Pietro Laner era infelicissimo. Sconvolto, straziato dal dolore,
dall'amore, dalla collera, aveva impeti di passione e di gelosia
terribili;... eppure sperava, sperava sempre. Ed era quel barlume di
speranza che lo teneva ancora a Milano.... forse era soltanto
quell'ultima illusione del cuore che gl'impediva di diventar pazzo,
pazzo davvero, e di commettere un delitto contro sè stesso o contro
quella svergognata, infame, che si vendeva a un vecchio!
Ma la svergognata, l'infame era Nora; Nora che gli aveva promesso,
giurato tutto l'amore colla sua bella voce armoniosa, cogli occhi
appassionati e teneri:
"....Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!..."
Era credibile che Nora potesse tutto dimenticare? Dimenticare col
cuore, coll'anima.... dimenticare coi sensi?
No, non era credibile; era impossibile. Era uno stordimento
dell'orgoglio, della vanità, dell'ambizione, dei danari!... Era
quell'essere ignobile del direttore che l'aveva abbindolata, raggirata;
era un'illusa o una sedotta, ma pure era Nora, la sua Nora, e non
avrebbe potuto dimenticare....
"....Ti amo! ti amo! ti amerò eternamente!"
Ma Dio, Dio santo, non avesse cuore, era pur fatta di carne e di
sangue!... Doveva sentire la diversità del suo amore, dall'amore d'un
vecchio, la diversità de' suoi baci dai baci di un vecchio! Ma non
avrebbe mai, mai, un fremito di ribrezzo, un impeto di rivolta, un
pentimento, un rimorso?...
E Pietro Laner tornava a sperare. Aspettava una lettera di Nora, a
tutte le ore del giorno. A casa, spiava, tremava quando arrivava il
postino. Alla _Gazzetta Lombarda_ aspettava sempre il cupo _tuc-tuc_
della gamba di Taddeo, che arrivasse con un biglietto. A condurlo
dall'avvocato, a spingerlo a fare quell'intimazione delle ventimila
lire, era stato Paolo Jona. Il Laner aveva accettato il consiglio
perchè era l'unica via, anche indiretta, anche odiosa, per
riavvicinarsi a quella gente.... a Nora. Avrebbero dovuto rispondere, e
lui, finalmente, avrebbe saputo qualche cosa: questo soltanto gli
premeva.
Se Nora gli avesse scritto, gli avesse detto una parola, egli le
avrebbe subito perdonato. Perdonato?... L'avrebbe amata ancora di più!
Sarebbe stato più umile.
E soltanto per Nora, per farle migliore impressione, caso mai
rincontrasse, le aveva sacrificato anche quegli occhialacci colle
suste, che le erano tanto antipatici.... E faceva la posta alla
Gioconda.
Per ciò, quando gli giunse la lettera di Evelina, il povero ragazzo,
che non era ancora diventato matto pel dolore, quasi lo diventava per
la gioia. Certo, Evelina gli aveva scritto per incarico di Nora; di
Nora pentita, ma che non voleva essere la prima a cedere....
Le ventimila lire, il direttore, la citazione, non gli passarono
nemmeno per il capo!
Nora! Nora! Era stata Nora! Evelina era d'accordo con Nora!
Aveva ricevuto la lettera prima di sera, tornando a casa dalla
_Gazzetta Lombarda_: e doveva aspettare fino alle dieci della mattina
dopo!
"Quante ore!... Quante ore!... Come far passare tante ore?..."
In mezzo a quel primo impeto di gioia, sentì nell'animo rinato anche un
trasporto più vivo di fede; e insieme con tutte le nuove speranze,
ritornarono a galla i pregiudizi paurosi. Corse a ringraziare la
Madonna, "la sua" Madonnina buona di San Francesco!... Ma nell'uscir di
chiesa si turbò, per aver incontrato un frate: gli avrebbe portata la
jettatura!
Che notte eterna, affannata, angosciata!... Sempre dinanzi la Nora e il
Casalbara,--come una volta, nelle notti dell'adolescenza, sempre la
Doralice e il croato. Ma adesso, per di più, che strazio, che furore di
gelosia, che delirio!...
Voleva alzarsi tardi perchè giungessero più presto le dieci; ma poi,
appena l'alba, saltò giù dal letto, uscì: aveva bisogno di camminare.
Nora, sarebbe venuta lei ad aprire?... O egli l'avrebbe trovata lì,
nella saletta, con Evelina?... Sarebbe rimasta in camera sua ad
aspettarlo?...--Ma che importava dove, quando?...--C'era! Ci sarebbe
stata! L'avrebbe riveduta!...--E l'immagine di Nora riempiva tutta
quella contrada dalla quale non era più passato, altro che di notte;
tutta quella casa, che non aveva più riveduta, altro che di notte,
quando stava lì, per ore e ore, pauroso di essere scoperto, come un
ladro in agguato; stava lì per ore e ore, a girare, a guardare, a
spiare.... e ad almanaccare, a fantasticare, a sospettare le cose più
strane, più terribili.
