VI.

Le _Risorse Italiche_ annunciando la visita di S. E. il Ministro dei

Lavori Pubblici a Primarole e a Castellanzo avevano proclamato ai

quattro venti che sarebbe stata la "festa del lavoro e della

concordia".

Invece pochissima concordia e molto malumore.

Erano arrivati a Primarole collo stesso treno di S. E. anche i due

deputati del luogo, l'onorevole Bonforti e l'onorevole Ghirlanda, e ciò

aveva suscitato le ire dei moderati e dei clericali della _Cisalpina_:

non tanto per il fatto in sè stesso, quanto per il contegno "servile"

tenuto verso i due "onorevoli del radicalume", dai maggiorenti del

Consiglio e dallo stesso ministro!

Il Tolomei soltanto gongolava e si capisce. Il fatto, in certo qual

modo, confondeva le tinte politiche della _Cisalpina_, veniva quasi a

confermare che egli non aveva commessa una diserzione, un affare, e lo

riabilitava agli occhi loschi della democrazia!... Ma quella banderuola

del Fontanella?... Quel portentoso Dulcamara del Cantasirena? Quel

Prefetto, e quell'Eccellenza "alla carlona" sempre a braccetto all'uno

o all'altro dei due onorevoli della Montagna, sempre con loro al

ricevimento alla stazione, al "vermut d'onore" offerto dal sindaco,

all'inaugurazione del "_Falanstero Eleonora?_"

E quel beì del conte Bobboli che per non farsi vedere, per non mettersi

in mostra neppure questa volta, era scappato a Parigi.... a farsi

rifare il parrucchino?...

E Taddeo?... Borbottavano persino contro il povero Taddeo nominato a

Primarole "sorvegliante generale", perchè durante la visita ai lavori

della "diga massima" aveva sempre seguito il Bonforti e il Ghirlanda

portando loro il soprabito, saltellando sul suo troncone, come una

gazzera!

Ma il povero Taddeo non aveva l'animo servile; aveva l'animo modesto.

Egli aveva ottenuto quel posto fisso e sicuro di due lire al giorno col

lume e l'alloggio, aveva raggiunto il suo sogno di vivere in campagna,

in mezzo alla brava gente, alla buona gente, e credeva di dovere quella

sua fortuna insperata e immeritata a tutti quanti, perchè tutti quanti

gli volevano bene, e a tutti quanti egli voleva dimostrare a furia di

attenzioni e di premure, la propria contentezza e la propria

gratitudine.

Pio Calca, sempre rosso scarlatto, era più stizzoso di tutti, anche per

le ansie della futura elezione. Diventò poi furibondo quando udì il

Ministro, dall'alto del primo "ponte di raccordo" encomiare il

Ghirlanda e il Bonforti e additarli agli operai, ai braccianti, come "i

loro strenui difensori, i loro veri e legittimi rappresentanti!"

--Quel "geometra" diventa matto!

E durante tutta la visita, su e giù lungo i canali, continuava a

sfogarsi coi giovani collaboratori delle _Risorse Italiche_, vestiti di

tutto punto coll'eleganza e l'etichetta prescritta da quella giornata

di _sport_ politico e industriale; e quando il gruppo dei cappelli a

cilindro, il Ministro, il Prefetto, il Sindaco, il Fontanella, Matteo

Cantasirena, il Brunetti, si soffermò dinanzi al Municipio, anche Pio

Calca fece un _alt_ col suo drappello, sempre però tenendosi in

disparte, a dignitosa e significativa distanza. Passava dall'ira al

disprezzo e con quel suo riso stridulo e stonato che pareva un

singulto, faceva dello spirito alle spalle di "Sua Eccellenza il

geometra" anche col marchese Duranti che lo ascoltava muto, ripulendosi

la lente col fazzoletto candido di batista, dimenando la testa grave,

pensierosa, dal gran ciuffo grigio, con un lieve e continuo dondolìo

nel quale era congiunto al profondo disgusto per i tempi nuovi, un tic

nervoso, sintomo foriero della paralisi.

Ma la vittima prediletta del giovane aspirante alla deputazione, quello

con cui egli si sfogava di più e più a lungo e più forte, era monsignor

Meneguzzi, il "reverendo delle contesse".

