III.

Poliglottismo commerciale.--Eccezioni alla regola.--Orgoglio

legittimo.--La fratellanza dei popoli e la razza latina.--Non e ne

'ncaricà.--Retorica onesta.--La parabola del buon levatore.--_Laboremus_.

_English spoken,_

_Man spricht Deutsch,_

_Men spreeckt hollands,_

_Se habla español,_

e chi più n'ha più ne metta; io ci rinunzio, avendo dimenticato il

testo preciso della medesima frase in russo, in polacco e in

ungherese, che ho avuto la fortuna e il piacere di leggere su certe

vetrine di via Lafayette.

In questo poliglottismo commerciale di Parigi tutte le nazioni sono

rappresentate, ove se ne eccettui la nostra. Non mi è occorso di

vedere in nessun luogo il desiderato «si parla italiano», salvo in via

Castiglione, entro l'insegna d'un fotografo...italiano. L'eccezione

conferma la regola.

Lo fanno apposta? Non credo. Quando un francese sa scrivere «come

statte?» o farvi sapere che l'italiano «attrapare» corrisponde al

francese _attraper_ (preziosa notizia che ho trovata sul _Pays_, in un

articolo filologico di Granier de Cassagnac padre) si suol dire a

Parigi che costui parla l'italiano «_comme le Dante_». È dunque da

credere che il desiderio di parer versati nella nostra lingua,

evidente in certuni, escluda la possibilità del dispregio. Aggiungerò

una prova convincente. Ieri il mio parrucchiere mi domandava con aria

di profondo interesse: «_est-ce vrai, monsieur, que l'italien

ressemble beaucoup au latin?_»--«_A quelque chose près;_--gli

risposi;--_et c'est vraiment dommage que ce ne soit du latin tout

pur_.»--

Il fatto è questo, che i francesi ignorano la nostra lingua e non

sentono il bisogno d'impararla. L'italiano, quando esce fuori di casa

sua, s'ingegna come può; bene o male, ma più spesso con mediocre

infamia, spiccica la lingua degli altri. Ogni altro popolo d'Europa,

quando varca i suoi naturali confini, parla volontieri la propria e

mostra di stimar poco coloro che, interrogati, non gli rispondono in

quella. È un nobile orgoglio, secondo certuni; ma io lo definisco

l'orgoglio dell'ignoranza. Quando sono in un paese che non è il mio,

amo parlare la lingua di quel paese; quando sono in casa mia,

m'ingegno di farne gli onori, parlando al forastiero la lingua sua, se

ho la fortuna di masticarne un pochettino. Questo era, dopo tutto,

anche il gusto di Byron, che scriveva mirabilmente nella lingua di

Shakespeare, ma si sarebbe vergognato di parlarla sul continente,

avendo l'aria di imporre ai forastieri l'idioma di Wellington e di

Hudson Lowe. Al diavolo dunque l'orgoglio della lingua patria, del non

volerne saper altra e del pretendere che tutti parlino la nostra.

Superbia per superbia, teniamoci quella del sapere qualche volta la

lingua degli altri, del potere dare, col Mazzini e col Ruffini, degli

scrittori all'Inghilterra, col Fiorentino e con altri parecchi, alla

Francia. Qualche volta abbiam fatto di più, dando ai nostri vicini

degli uomini di Stato, come il Mazzarino, degli imperatori, come il

Buonaparte, dei dittatori, come il Gambetta.

_C'est nôtre orgueil à nous_, anche quando di questi uomini si dicono

corna. Bisogna leggere per esempio ciò che si scrive qui del Gambetta,

trionfante a Romans. _Le rusé gênois, l'opportuniste italien_, sono i

titoli più alla mano. E non sanno il piacere che ci fanno, quando

scrivono e dicono di queste cose. A buon conto scoprono il loro mal

talento e rendono a noi ciò che è nostro.

Ritorno al mio tema. I francesi, dirà taluno, non conoscono la nostra

lingua perchè non hanno interesse a studiarla. Per una parte è vero,

amando noi di parlare il francese, quando siamo in casa dei nostri

vicini. Per l'altra non lo è più tanto, dovendosi ammettere che un po'

d'obbligo dovrebbero sentirlo anche loro, e notando inoltre questa

sollecitudine con cui tanti bravi bottegai si affannano a notificare

_urbi et orbi_ che essi hanno il dono delle lingue, meno la nostra. E

perchè questa esclusione, di grazia? Non è lecito di conchiudere che

ci amano poco?

Per me, e senza mestieri di tante licenze, conchiudo addirittura così.

L'ho accennato in uno dei capitoli precedenti e lo ripeto in questo.

Chiacchiere di fratellanza, di razze latine, d'interessi paralleli e

via discorrendo, ne sentirete molte anche qui; ma non c'è da crederne

un frullo. Sono i giornalisti che svecchiano queste anticaglie, e noi,

_qui_, dobbiamo accordare ai giornalisti quella fede che ottengono

qui. Consentitemi la ripetizione dell'avverbio; è proprio qui che si

sente questo difetto d'amore per noi; esso traluce, trapela, traspira

e trasuda per ogni verso, nella sua forma più naturale e più schietta.

Non è odio, non è malumore, è freddezza.

Che cosa importa a voi della donna che non vi piace? Può passarvi a

lato quanto vuole, ma non avrà da voi che un'occhiata distratta. Può

esser bella come pare a lei e agli altri, ma a voi non farà nè caldo,

nè freddo; non negherete la cosa, ma non penserete neanche ad

ammetterla; farete come Mastro Raffae', consigliato dalla canzone a

non _incaricarsene_ punto.

