III.

Fino a questo punto abbiam potuto arrivare, combinando il risultato

delle osservazioni telescopiche con probabili deduzioni tratte da

principi conosciuti della Fisica, e da plausibili analogie. Concediamo

ora alla fantasia un più libero volo; sempre appoggiati, per quanto è

concesso, al fondamento sicuro dell'osservazione e del ragionamento,

tentiamo di renderci conto del modo, con cui sarebbe possibile in

Marte l'esistenza e lo sviluppo di una popolazione d'esseri

intelligenti, dotati di qualità e soggetti a necessità non troppo

diverse dalle nostre: e sotto quali condizioni si potrebbe ammettere,

che i fenomeni dei così detti canali e delle loro geminazioni possano

rappresentare il lavoro di una simil popolazione. Ciò che diremo non

avrà il valore di un risultato scientifico, ed anzi confinerà in parte

col romanzo. Ma le probabilità a cui per tal modo arriveremo non

saranno minori che per tanti altri romanzi più audaci e meno innocui,

che sotto il sacro nome di scienza si stampano nei libri e si

predicano nelle assemblee e nelle Università.

Comparando il globo della Terra con quello di Marte sotto il rispetto

della loro costituzione meteorologica ed idrografica, subito ci appare

manifesto, dalle cose dette di sopra, quanto il primo dei due sia

meglio disposto per accogliere la vita organica e per favorirne lo

sviluppo nelle sue forme superiori. Ai fortunati terricoli l'acqua

fecondatrice è distribuita gratuitamente dalla periodica e regolare

operazione del gran meccanismo atmosferico. Piove sui nostri campi

senza alcun nostro merito: per noi, senza alcuna nostra fatica si

condensa sulle montagne il liquido prezioso, che per mezzo dei

ruscelli e dei fiumi può in molti modi esser rivolto a nostro

vantaggio, coll'irrigazione, colla navigazione interna, colle macchine

idrauliche: e senza di questo dono, che sarebbe il genere umano? Assai

più dure condizioni di esistenza ha fatto la Natura ai poveri

Marziali. Dove rare sono le nuvole e mille le pioggie, ivi mancano

certamente le fonti ed i corsi d'acqua[13]. Tutto per loro sembra

dipendere, come già si è accennato, dalla grande inondazione prodotta

nello sciogliersi delle nevi polari boreali. La loro conservazione o

la loro prosperità richiede ad ogni costo, che siano arrestate nella

maggior quantità possibile, e trattenute per tutto il tempo necessario

quelle acque, prima che vadano a perdersi nel mare australe; che se ne

approfitti nel modo più efficace alla coltura di aree abbastanza vaste

per assicurare durante un intero anno Marziale (23 mesi nostri)

l'esistenza di tutto ciò che vive sul pianeta. Problema forse non

tanto facile e non tanto semplice! perchè la somma di acqua

disponibile è al più quella che hanno formato le nevi boreali d'una

sola invernata; quantità certamente assai grande, la quale però,

ripartita sopra tutti i continenti, potrebbe presto diventare

insufficiente, anche non tenendo conto delle perdite inevitabili per

evaporazione, filtrazione, errori di distribuzione, ecc.

