Pietro Laner era stato colpito da congestione cerebrale, e per i primi
giorni, specialmente, il suo stato fu gravissimo. Evelina non
abbandonava quasi mai la camera del malato: silenziosa, premurosa,
infaticabile, era la maraviglia della padrona di casa e del dottor
Foresti, un medico giovanissimo, al quale non pareva vero di aver per
le mani un malato giornalista. E che giornalista!...
--Un altro mio figliuolo di elezione e di adozione!--Queste erano le
precise parole con le quali Matteo Cantasirena aveva raccomandato il
suo "redattore capo" alla padrona e al dottorino, trovato per caso alla
farmacia più vicina, dove avevano mandato in fretta e furia.
--Uno spirito eletto!... Una tempra adamantina!... Mi raccomando: non
manchi di nulla!--e soffiando, pausando, lisciandosi il barbone,
conchiuse maestosamente:--In ogni modo sto garante io!
Il dottore, visto il caso grave, avrebbe voluto si scrivesse subito
alla famiglia, ma Cantasirena si oppose, arrabbiandosi.
--Il cuore! il cuore!... Non c'è cuore in una simile proposta! La sua
famiglia?... Due zie.... superstiti!--e sospirò profondamente, come se
avesse visto morire tutti gli altri,--due vecchie signore, che vivono
in pace, ritirate nella loro villa di Crodarossa!... Spaventarle con
una simile cannonata!... E inutilmente, perchè lei m'insegna, caro
dottore, che i giovani superano sempre, o quasi, simili assalti.
Ghiaccio! Ghiaccio! Ghiaccio a profusione! Giorno e notte, sempre
ghiaccio!--E Cantasirena si dilungò nella diagnosi e nella cura, mentre
il dottor Foresti approvava col capo.
Il giorno dopo, Matteo capitò che non c'era il dottore; fece una gran
predica a Evelina per indurla a tornare a casa; fece un po' di corte
alla padrona, le consegnò il denaro che si era fatto dare alla
_Gazzetta Lombarda_ per il Laner, poi se ne andò, dicendo di tornare di
lì a mezz'ora, e non si lasciò più vedere. Mandava invece Taddeo, tutti
i giorni, a prender notizie; mandava dei pezzi di rosbiffe, del
panettone per sua nipote, e fiori e complimenti per l'amabile
padroncina.
Ormai aveva capito tutto. Sua nipote era innamorata e predicare agli
innamorati è come predicare ai sordi: lui non aveva tempo da perdere.
Il matrimonio di Eleonora, la _Navigazione Cisalpina_, le elezioni di
Primarole e di Castellanzo, il nuovo giornale Le _Risorse Italiche_ da
fondare--un giornale giovane, fatto dai giovani e per i giovani--non
gli lasciavano tregua. Era continuamente in faccende, era continuamente
sossopra: ora in visita dal prefetto, dal sindaco, ora a spasso col
Casalbara, ora alla caccia del Brunetti, che doveva essere il direttore
amministrativo della "Cisalpina" ed ora in lunghi conciliaboli con chi
ne sarebbe stato il tecnico, l'architetto Carlo Fontanella, un vanitoso
sfrenato, che era già passato, a quarant'anni. dai moderati ai
radicali, dai radicali ai socialisti, e che adesso, pur di farsi
innanzi ad ogni costo, tornava indietro, schierandosi fra i
_legalitari_.
Nondimeno, ogni volta che Taddeo, fedele alla consegna, portava al
colonnello le notizie del Laner che erano di giorno in giorno sempre
migliori, Cantasirena, dopo averci pensato, per raccapezzarsi, aveva
una grande esclamazione di contentezza.
--Oggi!... Senza fallo!... Vado a vederlo!... L'avevo detto, io, a
quella bestia di dottore!... Ghiaccio! Ghiaccio! Ghiaccio in
abbondanza, e lasciar operare la natura! E voglio farmi sentire anche
da quella testarda di mia nipote!... Eleonora ha ragione!... È una
sconvenienza inconcepibile!... Però ha torto di arrabbiarsi con me!...
Non posso mandarle i carabinieri! Oggi! Oggi!... Ricordarmelo,
Gioconda: passare dal Laner!
Ma per quanto Matteo si sfogasse a dar della bestia al dottor Foresti,
per quanto Nora fosse furente contro Evelina per quel suo cacciarsi
attorno al Laner, non era men vero che il dottore e la ragazza erano
stati la provvidenza, la salvezza del povero giovane.
Tutt'e due, il dottore da una parte del lettino, Evelina dall'altra,
rimanevano immobili, assorti, per ore e ore, vigilando il malato,
notando ogni suo movimento, studiandone il respiro.... Pure, la loro
ansietà così premurosa, gli occhi fissi, intenti in quella faccia
accesa, contraffatta, affondata nel cuscino, sotto la grossa vescica di
ghiaccio, esprimevano tutte le preoccupazioni, le inquietudini di chi
lotta per un interesse proprio, contro un caso gravissimo, non mai la
tenerezza di chi ama, nè il dolore di chi soffre vedendo soffrire.
