Semel in anno licet insanire

Il singolar globo di Marte, che sotto più riguardi tanto rassomiglia

al nostro, e nel quale sembrano celarsi così interessanti misteri,

ogni giorno più chiama a sè l'attenzione pubblica, e sempre più è

fatto oggetto di accurati studi e di ardite speculazioni. Esso non è

intieramente sconosciuto ai lettori di Natura ed Arte, i quali

ricorderanno senza dubbio la descrizione accompagnata da disegni, che

ne fu pubblicata nei due fascicoli di febbraio 1893. Non senza

ammirazione essi han potuto vedere quelle macchie oscure e quelle

regioni più chiare della sua superficie, che si considerano come

rappresentanti mari e continenti; le misteriose linee, dette canali,

or semplici or doppie, che lo solcano per ogni verso in forma di fitto

reticolato; le vicissitudini del clima nei suoi due emisferi; e

specialmente le nevi che biancheggiano intorno ai suoi poli, e con

alterna vece crescono e decrescono secondo le stagioni, nè più nè meno

di quello che si osserva nelle regioni agghiacciate che occupano le

zone polari del nostro globo.

Nell'anno decorso 1894 il pianeta essendosi molto avvicinato alla

Terra (siccome suol fare periodicamente ad intervalli di circa 26

mesi), si trovò a buona portata dei grandi telescopi astronomici; e

così fu possibile di fare alcune osservazioni importanti. Durante

l'epoca del massimo avvicinamento (che fu nei mesi di settembre e di

ottobre) la posizione dell'asse di Marte rispetto al sole, e le

stagioni dei suoi emisferi furono press'a poco quelle che han luogo

per la Terra ogni anno durante il mese di gennaio. Per l'emisfero

boreale di Marte era appena passato il solstizio d'inverno; l'emisfero

australe, invece, che si trovava principalmente in vista, era nelle

condizioni atmosferiche che noi esperimentiamo nel mese di luglio,

cioè al principio e al colmo della state. Le regioni polari australi e

il polo antartico del pianeta brillavano nell'illuminazione perpetua;

e sotto la sferza incessante del sole le nevi di quel polo parvero

decrescere a colpo d'occhio.

Le prime osservazioni si fecero in Australia alla fine di maggio col

gran telescopio dell'osservatorio di Melbourne, essendo il pianeta

ancora a grande distanza della terra. Il 25 maggio (epoca, che per

l'emisfero australe di Marte corrispondeva press'a poco alla metà

della primavera) i ghiacci si estendevano tutt'intorno al polo

australe fino a 67° di latitudine; l'area nevosa formava una calotta

ben terminata e simmetrica di 2800 chilometri di diametro.

A partir da quel punto fino alla metà d'agosto, per lo spazio di 80

giorni e più, l'orlo circolare della regione nevata andò

restringendosi con molta regolarità, avvicinandosi al polo in ragione

di 13 chilometri al giorno: così che a mezzo agosto il diametro delle

nevi da 2800 chilometri si trovò ridotto a 600. Durante questo

intervallo, e precisamente verso la fine di giugno, si manifestò nella

calotta bianca una grande spaccatura, che ne separava un segmento di

considerabile ampiezza. Quest'ultimo scomparve presto, e non restò che

la massa principale, notabilmente diminuita.

Da mezzo agosto alla fine di settembre la diminuzione delle nevi

intieramente si arrestò, quantunque appunto in quell'intervallo avesse

luogo il solstizio australe del pianeta (31 agosto) e con esso la

massima irradiazione del Sole su quelle regioni. Il 24 di settembre

l'area circolare nevosa aveva ancora quasi lo stesso diametro di 600

chilometri, che era stato misurato il 13 di agosto.

