Nora "voleva" essere felice. Voleva essere felice ad onta del marito
vecchio, voleva esser felice sebbene Pietro Laner avesse sposato
Evelina. Voleva esser felice perchè intimamente sentiva di non esser
contenta, soddisfatta: e in fine, voleva esser felice per consolare sè
stessa con quell'inganno e far soffrire, colla propria felicità, tutti
i suoi nemici.
E--chi lo avrebbe detto?--la più tormentosa nemica della duchessa di
Casalbara--della sfolgorante duchessa che maravigliava perfino il mondo
cosmopolita di Mentone e di Nizza colla propria avvenenza, colla
propria eleganza,--quella cui essa pensava con maggiore accanimento,
era la piccola gobba, la misera cenciosa, era la moglie di Pietro
Laner!
Era quella perfida, strisciante come una biscia che aveva raggirato,
sedotto, chi sa con quali arti, con quali menzogne, con quali insidie
Pietro Laner!... E non per altro che per rubarlo a lei; per farle
rabbia, per trafiggerle il cuore con uno spillo.... come fanno cogli
uccellini i ragazzacci tristi e cattivi!...--Trafiggerle il cuore?...
Farle rabbia?... Rubarle quello zotico e ridicolo montanaro allampanato
di Pietro Laner?--Che doveva importarne alla Casalbara?... alla
duchessa?...
Eppure era così.
Quando Nora aveva saputo che il giovane trentino era gravemente
ammalato per lei, perchè lei lo aveva abbandonato, piantato per
sposarne un altro, Nora si era disperata, aveva pianto, aveva sofferto
dolori e rimorsi.... Ma quei dolori, quei rimorsi le erano cari come
una soddisfazione, come una seduzione nuova e strana: erano la
idealità, la gioventù, l'amore di cui adesso sentiva la mancanza, la
nostalgia nel torpore della beatitudine materiale creatale da quel
mercato di sè stessa. Nelle lunghe ore in cui doveva sopportare le
carezze caute e raffinate e sorridere alle tenere parolette vecchio
fidanzato, essa correva colla mente, col sangue, col calore di tutta la
sua giovinezza, ai baci folli e tempestosi, alle collere tremende, alle
furibonde gelosie del giovane amante....
Una sola di quelle furie, di quelle esplosioni avrebbe mandato a pezzi
il vecchio duca, lo sposo ingommato e verniciato, che doveva frenare
anche i palpiti del cuore, per consiglio del medico! E pur mostrandosi
sottomessa e docile e amorosa in quella sua intimità legale, che pareva
una tresca, sentiva ch'era per essa come una seconda vita l'agonia del
giovane poeta che aveva avuto i suoi baci e che moriva per non averli
più; era per essa una vita segreta, la vita dell'anima, del cuore, dei
sensi che la consolava, la innalzava, la ricreava. Il Laner moriva per
lei! Questa sarebbe stata la tragedia del suo matrimonio, questo il suo
romanzo di duchessa, il lutto della sua anima. Un lutto sentimentale,
ch'essa avrebbe portato con sè alle feste e ai teatri, come un vezzo di
perle nere, come un mazzo di semprevivi. E Nora che volontariamente,
per calcolo, aveva abbandonato il Laner, sentiva adesso il bisogno di
ingannarsi, di persuadersi che il destino, Dio, la sventura li aveva
disgiunti, che anch'essa era una vittima, che anch'essa aveva sempre
amato e avrebbe amato sempre, ancora, non quell'uomo che la sposava e
al quale non avrebbe immolato che il suo corpo freddo ed inerte, ma il
giovane poeta, l'amante che moriva per lei e al quale offriva tutti i
suoi trasporti, i suoi baci, tutta sè stessa....
Invece Pietro Laner era stupidamente guarito e sposava Evelina!
Il poeta, il "Bardo trentino" dello zio Matteo, sposava la gobba! Dopo
i suoi baci, dopo aver sognata la sua bellezza, si accontentava dei
baci della gobba!
Nora voleva vendicarsi: doveva vendicarsi, ma sopratutto voleva essere
felice e per questo aveva bisogno subito di un altro romanzo, di
un'altra poesia, di un'altra illusione: innamorarsi di suo marito.
Infatti, che cosa le mancava per essere felice e per essere ritenuta
felice? Si credeva ricchissima, aveva un gran nome, era padrona della
propria volontà, del proprio capriccio... Le mancava soltanto di amare
suo marito: questo dipendeva da lei... e lo amò.
Quante fanciulle non si erano innamorate di uomini non più giovani?...