Monsignor Meneguzzi era un bel prete, pulito e roseo come una sposa,

elegante, vestito mezzo di seta, col grosso cordone d'oro da cappellano

della Croce Rossa, attorno al nicchio rotondo. Il Monsignore prendeva

sul serio le minacce di Pio Calca, ne rimaneva impressionato,

spaventato, e l'altro, contento dell'effetto, sgranava il bianco delle

pupille, diventava un ossesso.

--Questo è il gran giorno!... Duo schiaffi e li metto a posto!... Due

schiaffi e li metto a posto! Mi lasci andare!...--e pestava i piedi.

Il prete per frenarlo gli tirava il vestito:

--Bravo! Bravo! Da bravo!... E la mamma? E la mamma, poveretta?...

Giudizio per la mamma!...

--Quattro schiaffi e li metto a posto!... Prima di sera!

--Da bravo! Da bravo! Giudizio per la mamma! Farai a tempo debito le

tue giuste rimostranze. Ne parleremo al Casalbara, alla signora

duchessa, sempre così piena di buon senso e di criterio.

Al nome della duchessa, Pio Calca si placava, e prendendo Monsignore a

braccetto gli faceva le sue confidenze.

--Ecco.... trattandosi della duchessa Eleonora--e lo cantava anche lui

il bel nome, in voce di falsetto--rinuncerei volentieri.... anche alla

Camera.

Allora il Monsignore si spaventava per un altro verso:

--Vergogna! Vergogna!... La moglie altrui!... Se lo sapesse la

mamma!... E se lo sapesse il duca!...--e si affrettava a cambiar

discorso.--Le tue giuste rimostranze.... le faremo al duca Giovanni! È

il Presidente!... Ha una grande autorità nel Consiglio! È un

grand'uomo!

Certo se ci fosse stato il Casalbara, avrebbe saputo evitare, col suo

tatto da gran signore, molte cagioni di malcontento. Ma il duca, per

riguardo alla sua salute--deperiva di giorno in giorno--invece di

affaticarsi troppo, recandosi a Primarole, aspettava il Ministro a

Casalbara, dove vi sarebbe stato il grande banchetto in onore di Sua

Eccellenza e della _Cisalpina_.

Il duca aveva preso sul serio il suo posto di rappresentanza, di

comparsa. Poco interessandosi, pochissimo comprendendo degli affari

complicati e imbrogliati della _Cisalpina_, non mancava mai a una

seduta, sonnecchiando intorpidito, mentre gli altri discutevano o

gridavano; non mancava mai ad una visita ufficiale, ad un ricevimento,

ad una inaugurazione.--Era stato costretto ad accettarne la presidenza;

l'aveva accettata. Ad essa era unito un forte onorario: e un sentimento

di onestà, di dovere, di fierezza gli imponeva di "guadagnarsi il suo

pane".

.... Di guadagnarsi il suo pane--facendo da richiamo, da zimbello per

acchiappare i merli!... Facendo scrivere quel suo nome illustre,

glorioso, intemerato, quale "etichetta" sulle azioni della

_Cisalpina!_... Facendo il pagliaccio!... Facendo il buffone!

Il cuore del povero vecchio era gonfio di amarezza: i suoi stessi

pregiudizi di casta, di sangue, di orgoglio, rendevano più viva, più

acuta la ferita.

Che tramonto, che rovina per la sua casa, per il suo nome! Che offesa

alla memoria pura e sacra del fratello! Eppure.... eppure anche il

martirio, la lunga prigionia del fratello Eriprando lo aiutavano.... a

guadagnarsi il suo pane!

Ed era stata sua moglie a costringerlo.... ed era stato per Eleonora

che aveva accettato!

Sua moglie!... lo sentiva, finiva per ucciderlo a poco a poco,

rendendolo prima imbecille. Sua moglie!... Così giovane, così fiorente,

così forte!... Gli dava brividi di terrore.--Sprofondato nella sua

poltrona, certe volte, la fissava torvo, la guatava cogli occhi pieni

di rancori e di astio, eppure.... eppure non poteva vivere senza di

lei, e dopo i dispetti, le collere, le rivolte, aveva sommissioni

vergognose, e supplicava, implorava la sua "stella" piangendo come un

fanciullo!...

Era la duchessa, ormai, la padrona: essa sola si occupava degli affari,

si occupava della casa, e indirettamente, secondo le istruzioni dello

zio Matteo, si occupava anche della _Cisalpina_.

