III.

Già i primi Astronomi, che studiarono Marte col telescopio, ebbero

occasione di notare sul contorno del suo disco due macchie

bianco-splendenti di forma rotondeggiante e di estensione

variabile. In progresso di tempo fu osservato, che mentre le macchie

comuni di Marte si spostano rapidamente in conseguenza della sua

rotazione diurna, mutando in poche ore di posizione e di prospettiva;

quelle due macchie bianche rimangono sensibilmente immobili al loro

posto. Si concluse giustamente da questo, dover esse occupare i poli

di rotazione del pianeta, o almeno trovarsi molto prossime a quei

poli. Perciò furono designate col nome di macchie o calotte polari. E

non senza fondamento si è congetturato, dover esse rappresentare per

Marte quelle immense congerie di nevi e di ghiacci, che ancor oggi

impediscono ai navigatori di giungere ai poli della terra. A ciò

conduce non solo l'analogia d'aspetto e di luogo, ma anche un'altra

osservazione importante.

Come è noto dai principî di cosmografia, l'asse della terra è

inclinato sul piano dell'orbe che essa descrive intorno al sole;

l'equatore pertanto non coincide al piano di detto orbe, ma è

inclinato rispetto ad esso piano dell'angolo di 23 1/2 gradi, detto

l'obliquità dello zodiaco o dell'eclittica. Ed è noto pure, come da

questa semplice e quasi accidentale circostanza tragga origine una

varietà di fatti, che sono del più grande influsso sui climi dei

diversi paesi, producendo l'estate e l'inverno, e la diversa durata

dei giorni e delle notti. Ora lo stesso precisamente avviene in

Marte. Il suo equatore è inclinato rispetto al piano dell'orbita di

quasi 25 gradi; e da tal disposizione ha origine la stessa vicenda

delle stagioni e dell'irradiamento solare, la stessa varietà di climi

e di giorni, che ha luogo sulla Terra. Marte ha dunque le sue zone

climatiche, i suoi equinozi e i suoi solstizi, e simili vicende

d'illuminazione. Per quanto concerne la durata dei giorni e delle

notti il parallelismo è quasi completo nella zona torrida e nelle

temperate: perchè mentre il giorno terrestre solare è di 24 ore, il

giorno solare di Marte è di 24 ore e quaranta minuti

prossimamente. Circa l'andamento delle stagioni e delle lunghe

giornate e notti del polo vi è questa differenza, che le nostre

stagioni durano tre mesi ciascuna, quelle di Marte hanno una durata

poco men che doppia, di 171 giorni in media: e i giorni e le notti del

polo, che presso di noi sono di sei mesi a un dipresso in Marte durano

per un medio undici mesi[8]. Tal differenza è dovuta a questo

principalmente, che l'anno di Marte è di 687 giorni terrestri, mentre

il nostro è di soli 365.

Così stando le cose, è manifesto, che se le suddette macchie bianche

polari di Marte rappresentano nevi e ghiacci, dovranno andar

decrescendo di ampiezza col sopravvenire dell'estate in quei luoghi,

ed accrescersi durante l'inverno. Or questo appunto si osserva nel

modo più evidente. Nel secondo semestre dell'anno decorso 1892 fu in

prospetto la calotta del polo australe; durante quell'intervallo, e

specialmente nei mesi di Luglio e d'Agosto, anche osservando con

cannocchiali affatto comuni era chiarissima di settimana in settimana

la sua rapida diminuzione; quelle nevi (ora ben possiamo chiamarle

tali), che da principio giungevano fino al 70.° parallelo di

latitudine, e formavano una calotta di oltre 2000 chilometri di

diametro, si vennero progressivamente ritraendo al punto, che due o

tre mesi dopo pochissimo più ne rimaneva, una estensione di forse 300

chilometri al maximum; e anche meno se ne vede adesso, negli ultimi

giorni del 1892. In questi mesi l'emisfero australe di Marte ebbe la

sua estate; il solstizio estivo essendo avvenuto il 13

Ottobre. Corrispondentemente ha dovuto accrescersi la massa delle nevi

intorno al polo boreale; ma il fatto non fu osservabile, trovandosi

quel polo nell'emisfero di Marte opposto a quello che riguarda la

Terra. Lo squagliarsi delle nevi boreali è stato invece osservabile

negli anni 1882, 1884, 1886.