L'una e l'altro, pallidi, cupi, pareva avessero impegnata una seria
partita attorno a quel letto, attorno a quell'ammalato, una grossa
partita, dalla quale poteva dipendere tutta la loro fortuna e il loro
avvenire.
La padrona si faceva vedere raramente: appena alzata, all'alba, per
dare il cambio all'Evelina, che aveva dormito sul canapè, e che usciva
soltanto allora per lavarsi, per respirare un po' d'aria alla finestra.
Il dottore, che non aveva molte visite, veniva subito la mattina,
veniva ancora di giorno, tornava la sera, e faceva sempre le stesse
interrogazioni all'Evelina, brevemente, colla voce grave, sommessa,
senza mai rispondere alle domande che la ragazza gli faceva a sua
volta, pur sommessamente, ma con grande ansietà.
--E così?... Lo trova meglio, signor dottore?... È sicuro adesso che
guarirà?
Il dottore, aiutato da Evelina, alzava il Laner a sedere sul letto, lo
visitava lungamente, minutamente, poi, sempre coll'aiuto della ragazza,
che nel frattempo aveva voltato e ribattuto il cuscino, lo riadagiava
lentamente, e lentamente gli riponeva sul capo la vescica del ghiaccio,
floscia e tremolante.
--E oggi?... lo ha trovato meglio?
Il dottore continuava a guardar l'ammalato, a fissarlo, a studiarlo,
sempre coll'occhio fermo, le ciglia aggrottate, la faccia immobile.
Pietro, dopo alcuni giorni di pericolo, poi di sosta, cominciava
davvero a migliorare. Aveva passato tutto quel tempo in un assopimento
affannoso, pesante, turbato dai sogni più strani, dalle visioni più
fantastiche, spaventose.... Quando si svegliò la prima volta, era
ancora quasi notte: si svegliò con un senso di affanno, di sgomento.
Dov'era.... Dov'era?... Dove lo avevano sepolto? Che disgrazia gli era
capitata?... Era caduto?... Era stato ferito?...--Credette ancora di
sognare.--Dio! Dio!... Un altro sogno angoscioso, spaventoso!...--Fece
uno sforzo per destarsi, e sentì il bruciore acuto dei vescicanti. Dio!
Dio!... Era desto! Ricominciava a vivere un'altra volta!... Ma
dov'era?... Dov'era?...--Si sforzò per muovere il capo, per vedere:
sentì uno spossamento profondo.
La cameretta, ancora colle finestre chiuse, era appena rischiarata da
un chiaror rossastro, basso, lontano.... era il lumino da notte per
terra, in un angolo. Da prima non riconobbe la sua camera. Tutto era in
disordine; avevano cambiato di posto il cumò, il sofà, il tavolo. Il
letto non era più vicino alla parete, ma in mezzo alla stanza....
dappertutto roba ammucchiata, vestiti, coperte.... Sul cumò, sul
tavolo, un'infinità di boccettine, vasetti, scatolette....--Dio! Dio!
Era all'ospedale?...--Spalancò le palpebre umide, pesanti. Vicino al
sofà si moveva una figura confusa, strana.... una donna.... Si
allacciava la sottana.... guardava l'orologio.... versava del liquido
in un cucchiaio....
Pietro, colle palpebre socchiuse, rimase immobile, ma attentissimo. La
donna, a piedi scalzi, lentamente, si avvicinò come un fantasma, nel
silenzio cupo, fra gli sprazzi e le ombre sinistre del lumicino
crepitante.... Si fermò accanto al letto.... si chinò, lo guardò....
cogli occhi loschi, lividi.... gli avvicinò il cucchiaio alla bocca....
Pietro, istintivamente aprì le labbra, ingoiò la bevanda. L'altra,
l'affannosa apparizione, rimase immobile a guardarlo, a fissarlo
acutamente, poi avvicinò la faccia ancora di più.... Una faccia smunta,
emaciata, sudicia per la veglia e pel sudore, colle ciocche dei capelli
corti, irti, abbaruffati sulla fronte....
Pietro, oppresso, impaurito, chiuse del tutto gli occhi, ma subito li
riaperse, attratto dal suo stesso sgomento.... e allora, sotto l'abito
di quella donna che si era aperto alquanto, vide il candore delicato di
un piccolo seno di fanciulla..., improvviso, strano contrasto colla
bruttezza della faccia orrenda, del corpiciattolo esile, gobbo.... Era
gobba!... Dio! Dio! Era Evelina!...
Pietro richiuse gli occhi con un nuovo senso di terrore, di scoramento,
e li riaprì soltanto quando sentì che l'altra si scostava, si
allontanava. Allora senza muoversi, senza voltare il capo affondato nei
guanciali, rimase immobile a guardarla....
