IV.

Come le nostre carte dimostrano[9], nella sua generale topografia

Marte non presenta alcuna analogia colla Terra. Un terzo della sua

superficie è occupato dal gran Mare Australe, che è sparso di molte

isole, e spinge entro ai continenti golfi e ramificazioni di varia

forma; al suo sistema appartiene un'intiera serie di piccoli mari

interni, dei quali l'_Adriatico_ed il _Tirreno_comunicano con esso per

ampie bocche, mentre il _Cimmerio_, quello _delle Sirene_, e il _Lago

del Sole_non hanno con esso relazione che per mezzo di angusti

canali. Si noterà nei quattro primi una disposizione parallela, che

certo non è accidentale, come pure non senza ragione è la

corrispondente positura delle penisole _Ausonia, Esperia_ed

_Atlantide_. Il colore dei mari di Marte è generalmente bruno misto di

grigio, non sempre però di uguale intensità in tutti i luoghi, nè nel

medesimo luogo è uguale in ogni tempo. Dal nero completo si può

scendere al grigio chiaro ed al cinereo. Tal diversità di colore può

aver origine da varie cause, e non è senza analogia anche sulla Terra,

dove è noto che i mari delle zone calde sogliono essere più oscuri che

i mari più vicini al polo. Le acque del Baltico, per esempio, hanno un

color luteo chiaro, che non si osserva nel Mediterraneo. E così pure

nei mari di Marte si vede il colore farsi più cupo quando il sole si

avvicina alla loro verticale e l'estate comincia a dominare in quelle

regioni.

Tutto il resto del pianeta fino al polo Nord è occupato dalle masse

dei continenti, nelle quali, salvo alcune aree di estensione

relativamente piccola, predomina il colore aranciato, che talvolta

sale al rosso più cupo, altre volte scende al giallo ed al

biancastro. La varietà di questa colorazione è in parte d'origine

meteorica, in parte può dipendere dalla diversa natura del suolo, e

sulle sue cause ancora non è possibile appoggiare ipotesi molto

fondate. Neppure è nota la causa di questo predominio delle tinte

rosse e gialle sulla superficie del vecchio _Pyrois_. Alcuno ha

creduto di attribuire questa colorazione all'atmosfera del pianeta,

attraverso alla quale si vedrebbe colorata la superficie di Marte,

come rosso diventa un oggetto terrestre qualsiasi, veduto a traverso

vetri di tal colore. Ma a ciò si oppongono più fatti, fra gli altri

questo, che le nevi polari appajono sempre del bianco più puro, benchè

i raggi di luce da esse derivati attraversino due volte l'atmosfera di

Marte sotto una grande obliquità. Noi dobbiamo dunque concludere che i

continenti marziali ci appajono rossi e gialli, perchè tali veramente

sono.