Queste osservazioni del crescere e decrescere alterno delle nevi

polari, abbastanza facili anche con cannocchiali di mediocre potenza,

diventano molto più interessanti ed istruttive, quando se ne seguano

assiduamente le vicende nei più minuti particolari, usando di

strumenti maggiori. Si vede allora lo strato nevoso sfaldarsi

successivamente agli orli; buchi neri e larghe fessure formarsi nel

suo interno; grandi pezzi isolati, lunghi e larghi molte miglia

staccarsi dalla massa principale, e sparire sciogliendosi poco

dopo. Si vedono insomma presentarsi qui d'un colpo d'occhio quelle

divisioni e quei movimenti dei campi ghiacciati, che succedono durante

l'estate delle nostre regioni artiche secondo le descrizioni degli

esploratori.

Le nevi australi offrono questa particolarità, che il centro della

loro figura irregolarmente rotondeggiante non cade proprio sul polo,

ma in un altro punto, che è sempre press'a poco il medesimo, e dista

dal polo di circa 300 chilometri nella direzione del _Mare

Eritreo_. Da questo deriva, che quando l'estensione delle nevi è

ridotta ai minimi termini, il polo australe di Marte ne rimane

scoperto; e quindi forse il problema di raggiungerlo è su quel pianeta

più facile che sulla Terra. Le nevi australi sono in mezzo di una gran

macchia oscura, che colle sue ramificazioni occupa circa un terzo di

tutta la superficie di Marte, e si suppone rappresenti l'Oceano

principale di esso. Se questo è, l'analogia con le nostre nevi artiche

ed antartiche si può dire completa, e specialmente colle antartiche.

La massa delle nevi boreali di Marte è invece centrata quasi

esattamente sul polo; essa è collocata nelle regioni di color giallo,

che soglionsi considerare come i continenti del pianeta. Da ciò

nascono fenomeni singolari, che non hanno sulla Terra alcun

confronto. Allo squagliarsi delle nevi accumulate su quel polo durante

la lunghissima notte di dieci mesi e più, le masse liquide prodotte in

tale operazione si diffondono sulla circonferenza della regione

nevata, convertendo in mare temporaneo una larga zona di terreno

circostante; e riempiendo tutte le regioni più basse producono una

gigantesca inondazione, la quale ad alcuni osservatori diede motivo di

supporre in quella parte un altro Oceano, che però in quel luogo non

esiste, almeno come mare permanente. Vedesi allora (l'ultima occasione

a ciò opportuna fu nel 1884) la macchia bianca delle nevi circondata

da una zona oscura, la quale segue il perimetro delle nevi nella loro

progressiva diminuzione, e va con esso restringendosi sopra una

circonferenza sempre più angusta. Questa zona si ramifica dalla parte

esterna con strisce oscure, le quali occupano tutta la regione

circostante, e sembrano essere i canali distributori, per cui le masse

liquide ritornano alle loro sedi naturali. Nascono in quelle parti

laghi assai estesi, come quello segnato sulla carta col nome di _Lacus

Hyperboreus_; il vicino mare interno detto _Mare Acidalio_, diventa

più nero e più appariscente. Ed è a ritenere come cosa assai

probabile, che lo scolo di queste nevi liquefatte sia la causa che

determina principalmente lo stato idrografico del pianeta, e le

vicende che nel suo aspetto periodicamente si osservano. Qualche cosa

di simile si vedrebbe sulla Terra, quando uno dei nostri poli venisse

a collocarsi subitamente nel centro dell'Asia o dell'Africa. Come

stanno oggi le cose, possiamo trovare un'immagine microscopica di

questi fatti nel gonfiarsi che si osserva dei nostri torrenti allo

sciogliersi dei nevai alpini.