In fine chi le aveva imposto di sposare "il suo Giovanni?" Nessuno. Lo
aveva scelto lei, lo aveva voluto lei. Inoltre l'ammanto della virtù le
doveva star bene: era un nuovo lusso, una seconda aristocrazia, una
gemma scintillante alla sua corona di duchessa "_Domus aurea!_" e
un'altra salvaguardia alla pace, alla felicità, e un altro abisso
scavato fra lei e "quella gente" colla quale sdegnava omai ogni
contatto.
E Nora riuscì a illudere sè stessa, a illudere gli altri, a dare
l'apparenza della realtà a que' suoi affetti, a quelle sue chimere.
Come era stata per il Casalbara la fidanzata docile, languida, amorosa,
fu per il marito la moglie innamorata, appassionata, simulando ardori e
slanci, ch'erano ispirati soltanto dalla rabbia della sua gelosia, dal
suo odio contro il Laner e contro Evelina, e che facevano perdere al
povero duca la poca salute e i pochi capelli.
Alla mattina, quando il Casalbara entrava all'ora di colazione nel
_restaurant_ dell'albergo, incespicando dietro la sposa bellissima,
sfolgorante di gioventù, di salute, di vezzi, pur mostrandosene fiero e
soddisfatto e vano, aveva nell'occhio attonito e spento una espressione
strana d'inquietudine. Si mostrava beato, ma pareva anche impressionato
della sua luna di miele. Era sempre attillato, leggiadretto e
ricciutello; ma aveva le mani più tremolanti, le guance più flosce e
violette, e sibilava "stella" colla voce fioca e affaticata mentre le
presentava il _menu_.
--Stella... a te.
Era Nora che ordinava sempre, colla sua bella voce rotonda e flessuosa:
si divertiva a leggere tutta la lista delle vivande, rideva nello
scegliere.
Ed era lieto anche il Casalbara: si godeva che il cameriere notasse le
occhiate espressive, quasi rivelatrici della sua giovane sposa, si
godeva quando Nora si faceva sentire, a mezza voce, a chiamarlo
"Nannucci mio". Soltanto avrebbe voluto poter mangiare più adagio ed
esser seduto più comodo.
Tutti ormai a Nizza e a Mentone credevano "all'amore" all'innamoramento
della "bella duchessa italiana" per suo marito. Il duca non era
elegantissimo, simpaticissimo, non era un eroe, un gran signore?...
L'essere, non vecchio, ma appartenere al bel tempo antico, era di moda:
lo aveva messo di moda la "bella duchessa italiana" insieme ai larghi
cappelloni di paglia nera colle margherite, insieme all'_Ideale_ del
Tosti e alla virtù.
Nora aveva raggiunto il suo scopo; tutti erano a' suoi piedi, tutti
l'esaltavano. Il suo regno le dava tante compiacenze, tante
soddisfazioni da farle dimenticare, da compensarla della gran rinunzia.
Quel suo regno assoluto, quella vita principesca, quella gente
squisita, eletta, le piacevano; le piacevano persino le ridicolaggini,
i pregiudizi, le severe esclusioni, che confacevano al suo orgoglio, a'
suoi gusti, al suo capriccio.
E sarebbe stato così anche a Milano. A Milano, perchè Bergamo era stato
messo da parte. Per quanto Nora fosse innamorata e adorasse suo marito,
faceva sempre a suo modo: lei "voleva", lei comandava in tutto e per
tutto. Voleva, comandava coi sorrisi, colle carezze, coi baci, ma il
povero innamorato avrebbe tremato soltanto all'idea, non già di
contrariare, ma di non poter subito indovinare i desideri della sua
"stella".
La duchessa Eleonora aveva già fissato, con parecchie signore di Milano
ch'erano con lei all'_Hôtel Duval_, i _suoi_ giorni, in cui sarebbe
restata in casa, dalle cinque alle sette, per le amiche, soltanto, e la
_sua_ sera, per ricevere il piccolo mondo, ristrettissimo, riservato,
eccelso.
Il duca lasciava fare ed approvava sempre col capo tremolante: in quel
suo dormiveglia si era convinto di aver sposata una Montmorency.... e
la nipote dello zio Matteo faceva presto a convincersi di esserlo.
Così Nora, che voleva essere felice, ritenuta felice, vi riusciva.
Una volta sola, l'eco, il fantasma del passato capitò come una raffica
improvvisa a intorbidare l'azzurro olimpico della sua nuova esistenza.
Il _Duval_ a Nizza, era un piccolissimo _hôtel_, vicino alla spiaggia:
il _sancta sanctorum_, il tabernacolo dei quattro quarti: al bisogno
era l'albergo che dava o aggiungeva aristocrazia a' suoi ospiti. E però
gli ospiti si conoscevano tutti, facevano vita in comune e, dal più al
meno, erano sempre gli stessi.
Pel duca di Casalbara aveva fissato il quartierino sul mare, lord
Paget, un cugino del defunto ambasciatore, che il Casalbara aveva
conosciuto a Roma.