La prodiga spensieratezza, l'indolenza, la sua stessa debolezza,

inspiravano al Casalbara un sentimento di dignità e di nobiltà

malintesa, gli facevano commettere quest'ultima follia.

Sdegnoso, puntiglioso, ostinato nel "guadagnare il suo pane" lo era

altrettanto nel non voler toccare, nè vedere i denari "dello

stipendio". Li doveva riscuotere sua moglie.... come sua moglie

soltanto doveva ricevere il ragionier Vigliani e il signor Galli. E

sdegnoso, puntiglioso, ostinato, così facendo credeva anche di

vendicarsi!

La sua villa, la villa dei Casalbara, era simile alla maggior parte

delle antiche ville un po' monotone di Lombardia. Sul dinanzi il

terrazzo al quale si accedeva da un'ampia gradinata; tutto intorno un

giardino dalle piccole aiuole fiorite, a disegni rari e simmetrici; poi

un lungo viale di ippocastani, e, infine, attorno al torso mutilato di

un Ercole gigantesco; una selvetta umida, cupa, triste, di mortella e

di piante parassite.

Il duca aspettava sul terrazzo l'arrivo di Sua Eccellenza.

Era una giornata calda di settembre, e il sole dardeggiava; pure il

duca tremava, curvo sotto l'ombrellino. Indossava un largo paltò

chiaro, pesante, e aveva un grosso garofano all'occhiello.

Nora gli era dinanzi sulla gradinata, per scorgere di lontano l'arrivo

delle carrozze: sul terrazzo, più indietro del duca, più indietro dei

domestici che avevano portato un gran vassoio di granite e di acque in

ghiaccio, accanto alla porta, c'erano Evelina e Pietro Laner: Evelina

infagottata in un magnifico abito della duchessa; Pietro Laner sempre

più magro, a testa bassa, intimidito anche delle livree dei servitori.

--Son qui! Arrivano adesso!--gridò Nora giuliva, scorgendo fra il

polverio della strada tre landò scoperti, che si avvicinavano al

trotto. Essa godeva febbrilmente di quelle feste che finivano sempre in

un suo nuovo trionfo.

Il duca scese, e quando le passò dinanzi, rabbioso e astioso vedendola

così allegra e così bella, bisbigliò il solito ritornello:

--Andiamo a guadagnare il nostro pane con Sua Eccellenza!

Nora diventò rossa. I servitori potevano aver inteso, ed anche Evelina

e quel _prete_ antipatico di Pietro Laner! Rimase un po' sconcertata,

confusa, ma poi il suo ardire, il buon umore di quel giorno, ebbero il

sopravvento, e volle prendersi a sua volta la rivincita: sapeva quanto

suo marito tenesse alle forme, all'etichetta, ai ricevimenti ufficiali,

e lei di colpo, appena cominciate le presentazioni, corse giù dalla

gradinata, corse incontro al Ministro, che aveva già conosciuto a

Milano, e ridendo se lo portò via, dicendogli che doveva essere stanco

di ricevimenti, di discorsi, di presentazioni.... Se lo portò via,

sotto braccio, avvolgendolo col suo profumo, abbagliandolo co' suoi

capelli biondi, incantandolo col suo sorriso.

--Brava! Bravissima!...--le diceva il ministro.

Ma Nora non dimenticò, non volle dimenticare di essere la

presidentessa:

--Dunque.... Eccellenza?... Il Bonforti e il Ghirlanda sono presi

finalmente.... nell'orbita ministeriale?...

--Cioè, seguono la corrente.... delle acque della _Cisalpina_.

Intervenne gonfio Cantasirena, socchiudendo gli occhi:

--Alla Camera il Bonforti e il Ghirlanda sono ormai fra gli

inamovibili: combatterli è inutile; ciò che è inutile è pericoloso.

Conquistarli--e soffiò--_that is the question!_

Nora, facendosi seguire dal Ministro, piantò lo zio Matteo e continuò a

passeggiare nel giardino.

Cantasirena raggiunse lentamente il suo caro Giovanni, che stava

complimentando il Prefetto, il Sindaco di Primarole, i due segretari

particolari di Sua Eccellenza, e monsignor Meneguzzi e Pio Calca e il

marchese Duranti e il Fontanella.

Gli altri invitati dovevano arrivare più tardi col tram.

Matteo Cantasirena, a studiarlo bene, non pareva troppo soddisfatto e

sicuro di sè. Le sue dita avevano un tremito nervoso mentre si lisciava

la barba, mentre ne arricciolava la punta.