Bastan questi riflessi a persuaderci, che le molte strisce oscure,

onde il pianeta è solcato per ogni verso, larghe talvolta quanto il

Mar Adriatico od il Mar Rosso e quasi sempre assai più lunghe, non

possono, malgrado il nome da noi loro assegnato di _canali_,

rappresentare nella loro vera larghezza arterie di deflusso delle

acque boreali. Se tali fossero, basterebbero a dar passo in poche ore

a tutta quanta la grande inondazione. Non solo le acque non potrebbero

esser impiegate a colture che richiedessero la durata di alcuni mesi,

ma giungerebbero al mare e vi si perderebbero prima che un vantaggio

qualunque se ne potesse trarre. Certo per le vie segnate da quelle

strisce ha luogo un deflusso, ma non tutte intiere quelle strisce

servono al deflusso. La loro larghezza è per tale scopo eccessiva, nè

a questo scopo corrisponde bene il loro variabile aspetto, e la loro

geminazione. Ciò che noi vediamo là, o che finora abbiam chiamati

_canali_, non sono larghissimi corsi d'acqua, come da alcuno fu

creduto. L'ipotesi più plausibile è quella di considerarle come _zone

di vegetazione_, estese a destra e a sinistra dei veri _canali_, i

quali esistono sì lungo le medesime linee, ma non sono abbastanza

larghi da poter esser veduti dalla Terra[14]. Queste zone di

vegetazione facilmente si distaccano sulle circostanti regioni del

pianeta per un colore più cupo, dovuto, com'è da credere, al fatto

stesso dell'inaffiatura (si sa che il terreno bagnato è di color più

oscuro che l'asciutto e disseccato dal sole) e anche in parte senza

dubbio alla presenza stessa della vegetazione; mentre per le aree

aride e condannate a perpetua sterilità rimane invariato il color

giallo uniforme che predomina su tutti i continenti. Questo colore

dobbiamo d'or innanzi considerare come rappresentante il deserto puro

ed assoluto; e pur troppo si può far stima, che i nove decimi della

superficie continentale di Marte ad esso appartengano.

Proseguendo nelle nostre deduzioni arriveremo a comprendere senza

difficoltà, che, regnando in Marte il potere della gravità, quantunque

in misura assai minore che sulla Terra[15], i liquidi diffusi alla

superficie del pianeta tenderanno a scendere ai luoghi più bassi; e

che le zone oscure destinate alla vegetazione saranno più basse delle

aree luminose circostanti, in cui l'acqua non può penetrare. Quello

pertanto che a noi appare sotto aspetto di striscia oscura, e che da

tutti finora si è chiamato _canale_, sarà un grande avvallamento della

superficie, esteso secondo la linea retta o secondo il circolo

massimo, sopra larghezze e lunghezze comparabili a quelle del Mar

Rosso. D'or innanzi daremo ad esso il nome più proprio di _valle_. La

larghezza di una tal valle è in tutti i casi presso che uniforme, e

tale dobbiamo credere ne sia pure la profondità, che diverse ragioni

c'inducono a credere molto piccola, e certamente poi molte volte

minore della larghezza. L'osservazione ci accerta che una tal valle fa

sempre capo co' suoi estremi o ad un mare, o ad un lago, o ad un'altra

valle consimile. E poichè il color oscuro, effetto della vegetazione e

dell'irrigazione, ne occupa tutta l'apparente larghezza, dobbiamo

ritenere, che i due pendii laterali siano accessibili alle acque tanto

bene quanto il fondo. Quale poi sia stata l'origine di tali valli così

numerose ed intrecciate, come si vede sulla carta, non è ora opportuno

discutere; però l'enorme loro larghezza non ci dà confidenza di

soscrivere all'opinione di coloro, che le credono prodotto di uno

scavo artificiale.

La mente nostra non è avvezza a concepire tali grandiose opere come

effetto di potenze comparabili a quella dell'uomo. Quando però dalla

considerazione generale di questi fatti si scende allo studio minuto

dei loro particolari, e sopratutto si ferma l'attenzione sopra le

misteriose geminazioni e sulla straordinaria regolarità di forma

ch'esse presentano, l'idea che qualche parte almeno secondaria vi

possa avere una razza di esseri intelligenti non può esser considerata

come intieramente assurda. Anzi, al punto in cui siamo giunti, e data

la verità delle cose sin qui esposte, tale supposizione perde quel

carattere d'audacia che ci spaventava da principio, e diventa quasi

una conseguenza necessaria.