Sperava di veder Nora alla finestra; o che le finestre fossero
socchiuse, come quando la ragazza era in collera e lo aspettava
nascosta dietro le persiane, per vederlo senza lasciarsi scorgere.
Invece la finestra era spalancata, il piccolo tappetino del letto
buttato sul davanzale....
La Gioconda faceva la camera?... Nora era uscita?
Il Laner si fermò di colpo: non aveva più una goccia di sangue.
--Oh, il signor Pietro!--esclamò la Gioconda, che spazzava
l'anticamera. Era quello il giorno del gran pranzo al duca di
Casalbara, e tutta la casa, per ordine del direttore, doveva essere in
ordine e lucente come uno specchio.
--Il signor Pietro!...--E la Gioconda continuava a fissarlo, col
faccione attonito.--Ma sa che lei è diventato brutto?... Brutto da far
spavento?
--C'è la signora Evelina?...--balbettò l'altro, che non riusciva a
vincersi.
--È di là!... In saletta! E non c'è che lei in casa. La signorina Nora
è fuori; il signor direttore è fuori!
E mentre il Laner, colle lacrime alla gola, si avviava per entrare
nella saletta, la Gioconda lo seguì con una lunga occhiata
canterellando: "Ah, l'amore, l'amore è un dardo!"--e ricominciò a
scopare.
--Oh, il signor Laner!--esclamò Evelina alzandosi allegra e sorridente,
per corrergli incontro e stringergli la mano. Ma poi, guardandolo,
anche Evelina rimase colpita.
--Come sta, signor Laner?
--Bene!--rispose Pietro arrossendo, perchè la ragazza si era levato il
_pince-nez_ per fissarlo faccia a faccia.--Bene!...--e abbassò il capo,
si chinò, accarezzando _Numa_ che gli era capitato, sfregandosi, fra le
gambe.
Evelina era vestita di nero, con un _foulard_ celestino sulle spalle;
il vestito e il colore che le stavano meglio. Tornò subito a sedersi e
a scartabellare il dizionario.
--Sto facendo il conte Bobboli.
--Il conte Bobboli beì?--domandò distrattamente Pietro Laner,
guardandosi attorno in quel salotto che gli pareva mutato, diverso. Era
già pentito; aveva rabbia di esserci tornato.
--Sì, il conte Bobboli e Pio Calca. Lo zio Matteo, credo, li vuol
cucinare per le prossime elezioni, per contrapporli al Bonforti a
Primarole e al Ghirlanda a Castellanzo!--soggiunse sorridendo Evelina,
col disprezzo che le veniva dal suo mestiere di fabbricar grandi uomini
a un tanto la riga.
Ma l'altro, ascoltava senza capir niente: Evelina ricominciò a
scrivere.
--Dunque?--domandò il Laner colla voce grossa, soffocata.--Dunque?... è
proprio vero?
--Sì,--rispose la ragazza più col capo che colla voce, lentamente. Poi
soggiunse:--Quella lì, non ha mai saputo cosa voglia dire amare....
essere amati!... Oh, non aver cuore.... è una gran fortuna!
Pietro Laner si buttò sopra una seggiola, nascose il capo fra le
braccia incrociate sulla tavola, e scoppiò in lacrime.
Evelina si alzò, gli andò vicino, per confortarlo, per consolarlo,
accarezzandogli i capelli colle dita leggere, col fiato caldo.
--No! No! signor Pietro!... Non pianga così!... Mi fa troppo male!...
Pensi.... lei non è mai stato apprezzato! Non è mai stato capito!... È
un grande dolore, sì, è vero; ma se invece fosse poi stato infelice
tutta la vita?... Lei è giovane; potrà ancora dimenticare, amare
ancora; essere tanto tanto amato, lei così buono, colla sua nobile
intelligenza; lei che merita tutto: amore, adorazione, tutto, tutto!
Signor Pietro, la supplico, non faccia così!... Mi guardi!... Abbia un
po' di compassione anche per me!
Evelina gli alzava il viso con le due mani, perchè la vedesse in
faccia, perchè vedesse anche le sue lacrime, poi ricominciava sempre
più vicina, sempre più a ridosso:
--E io allora, signor Pietro?... Io che non ho una speranza al mondo?
Io che non ho nessuno, che non avrò mai un'anima che mi voglia bene?
Nora mi odia, lo zio Matteo mi tiene qui soltanto perchè gli sono
utile.... Che cosa sarà di me?...--E la ragazza pure singhiozzava
mormorando:--Morire.... morire.... finirla.... morire!