Oltre a queste regioni oscure e luminose, che noi abbiamo qualificato

per mari e continenti, e la cui natura ormai non lascia luogo che a

poco dubbio, alcune altre ne esistono, veramente poco estese, di

natura anfibia, le quali talvolta ingialliscono e sembrano continenti,

in altri tempi vestono il bruno (anche il nero in certi casi) e

assumono l'apparenza dei mari; mentre in altre epoche la loro

colorazione intermedia lascia dubitare a qual classe di regioni esse

appartengano. Quasi tutte le isole sparse nel Mare Australe e nel Mare

Eritreo appartengono a questa categoria, così pure le lunghe penisole

chiamate _Regioni di Deucalione_e di _Pirra_, e in contiguità del Mare

Acidalio le regioni sognate coi nomi di _Baltia_e di _Nerigos_. L'idea

più naturale e più conforme all'analogia sembra quella di supporre in

esse vaste lagune, su cui variando le profondità dell'acqua si produca

la diversità del colore, predominando il giallo in quelle parti dove

la profondità del velo liquido è ridotta a poco od anche a niente, e

il colore bruno più o meno oscuro nei luoghi dove le acque sono tanto

alte da assorbire molta luce e da rendere più o meno invisibile il

fondo. Che l'acqua del mare o qualsiasi acqua profonda e trasparente

veduta dall'alto appaja tanto più oscura quanto maggiore è l'altezza

dello strato liquido, e che le terre in confronto di esse appajano

chiare sotto l'illuminazione del Sole, è cosa nota e confermata da

certissime ragioni fisiche. Chi viaggia nelle Alpi spesso ha occasione

di convincersene, vedendo dalle cime neri come l'inchiostro stendersi

sotto i suoi piedi i profondi laghetti di cui sono seminate, in

confronto dei quali luminose appajono anche le rupi più nereggianti

percosse dal sole[10].

Non senza fondamento adunque abbiamo finora attribuito alle macchie

oscure di Marte la parte di mari e quella di continenti alle aree

rosseggianti che occupano quasi i due terzi di tutto il pianeta, e

troveremo più tardi altre ragioni che confermano tal modo di vedere. I

continenti formano nell'emisfero boreale una massa quasi unica e

continua, sola eccezione importante essendo il gran lago detto _Mare

Acidalio_, del quale l'estensione pare mutarsi secondo i tempi e

connettersi in qualche modo colle inondazioni che dicemmo prodotte

dallo sciogliersi delle nevi intorno al polo boreale. Al sistema del

Mare Acidalio appartiene senza dubbio il lago temporario denominato

_Iperboreo_ed il _Lago Niliaco_: quest'ultimo ordinariamente separato

dal Mare Acidalio per mezzo di un istmo o diga regolare, la cui

continuità soltanto nel 1888 fu vista interrompersi per qualche

tempo. Altre macchie oscure minori si trovano qua e là nella parte

continentale, le quali potrebbero rappresentare dei laghi, ma non

certo laghi permanenti come i nostri; tanto sono variabili d'aspetto e

di grandezza secondo le stagioni, al punto da scomparire affatto in

date circostanze. Il _Lago Ismenio_, quello _della Luna_, il _Trivio

di Caronte_e la _Propontide_sono i più cospicui e i più durevoli. Ve

ne sono di piccolissimi, quali il _Lago Meride_e il _Fonte di

Gioventù_, che nella loro maggiore appariscenza non superano i 100 o

150 chilometri di diametro e contano fra gli oggetti più difficili del

pianeta.

Tutta la vasta estensione dei continenti è solcata per ogni verso da

una rete di numerose linee o strisce sottili di color oscuro più o

meno pronunziato, delle quali l'aspetto è molto variabile. Esse

percorrono sul pianeta spazi talvolta lunghissimi con corso regolare,

che in nulla rassomiglia l'andamento serpeggiante dei nostri fiumi;

alcune più brevi non arrivano a 500 chilometri, altre invece si

estendono a più migliaja, occupando un quarto ed anche talvolta un

terzo di tutto il giro del pianeta. Alcuna di esse è abbastanza facile

a vedere, e più di tutte quella che è presso l'estremo limite sinistro

delle nostre carte, designata col nome di _Nilosyrtis_: altre invece

sono estremamente difficili, e rassomigliano a tenuissimi fili di

ragno tesi attraverso al disco. Quindi molto varia è altresì la loro

larghezza, che può raggiungere 200 od anche 300 chilometri per la

Nilosirte, mentre per altre forse non arriva a 30 chilometri. [vedi

figura 03.png]