I viaggiatori delle regioni artiche hanno frequente occasione di

notare, come lo stato dei ghiacci polari nel principio della state, ed

ancor al principio di Luglio, è sempre poco favorevole al progresso

dei viaggiatori; la stagione migliore per le esplorazioni è nel mese

di Agosto, e Settembre è il mese, in cui l'ingombro dei ghiacci è

minimo. Così pure nel Settembre sogliono essere le nostre Alpi più

praticabili che in ogni altra epoca. E la ragione ne è chiara; lo

scioglimento delle nevi richiede tempo; non basta l'alta temperatura,

bisogna che essa continui, ed il suo effetto sarà tanto maggiore,

quanto più prolungato. Se quindi noi potessimo rallentare il corso

delle stagioni, così che ogni mese durasse sessanta giorni invece di

trenta; nell'estate in tal modo raddoppiata lo scioglimento dei

ghiacci progredirebbe molto di più e forse non sarebbe esagerazione il

dire che la calotta polare al fine della calda stagione andrebbe

interamente distrutta. Ma non si può dubitare ad ogni modo, che la

parte stabile di tale calotta sarebbe ridotta a termini molto più

angusti, che oggi non si veda. Ora questo appunto succede in Marte. Il

lunghissimo anno quasi doppio del nostro permette ai ghiacci di

accumularsi durante la notte polare di 10 o 12 mesi in modo, da

scendere sotto forma di strato continuo fino al parallelo 70° ed anche

più basso; ma nel giorno che segue di 12 o 10 mesi il Sole ha tempo di

liquefare tutta o quasi tutta quella neve di recente formazione,

riducendola a sì poca estensione, da sembrare a noi nulla più che un

punto bianchissimo. E forse tali nevi si struggono intieramente, ma di

questo finora non si ha alcuna sicura osservazione.

Altre macchie bianche di carattere transitorio e di disposizione meno

regolare si formano sull'emisfero australe nelle isole vicine al polo;

e così pure nell'emisfero opposto regioni biancheggianti appaiono

talvolta intorno al polo boreale fino al 50° e 55° parallelo. Sono

forse nevicate effimere, simili a quelle che si osservano nelle nostre

latitudini. Ma anche nella zona torrida di Marte si vedono talora

piccolissime macchie bianche più o meno persistenti, fra le quali una

fu da me veduta in tre opposizioni consecutive (1877-1882) nel punto

segnato sui nostri planisferi dalla longitudine 268° e dalla

latitudine 16° nord. Forse è permesso congetturare in questi luoghi la

esistenza di montagne capaci di nutrire vasti ghiacciai. L'esistenza

di tali montagne è stata supposta anche da alcuni recenti osservatori,

sul fondamento di altri fatti.

Quanto si è narrato delle nevi polari di Marte prova in modo

incontrastabile, che questo pianeta, come la Terra, è circondato da

un'atmosfera capace di trasportar vapori da un luogo all'altro. Quelle

nevi infatti sono precipitazioni di vapori condensati dal freddo e

colà successivamente portati; ora come portati, se non per via di

movimenti atmosferici? L'esistenza di un'atmosfera carica di vapori è

stata confermata anche dalle osservazioni spettrali, principalmente da

quelle di Vogel; secondo il quale tale atmosfera sarebbe di

composizione poco diversa dalla nostra, e sopratutto _molto ricca di

vapore acqueo_. Fatto questo sommamente importante, perchè ci dà il

diritto di affermare con molta probabilità, che d'acqua e non d'altro

liquido siano i mari di Marte e le sue nevi polari. Quando sarà

assicurata sopra ogni dubbio questa conclusione, un'altra ne

discenderà non meno grave; che le temperature dei climi marziali,

malgrado la maggior distanza dal Sole, sono del medesimo ordine che le

temperature terrestri. Perchè se fosse vero quanto fu supposto da

alcuni investigatori, che la temperatura di Marte sia in media molto

bassa (di 50° a 60° sotto lo zero!) non potrebbe più il vapor acqueo

essere uno degli elementi principali dell'atmosfera di Marte, nè

potrebbe l'acqua essere uno dei fattori importanti delle sue vicende

fisiche; ma dovrebbe lasciare il luogo all'acido carbonico o ad altro

liquido, il cui punto di congelazione sia molto più basso.

Gli elementi della meteorologia di Marte sembrano dunque aver molta

analogia con quelli della meteorologia terrestre. Non mancano però,

come è da aspettarsi, le cause di dissomiglianza. Anche qui, da

circostanze di piccol momento trae la Natura un'infinita varietà nelle

sue operazioni. Di grandissima influenza dev'esser la diversa maniera,

con cui in Marte e sulla Terra veggonsi ordinati i mari ed i

continenti; su di che uno sguardo alla carta dice più che non si

farebbe con molte parole. Già abbiamo accennato al fatto delle

straordinarie inondazioni periodiche, che ad ogni rivoluzione di Marte

ne allagano le regioni polari boreali allo sciogliersi delle nevi:

aggiungeremo ora, che queste inondazioni diramate a grandi distanze

per una rete di numerosi canali, forse costituiscono il meccanismo

principale (se non unico), per cui l'acqua (e con essa la vita

organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del

pianeta. Perchè infatti su Marte piove molto raramente, _o forse anche

non piove affatto_. Ed eccone la prova.