La causa sconosciuta, che produsse questo arresto nel ritirarsi dei

ghiacci, parve cessare negli ultimi giorni di settembre; il limite

delle nevi continuò a progredire verso il polo, questa volta in

ragione di dieci chilometri al giorno; e non fini che colla

distruzione totale delle nevi stesse, la quale da diversi osservatori

fu assegnata ad epoche alquanto diverse, ma si può stimare che avesse

luogo intorno al 23 ottobre, coll'incertezza di alcuni giorni in più

od in meno. Così rimase il polo australe di Marte affatto nudo di

ghiacci fino a questo giorno in cui scrivo (4 aprile

1895). Nell'intervallo si videro bensì di quando in quando comparire

certe macchie bianche in molta vicinanza del polo; nessuna di queste

però è stata permanente, e si deve credere che rappresentassero

nevicate di carattere locale e transitorio. Quale fortuna sarebbe pei

nostri geografi, se un simile scioglimento completo dei ghiacci si

producesse anche una sola volta sopra ciascuno dei due poli della

Terra!

Da che si è incominciato a studiar Marte con qualche attenzione, è

questa la prima volta in cui è accaduto di osservare la completa

dissoluzione delle sue nevi antartiche. Essa si può stimare avvenuta

circa 55 giorni dopo il solstizio australe, cioè dopo l'epoca, in cui

la massima intensità della radiazione solare si fece sentire in quella

regione. Nel 1862, trovandosi il pianeta in una stagione identica,

Lassell vide quelle medesime nevi ancora molto estese: 94 giorni dopo

il solstizio australe il loro diametro non era minore di 500

chilometri. Nell'anno 1880 io le vidi ancora a Brera 144 giorni dopo

il solstizio australe. Possiamo argomentare da questo, che in Marte,

come sulla Terra, il corso delle stagioni non è perfettamente il

medesimo in tutti gli anni, e che si danno colà, come presso di noi,

estati più lunghe o più calde, ed altre più brevi o più fresche.

La rapida fusione di così ingenti quantità di neve non può essere

senza conseguenze sulle condizioni idrografiche del pianeta. Sulla

terra la fusione delle nevi artiche ed antartiche non può essere di

molta conseguenza, prima perchè le aree ghiacciate polari sono ambedue

circondate dal medesimo mare, il quale, se cresce di livello per lo

sciogliersi di una parte delle nevi artiche, d'altrettanto decresce

pel contemporaneo coagularsi di nuove nevi antartiche. Una simil

compensazione non può aver luogo su Marte in modo così semplice od

immediato, essendo il maggior mare, che circonda il polo antartico,

intieramente separato da quegli altri mari assai minori o piuttosto

laghi, che stanno vicino al polo artico; siccome si può vedere dando

uno sguardo alla carta di Marte qui unita[12]. L'equilibrio nelle

masse liquide dei due emisferi può stabilirsi soltanto per mezzo di

deflusso attraverso ai continenti che occupano le regioni intermedie;

e questa è la causa per cui all'alternato coagularsi e dissolversi

dello nevi intorno ai due poli sono da attribuire in gran parte le

mutazioni che si osservano nel sistema idraulico del

pianeta. Mutazioni, che ai nostri telescopi son rese manifeste dalla

modificata estensione dei mari, e dalla varietà d'aspetto di quelle

strisce oscure che segnano le zone d'inondazione e di deflusso; le

quali pertanto non senza un po' di ragione furon chiamate _canali_,

quantunque tal nome si debba intendere in senso assai largo. Piuttosto

che veri canali della forma a noi più familiare, dobbiamo immaginarci

depressioni del suolo non molto profonde, estese in direzione

rettilinea per migliaia di chilometri, sopra larghezza di 100, 200

chilometri od anche più. Io ho già fatto notare altra volta, che,

mancando sopra Marte le pioggie, questi canali probabilmente

costituiscono il meccanismo principale, con cui l'acqua (e con essa la

vita organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del

pianeta. Non è un problema privo d'interesse quello di rendersi conto

del modo, con cui può avvenire una tale diffusione.

La Vita Sul Pianeta Marte · 第 12 / 20 题