Un giorno, durante il pomeriggio, dopo il _lunch_, gli ospiti del Duval
si erano riuniti nella sala "dei concerti" una galleria, a terreno, in
vista del mare, dal quale era solo divisa da folti rosai.
Erano nella sala, colla duchessa Eleonora, le sue nuove amiche di
Milano. V'erano lord e lady Paget, c'era la vecchia marchesa
Chevrillard di Parigi e la principessa Moncalvo di Palermo, poi qualche
vecchio diplomatico e qualche giovane _sportsman_; al pianoforte, la
contessina Percy di Westmorel, una miss che pareva un fiore di sambuco,
lunga, sottile sottile, colla folta capigliatura biondastra, cantava,
accompagnandosi da sola, l'_Ideale_ di Tosti.
Nora, durante il canto, guardava, fissava cogli occhi pieni di ricordi
e di sorrisi il duca Giovanni che le rispondeva pure sorridendo e
facendo l'occhiolino, ma che intanto pareva curvarsi, torcersi sotto
quei lunghi sguardi, e inavvertitamente, con una mano, si premeva le
reni.
Tutti parlavano pianino per un riguardo alla miss che cantava: quella
gente, sempre così vicina alle stelle, si moveva senza far rumore, come
avesse le ali; il bisbigliare sommesso pareva un soffio, uno stormir di
fronde: i sorrisi erano brevi e muti, frenati dal sussiego. La vocetta
stridula, stonata della miss, s'innalzava sola, libera nello spazio,
accompagnata dal lento dondolìo delle teste che s'inchinavano,
approvando, dal muover leggero dei ventagli, dal mormorare lontano
delle onde rincorrentisi lungo la spiaggia.
La miss, animandosi, cantava, stonava più forte, quando, a un tratto,
ecco, come una maschera matta in un veglione, una signora grossa,
gonfia, imbellettata precipitarsi prima fra le braccia del duca di
Casalbara, poi fra quelle della duchessa, gridando e gesticolando,
maravigliando e quasi spaventando tutta quella gente.
--Ah _bijou! Mon bijou! Tu es encore plus belle!_ Il matrimonio ti ha
fatto benone! _Ah, mon cher ami! Vous êtes toujours un gros scélérat_,
un _miserabile_ come dite voi altri _en Italie!_ Non farmi più saper
niente! Io l'ho saputo per miracolo dal mio _impresario_ di Milano!
Sono qui di passaggio: vado a Montecarlo: _Je veux courir la
chance_.--Volevo scriverti anche per farti dire _de ma part à ton père,
à ton oncle je ne sais pas.... ce qu'il est enfin, qu'il s'est comporté
avec moi comme un vieux filou_. Ha scritto che la _Schönfeld n'a pas le
physique du rôle_ per la _Cavalleria Rusticana! Caaro da Dio! Mon cher
ami Mascagni, au contraire_, mi ha abbracciata. Oh, ma anche tu canti
sempre? Mi presenterai alle tue amiche e faremo della musica, della
buona musica!
Il duca e la duchessa di Casalbara chiusero le porte dell'_Hôtel Duval_
alla signora Schönfeld, la quale se ne vendicò raccontando a tutta
Nizza che quella superba, _c'était presque une fille, qui avait
entortillé_ quel vecchio scimmiotto, _avec ses minauderies et ses sales
complaisances_!
Ma il mondo che circondava i Casalbara era troppo lontano dalla
Schönfeld per potersene interessare: le chiacchiere del contessone non
potevano far danno alla duchessa. Non era di "buon genere" sparlare di
lei: credettero tutti invece alla Casalbara, quando essa raccontò che
la contessa di Schönfeld apparteneva a una buonissima famiglia
ungherese, ma che i rovesci di fortuna le avevano dato un po' alla
testa, e ormai, pur troppo, non era più possibile riceverla.
Pure quella leggera nube, subito svanita, fu il primo, il sinistro
annunzio della burrasca.
La felicità che Nora aveva desiderata, sognata, raggiunta, fosse la
vera sì o no, ormai era la sola alla quale essa poteva aspirare.
L'unico fascino del Casalbara, quello che proprio l'aveva vinta e
conquistata non erano i milioni?...
E Nora li voleva godere allegramente, pazzamente, e forse inconsapevole
metteva un prezzo ad ogni sorriso, ad ogni offerta della propria
bellezza, ad ogni sforzo per frenare le rivolte improvvise del suo
pudore, le più ascose e invincibili riluttanze di tutto il suo essere.