Queste linee o strisce sono i famosi _canali_di Marte, di cui tanto si

è parlato. Per quanto si è fino ad oggi potuto osservare, sono

certamente configurazioni stabili del pianeta; la Nilosirte è stata

veduta in quel luogo da quasi cent'anni, ed alcune altre da trent'anni

almeno. La loro lunghezza e giacitura è costante, o non varia che

entro strettissimi limiti; ognuna di esse comincia e finisce sempre

fra i medesimi termini. Ma il loro aspetto e il loro grado di

visibilità sono assai variabili per tutte da un'opposizione ad un

altra, anzi talvolta da una settimana all'altra; e tali variazioni non

hanno luogo simultaneamente e con ugual legge per tutte, ma nel più

dei casi succedono quasi a capriccio, od almeno secondo regole non

abbastanza semplici per essere subito intese da noi. Spesso una o più

diventano indistinte od anche affatto invisibili, mentre altre loro

vicine ingrossano al punto da diventar evidenti anche in cannocchiali

di mediocre potenza. La prima delle nostre carte presenta tutte quelle

che sono state vedute in una lunga serie di osservazioni; essa

tuttavia non corrisponde all'aspetto di Marte in alcuna epoca, perchè

generalmente soltanto poche sono visibili di un tratto[11]

Ogni canale (per ora chiamiamoli così) alle sue estremità sbocca o in

un mare, od in un lago, od in un altro canale, o nell'intersezione di

più altri canali. Non si è mai veduto uno di essi rimaner troncato nel

mezzo del continente, rimanendo senza uscita e senza

continuazione. Questo fatto è della più alta importanza. I canali

possono intersecarsi fra di loro sotto tutti gli angoli possibili; ma

di preferenza convergono verso le piccole macchie cui abbiamo dato il

nome di laghi. Per esempio sette se ne veggono convergere nel _Lago

della Fenice_, otto nel _Trivio di Caronte_, sei nel _Lago della

Luna_, sei nel _Lago Ismenio._

L'aspetto normale di un canale è quello di una striscia quasi uniforme

nera o almeno di colore oscuro simile a quello dei mari, in cui la

regolarità del generale andamento non esclude piccole diversità di

larghezza e piccole sinuosità nei due contorni laterali. Spesso

avviene che tal filetto oscuro, mettendo capo al mare, si allarghi in

forma di tromba, formando una vasta baja, simile agli estuari di certi

fiumi terrestri: il_Golfo delle Perle_, il _Golfo Aonio_, il _Golfo

dell'Aurora_, e i due corni del _Golfo Sabeo_sono così formati dalla

foce di uno o più canali sboccanti nel Mare Eritreo o nel Mare

Australe. L'esempio più grandioso di tali golfi è la _Gran Sirte_,

formata dalla vastissima foce della _Nilosirte_già nominata; questo

golfo non ha manco di 1800 chilometri di larghezza e quasi altrettanti

di profondità nel senso longitudinale, e la sua superficie è di poco

minore che quella del golfo di Bengala. In questi casi si vede

manifestamente la superficie oscura del mare continuarsi senza

apparente interruzione in quella del canale; quindi, ammesso che le

superficie chiamate mari siano veramente espansioni liquide, non si

può dubitare che i canali siano di esse un semplice prolungamento a

traverso delle aree gialle, o dei continenti.