Evelina! Ma lui, lui, dov'era? E che faceva lì Evelina? A poco a poco
riconobbe la camera;... era proprio la sua camera!... C'erano ancora
sul cassettone, in mezzo alle boccettine, ai vasetti, alle ampolle le
due melagrane che gli avevano mandate la zia Angelica e la zia Rosa,
coll'ultima cesta della biancheria.
Allora capì tutto, senza però ricordarsi bene. Capì di essere stato
ammalato, sentì per lo spossamento doloroso, per la gravezza del capo,
di esserlo ancora. Ma Evelina?... Perchè era lì?...
Tornò a guardarla: adesso gli voltava le spalle, aveva finito di
assettare, di accomodare il sofà; aveva tirato su, contro la parete, i
grandi cuscini su cui aveva dormito la notte, e preso il guanciale
bianco al quale il chiaror vagolante dava una tinta fosca, lugubre, lo
nascondeva dietro lo scialle che aveva servito da coperta. Poi Evelina
si voltò, sedette sul sofà, si chinò, tutta gobba, per mettersi le
scarpe.... e dal vestito aperto, dalla camicia scollata, cadente,
riapparì il bel seno piccolo, ma fermo, eretto. Anche quell'ombra
tormentosa, la gobba, la faccia, il seno, tutta la visione, riusciva
opprimente per il povero malato: lo angustiava, lo esaltava, lo
affannava.
Poco dopo entrò un'altra donna nella cameretta: vi fu un bisbigliare
sommesso.... Evelina uscì quietamente e l'altra adagio andò ad aprir la
finestra. Era la padrona: ma in mezzo alla luce bigia, all'umidore
scialbo che entrava nella stanza, come i mobili, le tende, le pareti,
la padrona, tutto tutto, appariva volgare, uggioso, triste!
Pietro si volse con un moto rapido, per scansar quella luce, e sentì le
fitte, l'indolimento per tutto il corpo, e fu così, con un acuto senso
di dolore, che egli capì che tornava a vivere, che cominciava a
guarire, che era salvo.
--Dio.... Dio.... giacchè era andato di là.... perchè non vi era
rimasto?
La padrona, ch'era uscita, ritornò con una piccola tazza fumante.
L'ammalato sentì un profumo delicato, e una delizia nuova, ristoratrice
lo involse tutto. Guardò la padrona, come per ringraziarla, poi fissò
la tazza cogli occhi bramosi.
--Come si sente, signor Laner?
--Grazie.... ho fame.
Il malato, lentamente, tirò fuori la mano scarna, di cera, l'alzò
tremante.... ma subito la lasciò cadere sulla rimboccatura delle
lenzuola.
--Buon segno, se ha fame! E si consoli che l'ha scampata bella e ha
fatto presto!--Poi la padrona avvicinandosi al tavolino per deporre la
tazza, soggiunse, sicura di fargli piacere:--Vado a chiamare la signora
Evelina.
--No! No!--rispose Pietro colla voce fioca.
--È sempre lei che le dà il brodo e le medicine. Se non la chiamassi
potrebbe aversene a male.
--No! No!--ripetè il Laner agitando il capo sul guanciale, e fece per
tirarsi su a sedere, ma lo assalì vivissimo il bruciore dei vescicanti
in tutto il corpo rotto, e mormorò ricadendo disteso:--Non posso....
Non posso....
--Vuol far troppo il bravo, lei!...--E la padrona mentre gli faceva
sorbire il brodo, tenendogli un po' la testa sollevata, e soffiando sul
cucchiaio pieno, si sfogò in grandi elogi pel dottor Foresti, per la
forza, il coraggio della signora Evelina e specialmente sul cavalier
Cantasirena, un cavaliere vero, pieno di talento, pieno di cuore, di
nobiltà e compitissimo sempre, colle signore!...
--Quanto tempo.... sarà?--domandò Pietro, riadagiando sul guanciale la
testa intronata, col viso più acceso, tutto in sudore.
--Quasi due settimane!--e la padrona gli contò come avesse avuto il
primo attacco e le varie fasi della malattia e ricominciò cogli elogi
alla signora Evelina, che non aveva mai abbandonato il suo letto,
sempre lì, giorno e notte!
--Non so nemmeno come abbia potuto resistere!... Ringrazi la
Provvidenza, signor Laner!... Le ha dato una sorella nella signora
Evelina: una vera sorella!
La parola "sorella" fece bene al Laner: mise come un po' d'ordine in
quella sua confusione, in quel suo turbamento di ogni idea, di ogni
ricordo: lo tranquillò, lo consolò.
--Sì!... Sì!... la signorina è buona!... tanto buona! Una sorella!...
una vera sorella! Non potrò mai ringraziarla abbastanza....--e si
commosse, s'intenerì profondamente: sentì attorno agli occhi e sulle
guance riarse, scorrere calde le lacrime.
E non si commosse soltanto per Evelina, ma pur anche vedendo la
padrona, che si moveva adagio per la stanza, in punta di piedi, facendo
qua e là un po' di pulizia. Oh, come aveva bisogno di riattaccarsi a
tutte quelle persone che lo circondavano, come aveva bisogno che quelle
cure, quell'affetto non gli mancassero mai!