Aveva la smania, la febbre dello spendere, pareva la tormentasse il
timore di non arrivare a tempo a spendere abbastanza. Collo spendere i
denari del marito pareva quasi sfogarsi, vendicarsi, punirlo. E il
farsi pagar cara era un compiacimento, un orgoglio di donna; una scusa
per perdonare il contratto a sè stessa.... Spendeva in tutti i modi:
erano _toilettes_ che ordinava a Milano, a Parigi: erano gioielli che
si faceva venire da Confalonieri, da Musy, da Mortimer.... Erano le
ordinazioni del nuovo, del magnifico appartamento nel grande palazzo di
Milano, nella sua grande villa di Casalbara, palazzo e villa, noti e
celebri anche fra gli ospiti dell'_Hôtel Duval_. Ordinava carrozze,
voleva comperare cavalli.... Poi, tutte le mattine, dopo il lungo
bagno, nel quale si tuffava avidamente, cupidamente, quasi ansiosa di
purificarsi dei baci della notte, usciva, correva attorno per le
splendide botteghe dell'_avenue de la Gare_ e della _place Massena_,
seguita dal suo "Nannucci" ogni giorno più beatamente rintontito, e si
sfogava a spendere, a spendere, a spendere, a comperar gioielli, trine,
stoffe, ninnoli, pur di sciupare, di sprecare, di buttar via danaro,
pur di sfogare nello spendere quella smania insoddisfatta, nervosa, che
sentiva nel sangue.... nel sangue giovane, forte, sano, che certe
volte, e ne era il castigo, si accendeva pur negli abbandoni, negli
ardori simulati, con impeti improvvisi e terribili. Spendere, spendere,
spendere! Era una furia, una manìa! Riempiva le casse, le stanze,
l'albergo di roba inutile, che dimenticava o regalava poi alle
cameriere: ma dopo quelle corse, quelle compere, dopo tutto quel matto
sciupìo, quando si sedeva a colazione, era allegra, ridente, si sentiva
bene e si sentiva appetito: si era sfogata, calmata.
E per tutto ciò, conseguenza logica e ineluttabile, il giorno in cui la
duchessa di Casalbara venne a scoprire la rovina finanziaria del
marito, la moglie compiacente e innamorata sparì in lei, di colpo. Nora
ebbe un impeto di collera furibonda, brutale, volgare; la collera della
cortigiana che dopo di essersi venduta, si trova fra le mani un
biglietto falso.
Quel vecchio esoso, schifoso, l'aveva ingannata, assassinata! Le aveva
rubata la sua giovinezza, la sua bellezza, la sua vita, il suo
amore....
.... Ma il povero Casalbara era vittima a sua volta del proprio
inganno, della propria spensieratezza.
Che le importava ciò?... L'essere imbecille non era una buona scusa.
L'essere imbecille non lo giustificava d'aver sedotta e rovinata una
povera ragazza!
E pensare che essa a quel vecchio aveva sacrificato Pietro Laner!
Pietro Laner che quasi era morto per lei!
Il duca aveva tenute nascoste alla moglie, fin che gli era stato
possibile, le gravi notizie che gli arrivavano da Milano. Per quanto
inebetito, per quanto la simulazione di Nora fosse sapiente,
inebriante, tuttavia, anche se egli non capiva, sentiva che era sempre
la "nuova" duchessa Eleonora che amava il vecchio duca di Casalbara; e
in ogni modo, fosse stato anche vero e sincero nella giovane donna quel
raro caso d'innamoramento, non poteva tuttavia aver avuto per origine
naturale ed onesta altro che la gratitudine, non poteva essere tenuto
vivo altro che dai continui doni, dal continuo sfarzo, dai continui
divertimenti.
E adesso? Quando le avesse dovuto proporre e imporre una vita oscura,
quasi borghese?
Il povero Casalbara sospirava angosciato, soffriva, sentiva egli pure
un senso di rimorso: aveva sacrificata, legata a lui vecchio, a lui
povero, quella esistenza giovane, fiorente.... La sua spensieratezza
doveva lasciar campo alla riflessione: quell'esame delle sue condizioni
patrimoniali che non aveva mai fatto, avrebbe dovuto farlo prima del
matrimonio per sapere che cosa egli offrisse a sua moglie, per non
ingannarla, ingannando sè stesso.
Ma Eleonora aveva detto di amarlo! L'incanto era stato irresistibile! E
ormai.... ormai era sua moglie, sua per sempre, e ormai egli aveva
bisogno di quella donna così bionda, così bella! Aveva bisogno di quel
tepore fragrante, di quelle braccia, fra le quali finiva per
addormentarsi, esausto e deliziato.
Del resto essa era buona e gli voleva bene e poi era troppo altera e
orgogliosa. Anche povera, relativamente sarebbe stata fiera di essere
la duchessa di Casalbara. Bisognava risolversi, parlare, confessarle
tutto.