Che del resto le linee dette _canali_siano veramente grandi solchi o

depressioni delle superficie del pianeta destinate al passaggio di

masse liquide, e costituiscano su di esso un vero sistema idrografico,

è dimostrato dai fenomeni che in quelli si osservano durante lo

struggersi delle nevi boreali. Già dicemmo che queste, nello

sciogliersi appaiono circondate da una zona oscura, formante una

specie di mare temporario. In tale epoca i canali delle regioni

circostanti si fanno più neri e più larghi, ingrossando al punto da

ridurre, in un certo momento, ad isole di poca estensione tutto le

aree gialle comprese fra l'orlo della neve e il 60° parallelo

nord. Tale stato di cose non cessa, se non quando le nevi, ridotte

ormai al loro minimo di estensione, cessano di struggersi. Si

attenuano allora le larghezze dei canali, scompare il mare temporario,

e le aree gialle riprendono l'estensione primitiva. Le diverse fasi di

questa grandiosa operazione si rinnovano ad ogni giro di stagioni ed i

loro particolari si son potuti osservare con molta evidenza nelle

opposizioni 1882, 1884, 1886, quando il pianeta presentava allo

spettatore terrestre il suo polo boreale. L'interpretazione più

naturale e più semplice è quella che abbiam riferito, di una grande

inondazione prodotta dallo squagliarsi delle nevi; essa è interamente

logica, e sostenuta da evidenti analogie con fenomeni

terrestri. Concludiamo pertanto, che i canali son tali di fatto, e non

solo di nome. La rete da essi formata probabilmente fu determinata in

origine dallo stato geologico del pianeta, e si è venuta lentamente

elaborando nel corso dei secoli. Non occorre suppor qui l'opera di

esseri intelligenti; e malgrado l'apparenza quasi geometrica di tutto

il loro sistema, per ora incliniamo a credere che essi siano prodotti

dell'evoluzione del pianeta, appunto come sulla Terra il canale della

Manica e quello di Mozambico.

Sarà un problema non men curioso che complicato e difficile lo

studiare il regime di questi immensi corsi d'acqua, da cui forse

dipende principalmente la vita organica sul pianeta, dato che vita

organica vi sia. Le variazioni del loro aspetto dimostrano che questo

regime non è costante: quando scompaiono o lasciano di loro traccie

dubbie e mal definite è lecito supporre, che siano in magra, od

asciutti affatto. Allora nel luogo dei canali rimane o niente, oppure

al più una striscia di colore giallastro poco diverso dal fondo

circostante. Talvolta prendono un aspetto nebuloso, di cui per ora non

si saprebbe assegnar la ragione. Altre volte invece producono veri

allagamenti, espandendosi a 100, 200 o più chilometri di larghezza, e

questo avviene anche per canali molto lontani dal polo boreale secondo

norme fin qui sconosciute. Così è avvenuto dell'_Idaspe_nel 1864, del

_Simoenta_nel 1879, dell'_Acheronte_nel 1884, del _Tritone_nel

1888. Lo studio diligente e minuto delle trasformazioni di ciascun

canale condurrà più tardi a conoscere le cause di questi fatti.

Ma il fenomeno più sorprendente dei canali di Marte è la loro

_geminazione_; la quale sembra prodursi principalmente nei mesi che

precedono e in quelli che seguono la grande inondazione boreale,

intorno alle epoche degli equinozi. In conseguenza di un rapido

processo, che certamente dura pochissimi giorni, od anche forse solo

poche ore, e del quale i particolari non si sono ancora potuti

afferrare con sicurezza, un dato canale muta d'aspetto e d'un tratto

si trova trasformato su tutta la sua lunghezza in due linee o strisce

uniformi, per lo più parallele fra di loro, che corrono dritte ed

uguali con tracciamento geometricamente tanto esatto, quanto suole

esser presso di noi quello di due rotaje di ferrovia. Ma questo esatto

andamento è il solo termine di rassomiglianza colle dette rotaje:

perchè nelle dimensioni non vi è alcun paragone possibile, come del

resto è facile immaginare. Le due linee seguono a un dipresso la

direzione del primitivo canale, e terminano nei luoghi dov'esso

terminava. L'una di esse spesso si sovrappone quanto più è possibile

all'antica linea, l'altra essendo di nuovo tracciamento; ma anche in

questo caso l'antica linea perde tutte le piccole irregolarità e

curvature che poteva avere. Ma accade ancora, che ambe le linee

geminate occupino dalle due parti dell'ex canale un terreno

interamente nuovo. La distanza fra le due linee è diversa nelle

diverse geminazioni, e da 600 chilometri e più scende fino all'ultimo

limite, in cui due linee possono apparir separate nei grandi occhi

telescopici, meno di 50 chilometri d'intervallo; la larghezza di

ciascuna striscia per sè può variare dal limite di visibilità, che

supponiamo 30 chilometri, fino a più di 100. Il colore delle due linee

varia dal nero ad un rosso scialbo, che appena si distingue dal fondo

giallo generale delle superficie continentali; l'intervallo è per lo

più di questo giallo, ma in più casi è sembrato bianco. Le geminazioni

poi non sono necessariamente legate ai soli canali, ma tendono anche

prodursi sui laghi. Spesso si vede uno di questi trasformarsi in due

brevi e larghe liste oscure fra loro parallele, tramezzate da una

lista gialla. In questi casi naturalmente la geminazione è breve, e

non esce dai limiti del lago primitivo.

