Le _Risorse Italiche_ annunciando la visita di S. E. il Ministro dei
Lavori Pubblici a Primarole e a Castellanzo avevano proclamato ai
quattro venti che sarebbe stata la "festa del lavoro e della
concordia".
Invece pochissima concordia e molto malumore.
Erano arrivati a Primarole collo stesso treno di S. E. anche i due
deputati del luogo, l'onorevole Bonforti e l'onorevole Ghirlanda, e ciò
aveva suscitato le ire dei moderati e dei clericali della _Cisalpina_:
non tanto per il fatto in sè stesso, quanto per il contegno "servile"
tenuto verso i due "onorevoli del radicalume", dai maggiorenti del
Consiglio e dallo stesso ministro!
Il Tolomei soltanto gongolava e si capisce. Il fatto, in certo qual
modo, confondeva le tinte politiche della _Cisalpina_, veniva quasi a
confermare che egli non aveva commessa una diserzione, un affare, e lo
riabilitava agli occhi loschi della democrazia!... Ma quella banderuola
del Fontanella?... Quel portentoso Dulcamara del Cantasirena? Quel
Prefetto, e quell'Eccellenza "alla carlona" sempre a braccetto all'uno
o all'altro dei due onorevoli della Montagna, sempre con loro al
ricevimento alla stazione, al "vermut d'onore" offerto dal sindaco,
all'inaugurazione del "_Falanstero Eleonora?_"
E quel beì del conte Bobboli che per non farsi vedere, per non mettersi
in mostra neppure questa volta, era scappato a Parigi.... a farsi
rifare il parrucchino?...
E Taddeo?... Borbottavano persino contro il povero Taddeo nominato a
Primarole "sorvegliante generale", perchè durante la visita ai lavori
della "diga massima" aveva sempre seguito il Bonforti e il Ghirlanda
portando loro il soprabito, saltellando sul suo troncone, come una
gazzera!
Ma il povero Taddeo non aveva l'animo servile; aveva l'animo modesto.
Egli aveva ottenuto quel posto fisso e sicuro di due lire al giorno col
lume e l'alloggio, aveva raggiunto il suo sogno di vivere in campagna,
in mezzo alla brava gente, alla buona gente, e credeva di dovere quella
sua fortuna insperata e immeritata a tutti quanti, perchè tutti quanti
gli volevano bene, e a tutti quanti egli voleva dimostrare a furia di
attenzioni e di premure, la propria contentezza e la propria
gratitudine.
Pio Calca, sempre rosso scarlatto, era più stizzoso di tutti, anche per
le ansie della futura elezione. Diventò poi furibondo quando udì il
Ministro, dall'alto del primo "ponte di raccordo" encomiare il
Ghirlanda e il Bonforti e additarli agli operai, ai braccianti, come "i
loro strenui difensori, i loro veri e legittimi rappresentanti!"
--Quel "geometra" diventa matto!
E durante tutta la visita, su e giù lungo i canali, continuava a
sfogarsi coi giovani collaboratori delle _Risorse Italiche_, vestiti di
tutto punto coll'eleganza e l'etichetta prescritta da quella giornata
di _sport_ politico e industriale; e quando il gruppo dei cappelli a
cilindro, il Ministro, il Prefetto, il Sindaco, il Fontanella, Matteo
Cantasirena, il Brunetti, si soffermò dinanzi al Municipio, anche Pio
Calca fece un _alt_ col suo drappello, sempre però tenendosi in
disparte, a dignitosa e significativa distanza. Passava dall'ira al
disprezzo e con quel suo riso stridulo e stonato che pareva un
singulto, faceva dello spirito alle spalle di "Sua Eccellenza il
geometra" anche col marchese Duranti che lo ascoltava muto, ripulendosi
la lente col fazzoletto candido di batista, dimenando la testa grave,
pensierosa, dal gran ciuffo grigio, con un lieve e continuo dondolìo
nel quale era congiunto al profondo disgusto per i tempi nuovi, un tic
nervoso, sintomo foriero della paralisi.
Ma la vittima prediletta del giovane aspirante alla deputazione, quello
con cui egli si sfogava di più e più a lungo e più forte, era monsignor
Meneguzzi, il "reverendo delle contesse".