Pietro si asciugò gli occhi, fece forza per vincersi, per non dar
troppa pena alla buona Evelina.
--No.... no. Lei troverà sempre chi le vorrà bene.... perchè lei ha
molto cuore!
Si guardarono, s'impietosirono l'uno per l'altra e sospirarono insieme.
Poi il Laner, con una matita, distrattamente, cominciò a disegnare
figure e geroglifici sur un vecchio libro.
Evelina, in piedi, accanto a lui, gli aveva preso l'altra mano e gliela
stringeva, con affetto, per confortarlo.
Dopo un istante si guardarono di nuovo: la stretta di mano fu assai più
forte, più lunga, e seguitarono a sospirare e a tacere.
Nel salotto non si udiva che il russare di _Numa_ sul canapé, e dalla
cucina il rumor sordo dei colpi della Gioconda che batteva le
costolette.
--Che cosa sarà di me?--tornò a gemere la fanciulla sospirando.--Cosa
farò?... Dove andrò?
--Perchè?--domandò l'altro, tornando a sentir più vivo il suo dolore e
soltanto tutto il suo dolore, dopo quel primo abbattimento, dopo quello
sfogo di lacrime.
Lì, sulla tavola da pranzo, dove andava sempre a finire tutta la roba,
c'era un ritratto di Nora: una _prova_, mandata dal fotografo.
--Perchè?--ripetè il giovane fissando il ritratto.
--Perchè.... io.... resterò sola,--rispose Evelina,--quando Nora si
mariterà.... Resterò sola.... e sarà presto.
--Allora, lei, perchè m'ha scritto? Perchè m'ha fatto venir
qui?--proruppe il Laner brutalmente.
Evelina lo fissò smarrita, poi balbettò, chinando il capo:
--Se ho fatto male, mi perdoni!... Che cosa le ho scritto? Non so: non
ricordo più. Avevo bisogno di aiuto, di conforto.... Credevo,
speravo.... che anche lei desiderasse il conforto di una parola
amica....
--Io?... Perchè?... Confortarmi?... Io?...--gridava Pietro,
accendendosi, fuori di sè.--Confortarmi?... Se tutti si congratulano
della mia fortuna! Sì! Per essermi salvato a tempo!... Anche Paolo Jona
me lo diceva: Sei stato fortunato: devi ringraziar Dio!... Oh, se lo
ringrazio Dio!... Ti ringrazio! ti ringrazio! ti ringrazio!--E il
giovane levava diritto verso il cielo il pugno chiuso. La voce rotta da
un tremito convulso, il viso contraffatto, sconvolto, livido, gli occhi
torvi, stralunati, ansava, smaniava, pestava i piedi, barcollava come
un ubriaco.
--Signor Laner! Signor Laner!--balbettava Evelina spaventata.
--Le fo paura? Ha paura?... Perchè mi ha fatto venir qui, lei?
Risponda!--E il giovane, fissandola, le si avvicinò, mentre l'altra
premeva già la mano sulla maniglia dell'uscio per essere più pronta ad
aprire e a scappare.--Perchè? Deve esserci il suo perchè, se mi ha
fatto venir qui! Io sono caduto nel laccio anche stavolta!... Sono
corso qui, come una bestia, senza capir niente, ma adesso voglio
saperlo! Voglio saperlo!--E perduto affatto il lume degli occhi afferrò
Evelina per il braccio, e la buttò in mezzo alla saletta,
minacciandola.--Perchè mi ha scritto di venire? Perchè mi ha fatto
venire?.... Voglio saperlo!
--Gioconda! Gioconda!--strillò Evelina tutta tremante.
Ma invece della Gioconda, si presentò di colpo Matteo Cantasirena.
--Voi qui? In casa mia? Che volete?
L'esaltazione del Laner era arrivata a un punto tale che più nulla
poteva frenarlo.
--Da lei, intanto, voglio essere pagato!... Cogli altri la
discorreremo!
--Egregiamente!--rispose il direttore, con solenne sicurezza.--Preme a
me, più che a voi di finirla; finiamola! Venite di là!
E si avviò maestoso, mentre l'altro lo seguiva a testa bassa, cogli
occhi stravolti.
Entrato nello studio, Cantasirena andò a sedersi alla scrivania, cercò
un foglio e lo distese sulla cartella, domandando al Laner che gli
stava dinanzi immobile, muto:
--Quanti ne abbiamo oggi del mese?
--Non so,--rispose l'altro colla voce alterata.
Il direttore cercò la data sopra un giornale, poi cominciò a scrivere,
e continuò a scrivere sereno, sorridente.