Ho parlato di freddezza, intendiamoci; ho detto che l'odio e il

malumore non c'entrano. Qui non odiano nessuno di fuori via, neanche i

tedeschi. Quando leggete su pei giornali o nei libri, i dolorosi

accenni alla guerra del 1870, non vi fidate di certe frasi; sono

abbellimenti rettorici. I tedeschi, forse, odieranno questo popolo,

che si è rialzato così presto, troppo presto, mostrando di possedere

una vitalità straordinaria; ma questo popolo non odia loro. Potrà

darsi che un nuovo padrone lo spinga a tentare la rivincita,

soffiandogli in cuore uno sdegno che giovi alle proprie ambizioni; ma

sarà uno sdegno fittizio, un semplice innesto, come quello del

vaiuolo. Per il momento, il nuovo padrone non c'è', nè sembra vicino,

checchè ne dicano i giornali monarchici e i bonapartisti; c'è la

repubblica con l'esposizione universale e la pace. _Man spricht

Deutsch!_ Chi avrebbe potuto prevederlo sette anni fa?

Aspettando che altri preveda il giorno e l'ora del «_si parla

italiano_», diciamo dunque che delle lingue ignorate a Parigi la più

ignorata è la nostra. Per chi aspetta la fratellanza dei popoli,

questo è un cattivo segno, sicuramente; ma restringendo la nostra

prospettiva, e contentandoci di restar parenti in dodicesimo grado con

tutti (che sarà sempre abbastanza e a taluni parrà anche d'avanzo) si

può ammettere che il male non sia poi così grave. Non dimentichiamo

che i francesi, se non istudiano ora la lingua nostra, l'hanno pure

studiata in _illis temporibus_, e la loro letteratura se ne è tanto

imbevuta da portarne i segni entro e fuori, nella sostanza e nella

forma, nelle frasi e nella ossatura dei periodi. Gli scrittori

francesi del Cinquecento riboccano d'italianismi, e i più famosi tra

loro sono anche i meglio formati sul gusto italiano. Inoltre, l'arte

francese non è suppergiù che una derivazione dell'arte nostra. Come

corteggio alle nostre principesse fiorentine, abbiamo mandato a Parigi

i nostri pittori, i nostri scultori, i nostri orafi, i nostri

architetti, e via via gl'insegnatori di tutte le utili discipline. La

seta, i velluti, le maioliche, industrie italiane trapiantate in

Francia; la pittura e la scoltura anche oggi sono studiate a Roma; per

l'architettura si è formata qui una vera scuola, italiana nel

complesso delle forme, sopraccarica negli accessorii, a cui giovano i

facili insulti del clima, che annerisce e confonde nelle linee

generali quell'abuso di ornati, non imitato certamente da noi.

Emancipati dall'Italia nell'industria e nell'arte, hanno un pochino

dimenticato la balia, ecco tutto. Saliti su su, mentre noi cadevamo

sempre più in basso, e non al tutto per colpa nostra, pensarono per

lunga pezza che noi non fossimo più necessarii nel mondo. Ad onor

loro, va notato che furono i primi ad accorgersi dell'errore e che in

un buon quarto di luna ci hanno anche data una mano a risorgere. Se

ricompensati ad usura, non importa cercare; il benefizio è di quelli

che non si possono attenuare, rammentando ciò che costano. Nè vuolsi

andare ad almanaccare come e perchè, ad ottenerci il benefizio, ci

volesse un tiranno, dopo che i nostri vicini, costituiti in

repubblica, avevano aiutato a ribadirci le catene. Non siamo noi che

dobbiamo guardare in bocca al cavallo donato; alla fin fine, i torti

della seconda repubblica francese li ha cancellati la terza.

Questa è rettorica onesta; ma intanto l'amicizia non c'è, e

l'ignoranza delle cose nostre rimane all'ordine del giorno. È un bene?

è un male? Vediamo il bene; io non credo inutile questa indifferenza

per noi, da parte del cervello del mondo; riconosco che c'è del buono,

del gustoso, in questo risveglio non osservato del nostro paese. Meno

abbaderanno a noi, e meglio faremo i fatti nostri. Le donne di cui

tutti parlano, a cui tutti tengono dietro, non sono quelle che

vantaggiano di più la famiglia.

Vedete il buon levatore; è desto e lavora, mentre tutti gli altri

dormono ancora della grossa. È quella l'ora più felice della casa,

senza faccie torbide e coi sorrisi dell'aurora al balcone; ogni cosa

si fa presto e bene, quando non ci sono fastidii, nè inciampi.

Chiunque ama il mattino (e tutti i lavoratori lo amano), m'intenderà

facilmente, e vedrà di primo acchito l'utilità di lasciar dormire chi

vuole, e di lavorare inosservati al nostro risorgimento politico ed

economico.

Godiamoci dunque la nostra mezza solitudine e approfittiamone per

rimetterci all'opera. Ci guadagneremo di sicuro qualcosa; per esempio

di non avere a concorrer più all'Esposizione mondiale come abbiam

fatto quest'anno, pochi, dappoco e mal serviti per giunta.

Ci siamo, all'Esposizione, direte; il salmo doveva finire in gloria.

No, lettori umanissimi; sarà per un'altra volta. Oggi s'è fatto per

celia.

Lutezia · 第 17 / 36 题