Monsignor Meneguzzi era un bel prete, pulito e roseo come una sposa,
elegante, vestito mezzo di seta, col grosso cordone d'oro da cappellano
della Croce Rossa, attorno al nicchio rotondo. Il Monsignore prendeva
sul serio le minacce di Pio Calca, ne rimaneva impressionato,
spaventato, e l'altro, contento dell'effetto, sgranava il bianco delle
pupille, diventava un ossesso.
--Questo è il gran giorno!... Duo schiaffi e li metto a posto!... Due
schiaffi e li metto a posto! Mi lasci andare!...--e pestava i piedi.
Il prete per frenarlo gli tirava il vestito:
--Bravo! Bravo! Da bravo!... E la mamma? E la mamma, poveretta?...
Giudizio per la mamma!...
--Quattro schiaffi e li metto a posto!... Prima di sera!
--Da bravo! Da bravo! Giudizio per la mamma! Farai a tempo debito le
tue giuste rimostranze. Ne parleremo al Casalbara, alla signora
duchessa, sempre così piena di buon senso e di criterio.
Al nome della duchessa, Pio Calca si placava, e prendendo Monsignore a
braccetto gli faceva le sue confidenze.
--Ecco.... trattandosi della duchessa Eleonora--e lo cantava anche lui
il bel nome, in voce di falsetto--rinuncerei volentieri.... anche alla
Camera.
Allora il Monsignore si spaventava per un altro verso:
--Vergogna! Vergogna!... La moglie altrui!... Se lo sapesse la
mamma!... E se lo sapesse il duca!...--e si affrettava a cambiar
discorso.--Le tue giuste rimostranze.... le faremo al duca Giovanni! È
il Presidente!... Ha una grande autorità nel Consiglio! È un
grand'uomo!
Certo se ci fosse stato il Casalbara, avrebbe saputo evitare, col suo
tatto da gran signore, molte cagioni di malcontento. Ma il duca, per
riguardo alla sua salute--deperiva di giorno in giorno--invece di
affaticarsi troppo, recandosi a Primarole, aspettava il Ministro a
Casalbara, dove vi sarebbe stato il grande banchetto in onore di Sua
Eccellenza e della _Cisalpina_.
Il duca aveva preso sul serio il suo posto di rappresentanza, di
comparsa. Poco interessandosi, pochissimo comprendendo degli affari
complicati e imbrogliati della _Cisalpina_, non mancava mai a una
seduta, sonnecchiando intorpidito, mentre gli altri discutevano o
gridavano; non mancava mai ad una visita ufficiale, ad un ricevimento,
ad una inaugurazione.--Era stato costretto ad accettarne la presidenza;
l'aveva accettata. Ad essa era unito un forte onorario: e un sentimento
di onestà, di dovere, di fierezza gli imponeva di "guadagnarsi il suo
pane".
.... Di guadagnarsi il suo pane--facendo da richiamo, da zimbello per
acchiappare i merli!... Facendo scrivere quel suo nome illustre,
glorioso, intemerato, quale "etichetta" sulle azioni della
_Cisalpina!_... Facendo il pagliaccio!... Facendo il buffone!
Il cuore del povero vecchio era gonfio di amarezza: i suoi stessi
pregiudizi di casta, di sangue, di orgoglio, rendevano più viva, più
acuta la ferita.
Che tramonto, che rovina per la sua casa, per il suo nome! Che offesa
alla memoria pura e sacra del fratello! Eppure.... eppure anche il
martirio, la lunga prigionia del fratello Eriprando lo aiutavano.... a
guadagnarsi il suo pane!
Ed era stata sua moglie a costringerlo.... ed era stato per Eleonora
che aveva accettato!
Sua moglie!... lo sentiva, finiva per ucciderlo a poco a poco,
rendendolo prima imbecille. Sua moglie!... Così giovane, così fiorente,
così forte!... Gli dava brividi di terrore.--Sprofondato nella sua
poltrona, certe volte, la fissava torvo, la guatava cogli occhi pieni
di rancori e di astio, eppure.... eppure non poteva vivere senza di
lei, e dopo i dispetti, le collere, le rivolte, aveva sommissioni
vergognose, e supplicava, implorava la sua "stella" piangendo come un
fanciullo!...
Era la duchessa, ormai, la padrona: essa sola si occupava degli affari,
si occupava della casa, e indirettamente, secondo le istruzioni dello
zio Matteo, si occupava anche della _Cisalpina_.
