luogo, perchè tutti i giornali illustrati li dànno, secondariamente
perchè non credo nella efficacia delle descrizioni. Bevuta una tazza
di cioccolata al caffè spagnuolo, o di cicoria al caffè algerino,
m'inoltro sul ponte di Jena, allargato del doppio con possenti
travature laterali, e ammiro il gran palazzo che non vi descriverò;
noto che è quasi tutto di ferro e di cristallo, che quei grandi
padiglioni del mezzo e degli angoli, con le loro ampie lunette
invetriate, arieggiano gli archi a tutto sesto della facciata di San
Marco; dò una guardata distratta ad una ventina di nazioni,
allegoricamente rappresentate in colossali statue di creta; non mi
commovo per una tozza Repubblica francese, di marmo bianco, seduta su
d'una cattedra ateniese in capo alla gradinata che è davanti
all'ingresso, e di là mi volgo indietro, come il naufrago dantesco, a
guardare la sponda opposta. Quello è davvero uno spettacolo
meraviglioso. Chioschi, fontane, praterie, castelli africani,
padiglioni di zinco, baracche, depositi di marmi francesi, anche
lavorati a statue, per far vedere a tutti che l'unico marmo statuario
possibile è quel di Carrara; giù giù, sui lati, le tettoie
dell'esposizione agricola, le stufe per le piante esotiche, e i
fortieri delle ostriche, detti alla francese _parchi d'ostricoltura_;
la testa dell'Indipendenza americana, principio d'una statua
arcicolossale in bronzo, che i francesi regaleranno agli Stati Uniti
nell'anno.... vattelapesca; poi il gran maglio della fonderia del
Creuzot; poi un altro acquario per l'ittiologia marina, e finalmente
una fabbrica di sidro di Normandia col suo banco di vendita al minuto,
che io, feroce bevitore di sidro al cospetto di Dio, rammenterò sempre
con gratitudine; eccovi la decima parte di quello che si vede, e la
ventesima di quello che non si vede, accatastato, ammonticchiato,
pigiato, in un disordine che non manca d'eleganza, sul vasto pendio
del Trocadero e sulla riva sinistra della Senna, in giro
all'Esposizione e sempre fuori del suo magno recinto.
Vorrei dirvi qualche cosa delle aiuole di fiori, vere esposizioni
orticole, di cui non si potrebbero immaginare le più splendide; ma qui
c'è proprio da confondersi, tra i pelargonii dalle foglie tricolori,
le araucarie imbricate, le creste di gallo sesquipedali, le jucche, le
latanie, i bambù giganteschi, lo vigne nane sopraccariche di grappoli.
Cesso da inutil opra, come direbbero i classici; rinunzio a questa
fatica da cani, come si dice in volgare.
Entriamo, se vi piace, nel gran palazzo di cristallo, detto del Campo
di Marte, perchè ne occupa tutto lo spazio, cioè a dire una superficie
di quattrocento ventimila metri quadrati. Questo palazzo ha due
facciate, l'anteriore e la posteriore, e per conseguenza due grandi
vestiboli, ognuno dei quali è largo ventiquattro metri e lungo
trecento cinquanta, cioè quanto la facciata medesima, «sotto le cui
tre cupole--ei corre e si dilata--fiume di cento popoli--che fanno....
un'insalata».
L'insalata dei popoli è un'immagine che il Preti e l'Achillini
m'invidieranno dalla tomba. Ma per descrivere questa roba ci vuole a
dirittura lo stile del Seicento. In mezzo al vestibolo, davanti
all'ingresso, c'è un orologio monumentale, che fa fronte da quattro
lati ed ha quattro statue, rappresentanti i quattro elementi degli
antichi. Il pendolo, indipendente dall'orologio, ma pendente dalla
cupola, ha una lunghezza di ventiquattro metri, e consta d'un
complesso di sfere, collegate in modo da formare una specie di
bilanciere. Scusate la rima; qui si diventa poeti senza volerlo.