Poniamo infatti per un momento, che lassù tutto si faccia per

conseguenza cieca di leggi fisiche, senza intervento alcuno di mente

direttiva. Le nevi del polo boreale, a misura che saranno disciolte,

correranno all'Oceano seguendo le ampie valli, che loro offrono la

strada più facile. Se il fondo delle valli è concavo (come nella

maggior parte delle nostre), l'acqua vi si riunirà in una corrente di

larghezza molto limitata, e non potrà occupare i pendii laterali, nè

produrre sopra di essi l'innaffiamento e le vegetazioni che soli

possono renderli a noi visibili. Il corso d'acqua o canale esisterà,

ma difficilmente prenderà tale ampiezza.da rendersi sensibile al

telescopio. Insomma noi non ne vedremmo nulla. Perchè l'acqua e la

vegetazione potessero espandersi sopra larghezze di 100 e 200

chilometri, bisognerebbe che il fondo della valle fosse piano e quasi

assolutamente uniforme. Avremo allora qualche cosa di simile ad un

vasto impaludamento, nel quale potrebbero ottimamente svolgersi una

flora ed una fauna somiglianti a quelle della nostra epoca

carbonifera. Con tali ipotesi è possibile renderci conto delle strisce

oscure semplici; rimane però inesplicato il fenomeno della loro

temporanea geminazione. Non si riesce a comprendere perchè in una

medesima valle l'innaffiamento e la vegetazione si faccian talvolta

sopra una linea unica, tal'altra invece si dividano sopra due linee

parallele di larghezza e d'intervallo non sempre eguale in ogni tempo,

tra le quali resta uno spazio infecondo o almeno non irrigato. Qui la

supposizione di un intervento intelligente è più che mai indicata. E

il modo di questo intervento dev'esser determinato dalle condizioni

particolari fatte dalla natura ai supposti abitatori del pianeta.

[vedi figura 05.png]

Ora prego il lettore di considerare l'annessa figura, nella quale si è

inteso di rappresentare il taglio o sezione traversale di una delle

larghe valli di Marte. In A A sono le sponde della valle, in B il suo

fondo. Se al giungere delle inondazioni s'immettesse l'acqua nella

valle senza altro apparato, essa si raccoglierebbe tutta al fondo

sotto forma di un gran fiume in quantità probabilmente eccessiva,

mentre i pendii laterali rimarrebbero asciutti. Per dare a tutta la

valle la irrigazione necessaria così in quantità come in durata, i

nostri ingegneri avrebbero scavato (e così dobbiam supporre abbiano

fatto anche gl'ingegneri di Marte) a diverse altezze sui due pendii

una serie di canali paralleli fra loro e paralleli alle sponde della

valle; canali di dimensioni comparabili alla nostra Muzza, al Canale

Cavour, al gran Canale del Gange[16]. Simili canali, di cui non è

necessario qui precisare il numero, sono rappresentati sulla figura

dallo incavature segnate colle lettere _m, n, p_... Fra due canali

contigui il terreno segue il pendio naturale verso l'asse della valle,

in modo che l'acqua da un canale più alto (come quello segnato _m_)

possa arrivare a quello che gli sta sotto (come quello segnato _n_)

espandendosi gradatamente su tutta la zona coltivata intermedia _m

n_. I due canali più bassi serviranno ad irrigare la zona più bassa di

coltivazione, che occupa il fondo della valle. All'estremità boreale

di questa stanno i robusti argini, che trattengono entro i dovuti

limiti, e fino al tempo opportuno, le acque della grande inondazione;

ivi si chiudono e si aprono le porte d'afflusso: mentre per

l'estremità australe e più bassa accadrà l'uscita delle acque residue,

che vanno a raccogliersi nell'Oceano australe.

Già si è accennato, che la copia d'acque provenienti dalle nevi di una

sola invernata sembra piuttosto inferiore che superiore ai bisogni

dell'irrigazione; la poca area delle superficie coltivate in confronto

colle deserte favorisce questa conclusione. L'apertura dei canali e

l'immissione delle acque nelle campagne di una data valle non si

potranno quindi fare a caso, ma dovranno succedersi con certa regola,

onde tutte le zone, anche le più alte, possano ricevere il fluido

benefico e conservarlo per tanto tempo, quanto ne richiede il ciclo

vegetativo delle colture adottate. Male si provvederebbe a questo, se,

per esempio, prima che la grande inondazione sia giunta al colmo, si

cominciasse a consumar l'acqua per uso delle zone più basse: perchè in

tal modo potrebbe avvenire che l'inondazione non raggiungesse il

livello necessario per irrigare le zone più alte. Queste ultime

pertanto dovranno avere la precedenza in ogni caso.