--Signora....
--Comandi!--esclamò la padrona voltandosi di botto, collo strofinaccio
in una mano e nell'altra la lucernetta che stava spolverando.--Comandi?
--Anche lei è stata.... tanto buona con me!--e aggiunse subito col
timore che avesse a scemare quel premuroso interessamento della
padrona:--Scriverò alla _Gazzetta Lombarda_.... per avere del denaro.
--Ma neanche per idea!--esclamò la padrona quasi offendendosi.--Il
cavaliere Cantasirena ha già dato quanto basta: vedrà la nota. Lei non
pensi che a guarire; è questo che preme!
Pietro continuò a guardar la padrona: sentiva che quella donna doveva
aver molto cuore, anche per la delicatezza con la quale metteva in fila
i boccettini e le scatolette sul cumò e spolverava il tavolo.
Dalla finestra socchiusa entrava colla luce più chiara, più viva, il
rumore confuso delle carrozze, della gente, delle campane lontane.
--Che giorno è oggi, signora padrona?
--Oggi?... Venerdì.
--Venerdì?...--La tenera letizia del Laner scomparve d'un tratto; egli
ricadde in uno scoramento, in uno sgomento pauroso:
Venerdì! Ricominciava a vivere di venerdì!... E Nora?... Nora?... E le
ventimila lire?... E le zie?... Se le zie, senza lettere, inquiete,
spaventate, correvano a Milano, e lo trovavano ridotto a quel punto....
e senza più un soldo?
"Dio! Dio! Dio!" e Pietro alzò gli occhi all'immagine della Madonna,
che aveva accanto al letto, e le si raccomandò con tutta l'angoscia,
con tutto il fervore dell'anima.
--Signora....
--Comandi?
--Non sono venute lettere da casa mia?
--Tutto quanto è arrivato per lei, è stato consegnato alla signora
Evelina. Eccola!--esclamò la padrona con gioia.--Allegri, signorina!...
Il nostro ammalato non si accontenta più del brodo! Non è vero, signor
Laner?
Evelina entrò in camera, bene assettata, ben pettinata, il fazzolettino
azzurro sulle spalle e la testolina dolcemente inclinata da una parte.
Si avvicinò al letto premurosa, ma senza fare il minimo rumore, e
subito, delicatamente, accomodò i cuscini sotto la testa del malato,
rimboccò le lenzuola, stirò con garbo la coperta.
--Si sente benino? Lo so. Me lo aveva detto il dottore. Ha dormito
tranquillamente, come un bambino, tutta notte. Ma la prego, tanto
tanto, ancora non deve parlare; non deve stancarsi.
La voce, gli sguardi della fanciulla avevano una seduzione dolce,
soave, ma senza timidezza, senza turbamenti. Era proprio la tenerezza
sicura, onesta di una sorella.
--Grazie....--mormorò Pietro con voce rotta: e fece per darle la mano.
Evelina gliela prese, ma stringendola appena, la ripose con affettuosa
sollecitudine sotto le coperte, che gli assettò di nuovo, gli serrò
bene attorno al collo e sotto le spalle.
La padrona, nel frattempo, se n'era andata collo strofinaccio sotto il
braccio e portando con una mano la tazzetta vuota del brodo, coll'altra
il lumicino da notte ancora acceso.
Il Laner fissò Evelina con un'intensità che rivelava tutti i suoi
timori.
--E le zie?--domandò con un tremito.
--Hanno scritto quasi ogni giorno; anche ieri sera--rispose Evelina
cercando la lettera nella saccoccia del vestito.--Cioè.... chi ha
scritto è don Giuseppe. La signora Angelica e la signora Rosa
aggiungono sempre i loro saluti.
E appoggiandosi alla sponda del letto, sempre sorridendo, spiegò subito
le cose. Essa, consigliata anche dal dottor Foresti, aveva scritto a
Crodarossa alle signore Laner avvertendole che il signor Pietro era
indisposto, ma che il dottore assicurava che non c'era da prendersi
nessuna pena: il male, un male alla testa, una febbre reumatica, era
cosa seccante, che richiedeva cure e riguardi, ma affatto passeggera,
affatto senza pericoli. Aveva aggiunto che il signor Pietro era
assistito come fosse in famiglia, e che del resto lei stessa avrebbe
mandato tutti i giorni le notizie; e in prova di quella corrispondenza,
Evelina mostrò le lettere delle zie, colle raccomandazioni e i
ringraziamenti di don Giuseppe e sotto ad ogni lettera la calligrafia
grossa, stentata delle due vecchiette: "La zia Angelica ti manda i suoi
saluti e le sue benedizioni.--La zia Rosa invia pure benedizioni e
saluti...."
Dopo aver letto ad alta voce tutti quei bigliettini, la ragazza li
ripiegò con cura e li mise nel cassetto della piccola scrivania. Pietro
la guardava e piangeva silenziosamente.