Portiamoci coll'immaginazione nello spazio celeste, in un punto

distante dalla Terra così, da poterla abbracciare d'un solo colpo

d'occhio. Molto andrebbe errato colui, che sperasse veder di là

riprodotta in grande scala la immagine dei nostri continenti coi loro

golfi ed isole e coi mari che li circondano, quale si vede nei nostri

globi artificiali. Qua e là senza dubbio si vedrebbero trasparire

sotto un velo vaporoso le note forme, o parti di esse. Ma una buona

parte (forse la metà) della superficie sarebbe fatta invisibile da

immensi campi di nuvole, continuamente variabili di densità, di forma

e di estensione. Tale ingombro, più frequente e più continuato nelle

regioni polari, impedirebbe ancora per circa la metà del tempo, la

vista delle regioni temperate, distribuendosi su di esse in

capricciose e perpetuamente variate configurazioni; sui mari della

zona torrida si vedrebbe disposto in lunghe fasce parallele,

corrispondenti alle zone delle calme equatoriali e tropicali. Per uno

spettatore posto nella Luna, lo studio della nostra geografia non

sarebbe un'impresa tanto semplice, quanto si potrebbe immaginare.

Nulla di questo in Marte. In ogni clima e sotto ogni zona la sua

atmosfera è quasi perpetuamente serena e trasparente abbastanza per

lasciar riconoscere a qualunque momento i contorni dei mari e dei

continenti, e per lo più anche le configurazioni minori. Non già che

manchino vapori di un certo grado di opacità; ma ben poco impedimento

danno essi allo studio della topografia del pianeta. Qua e là vedonsi

comparire di quando in quando alcune chiazze biancastre, mutar di

posizione e di forma, di raro estendersi sopra aree alquanto ampie;

esse prediligono di preferenza alcune regioni, come le isole del Mare

Australe e sui continenti le parti segnate sulla carta coi nomi di

_Elysium_e di _Tempe_. Il loro candore generalmente diminuisce e

scompare nelle ore meridiane del luogo, e si rinforza la mattina e la

sera con vicenda molto spiccata. È possibile che siano strati di

nuvole, perchè così bianche appajono pure le nubi terrestri nella

parte superiore illuminata dal Sole. Però diverse osservazioni

conducono a pensare, che si tratti piuttosto di sottili veli di

nebbia, anzichè di veri nembi apportatori di temporali e di piogge: se

pure non sono temporanee condensazioni di vapore sotto forma di

rugiada o di brina.

Adunque, per quanto è lecito argomentare dalle cose osservate, il

clima di Marte nel suo generale complesso dovrebbe rassomigliare a

quello delle giornate serene nelle alte montagne. Di giorno

un'insolazione fortissima, quasi punto mitigata da nuvole o da vapori;

di notte una copiosa irradiazione del suolo verso lo spazio celeste, e

quindi un grande raffreddamento. Da ciò un clima eccessivo e grandi

sbalzi di temperatura dal giorno alla notte e da una stagione

all'altra. E come sulla Terra ad altezze di 5000 e 6000 metri i vapori

dell'atmosfera più non si condensano che sotto forma solida, formando

quelle masse biancastre di diacciuoli sospesi, che si chiamano

_cirri_; così nell'atmosfera di Marte saranno raramente possibili (od

anche non saranno possibili) vere agglomerazioni di nuvole capaci di

dar luogo a piogge di qualche momento. Lo squilibrio di temperatura

fra una stagione ed un'altra sarà poi accresciuto notabilmente dalla

lunga durata delle medesime; e così si comprende la grande

coagulazione e dissoluzione di nevi, che si rinnova intorno ai poli ad

ogni rivoluzione compiuta dal pianeta intorno al Sole.

La Vita Sul Pianeta Marte · 第 6 / 20 题