La prodiga spensieratezza, l'indolenza, la sua stessa debolezza,
inspiravano al Casalbara un sentimento di dignità e di nobiltà
malintesa, gli facevano commettere quest'ultima follia.
Sdegnoso, puntiglioso, ostinato nel "guadagnare il suo pane" lo era
altrettanto nel non voler toccare, nè vedere i denari "dello
stipendio". Li doveva riscuotere sua moglie.... come sua moglie
soltanto doveva ricevere il ragionier Vigliani e il signor Galli. E
sdegnoso, puntiglioso, ostinato, così facendo credeva anche di
vendicarsi!
La sua villa, la villa dei Casalbara, era simile alla maggior parte
delle antiche ville un po' monotone di Lombardia. Sul dinanzi il
terrazzo al quale si accedeva da un'ampia gradinata; tutto intorno un
giardino dalle piccole aiuole fiorite, a disegni rari e simmetrici; poi
un lungo viale di ippocastani, e, infine, attorno al torso mutilato di
un Ercole gigantesco; una selvetta umida, cupa, triste, di mortella e
di piante parassite.
Il duca aspettava sul terrazzo l'arrivo di Sua Eccellenza.
Era una giornata calda di settembre, e il sole dardeggiava; pure il
duca tremava, curvo sotto l'ombrellino. Indossava un largo paltò
chiaro, pesante, e aveva un grosso garofano all'occhiello.
Nora gli era dinanzi sulla gradinata, per scorgere di lontano l'arrivo
delle carrozze: sul terrazzo, più indietro del duca, più indietro dei
domestici che avevano portato un gran vassoio di granite e di acque in
ghiaccio, accanto alla porta, c'erano Evelina e Pietro Laner: Evelina
infagottata in un magnifico abito della duchessa; Pietro Laner sempre
più magro, a testa bassa, intimidito anche delle livree dei servitori.
--Son qui! Arrivano adesso!--gridò Nora giuliva, scorgendo fra il
polverio della strada tre landò scoperti, che si avvicinavano al
trotto. Essa godeva febbrilmente di quelle feste che finivano sempre in
un suo nuovo trionfo.
Il duca scese, e quando le passò dinanzi, rabbioso e astioso vedendola
così allegra e così bella, bisbigliò il solito ritornello:
--Andiamo a guadagnare il nostro pane con Sua Eccellenza!
Nora diventò rossa. I servitori potevano aver inteso, ed anche Evelina
e quel _prete_ antipatico di Pietro Laner! Rimase un po' sconcertata,
confusa, ma poi il suo ardire, il buon umore di quel giorno, ebbero il
sopravvento, e volle prendersi a sua volta la rivincita: sapeva quanto
suo marito tenesse alle forme, all'etichetta, ai ricevimenti ufficiali,
e lei di colpo, appena cominciate le presentazioni, corse giù dalla
gradinata, corse incontro al Ministro, che aveva già conosciuto a
Milano, e ridendo se lo portò via, dicendogli che doveva essere stanco
di ricevimenti, di discorsi, di presentazioni.... Se lo portò via,
sotto braccio, avvolgendolo col suo profumo, abbagliandolo co' suoi
capelli biondi, incantandolo col suo sorriso.
--Brava! Bravissima!...--le diceva il ministro.
Ma Nora non dimenticò, non volle dimenticare di essere la
presidentessa:
--Dunque.... Eccellenza?... Il Bonforti e il Ghirlanda sono presi
finalmente.... nell'orbita ministeriale?...
--Cioè, seguono la corrente.... delle acque della _Cisalpina_.
Intervenne gonfio Cantasirena, socchiudendo gli occhi:
--Alla Camera il Bonforti e il Ghirlanda sono ormai fra gli
inamovibili: combatterli è inutile; ciò che è inutile è pericoloso.
Conquistarli--e soffiò--_that is the question!_
Nora, facendosi seguire dal Ministro, piantò lo zio Matteo e continuò a
passeggiare nel giardino.
Cantasirena raggiunse lentamente il suo caro Giovanni, che stava
complimentando il Prefetto, il Sindaco di Primarole, i due segretari
particolari di Sua Eccellenza, e monsignor Meneguzzi e Pio Calca e il
marchese Duranti e il Fontanella.
Gli altri invitati dovevano arrivare più tardi col tram.
Matteo Cantasirena, a studiarlo bene, non pareva troppo soddisfatto e
sicuro di sè. Le sue dita avevano un tremito nervoso mentre si lisciava
la barba, mentre ne arricciolava la punta.