La prima notizia, inaspettata e che rendeva improvvisamente, grave la
sua condizione finanziaria, era stata comunicata al Casalbara da una
lettera del Kloss. Il Kloss lo avvertiva confidenzialmente, che alle
relative scadenze, il duca avrebbe dovuto pagare tutte le sue cambiali,
per un importo complessivo di novantasette mila lire. La crisi del
mercato italiano lo obbligava a realizzare tutti gli effetti che aveva
in portafoglio. E per sua norma gli trascriveva le varie date delle
scadenze, tutte a breve distanza l'una dall'altra: la prima, di 15 mila
lire, appunto fra una ventina di giorni.
Francesco Kloss, prevedendo che _cuel vecc straortinari_ avrebbe finito
col rovinarsi interamente per i capricci e il lusso di sua moglie, non
voleva pagare le spese dell'altrui _balortaggine_.
Il Casalbara ora rimasto indignato da quella lettera. Non rispose
nemmeno al Kloss: pensò di scrivere invece al suo amministratore, il
ragionier Vigliani, per quanto anche questo passo gli riuscisse penoso.
Il denaro che il Casalbara aveva avuto a mano a mano dal Kloss nel
lungo periodo della loro vita in comune, gli era sfumato di tasca
stupidamente, senza che egli avesse pensato mai nella sua vanagloria,
che un giorno o l'altro, l'amico.... avesse a mostrare le unghie del
creditore, e pretendere il saldo di quella specie di conto corrente.
Anche la cifra enorme delle varie sovvenzioni e degli interessi
accumulati gli riesciva inaspettata, incomprensibile.
Come?... Novantasette mila lire?!... Aveva speso novantasette mila
lire?!...
In che modo?
Per il matrimonio, per Nora aveva ricorso alla sua amministrazione.
Quell'ottimo Vigliani, sempre così affaccendato, che inventariava tutto
il mondo e che aveva in mano i patrimoni di mezza Milano, sapeva de'
suoi pasticci colla banca Kloss?... Ad ogni modo come seccava al duca
di doverglielo confessare, lui, direttamente, dandogli l'incarico di
provvedere e di regolare quelle scadenze!
Ma pure, appena scritta e spedita la lettera, il Casalbara respirò: il
Vigliani avrebbe certo provveduto. E per due giorni non ci pensò più,
tornò a grogiolarsi beatamente nell'adorazione di sua moglie.... ma per
due giorni soltanto. La risposta sollecita, troppo sollecita, immediata
del ragioniere era ben diversa da quella che il duca s'immaginava, e lo
aveva sconvolto, messo sossopra.
Oh, quale doloroso e angoscioso risveglio da quel suo dolcissimo e
incantevole assopimento!
Il ragioniere parlava chiaro:
"Era già edotto del fido che il signor duca aveva trovato alla banca
Kloss, ma non se n'era occupato perchè "non era di sua spettanza il
fare osservazioni". La risoluzione di ritirarsi a Bergamo e a
Casalbara, già ventilata insieme, avrebbe riparato, come il signor duca
sapeva, ai dissesti ben noti nel patrimonio, causati dalle crisi
agrarie e da quel po' di eccedenze nelle spese, sempre da lui
sommessamente deplorato, nel presentare gli annuali bilanci.
"Anche poco tempo prima dell'avvenuto felicissimo matrimonio, aveva
dovuto improvvisamente e perentoriamente, soddisfare una richiesta di
_venti mila lire_. Per definire la "situazione" di fronte al credito
della banca Kloss ed anche per chiudere, in omaggio al decoro e alla
nobiltà della casa, una pendenza di quel genere, le economie, i
progetti già maturati non erano più bastanti: oltre al palazzo di
Milano, bisognava forse occuparsi della vendita, e rassegnarsi anche al
sacrificio, per quanto doloroso, di Casalbara.
"Era poi assolutamente indispensabile e urgentissimo che il signor
duca, per tutte le pratiche necessarie, tornasse subito a Milano."
Il Casalbara si tenne quella spina nel cuore per alcuni giorni;...
lottava contro sè stesso, mercanteggiava quasi colla propria coscienza
fra la necessità di partire, di tornar subito a Milano, e il desiderio,
la bramosìa di prolungare ancora di un altro giorno, di un'altr'ora
l'incanto, la voluttà di quella vita.
Il Vigliani mandò un telegramma al signor duca, quasi ingiungendo il
ritorno immediato.
.... Bisognava parlare: ma ancora non ebbe il coraggio di parlar per il
primo: fu Nora, essa stessa, che l'obbligò a spiegarsi.
Una sera, ritiratisi gli altri ospiti dell'_Hôtel Duval_, il Casalbara
si era recato, come al solito, ad aspettare la moglie sul terrazzo.