Le geminazioni non si manifestano tutte insieme, ma arrivata la loro

stagione cominciano a prodursi or qua, or là, isolate in modo

irregolare, o almeno senza ordine facilmente riconoscibile. Per molti

canali mancano affatto (come per la Nilosirte, a cagion d'esempio), o

sono poco visibili. Dopo aver durato qualche mese, si affievoliscono

gradatamente e scompajono fino ad una nuova stagione egualmente

propizia a questo fenomeno. Così avviene che in certe altre stagioni

(specialmente presso il solstizio australe del pianeta) se ne vedono

poche, od anche non se ne vede affatto. In diverse apparizioni la

geminazione del medesimo canale può presentare diversi aspetti quanto

a larghezza, intensità e disposizione delle due strisce: anche in

qualche caso la direzione delle linee può mutarsi, benchè di

pochissima quantità; sempre però deviando di piccolo spazio dal canale

con cui è associata strettamente. Da questa importante circostanza si

comprende immediatamente, che le geminazioni non possono essere

formazioni stabili della superficie di Marte, e di carattere

geografico, come i canali. La seconda delle nostre carte può dare

un'idea approssimativa dell'aspetto che presentano queste

singolarissime formazioni. Essa comprende tutte le geminazioni

osservate dal 1882 fino al presente; nel riguardarla bisogna tener a

mente, che non di tutte l'apparizione è stata simultanea, e che

pertanto quella carta non rappresenta lo stato di Marte in

nessun'epoca; essa non è che una specie di registro topografico delle

osservazioni finora fatte in diversi tempi su quel fenomeno.

L'osservazione delle geminazioni è una delle più difficili, e non può

farsi che da un occhio bene esercitato, ajutato da un telescopio di

accurata costruzione e di grande potenza. Ciò spiega perchè non siano

state vedute prima del 1882. Nei dieci anni trascorsi da quel tempo

esse sono state vedute e descritte da otto o dieci

osservatori. Nondimeno alcuni ancora negano che siano fenomeni reali e

tacciano d'illusione (o anche d'impostura) coloro che affermano

d'averle osservate.