Pietro Laner era sempre in piedi, dinanzi alla scrivania. Dacchè era
entrato nello studio col direttore, gli era cominciato un ronzio nelle
orecchie, insieme a un rumor sordo, cupo, che diventava sempre più
forte. Colla mano si premeva la fronte, si premeva gli occhi: vedeva
guizzi, scintille di fuoco.
--A voi!--gli disse il direttore quando ebbe finito di scrivere,
piegando il foglio, mettendolo in una busta.--Dal momento che invece di
fare una quistione di cuore, voi non fate che una quistione misera
d'interesse, tutto resta definito in piena regola.
Matteo Cantasirena dichiarava in quella lettera di avere ricevuto da
Pietro Laner di Crodarossa lire ventimila, e si obbligava di
restituirle entro un mese, cogli interessi al sei per cento.
--A voi.
E il direttore gli porse il foglio; l'altro non si mosse.
--Se invece del sei per cento, volete il sette, siamo ai vostri ordini.
--Nora.... E Nora....--balbettò il Laner: gli tremavano le braccia;
tutta la persona era scossa da un sussulto violento; poi a un tratto
barcollò, annaspò colle mani, e stramazzò di colpo, per terra.
--Evelina! Gioconda!--gridò Cantasirena spaventato e
commosso.--Evelina! Gioconda!...
Le due donne si precipitarono nello studio.
--Dio! Dio!
--Cos'è successo?
--Il povero Pietro,--balbettò Matteo ansando, sudando, cercando di
sollevarlo e di tenerlo fermo.--Ha le convulsioni! Diventa matto!
Aiutami, Gioconda!... Evelina! Prendi dell'acqua! Dell'aceto! Una di
quelle bottiglie di cognac che ho mandato dal Cova per il pranzo!
Evelina corse a prendere la roba: Matteo e la Gioconda portarono Pietro
sul canapé.
--Tienlo forte, Gioconda!
Il Laner diede ancora due o tre scossoni violenti, un gran sobbalzo....
poi rimase fermo, disteso, irrigidito, il viso contraffatto da una
smorfia dolorosa, le labbra stirate, la schiuma alla bocca.
--Pietro! Pietro! Signor Pietro!
Evelina lo chiamava per nome, colla voce più tenera, più affettuosa, lo
spruzzava delicatamente, gli bagnava leggermente coll'aceto la fronte e
le nari.
Invece Matteo Cantasirena, rimesso dal primo spavento, cominciava a
brontolare.
--Anche questa mi capita, anche le convulsioni!... Anche il Laner che
mi diventa matto in casa.... Ma Gioconda!... Ma Evelina?... Come si fa?
E col Casalbara che viene a pranzo! E tutto ancora da preparare!
La Gioconda gli rispose stizzita:
--Bisogna fargli bere qualche cosa di spiritoso.
--Il cognac! Il cognac!--Cantasirena sturò la bottiglia del cognac.
--Pietro! Signor Pietro!--Evelina lo alzò un pochino, lo tenne su
diritto col capo, esortandolo carezzevole, mentre la Gioconda gli fece
ingoiare due o tre bicchierini di cognac, quasi di seguito: il Laner
dolorava, sbatteva i denti.
Matteo ricominciò a camminare in su e in giù, brontolando e se la prese
anche con _Numa_. Una volta che gli capitò tra i piedi, gli tirò un
calcio terribile: il gatto rotolò con un miagolio sordo e sparì.
--La finisca! Vergogna!--gridò la Gioconda, strapazzandolo.--Mandi
invece a prendere un brum, e faccia presto.
Il direttore uscì, chetamente, senza più fiatare.
Evelina sciolse al Laner il nodo della cravatta; la Gioconda gli
sbottonò la sottoveste.
--Appena si può farlo scendere, lo si pone in carrozza, e il signor
direttore col portinaio lo conducono a casa.
--Andrò io, invece del portinaio,--soggiunse Evelina.
Pietro aprì gli occhi, ma non capiva più niente, non sapeva più niente,
non aveva forza di camminare, di muoversi.
Una carrozza, dopo qualche momento, si fermò dinanzi alla porta.
--Ecco il brum!...--esclamò Matteo entrando nello studio.
--Vengo io pure con te, ad accompagnare il signor Laner,--gli disse
Evelina con voce grave, ma sicura.
Tutti e tre alzarono Pietro, lo tennero in piedi, lo trascinarono
adagio adagio.... Matteo Cantasirena e la Gioconda lo portarono fuori
sulla scala, lo portarono giù, quasi di peso, tenendolo sollevato per
le braccia. Evelina andava innanzi ad aprire gli usci: aprì anche lo
sportello del brum.... poi, infine, montò anch'essa in carrozza, e si
sedette in faccia a Pietro Laner, prendendogli le mani, accarezzandole,
stringendole forte, per fargli coraggio.