Sempre, un po' prima di andare a dormire, Eleonora fumava lì, su quel
terrazzo, la sua ultima sigaretta. Sdraiata mollemente, mollemente
assorta e silenziosa, si godeva l'aria, il fresco, la notte, le stelle,
seguendo col lento dondolìo della poltrona, il murmure quieto, lontano
del mare.
Quella sera, quando la vide apparire fra le ombre, fra la luce pallida
del terrazzo, ondulando, tutta bionda, tutta bianca e vaporosa nella
lunga vestaglia di crespo e di merletto, sentì corrersi un brivido per
le vene, e avrebbe voluto morire. Bisognava parlare!
Nora gli si avvicinò, sorridendo. Egli sentì il soffio, la vampa calda,
si sentì avvolto nel suo odore di bionda e di _lilas de Perse_.
--Stella....--balbettò.
--Ah!... Che delizia! Che delizia!--Nora, con un lungo respiro stirò,
alzò le braccia nude, rotonde, rosee, fuor della larga manica
trasparente.... respirò ancora.... poi le lasciò cadere attorno al
collo del marito riposandosi morbida, stanca sulle sue ginocchia.
--Hai sonno.... cara?
--Si sta bene, tanto bene qui.... così....--E accesa la sigaretta, lo
baciò, ridendo, colla bocca piena di fumo.
.... Dio, Dio! Bisognava parlare: il giorno dopo bisognava partire!
--Che hai, Nannucci?...--essa gli domandò a un tratto, dopo di aver
lanciato dal terrazzo la sigaretta spenta.
--Stella! Stella!--bisbigliò il duca commosso e sospirò:--Perchè non
posso darti la vita?...
Nora sentì tutto il dolore, tutto lo strazio represso in quelle parole
e ne rimase impressionata: si alzò in piedi rigida, appoggiandosi al
parapetto del terrazzo.
--Cosa c'è?--E lo guardò fissamente.
Ma il Casalbara non sapeva risolversi, non poteva parlare. Temeva il
suono stesso delle sue parole, della sua voce. Il silenzio di quella
quiete serena, muta, calma e chiara si era fatto più profondo.... Anche
il murmure lontano del mare era cessato.
Pareva al Casalbara, che non soltanto gli occhi fissi, attenti sul viso
pallido della moglie, ma che tutto d'intorno a lui, il cielo diffuso e
limpido e il mare fermo e muto, aspettassero le sue parole, la sua
confessione....
Dio! Dio! Come mai era stato così spensierato? Così leggero? Così
egoista?...
--Che c'è?... Che c'è di nuovo?--ripetè Nora con un leggero tremito
d'inquietudine e d'ira.
--Ho.... avrei da chiederti un sacrificio. Bisognerebbe partire....
presto.
--Per San Moritz? Non è già fissato?...
La buona stagione di Nizza, infatti, era finita da un pezzo, e i
Casalbara avevano combinato con lord e lady Paget di passare l'estate,
tutti insieme, in Engadina.
--Ecco il sacrificio,--balbettò il Casalbara.--Bisognerebbe abbandonare
la nostra prima idea.... e tornare a Milano.
--A Milano?... Tornare a Milano? Adesso che non c'è più nessuno?
Il duca tremò più forte: non ebbe il coraggio di dir tutto, subito, di
affrontare di colpo lo scoppio di quella collera.
--Per una decina di giorni, soltanto!... Forse anche meno. Il tempo
necessario per riparare ad una cattiveria, un'azionaccia del Kloss. Hai
proprio ragione, stella! Il Kloss è un furfante!... un fur....fante!--E
gli scappò uno sternuto grosso, fragoroso. Era il solito di tutte le
sere: era il segnale della ritirata. La brezzolina umida del terrazzo
finiva sempre per infreddarlo.
--Andiamo!--esclamò Nora dispettosamente. E senza aspettarlo, senza
prendergli o dargli il braccio, si avviò sola, risoluta, imperiosa,
verso la sua camera che splendeva illuminata, in mezzo al terrazzo.
Il Casalbara le tenne dietro curvo, premendosi la mano sulle reni
indolenzite, gemendo:
--Ahi! Ahi!... Non mi sento bene stasera...; non mi sento bene.
L'altra non gli badò nemmeno e mandò via subito la cameriera, senza
svestirsi.
--Di', su, sbrigati, che c'entra il Kloss?
Il duca cominciò a raccontare delle cambiali, del ragioniere Vigliani,
ma poi, per far più presto, le fece leggere le due lettere e l'ultimo
telegramma.
Nora, nel primo impeto, se la prese contro il Vigliani; doveva essere
un imbecille, un impostore.... o un imbroglione; e siccome il duca
voleva difenderlo, allora la tempesta si scatenò sul suo capo.
Un'altra donna, pur nelle medesime condizioni di Nora, avrebbe
sostenuto quel colpo con maggior calma, con maggior coraggio.... Non
avrebbe potuto capire così subito tutta la gravità di quelle notizie.