Tirato a parte il duca gli domandò piano:
--Il Kloss non è venuto?
--Pare di no.
--Non ha mandato il Galli? Non ha incaricato nessuno di rappresentarlo
al banchetto?
--Bisogna domandarlo a mia moglie--rispose acre il Casalbara, e gli
voltò le spalle, mettendosi a discorrere col marchese Duranti.
Matteo, istintivamente, guardò subito verso la sua cara figliuola: in
mezzo al giardino, sotto il sole, la figura bianca, bionda,
elegantissima, vaporosa, spiccava sfolgorando al fianco della piccola
Eccellenza, tozza e volgare nell'abito nero.
.... Non era il momento di domandarle del Kloss!...
--Maledetto boemo!--borbottò fra sè il direttore. Poi, vedendosi vicino
monsignor Meneguzzi e Pio Calca, si ricordò che bisognava placare il
loro risentimento, e i loro timori; se li prese tutti e due sotto il
braccio e cominciò a ridere per l'arrivo del Bonforti e del Ghirlanda a
Primarole.
Intanto la duchessa aveva colto due magnifiche viole del pensiero e le
infilava colla prestezza graziosa delle manine pallide e ingemmate,
all'occhiello di Sua Eccellenza.
--Oh, signora duchessa! Amabilissima!...
Il ministro, dopo tanti discorsi, tanta politica, tanto parlare e tanto
caldo, respirava a larghi polmoni quell'aria libera.... e la bellezza,
la fragrante giovinezza di Nora.
Sorridendo essa infilò di nuovo la manina sotto il braccio del
Ministro, per riaccompagnarlo verso la sua piccola corte: tutti,
vedendo avvicinarsi Sua Eccellenza e la duchessa Eleonora, si disposero
in fila per riceverli.
--Oh! che peccato!--sospirò il ministro.
Nora sorrise, fissandolo cogli occhi rilucenti:
--Torni presto a Casalbara,... ma non il ministro.... _lei_.
La povera Eccellenza, che in vita sua aveva molto lavorato e pochissimo
avvicinato le belle signore, capì.... non capì.--Che cosa doveva
capire?--Era appena un complimento? Era più di un complimento?... Il
forte parlamentare perdette la prontezza della parola.
--Amabilissima e.... Amabilissima!... Ma intanto.... perchè non vien
lei.... a Roma?...
Raggiunto il duca di Casalbara, il ministro, sempre dando il braccio
alla duchessa Eleonora, e colla sua piccola corte raggruppata intorno,
cominciò a lodare la prospettiva, il giardino, la bella vista, la
splendida giornata.
Poi, sempre colla duchessa, sempre parlando, ridendo piano colla
duchessa, mentre il seguito gli faceva coda, ammirando il barocco della
facciata, salì lentamente per visitare la villa. Sul terrazzo si fermò,
prese una granita, e intanto la duchessa gli presentò Evelina. Non
disse "la signora Laner"; disse soltanto coll'effusione un po' teatrale
dello zio Matteo "la mia buona, la mia cara Evelina!"
Pietro non lo presentò; anzi, quando tutti insieme se ne andarono dal
terrazzo, Nora gli passò dinanzi senza nemmeno guardarlo, più alta, più
diritta, più superba.
Essa guidò gli ospiti, obbedendo a un cenno fattole dallo zio Matteo,
in una sala terrena, dove c'era un magnifico ritratto di Eriprando di
Casalbara, grande al naturale.
Tutta la comitiva, ristorata dai rinfreschi, parlava, rideva,
discorreva animatamente, ma quando si fermò, facendo circolo dinanzi al
ritratto, il silenzio divenne generale, profondo, il raccoglimento
religioso.
--È un dono del Gran re!--tuonò la voce di Matteo Cantasirena, e
ricordò, commosso, alcuni episodi del martire illustre.... "magnanimo".
Evelina era rimasta fuori, sul terrazzo, vicino ai dolci e alle
granite.
Il _Dizionario dei patriotti viventi_ aveva sospeso le pubblicazioni:
il conte Bobboli beì--patriotta dell'espansione coloniale--era stato
l'ultimo dell'ultima puntata dell'ultima appendice. Dopo quel gran da
fare, quel gran lavorare affrettato, angosciato nelle strette durissime
del bisogno, Evelina riposava, si godeva la campagna, si godeva lo
belle giornate, si godeva il far niente; sopratutto il far niente.