Il loro singolare aspetto e l'esser disegnate con assoluta precisione

geometrica, come se fossero lavori di riga o di compasso, ha indotto

alcuni a ravvisare nelle medesime l'opera di esseri intelligenti,

abitatori del pianeta. Io mi guarderò bene dal combattere questa

supposizione, la quale nulla include d'impossibile. Notisi però che in

ogni caso non potrebbero essere opere di carattere permanente, essendo

certo, che una stessa geminazione può cambiare di aspetto e di misura

da una stagione all'altra. Si possono tuttavia assumere opere tali, da

cui una certa variabilità non sia esclusa, per esempio, lavori estesi

di coltura e di irrigazione su larga scala. Aggiungerò ancora, che

l'intervento di esseri intelligenti può spiegare l'apparenza

geometrica delle geminazioni, ma non è punto necessario a tale

intento. La geometria della Natura si manifesta in molti altri fatti,

dai quali è esclusa l'idea di un lavoro artificiale qualunque. Gli

sferoidi così perfetti dei corpi celesti e l'anello di Saturno non

furon lavorati al tornio, e non è col compasso che Iride descrive

nelle nubi i suoi archi così belli e così regolari; e che diremo delle

infinite varietà di bellissimi e regolarissimi poliedri onde è ricco

il mondo dei cristalli? E nel mondo organico, non è geometria bella e

buona quella che presiede alla distribuzione delle foglie di certe

piante, che ordina in figure stellate così simmetriche tanti fiori del

prato, tanti animali del mare; che produce nelle conchiglie quelle

spirali coniche così eleganti, da disgradarne ciò che di più bello ha

fatto l'architettura gotica? In tutte queste cose le forme geometriche

sono conseguenze semplici e necessarie di principi e di leggi che

governano il mondo fisico e fisiologico. Che poi questi principi e

queste leggi siano esplicazioni di una potenza intelligente superiore,

possiamo ammetterlo; ma ciò nulla fa al presente argomento.

In omaggio dunque al principio, che nella spiegazione dei fatti

naturali convenga sempre cominciare dalle supposizioni più semplici,

le prime ipotesi proposte sulla natura e sulla causa delle geminazioni

hanno per lo più messo in opera solamente le azioni della natura

inorganica. Sono o effetti di luce nell'atmosfera di Marte, o

illusioni ottiche prodotte da vapori in vario modo, o fenomeni

glaciali d'un inverno perpetuo a cui sarebbe condannato tutto il

pianeta, o crepature raddoppiate nella superficie di esso, o crepature

semplici, di cui si duplica l'immagine per effetto di fumo eruttato su

lunghe linee e spostato lateralmente dal vento. L'esame di questi

ingegnosi tentativi conduce tuttavia a concludere, che nessuno di essi

sembra corrispondere per intiero ai fatti osservati nel loro insieme e

nei particolari. Alcune di tali ipotesi non sarebbero neppur nate, se

i loro Autori avessero potuto esaminare le geminazioni coi proprii

occhi. Che se alcuno di questi, ragionando _ad hominem_, mi

domandasse: sapete voi immaginar qualche cosa di meglio? risponderei

candidamente di no.

Più facile sarebbe il compito, se volessimo introdurre forze

appartenenti alla natura organica. Qui è immenso il campo delle

supposizioni plausibili, potendosi immaginare infinite combinazioni

capaci di soddisfare alle apparenze, anche con piccoli e semplici

mezzi. Vicende di vegetazione su vaste aree e generazioni d'animali

anche minimi in enorme moltitudine potrebbero benissimo rendersi

visibili a tanta distanza. A quel modo che un osservatore posto nella

Luna potrebbe avvedersi delle epoche, in cui sulle nostre vaste

pianure succede l'aratura dei campi, il nascere e la messe del

frumento; a quel modo che il fiorir dell'erba nelle vastissime steppe

dell'Europa e dell'Asia deve rendersi sensibile anche alla distanza di

Marte per una varietà di colorazione; così può certamente rendersi

visibile a noi un eguale sistema di operazioni che si produca in

quegli astri. Ma come difficilmente i Lunari ed i Marziali potrebbero

immaginare le vere cause di tali mutazioni d'aspetto senza aver prima

qualche conoscenza almeno superficiale della natura terrestre: così

anche per noi, che tanto poco conosciamo dello stato fisico di Marte e

nulla del suo mondo organico, la grande libertà di supposizioni

possibili rende arbitrarie tutte le spiegazioni di tal genere, e

costituisce il più grave ostacolo all'acquisto di nozioni

fondate. Tutto quello che possiamo sperare è, che col tempo si

diminuisca gradatamente l'indeterminazione del problema, dimostrando,

se non quello che le geminazioni sono, almeno quello che non possono

essere. Dobbiamo anche confidare un poco in ciò, che Galileo chiamava

_la cortesia della Natura_, in grazia della quale talvolta da parte

inaspettata sorge un raggio di luce ad illuminare argomenti prima

creduti inaccessibili alle nostre speculazioni; di che un bell'esempio

abbiamo nella chimica celeste. Speriamo adunque, e studiamo.

La Vita Sul Pianeta Marte · 第 7 / 20 题