Così stando dunque disposte le cose; essendo giunta l'estate

dell'emisfero Nord, e la grande inondazione boreale essendo arrivata

alla massima altezza; il Gran Prefetto dell'Agricoltura ordina che si

apran le chiuse più alte, e che sia immessa l'acqua nei due canali più

elevati a destra e a sinistra della valle (segnati colle lettere _m

m'_nella figura qui sopra). L'irrigazione si estenderà sopra le due

zone laterali più alte (cioè _mn m'n'_); la superficie della valle

cambierà colore in queste due zone, l'abitante della Terra vedrà due

strisce parallele colorate, cioè una _geminazione_. Trascorso il tempo

sufficiente per assicurare il completo ciclo vegetativo in quelle due

prime zone, e la grande inondazione boreale essendo già in sul

decrescere, si aprono le chiuse conducenti a due canali più bassi _n

n'_, i quali frattanto avranno ricevuto anche i residui delle due zone

già irrigate. Così sarà aperta alle acque la via per fecondare due

altre zone fra loro parallele, _np n'p'_le quali a loro volta

diventeranno visibili all'osservatore terrestre. A quest'ultimo la

geminazione sembrerà or composta di due linee più larghe, l'una

proveniente dall'insieme delle due zone irrigate di destra, l'altra

dall'insieme delle due zone irrigate di sinistra. Ma col cessare della

vegetazione nelle zone più alte, _mn m'n'_, queste riprenderanno il

loro colore primitivo, e cesseranno d'esser visibili; onde a un dato

momento nel telescopio non si vedranno che le sole zone _np n'p'_più

interne; la geminazione sarà di nuovo composta di due linee sottili,

ma l'intervallo fra queste sarà minore di quanto fosse in principio,

quando erano irrigate le sole zone _mn m'n'_. Così di grado in grado,

abbassandosi le acque della grande inondazione, si passerà ad irrigare

zone sempre più basse; da ultimo, esaurite ormai quelle acque, se ne

profitterà per immetterle nella zona che forma il fondo della valle,

cioè nell'intervallo rappresentato con _pp'_. Allo spettatore

terrestre apparirà una striscia sola; la geminazione avrà cessato di

esistere. E quando il ciclo vegetativo sarà compiuto su tutte le zone

della valle, allora soltanto si potranno aprire le porte inferiori per

lasciare l'uscita alle acque residue, non senza prima aver riempito i

vasti serbatoi necessari all'uso quotidiano di quegli abitanti, e alla

coltura dei giardini durante l'intervallo della lunga

siccità. Dell'irrigazione avvenuta non rimarrà che qualche traccia

accidentale, il terreno ritornerà arido, e l'osservatore terrestre o

non vedrà più affatto la valle, o appena ne discernerà qualche lieve

indizio.