--No! No!... Non deve commuoversi così!... Le fa male!...--e gli
asciugò gli occhi col suo fazzoletto.
--Non so cos'è.... I nervi.... è una convulsione....--balbettò il Laner
vergognoso della propria debolezza.
Aveva un'altra domanda che gli pesava sul cuore.... ma non osava, e
intanto ne faceva molte altre che si avvicinavano a quella.
--E.... il direttore?...
--So che sta bene. L'altro giorno mi ha scritto. Per le ventimila lire
è tutto a posto e lei ci può contare quando vuole. Sono alla cassa di
risparmio, sopra un libretto col suo nome.
--Dio! Dio! Fosse vero!...--balbettò il malato,--più per le zie, sa,
che per me!
Era proprio vero: Nora aveva confidato al Casalbara delle ventimila
lire prestate dal Laner, e il duca, dopo parecchi giorni, era riuscito
a procurarle, e d'accordo con Nora, erano state messe sopra un libretto
nominale, intestato al Laner. Ma di tutto ciò, Pietro non ne seppe
niente, mai, nemmeno da Evelina. Era il giornale le _Risorse Italiche_,
gli affari della _Navigazione_ che avevano rimesso in fondi lo zio
Matteo!
--E....
Il nome di Nora che gli riempiva tutta l'anima, tutto il sangue, gli
era corso alle labbra, ma lo ricacciò indietro arrossendo.
--E lei, non ha avuto dispiaceri per cagion mia?... Per essere rimasta
qui.... a curarmi.... a salvarmi?
--A me che importa?... Dicano, facciano quello che vogliono!... Io sono
padrona delle mie azioni; non devo renderne conto a nessuno. Il
mondo....--ed Evelina s'interruppe con un sospiro profondo,--oh, il
mondo non si occupa di me! Chi si occupa di me?... Sono troppo
brutta.--Ma a questo punto la tristezza, l'amarezza sembrò vinta dalla
bontà del cuore.--E c'è il suo bene anche ad essere brutta!--ripigliò
con un sorriso.--Almeno sono libera, e se sono stata qui, con lei,
nessuno ci ha trovato a ridire, nè la padrona, nè il dottore!...
Soltanto chi mi odia.... approfitta di tutte le occasioni, anche di
questa, per farmi del male.
Non c'era più bisogno di profferire il nome di Nora e però il poveretto
ebbe più coraggio di domandare di lei.
--E.... è già successo?--Anche la parola matrimonio non gli voleva
uscire dalla gola.
--No. Non ancora.
--E.... è sempre.... sicuro? È fissato?
--Sì, alla fine del mese.
Evelina vide l'occhio del Laner girare per la stanza. Capì che cercava
qualche indizio, una data, per sapere quanto mancasse ancora a quel
giorno.
--Fra tre settimane,--soggiunse pianino, con un filo di voce, ma con
un'intonazione ben chiara, penetrante.
Pietro rimase immobile, ma la sua faccia affondata nel guanciale
diventò più bianca, più contratta: gli occhi ebbero un tremolìo
lucente.... poi si voltò di colpo e scoppiò in singhiozzi.
--Ah! Signor Iddio! Signor Iddio!... Signor Pietro, si faccia
forte,--gemeva a sua volta Evelina, anch'essa colla voce rotta dal
pianto, e cercava di farlo voltare, come prima, di calmarlo, di tenerlo
quieto, ben coperto sotto le lenzuola.--Non faccia così!... Pensi che
ancora non è guarito!... Pensi alle zie che lo vogliono tanto bene! Lo
faccia un pochino anche por me!... Lei vuol tornare a star male!...
Peggio di prima!...
E siccome il Laner era sempre voltato colla faccia, e continuava a
singhiozzare, la ragazza si era chinata sul letto, e gli parlava vicino
vicino, nei capelli. Il malato ne sentiva l'alito caldo, e il piccolo
seno che si appoggiava, che premeva la sua spalla.
Dopo, durante tutto quel giorno, Evelina dimostrò una timidezza
pudibonda, una selvatichezza quasi sospettosa. Non si appoggiava, non
si chinava più sul letto, non assettava, non gli accomodava più le
coperto.... Quando il Laner la chiamava, essa trasaliva, e si
avvicinava appena di qualche passo, arrossendo, ma tenendosi sempre
discosta, silenziosa....
Pietro, che si era addormentato verso l'imbrunire, si svegliò molto
tardi. C'era il dottore, ritto in piedi, accanto al letto, c'era la
padrona che gli faceva lume, ma Evelina non c'era più. Era tornata a
casa sua. Ormai il malato non aveva più bisogno di un'assistenza
continua: la padrona, che dormiva lì vicino, sarebbe accorsa, qualora
avesse chiamato o l'avesse sentito inquieto.
Pietro dormì benissimo, placidamente tutta la notte. La mattina, appena
svegliato, cercò subito cogli occhi Evelina, ma non c'era, non era
ancora venuta.