Ma per Nora invece, il caso era diverso: la rovina le si era affacciata
in un attimo, chiara, lampante, orrenda: per la figliuola dello zio
Matteo, quei debiti, quelle cambiali, quelle minacce, erano il suo
passato che ricominciava, il suo passato di angosce, di stenti, di
espedienti, di privazioni, di miseria--era quella vita maledetta che
avea voluto troncare ad ogni costo, a costo di buttarsi fra le braccia
di un vecchio.... e che invece doveva ancora ricominciare.... e insieme
a quel vecchio!
Nora tremava, piangeva, lo schianto del dolore confondendosi alla
collera, all'ira.
--Ma se il Vigliani è onesto,--balbettava,--allora sei tu che mi hai
ingannata; sei tu che hai ingannata una povera ragazza!
--Calmati! Non gridare! Non farti sentire!--pregava, supplicava
stordito, spaventato il Casalbara, che pur temendo di sua moglie non
avrebbe mai immaginato, quelle furie.--Calmati! Sei in preda
all'esaltazione! Siamo ben lontani dalla miseria, dalla rovina. Si
tratta di qualche piccola economia.... di qualche piccola privazione.
Nora strillò più forte e continuò:
--Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!... Ridursi a vivere
a Bergamo! Subito!... Adesso!... Subito! Dio! Dio! Dio! La disgrazia,
la rovina e il ridicolo! Infelice e ridicola! Perchè tutti rideranno di
me! Tutti! Tutti! Tutti!
La fierezza del Casalbara si ridestò a queste parole e lentamente, ma
con gravità, con forza, le disse:
--Potrai essere infelice, questo sì: ma dipenderà da te, dal tuo cuore,
dipenderà da ciò.... in cui tu avevi riposta la tua felicità. Ma
ridicola no--ridicola mai! Anzi, sarai sempre più rispettata e
ammirata, se saprai mantenerti nobile e dignitosa nella nostra
disgrazia.
Nora non gli rispose; non lo vedeva, non lo ascoltava, non lo sentiva
nemmeno. Essa vedeva e sentiva le risa di Evelina, dello zio Matteo, la
sghignazzata del Kloss! Tutti, tutti, tutti ridevano di lei, e le
passavano tutti dinanzi in quel momento!
Aveva voluto essere una signora, aveva abbandonato il Laner per essere
una signora, e andava a finire esiliata a Bergamo, seppellita a
Bergamo!... Vendere il palazzo di Milano! Vendere Casalbara!
Il dolore, era ancora più forte della collera. A un tratto fu presa da
un parossismo, da una convulsione terribile. Pestò i piedi, si stracciò
le vesti, si strappò i capelli, si graffiò la faccia, rompendo,
buttando all'aria tutto ciò che le capitava fra le mani, poi si lasciò
cadere affranta, esausta attraverso il letto, gemendo ancora,
torcendosi ancora, mordendo, nei sussulti dello spasimo, le coltri e i
guanciali.
Quando parve quietarsi, quando rimase immobile, distesa, supina
attraverso il letto, il Casalbara, dopo averla guardata a lungo,
inquieto, incerto, le si avvicinò:
--Perdonami, Eleonora. Posso giurarlo sul mio onore: non ho voluto
illuderti, ingannarti; io stesso mi ero ingannato, mi ero illuso.
Perdonami, sono colpevole verso di te, per la mia spensieratezza! Io
non ho mai badato agli affari.... a' miei interessi. Mi credevo sempre
abbastanza ricco per non dovermi preoccupare dell'avvenire. È stato un
errore, una colpa. Ti domando perdono--perdonami.... adesso la sconto
amaramente. Ma se avessi potuto soltanto immaginare.... questo che oggi
mi succede.... sul mio onore.... ti giuro.... ti avrei detto tutto,
prima....
Il povero vecchio si avvicinò di più.... Gli gocciolavano le lacrime
dagli occhi gonfi.
Nora era sempre buttata distesa attraverso il letto.
--Ti avrei detto tutto.... a costo di dover rinunciare al mio
paradiso.... di perdere l'amore della mia stella,--bisbigliò umilmente,
quasi supplichevole, fissando il collo bianco e i capelli biondi.
Nora non piangeva più, non gemeva più: non rispose, non si mosse.
--La crisi è passata,--pensò il Casalbara, disposto a compatire, a
perdonare, a dimenticare tutto quanto era successo, nell'egoismo intimo
della sua passione, nel bisogno materiale di quella donna. E si
consolò. Eleonora aveva gridato, si era sfogata.... ma infine si era
calmata!... Era stata ingiusta; nell'impeto di quella collera era stata
brutale, atroce.... villana. Da quella bocca incantevole, divina, erano
uscite parole nuove, strane, parolacce volgari. Ma, ormai, si era
sfogata.... si era calmata.... era lì, quieta, buttata sul loro
letto.... Egli l'aveva ancora.... Che importava tutto il resto?... Essa
gli era rimasta!... L'aveva ancora!...