Tirato a parte il duca gli domandò piano:

--Il Kloss non è venuto?

--Pare di no.

--Non ha mandato il Galli? Non ha incaricato nessuno di rappresentarlo

al banchetto?

--Bisogna domandarlo a mia moglie--rispose acre il Casalbara, e gli

voltò le spalle, mettendosi a discorrere col marchese Duranti.

Matteo, istintivamente, guardò subito verso la sua cara figliuola: in

mezzo al giardino, sotto il sole, la figura bianca, bionda,

elegantissima, vaporosa, spiccava sfolgorando al fianco della piccola

Eccellenza, tozza e volgare nell'abito nero.

.... Non era il momento di domandarle del Kloss!...

--Maledetto boemo!--borbottò fra sè il direttore. Poi, vedendosi vicino

monsignor Meneguzzi e Pio Calca, si ricordò che bisognava placare il

loro risentimento, e i loro timori; se li prese tutti e due sotto il

braccio e cominciò a ridere per l'arrivo del Bonforti e del Ghirlanda a

Primarole.

Intanto la duchessa aveva colto due magnifiche viole del pensiero e le

infilava colla prestezza graziosa delle manine pallide e ingemmate,

all'occhiello di Sua Eccellenza.

--Oh, signora duchessa! Amabilissima!...

Il ministro, dopo tanti discorsi, tanta politica, tanto parlare e tanto

caldo, respirava a larghi polmoni quell'aria libera.... e la bellezza,

la fragrante giovinezza di Nora.

Sorridendo essa infilò di nuovo la manina sotto il braccio del

Ministro, per riaccompagnarlo verso la sua piccola corte: tutti,

vedendo avvicinarsi Sua Eccellenza e la duchessa Eleonora, si disposero

in fila per riceverli.

--Oh! che peccato!--sospirò il ministro.

Nora sorrise, fissandolo cogli occhi rilucenti:

--Torni presto a Casalbara,... ma non il ministro.... _lei_.

La povera Eccellenza, che in vita sua aveva molto lavorato e pochissimo

avvicinato le belle signore, capì.... non capì.--Che cosa doveva

capire?--Era appena un complimento? Era più di un complimento?... Il

forte parlamentare perdette la prontezza della parola.

--Amabilissima e.... Amabilissima!... Ma intanto.... perchè non vien

lei.... a Roma?...

Raggiunto il duca di Casalbara, il ministro, sempre dando il braccio

alla duchessa Eleonora, e colla sua piccola corte raggruppata intorno,

cominciò a lodare la prospettiva, il giardino, la bella vista, la

splendida giornata.

Poi, sempre colla duchessa, sempre parlando, ridendo piano colla

duchessa, mentre il seguito gli faceva coda, ammirando il barocco della

facciata, salì lentamente per visitare la villa. Sul terrazzo si fermò,

prese una granita, e intanto la duchessa gli presentò Evelina. Non

disse "la signora Laner"; disse soltanto coll'effusione un po' teatrale

dello zio Matteo "la mia buona, la mia cara Evelina!"

Pietro non lo presentò; anzi, quando tutti insieme se ne andarono dal

terrazzo, Nora gli passò dinanzi senza nemmeno guardarlo, più alta, più

diritta, più superba.

Essa guidò gli ospiti, obbedendo a un cenno fattole dallo zio Matteo,

in una sala terrena, dove c'era un magnifico ritratto di Eriprando di

Casalbara, grande al naturale.

Tutta la comitiva, ristorata dai rinfreschi, parlava, rideva,

discorreva animatamente, ma quando si fermò, facendo circolo dinanzi al

ritratto, il silenzio divenne generale, profondo, il raccoglimento

religioso.

--È un dono del Gran re!--tuonò la voce di Matteo Cantasirena, e

ricordò, commosso, alcuni episodi del martire illustre.... "magnanimo".

Evelina era rimasta fuori, sul terrazzo, vicino ai dolci e alle

granite.

Il _Dizionario dei patriotti viventi_ aveva sospeso le pubblicazioni:

il conte Bobboli beì--patriotta dell'espansione coloniale--era stato

l'ultimo dell'ultima puntata dell'ultima appendice. Dopo quel gran da

fare, quel gran lavorare affrettato, angosciato nelle strette durissime

del bisogno, Evelina riposava, si godeva la campagna, si godeva lo

belle giornate, si godeva il far niente; sopratutto il far niente.