Entrò invece la padrona ad aprir la finestra, a portargli il brodo col
pane affettato; ma la padrona lo infastidiva col suo continuo girare,
col suo continuo parlare. Eppoi non aveva il garbo di Evelina. Dopo
averlo aiutato a mettersi a sedere sul letto, lo piantava li, solo,
senza nemmeno accomodargli i guanciali, senza ricacciargli sotto, per
bene, le coltri.
--No, no. Non aveva garbo, nè cuore. Mostrava un po' di premura per
interesse, nient'altro!
Pietro continuò ad aspettare la ragazza tutto il giorno: la ragazza non
si lasciò vedere. Ma la sera, seppe poi da Taddeo, venuto, al solito,
per le notizie, che Evelina aveva avuto una gran lite col colonnello.
--E anche.... colla signora.... Eleonora?
--La signorina Nora era fuori. Sta fuori tutto il giorno colla contessa
Schönfeld, per le spese del matrimonio: vestiti, cappellini,
biancheria....
Il povero Laner, quella sera, stentò assai a pigliare sonno. Pensava,
sospirando, alla buona ragazza che soffriva tanto per lui, che aveva
tanti dispiaceri per lui. E il direttore? Che canaglia! E se anche le
ventimila lire fossero una delle solite promesse? E le zie?... E
Nora?... Nora?... E i vestiti, i cappellini.... la biancheria di
Nora?... E Nora e il Casalbara, e Nora del Casalbara, era tutto un
tormento, un orgasmo, un eccitamento affannoso.
E anche il giorno dopo.... tutto il giorno solo! La padrona, che veniva
a intromettersi, a chiacchierare finchè c'era il dottore; e poi solo,
sempre solo, senza poter leggere nemmeno i giornali, senza poter
scrivere nemmeno una parola alle zie, a nessuno. Voleva far dire a
Evelina da Taddeo, che non lo abbandonasse, che non lo dimenticasse, ma
anche Taddeo, tanto aspettato desiderato, non fu visto comparire.
--Ah, mio Dio!--sospirava il povero Laner quella sera, col dottor
Foresti, senza sapere quanto fosse profonda la filosofia della sua
noia,--ah, mio Dio!... pensare che la vita è così corta, e i giorni
sono tanto lunghi!
--Domani le permetterò di alzarsi da mezzogiorno fin verso le quattro.
Mangerà una buona zuppa la mattina, e sul tardi un'ala di pollo e le
permetterò pure di bere due dita di vino, del barbera vecchio, o meglio
ancora del bordò.
Infatti, il giorno dopo, quando venne il dottore, Pietro Laner era
presso la finestra, sdraiato in un vecchio seggiolone, imbacuccato in
uno scialle, colle gambe avvolte nelle coperte.
Il dottor Foresti lo trovò bene: notò che ogni giorno faceva passi da
gigante, e, dopo essersi congratulato, gli portò i saluti del cavalier
Cantasirena, incontrato allora sul Corso.
--Mi ha detto che oggi o stasera, verrà certo a vederla. Occorre che
lei faccia presto a guarire. Deve essere il suo _alter ego_, il suo
segretario particolare.
Il Laner volse al dottore lo sguardo incerto, smarrito:
--No, no; appena in gambe.... torno a Crodarossa!
--Ma come? In questo momento?
Pietro tornò a fissare il dottore: non capiva bene.
--Tutte le cantonate sono tappezzate di manifesti della _Navigazione
Cisalpina!_ Si tratta, pare, di un'impresa di molti milioni. Lei saprà
di che si tratta. Mi dica, mi spieghi; cos'è?
Pietro scosse la testa; non ne sapeva nulla, e tornò a borbottare:
--Appena è possibile, vado a Crodarossa!
E anche dopo, rimasto solo, continuava a scuotere la testa, a dir di
no, di no, fra sè e sè.
Andarsene, fuggire, fuggire da Milano, fuggire da Nora, fuggire da quel
desiderio che lo accendeva, fuggire da quella gelosia che lo divorava!
E sospirava Crodarossa. E il paesello gli appariva ancora più
tranquillo, più chiaro, più ridente colla chiesa bianca, circondata dal
piccolo cimitero, sulla collinetta alta, in mezzo al sole.
Là erano sepolti il suo povero babbo e il suo povero zio. Vedeva la
fossa del babbo colla croce arrugginita, la tomba dello zio colle
lettere dell'iscrizione ancora rilucenti. E ricordava le feste, i
tridui, le campane, i mortaretti, e gli pareva che appena fosse
tornato, appena si fosse rifugiato lassù, vi avrebbe ritrovato la pace
di un tempo; senza pensare che quella pace tanto rimpianta, allora era
lui che l'aveva dentro di sè, era lui, allora, che la portava nel
cuore.
Sì, sì!... Le zie! Vivere unito sempre alle sue buone vecchiette....