Prese lo scialletto di crespo, il fisciù di trine, la casacchina rosa
da letto tutta morbida e fragrante, che Nora nel suo furore aveva
buttato qua e là, li piegò, li ripiegò, lentamente, amorosamente, li
collocò sul canapé. Cercò le piccole babbucce orientali e glie le posò
vicino.... accese la fiamma a gas dinanzi al piccolo specchio dove Nora
usava fare la sua toeletta della notte, le preparò il largo pettine e
la spazzola d'avorio pei capelli. La guardò, la sogguardò furtivamente:
era sempre quieta.... Ormai la tempesta era passata.... Gli era
rimasta! L'aveva ancora!...
Passò dall'altro lato del letto, ne distese, ne rimboccò le coltri
dalla propria parte, si preparò l'acqua collo zucchero.... tornò in
mezzo alla camera, vicino al sofà, cominciò a levarsi l'abito, il
_gilet_.... e tornò a guardarla;... poi le si avvicinò piano, e
prendendola delicatamente colle due mani sotto le ascelle per aiutarla
a sollevarsi, le disse baciandole i capelli:
--Alzati.... cara.... ti farà male, star così sdraiata.... Vieni a
letto.
Nora si rizzò, si voltò di colpo: la sua faccia per essere stata
malamente compressa contro i cuscini, era attraversata da due solchi
sanguigni. Essa lo guardò sfrontatamente, con un sogghigno ironico,
beffardo, poi, a un tratto, senza dir parola, lo afferrò per un braccio
e lo spinse, lo cacciò barcollante, incespicante sui tappeti, nel
salottino attiguo alla stanza da letto; prese il suo abito, il suo
_gilet_, glieli buttò dietro; e sbattè le portine, girò la chiave,
sempre senza dire una parola, senza dir niente, muta.
--Eleonora!... Eleonora!...--balbettò il Casalbara, tendendo le mani
nell'oscurità....--Eleonora! Eleonora!
Dai vetri opachi delle portine, passava appena il chiarore confuso
dell'altra stanza.
--Eleonora!... Eleonora!--e rimase colla fronte appoggiata ai vetri
spiando ansioso, esasperato, tremante, l'ombra della moglie che
scorgeva muoversi attorno al letto.
--Eleonora!... Eleonora!--esclamava colla voce bassa, ma
vibrata.--Perchè così?... Perchè hai fatto così?... Sei troppo
cattiva!... Non ti credevo così!... Apri!... Apri!... Non facciamo
scandali! Non facciamo scene!--E s'infuriava perchè non otteneva alcuna
risposta, e scrollava forte le portine per riuscire ad aprirle.--Te lo
comando! Apri! Sono tuo marito! Rispondi almeno!
Lo stesso silenzio: Nora si moveva sempre vicino al letto.
--Rispondi, Eleonora!
Sentì soltanto il rumore così noto: il piccolo "crac" del busto che
Nora slacciava d'un sol colpo. Sentì il lento scivolare della veste da
camera sul tappeto, e il lungo fruscio delle batiste....
Allora tornò a balbettare, a gemere, a supplicare, a domandar perdono,
sempre colla fronte appoggiata ai vetri, guardando, guardando....
Intravvide Nora che alzava le braccia.... che scioglieva, stendeva la
lunga massa dei capelli e li avvolgeva nervosamente sul capo.
--Perdonami! Eleonora!... Perdonami! Andrò io solo a Milano....
Domani.... Tu resterai qui.... Andrai a San Moritz! Farai tutto ciò che
vorrai! Aprimi! Stella! Stella! Non venderò il palazzo! Te lo giuro!
Non venderò Casalbara! Perdonami! Perdonami! Gioia! Stella! Amore!
Perdonami! Apri! Ho freddo qui! Non posso restar qui!... Sto male!...
Mi ammalerò! Apri! Eleonora!
Sentì lo scricchiolìo del letto.... sentì il fruscio di Nora che si
stendeva, si rivoltava fra le coltri.
--Almeno una parola!... Una parola! Non ti domando più che una
parola.... sola....
Di colpo si spense il lume: il Casalbara non vide, non udì più nulla.
Allora, sempre colla fronte appoggiata ai vetri si mise a piangere,
silenziosamente. A poco a poco il freddo gli penetrò nelle ossa.... e
col freddo il timore di risvegliare Eleonora co' suoi singhiozzi.
Allora il povero vecchio, trattenendo le lacrime, camminando in punta
di piedi, a tentoni, andò a buttarsi e a piangere nella poltrona più
lontana.