Amate meglio diventar milionarii? Tentate un colpo su quella vetrina
ottagona che si vede alla sinistra dell'orologio, sormontata da un
baldacchino rosso. Ci sono dentro i diamanti della corona; il
Reggente, che pesa cento trentasei carati e vale cinque milioni, non
un soldo di meno; i sette diamanti del cardinal Mazarino; un diadema
in diamanti e perle, che valgono cinquecento mila lire l'una; poi
turchesi e brillanti; collane di perle; diamanti e rubini; stelle in
diamanti, ricevute da Napoleone III in regalo da parecchi sovrani; la
Giarrettiera; l'Elefante di Siam; un'impugnatura di spada, eseguita
per Carlo X; un orologio tempestato di diamanti, destinato in
principio al Dey di Algeri, che fu poi tempestato (il Dey, non
l'orologio) di palle da trentasei e di altri oggetti sferici dello
stesso valore; finalmente un diadema in diamanti che può
all'occorrenza trasformarsi in collana. Vi avverto, per altro, che ad
una cert'ora di sera la preziosa vetrina discende sotto il pavimento,
in un misterioso nascondiglio, il cui orifizio si ricopre con spesse
lastre di ferro fuso. Uomo avvisato, mezzo salvato.
Non ci perdiamo nel vestibolo d'onore, detto del ponte di Jena;
usciamo all'aperto, nella via interna, detta la via delle Nazioni.
Essa corre rasente alla sezione centrale, dove è l'esposizione di
belle arti di tutti i popoli d'Europa, ed ha sull'altro fianco
l'esposizione industriale di tutti i popoli dell'Europa, suddetta, e
di parecchi dell'Asia, dell'Africa, dell'America e dell'Australia.
Ognuna delle nazioni che concorrono all'esposizione ha la sua facciata
su questa via. L'Inghilterra ci ha riprodotto lo stile della sua
architettura ai tempi della regina Anna, o giù di lì; gli Stati Uniti
un _quid medium_ tra il _dock_ e lo scalo di ferrovia; la Svezia e la
Norvegia due casette di legno in stile romando del XII secolo;
l'Italia un portico di palazzo milanese del Cinquecento; il Giappone
una casa di campagna; la Cina una porta del palazzo imperiale di
Pechino; la Spagna un frammento dell'Alambra; la Russia una casa di
Mosca, quella stessa in cui è nato Pietro il Grande; la Svizzera una
casa del cantone d'Argovia, nello stile suo del XVII secolo; il Belgio
un palazzo magnifico, nello stile del Risorgimento, e in marmi e
pietre delle sue cave; la Grecia una casa Policroma del tempo di
Pericle; l'Austria un palazzo ad archi e colonne, che è suo come il
Trentino, o come l'Istria, con una facciata a graffiti, elegantissima,
di cui si potrebbe vedere il tipo originale a Pistoia, o in qualche
altra città della Toscana.
Ho detto che a tutte questo facciate, e ad altre che ommetto per
brevità, corrispondono le rispettive sezioni industriali. Ho detto
altresì che nel mezzo dello sterminato edifizio è la corsia delle
belle arti di tutti paesi, ed aggiungo che essa s'interrompe nel
centro, per dar luogo al padiglione speciale della città di Parigi.
Aggiungo ancora che dall'altro lato di questa corsìa, e parallela alla
via delle Nazioni, corre la via di Francia, con tutta l'esposizione
delle industrie francesi, che costituisce la metà di tutto il palazzo.
Ve ne siete formati un'idea? No. Lo capisco; ma non è colpa mia.
Lo ripeto, qui c'è da confondersi. Vorrei veder voi, lettori
umanissimi, dopo una prima gita, tutta consacrata a formarvi un'idea
del complesso, ed anche dopo una seconda, tutta spesa a vedere di
corsa statue e gruppi di zinco, stivalini, manipoli di grano,
ombrelli, aratri, velluti, ostriche, porcellane, lenti telescopiche,
pelliccie, rastrelli, molini a vento, borse, bauli, pietre dure,
scatole, mobili, bacheche, paraventi, conserve alimentari, arnesi
scolastici, sottane, guanti, concimi, seghe, farine, carboni,
diamanti.... e quasi quasi sarò per aggiungere, col Burchiello,
...... Zaffiri ed ova sode
Nominativi fritti e mappamondi.
Io, dopo aver fatto il viaggio e perduta la bussola, sono andato a
rifugio nella corsìa delle belle arti, e in quell'altra, che non è
molto lungi, delle industrie italiane.
Giunto là, ho sentito il bisogno, come ora, di ricogliere il fiato.