Confidar tutto a don Giuseppe!... Farsi perdonare.... farsi
assolvere.... e ricominciare una nuova vita, in pace con tutti, anche
con Dio! E in fondo al cuore si acquetava anche il pregiudizio pauroso
del venerdì. Avrebbe cominciato allora veramente a rivivere, a rivivere
la vita dello spirito, la vita della grazia, la vita nuova!
Oh, come sospirava quel giorno! E vedendo il suo letto candido si sentì
attratto anche da quel rifugio, da quella promessa di riposo, di oblìo.
Vi si trascinò solo; e la padrona, quando capitò col pollo e il bordò
del _Cova_ portato da Taddeo, lo trovò già in letto.
Il Laner mangiò, divorò tutto in furia, e quando ebbe bevuto le "due
dita" di vino eccellente sentendosi rianimare ne domandò ancora:
--È così piccolo il bicchiere.... un bicchierino da rosolio....
La padrona si lasciò commuovere: versò un altro dito di vino, poi se ne
andò, portando via la bottiglia.
Ma il cibo, il bordò, gli diedero un orgasmo affannoso, un caldo
insopportabile.... Si soffocava.... Che afa! voleva far temporale!
--Oh Nora! Che infame! Che infame! Darsi, vendersi a un vecchio!
Quell'ora vicina al crepuscolo era più fosca e buia por il cielo
annuvolato.
--Che caldo! Dio! Che noia! Sempre solo, senza poter leggere, senza
poter scrivere....
A un tratto, sentì un passo, un fruscìo nell'altra camera, poi la voce
di Evelina.
--Si può?
--Venga! Venga!--esclamò il Laner tutto consolato.--Finalmente,
signorina! Credevo mi avesse dimenticato, che non venisse più, nemmeno
per farsi ringraziare!
E Pietro, le pupille lucenti, le prese tutt'e due le mani e gliele
strinse con un'effusione tenerissima, appassionata.
--Perchè?... Perchè sparire così? L'ho tanto aspettata, l'ho tanto
desiderata in questi giorni!
--Lei non aveva più bisogno di me,--rispose la ragazza scrollando
mestamente la testina inclinata e ben pettinata. Aveva il viso meno
pallido, meno patito per il riposo di quei giorni.
--Ho sempre bisogno di lei; di lei così buona!
E il poeta dell'_Invito_, dell'_Incanto_, dell'_Inganno_, soggiunse con
tenerezza maggiore:--così _sororalmente buona!_
Evelina, sempre a capo basso, faceva rigirare il _pince-nez_,
torcendone il cordoncino colle dita nervose.
--Adesso sono sola, sempre sola,--disse poi arrossendo un poco,--e in
casa ho tanto da fare. Poi, ancora, il dizionario!
Ci fu un momento di silenzio. Pietro pensava dolorosamente a quel
"sola--sempre sola!" Voleva dire che Nora era sempre con quell'altro!
Evelina continuava a far girare e rigirare il _pince-nez_, torcendone
il cordoncino e a volte sogguardando il Laner con una timida carezza
negli occhi languidi.
--Perchè non verrebbe qui da me, col lavoro?--domandò poi il Laner.--Io
potrei aiutarla a correggere le bozze.
--Sì, sì; questo sì!--esclamò la ragazza vivamente, avvicinandosi al
letto.
Pietro la guardò, l'osservò bene: aveva indosso la vecchia giacchettina
blù di Nora!
Oh, quante memorie dolci, care, suscitava nel cuore dell'abbandonato,
quella povera giacchettina logora! Come stava bene a Nora, quando
camminava diritta col suo passo leggero, ardito, le mani affondate
nelle tasche e tutto il bel corpo si disegnava alto e florido! Quante,
quante volte aveva baciato Nora su quella giacchetta!... Per Nora era
un po' corta, stretta; per Evelina, pareva quasi un paltò!
Povera Evelina!...
Ma pur compassionandola per il contrasto dal quale rimaneva offuscata,
ricordò istintivamente che anche il povero corpicino non era così
misero come pareva.
--Allora, a domani, se appena mi sarà possibile!
Ed Evelina, forse mortificata o impermalita per quel lungo silenzio, si
preparava ad andarsene.
--Va via?... Così presto?--esclamò Pietro con uno smarrimento quasi
pauroso, fissando sempre la giacchettina blù, che gli appariva in mezzo
alla camera buia, come il fantasma di Nora.
--Si fa tardi,--osservò Evelina, con un sospiro, avvicinandosi alla
finestra.--Si fa tardi; e poi minaccia un temporale.
--La supplico tanto, signorina! Non mi lasci solo. Ha poco, sa, da
portar pazienza per me. Ha pochi giorni ancora da sopportarmi. Vado! Me
ne vado! Torno a casa mia! Appena posso muovermi, vado via subito,
subito, subito!
E nella voce, nell'accento, nell'angoscia del Laner vi era tutto il
rimpianto, tutto lo strazio del suo grande amore, del suo immenso
amore.
Evelina non rispose. Dov'era?... Non si vedeva più.