Passava i giorni coi giorni, sdraiata sul terrazzo, sonnecchiando in

mezzo alla quiete del gran sole. Dopo il frastuono assordante di

Milano, dopo il via vai, il vociar confuso della folla, essa gustava

l'armonia vaga, recondita di quella pace, di quella solitudine, di quel

silenzio. Sorrideva al saltellar dei passeri sulla ghiaia del

giardino.... fissava intenta il volo di due farfallette bianche,

perdentesi nell'aria nitida, contro il cielo azzurro.

La signora Laner pareva quasi una vecchia, nel magnifico abito

regalatole da Nora, e che essa si era aggiustato e adattato da sè.

Il suo viso era più giallognolo, più patito, quantunque non fosse mai

stata ammalata. Anche la gravidanza che avea deciso il Laner e

affrettate le nozze, era stata.... un falso allarme. Dopo successo il

matrimonio, i sintomi non si erano più ripetuti. Evelina stessa dovette

confessare al dottor Foresti che si era "forse" sbagliata. Sembrava più

brutta e più gobba, perchè adesso non voleva più darsi la pena,

l'incomodo, di tenersi su, di comparire; ormai era maritata, era "a

posto".--A che scopo buttar via denari e seccarsi e stancarsi?

Era così piacevole e dolce il non far niente, più niente!... Alzarsi

tardi, passare le lunghe ore del giorno, le ore calde, sognando,

dormicchiando.... e sorbire granite e rosicchiare confetti.

Ne prese un altro, un _fondant_, e lo succiò lentamente, poi si tirò

vicino il piccolo vassoio di cristallo e scelse le pasticche di menta

peperita, i cioccolatini alla vaniglia, e se li chiuse nella borsetta

che portava sempre appesa al braccio.

Quella borsetta era un po' sdruscita.... e la signora Laner,

guardandola, sospirava e pensava a quella di Nora, colla cerniera e la

catenella d'oro.

Sul terrazzo venne a sedersi anche Pietro Laner: era stralunato.

Evelina lo guardò, continuando a scegliere i _gianduiotti_ nella carta

d'argento, le grosse mandorle colorate e gli domandò:

--Dove sono gli altri?

--Nella sala del biliardo. _Lei_....--Pietro Laner sdegnava di dare a

Nora il titolo di duchessa e arrossiva di chiamarla come una

volta--_lei_ gioca al biliardo con Sua Eccellenza e con monsignor

Meneguzzi.

Il Laner soffriva: Evelina se ne accorse, ma non se ne accorò. Si

sdraiò più comoda e facendo l'altalena colla poltrona a dondolo,

socchiuse le palpebre, fissando una striscia di sole, animata, avvivata

da una miriade di moscerini.

--Non prendi una granita?... Sono di fragola, eccellenti.

--No.

Evelina tornò a guardare il marito.

--_Quell'altra_, te ne ha fatto delle sue?

Pietro non rispose, ma si fece più cupo.

--Sai che non ti può vedere!... Perchè le vai sempre fra i piedi?

--Domani torno a Milano--borbottò il Laner.--Son venuto soltanto per la

visita del Ministro, non per.... gli altri. Domani ritorno a Milano.

--Non c'è bisogno di scappare e non c'è bisogno di correrle dietro.

Evelina disse tutto ciò pacatamente, continuando a dondolare,

spingendosi piano colla punta dei piedi; disse tutto ciò pacatamente,

senz'ira, senza dolore.

La signora Laner non era gelosa. Essa non aveva mai avuto troppe

pretensioni: non aveva aspirato ai grandi diritti dell'amore. Adesso

non pensava più che a viver tranquilla, a viver bene, e a premunirsi

per l'avvenire.

Non c'erano che le ventimila lire.... e le zie di Crodarossa.

Sopra lo zio Matteo svanivano le speranze. Prodigo con tutti gli altri,

era taccagno con Evelina, perchè istigato contro di lei dalla Gioconda:

era taccagno col Laner, perchè quel trentino gli era antipatico, perchè

aveva ancora il rodimento delle famose ventimila lire, le sue ventimila

lire.... cioè quelle del Casalbara.

Evelina, fatti i suoi calcoli, e non volendo intaccare il capitaletto,

aveva risolto, fra sè e sè, di ritirarsi a Crodarossa, e intanto, per

rendere la cosa più facile aveva già scritto alle zie, senza dir nulla

nemmeno a Pietro, domandando.... "se li volevano a Crodarossa per un

mesetto."