Passava i giorni coi giorni, sdraiata sul terrazzo, sonnecchiando in
mezzo alla quiete del gran sole. Dopo il frastuono assordante di
Milano, dopo il via vai, il vociar confuso della folla, essa gustava
l'armonia vaga, recondita di quella pace, di quella solitudine, di quel
silenzio. Sorrideva al saltellar dei passeri sulla ghiaia del
giardino.... fissava intenta il volo di due farfallette bianche,
perdentesi nell'aria nitida, contro il cielo azzurro.
La signora Laner pareva quasi una vecchia, nel magnifico abito
regalatole da Nora, e che essa si era aggiustato e adattato da sè.
Il suo viso era più giallognolo, più patito, quantunque non fosse mai
stata ammalata. Anche la gravidanza che avea deciso il Laner e
affrettate le nozze, era stata.... un falso allarme. Dopo successo il
matrimonio, i sintomi non si erano più ripetuti. Evelina stessa dovette
confessare al dottor Foresti che si era "forse" sbagliata. Sembrava più
brutta e più gobba, perchè adesso non voleva più darsi la pena,
l'incomodo, di tenersi su, di comparire; ormai era maritata, era "a
posto".--A che scopo buttar via denari e seccarsi e stancarsi?
Era così piacevole e dolce il non far niente, più niente!... Alzarsi
tardi, passare le lunghe ore del giorno, le ore calde, sognando,
dormicchiando.... e sorbire granite e rosicchiare confetti.
Ne prese un altro, un _fondant_, e lo succiò lentamente, poi si tirò
vicino il piccolo vassoio di cristallo e scelse le pasticche di menta
peperita, i cioccolatini alla vaniglia, e se li chiuse nella borsetta
che portava sempre appesa al braccio.
Quella borsetta era un po' sdruscita.... e la signora Laner,
guardandola, sospirava e pensava a quella di Nora, colla cerniera e la
catenella d'oro.
Sul terrazzo venne a sedersi anche Pietro Laner: era stralunato.
Evelina lo guardò, continuando a scegliere i _gianduiotti_ nella carta
d'argento, le grosse mandorle colorate e gli domandò:
--Dove sono gli altri?
--Nella sala del biliardo. _Lei_....--Pietro Laner sdegnava di dare a
Nora il titolo di duchessa e arrossiva di chiamarla come una
volta--_lei_ gioca al biliardo con Sua Eccellenza e con monsignor
Meneguzzi.
Il Laner soffriva: Evelina se ne accorse, ma non se ne accorò. Si
sdraiò più comoda e facendo l'altalena colla poltrona a dondolo,
socchiuse le palpebre, fissando una striscia di sole, animata, avvivata
da una miriade di moscerini.
--Non prendi una granita?... Sono di fragola, eccellenti.
--No.
Evelina tornò a guardare il marito.
--_Quell'altra_, te ne ha fatto delle sue?
Pietro non rispose, ma si fece più cupo.
--Sai che non ti può vedere!... Perchè le vai sempre fra i piedi?
--Domani torno a Milano--borbottò il Laner.--Son venuto soltanto per la
visita del Ministro, non per.... gli altri. Domani ritorno a Milano.
--Non c'è bisogno di scappare e non c'è bisogno di correrle dietro.
Evelina disse tutto ciò pacatamente, continuando a dondolare,
spingendosi piano colla punta dei piedi; disse tutto ciò pacatamente,
senz'ira, senza dolore.
La signora Laner non era gelosa. Essa non aveva mai avuto troppe
pretensioni: non aveva aspirato ai grandi diritti dell'amore. Adesso
non pensava più che a viver tranquilla, a viver bene, e a premunirsi
per l'avvenire.
Non c'erano che le ventimila lire.... e le zie di Crodarossa.
Sopra lo zio Matteo svanivano le speranze. Prodigo con tutti gli altri,
era taccagno con Evelina, perchè istigato contro di lei dalla Gioconda:
era taccagno col Laner, perchè quel trentino gli era antipatico, perchè
aveva ancora il rodimento delle famose ventimila lire, le sue ventimila
lire.... cioè quelle del Casalbara.