Era sparita?
Non si vedeva nell'oscurità che il chiaror cupo, rossastro della
finestra, e il bianco del letto.
--Dov'è signorina? Venga qui! Signora Evelina!--ripetè Pietro dopo un
istante, più vivamente.--Cosa fa? Ma dov'è? Venga qui!
Poi, alzandosi un po', vide che la ragazza si era buttata nel
seggiolone presso la finestra: aveva il capo basso, il viso nascosto
nelle mani.... piangeva.
--Piange!--esclamò il Laner, rizzandosi di colpo sul letto.--Piange?
Venga qui! Ma venga qui! Perchè piange?
L'altra non rispose, non si mosse, scoppiò a piangere più forte,
dirottamente.
--Venga qui! Voglio che venga qui!--gridava il Laner fuori di sè.
Evelina, sempre piangendo, singhiozzando, si alzò lentamente, si
avvicinò, attratta contro il voler suo dal fascino, dalla voce
imperiosa del giovane. Quando fu in mezzo alla stanza, un lampo la
rischiarò all'improvviso: aveva la faccia nascosta nelle mani, tutto il
corpo sussultava convulsamente, rotto dai singhiozzi.
--Venga qui!
E il Laner, sporgendosi dal letto, quasi a cadere, scivolando, riuscì
ad afferrarle un braccio, l'attirò a sè. Evelina non voleva; voleva
opporsi, liberarsi.
--No, no, signor Pietro!
Poi barcollò e gli cadde addosso.
--Perchè piange così? Perchè piange così?--continuava a domandarle il
Laner teneramente, affettuosamente, accarezzandole i capelli,
baciandole le mani, e baciando ancora, farneticando dietro a
"quell'altra", la giacchettina blù.
Evelina, a sua volta, non poteva più frenarsi. In un trasporto di
tenerezza, di singulti, di lacrime lo scongiurò di salvarla, prima di
partire, prima di abbandonarla per sempre; salvarla per carità! o lei
faceva uno sproposito, si buttava dalla finestra!
.... Parlasse, quella sera stessa, parlasse alla sua padrona così
buona, perchè la prendesse con sè. Nora la odiava, la detestava, le
aveva messo contro lo zio Matteo, l'aveva fatta strapazzare,
maltrattare. E quando Nora fosse maritata, non voleva, non poteva
restare in casa lei sola, in mezzo alla tresca vergognosa dello zio
colla Gioconda, con quella servaccia che tutti i giorni diventava più
sfacciata, più cattiva, più insolente!
--Lo prometto, lo prometto! Stasera stessa parlerò. La padrona la terrà
certo con sè. Ma non pianga così. Si calmi! Potrà combinare, fissare di
restar qui. La padrona sarà contentissima. Fra poco.... resta libera la
mia stanza....
--Sì! sì!--esclamò Evelina tremante, vibrante, trasfigurata, con
un'altra voce, con un'altra espressione.--Sì! sì!... Sempre! Quando
lei, Pietro, non ci sarà più, almeno vivere qui, morir qui, sempre,
sempre!
Ma poi, come tornando in sè, spaventata e vergognosa di ciò che aveva
detto, del segreto, del "segreto suo" che le stava per sfuggire, si
ritrasse allontanandosi. Il Laner, più pronto, le prese la giacchetta.
Evelina fece uno sforzo per divincolarsi, e la giacchetta, dagli
occhielli logori, si sbottonò d'un colpo: sotto, non aveva che la
camiciuola di mussola leggera, scollata. In quel buio, apparì il bianco
del collo, il bianco del seno. Pietro commosso, acceso, esaltato,
sporgendosi con un piede giù dal letto, cingendole con un braccio la
vita esile, strinse Evelina fortemente, appassionatamente.... La
faccia, la barba lunga, ispida, toccò, il collo, il seno ignudo....
Sussultando, arrossendo, Evelina gittò un grido, un riso folle di
piacere. Si buttò sul letto di colpo, serrandosi con uno spasimo
convulso addosso a Pietro. Lo avvinghiò col corpo magro, serpentino; lo
baciò come una pazza sugli occhi, sulla bocca, sul petto, soffocandolo
col fiato caldo, mormorando parole rotte dai singulti, dai tremiti:
--Prendimi, prendimi, prendimi!
Cercò, trovò la mano madida del convalescente, la strinse, l'accarezzò,
si accarezzò tutta con essa ridendo, rabbrividendo, tenendola amorosa,
premendola forte sul piccolo seno balzante, anelante....
--Prendimi, prendimi!... Sono sola! Sono libera di me! Sono padrona di
me! Voglio esser tua! Lo voglio io! Fammi morire.... morire tua....
Voglio.... voglio.... tua....
La finestra si spalancò per un colpo furioso di vento: nella contrada,
lontano, sbattevano, echeggiando le imposte: un lampo, un fragor lungo,
uno scoppio, un tuono terribile, e subito la pioggia cadde a dirotto,
scrosciante.