"Pietro sta poco bene: ha bisogno di respirare un po' d'aria buona, un

po' d'aria nativa. Lo ha consigliato il nostro dottore, il dottor

Foresti. Anch'io mi sento debolina e un po' malandata.... Oh, ma _per

me_.... non avrei mai, _mai_, avuto l'animo bastante d'incomodare le

mie zie, di essere di peso alle mie care zie!"

Figurarsi le due vecchierelle!... Che "_rebalton_" e che

"_rivoluzion!_" E figurarsi il "muso tremendo" di don Giuseppe!...

Ma questa volta la zia Angelica e la zia Rosina non si lasciarono

imporre.

La sposa di Pierino, la "nuova padrona" che già era stata la loro

angoscia, il loro tormento, quando era appena un'apprensione pel tempo

avvenire, quando non era altro che un fantasma lontano, adesso, viva e

non più sogno, ma realtà, adesso era un angelo, una "_vera perfezion_"

era amata anch'essa come Pierino, cara come Pierino.

Le due vecchiette vivevano, palpitavano soltanto per l'arrivo degli

sposi!... Non pensavano più che agli sposi, non pensavano più nemmeno

all'economia!... Minacciavano una carneficina nel pollaio, una "strage"

di mele cotogne e in quanto a don Giuseppe.... Don Giuseppe, in questa

circostanza si era messo dalla parte del torto _proprio da bon_.

--_Se trata del nostro sangue_....

--_Se trata delle nostre viscere_....

E la signora Angelica e la signora Rosa finivano in coro, alzando le

braccia al cielo:--_Jesus Maria!_

Piantarono don Giuseppe, piantarono la Canonica, solo affaccendate,

infervorate nel preparare l'alloggio.

--Dove li metteremo?

--In camera nostra, certo....

--Certissimo!

--_La xè la più bela_....

--_La xè la più grande_....

E contente, beate, senza un sospiro, avrebbero abbandonato anche quella

cameretta: la cameretta fida e cara, il nido.... proprio il loro nido,

colle finestre sull'orto e colla vista del "Gigantesso".

Tutto, tutto doveva essere di Pierino, era di Pierino, era della sposa

di Pierino, in quell'improvviso tumulto, in quella festa inaspettata e

grande del loro cuore!

Invece Evelina, poco prima dell'epoca fissata, cambiò di parere e

scrisse un'altra lettera a Crodarossa.

"Per il molto lavoro sopraggiunto al mio Pietro, il quale del resto

trova un gran giovamento dalla sua cura idropatica, dovremo rimandare

ad altra epoca il sogno.... il bel sogno di Crodarossa."

"È un destino così!... Non posso esser felice, _pienamente_ felice,

mai, _mai!_"

Evelina aveva il suo tornaconto per restare a Milano.

Nora, dopo fatta la pace collo zio Matteo, aveva voluto rivederla,

aveva voluto far la pace anche con Evelina, ed Evelina era corsa subito

"dalla duchessa".... e subito si era fermata "dalla duchessa" anche a

pranzo.

E da quel primo giorno in poi, Nora si era presa di un grande

attaccamento per la signora Laner: dalla mattina, quando Nora era

ancora a letto, poi quando si vestiva, poi a colazione, a pranzo, fino

alla sera in teatro, la voleva sempre con sè.

Evelina sottomessa, remissiva, zelante, sempre ai piedi "della

duchessa", sempre in ammirazione "della duchessa." Nora, invece,

secondo l'umore: o erano carezze o erano strapazzate, ma colle carezze

e colle strapazzate, fioccavano regali, sempre regali.

E la signora Laner, giudiziosamente, pure vagheggiando per l'avvenire

la sua prima idea di andare a stabilirsi a Crodarossa, intanto, per il

momento, si riempiva gli armadi, i cassettoni di roba.... e aveva

licenziata la serva e chiusa la cucina.

Sempre fuori, sempre colla duchessa, che cosa doveva farne?...

Pietro, mangiava un boccone al giornale o in una qualche bettolaccia

scovata da Mariano Perego. Sua moglie lo vedeva raramente anche prima

di legarsi con Nora: adesso quasi mai.

Nora.... non lo poteva soffrire.

La baraonda · 第 34 / 44 题