Questo piano d'operazioni, che io ho descritto qui per fissare le idee

su di un caso concreto, non sarà probabilmente il solo ad esser

praticato. Non è necessario che l'ordine d'irrigazione delle

successive zone sia sempre ed ovunque così completo e così

regolare. Se, per esempio per le colture di Marte fosse necessaria la

pratica del maggese, qualche zona dovrebbe esser lasciata senza

irrigazione. A norma poi delle diverse specie di coltura dovendo

l'irrigazione esser più lunga o più breve, non si avrà sempre la

completa simmetria sui due pendii della valle; ma potrà tale

irrigazione esser più estesa e più durevole or da una parte or

dall'altra, od anche da una parte mancar totalmente. E sul fondo della

valle, che sarebbe il luogo più opportuno per boschi, si cercherebbe

di mantenere l'umidità per il tempo più lungo che sia possibile. Così

potrebbe anche nascere una zona permanente di vegetazione, sempre più

o meno osservabile dai telescopi terrestri. In tal modo senza supporre

cose miracolose e senza vagare all'impazzata nei campi dell'ignoto,

con sobrio uso d'analogie e con plausibili deduzioni, possiamo

spiegarci non solo la varia lunghezza e il vario aspetto sotto cui ci

appaiono i così detti _canali_, cioè le valli coltivate di Marte; ma

ancora dalle necessità pratiche della vita degl'ipotetici suoi

abitanti possiamo dedurre e l'esistenza delle geminazioni, e la varia

larghezza delle linee che le compongono, le mutazioni del loro

intervallo. E si riesce a comprendere perchè le strisce, dette

_canali_, qualche volta sembrano portarsi più verso destra, e qualche

altra volta più verso sinistra, sempre conservando il medesimo

orientamento.

Ammesse le linee principali del nostro quadro, non sarà difficile il

compierlo nei particolari, e disegnare coll'immaginazione i grandiosi

argini necessari per contenere nei giusti limiti l'inondazione

boreale; i laghi o serbatoi secondari di distribuzione, necessari per

dare le acque a quelle valli, che non fanno capo direttamente a quella

inondazione; le opere occorrenti per regolare la distribuzione secondo

il tempo e secondo il luogo; i canali di primo, secondo,

terzo... ordine destinati a condurre le acque su tutto il terreno

irrigabile; i numerosi opifici, a cui le acque potranno dar moto nel

loro scendere dai ciglioni laterali della valle al fondo della

medesima. Marte dev'esser certamente il paradiso degli idraulici!

E passando ad un ordine più elevato d'idee, interessante sarà

ricercare qual forma d'ordinamento sociale sia più conveniente ad un

tale stato di cose, quale abbiamo descritto; se l'intreccio, anzi la

comunità d'interessi, onde son fra loro inevitabilmente legati gli

abitanti d'ogni valle, non rendano qui assai più pratica e più

opportuna, che sulla Terra non sia, l'istituzione del socialismo

collettivo, formando di ciascuna valle e dei suoi abitanti qualche

cosa di simile ad un colossale falanstero, per cui Marte potrebbe

diventare anche il paradiso dei socialisti. Bello altresì sarà

indagare, se sia meglio ordinar politicamente il pianeta in una gran

federazione, di cui ogni valle costituisca uno stato indipendente,

oppure se forse, a reggere quel grande organismo idraulico da cui

dipende la vita di tutti, e a conciliare le diverse necessità delle

diverse valli, non sia forse più opportuna la monarchia universale di

Dante. Ed ancora si potrà discutere, a quale rigorosa logica dovrà

essere subordinata la legislazione destinata a regolare un così

grandioso, vario e complicato complesso d'affari: quali progressi

debbano aver fatto colà la Matematica, la Meteorologia, la Fisica,

l'Idraulica e l'arte delle costruzioni, per arrivare alla soluzione

dei problemi estremamente difficili e varii, che si presentano ad ogni

tratto. Qual singolare disciplina, concordia, osservanza dello leggi e

dei diritti altrui debba regnare sopra un pianeta, dove la salute di

ciascuno è così intimamente legata alla salute di tutti; dove son

certamente sconosciuti i dissidii internazionali e le guerre: dove

quella somma ingente di studio e di lavoro e di mezzi, che i pazzi

abitanti d'un altro globo vicino consumano nel nuocersi

reciprocamente, è tutta rivolta a combattere il comune nemico, cioè le

difficoltà che l'avara Natura oppone ad ogni passo.

Di tutto questo, o caro lettore, lascio a te l'ulteriore

considerazione. Io scendo dall'Ippogrifo; tu, se ti aggrada, puoi

continuare la volata. _Messo t'ho innanzi, omai per te ti ciba_.

La Vita Sul Pianeta Marte · 第 14 / 20 题