Evelina, fatti i suoi calcoli, e non volendo intaccare il capitaletto,
aveva risolto, fra sè e sè, di ritirarsi a Crodarossa, e intanto, per
rendere la cosa più facile aveva già scritto alle zie, senza dir nulla
nemmeno a Pietro, domandando.... "se li volevano a Crodarossa per un
mesetto."
"Pietro sta poco bene: ha bisogno di respirare un po' d'aria buona, un
po' d'aria nativa. Lo ha consigliato il nostro dottore, il dottor
Foresti. Anch'io mi sento debolina e un po' malandata.... Oh, ma _per
me_.... non avrei mai, _mai_, avuto l'animo bastante d'incomodare le
mie zie, di essere di peso alle mie care zie!"
Figurarsi le due vecchierelle!... Che "_rebalton_" e che
"_rivoluzion!_" E figurarsi il "muso tremendo" di don Giuseppe!...
Ma questa volta la zia Angelica e la zia Rosina non si lasciarono
imporre.
La sposa di Pierino, la "nuova padrona" che già era stata la loro
angoscia, il loro tormento, quando era appena un'apprensione pel tempo
avvenire, quando non era altro che un fantasma lontano, adesso, viva e
non più sogno, ma realtà, adesso era un angelo, una "_vera perfezion_"
era amata anch'essa come Pierino, cara come Pierino.
Le due vecchiette vivevano, palpitavano soltanto per l'arrivo degli
sposi!... Non pensavano più che agli sposi, non pensavano più nemmeno
all'economia!... Minacciavano una carneficina nel pollaio, una "strage"
di mele cotogne e in quanto a don Giuseppe.... Don Giuseppe, in questa
circostanza si era messo dalla parte del torto _proprio da bon_.
--_Se trata del nostro sangue_....
--_Se trata delle nostre viscere_....
E la signora Angelica e la signora Rosa finivano in coro, alzando le
braccia al cielo:--_Jesus Maria!_
Piantarono don Giuseppe, piantarono la Canonica, solo affaccendate,
infervorate nel preparare l'alloggio.
--Dove li metteremo?
--In camera nostra, certo....
--Certissimo!
--_La xè la più bela_....
--_La xè la più grande_....
E contente, beate, senza un sospiro, avrebbero abbandonato anche quella
cameretta: la cameretta fida e cara, il nido.... proprio il loro nido,
colle finestre sull'orto e colla vista del "Gigantesso".
Tutto, tutto doveva essere di Pierino, era di Pierino, era della sposa
di Pierino, in quell'improvviso tumulto, in quella festa inaspettata e
grande del loro cuore!
Invece Evelina, poco prima dell'epoca fissata, cambiò di parere e
scrisse un'altra lettera a Crodarossa.
"Per il molto lavoro sopraggiunto al mio Pietro, il quale del resto
trova un gran giovamento dalla sua cura idropatica, dovremo rimandare
ad altra epoca il sogno.... il bel sogno di Crodarossa."
"È un destino così!... Non posso esser felice, _pienamente_ felice,
mai, _mai!_"
Evelina aveva il suo tornaconto per restare a Milano.
Nora, dopo fatta la pace collo zio Matteo, aveva voluto rivederla,
aveva voluto far la pace anche con Evelina, ed Evelina era corsa subito
"dalla duchessa".... e subito si era fermata "dalla duchessa" anche a
pranzo.
E da quel primo giorno in poi, Nora si era presa di un grande
attaccamento per la signora Laner: dalla mattina, quando Nora era
ancora a letto, poi quando si vestiva, poi a colazione, a pranzo, fino
alla sera in teatro, la voleva sempre con sè.
Evelina sottomessa, remissiva, zelante, sempre ai piedi "della
duchessa", sempre in ammirazione "della duchessa." Nora, invece,
secondo l'umore: o erano carezze o erano strapazzate, ma colle carezze
e colle strapazzate, fioccavano regali, sempre regali.
E la signora Laner, giudiziosamente, pure vagheggiando per l'avvenire
la sua prima idea di andare a stabilirsi a Crodarossa, intanto, per il
momento, si riempiva gli armadi, i cassettoni di roba.... e aveva
licenziata la serva e chiusa la cucina.
Sempre fuori, sempre colla duchessa, che cosa doveva farne?...
Pietro, mangiava un boccone al giornale o in una qualche bettolaccia
scovata da Mariano Perego. Sua moglie lo vedeva raramente anche prima
di legarsi con Nora: adesso quasi mai.
Nora.... non lo poteva soffrire.