Il duca Giovanni di Casalbara e il commendator Francesco Kloss erano
intimi fra di loro, per via delle comuni intraprese donnesche. Si erano
conosciuti in casa di Madame Dupont, una vecchia parigina--forse--tutta
riccioletti che tingevano come il carbone, e molto servizievole. Ma
soltanto per le persone serie, ragguardevoli. Diceva ridendo, che molte
volte avrebbe potuto mettersi a fare anche lei il discorso della
Corona. "Signori Senatori: Signori Deputati...."
Il Casalbara e il Kloss si erano conosciuti lì; poi si erano
apprezzati, scoprendosi per i due amanti della stessa donnina che
costava un occhio al Casalbara e la rinnovazione di qualche
cambialetta, quando c'era anche la firma solvibile della sarta o della
modista, al banchiere Kloss. Da quel giorno, furono in lega. Sempre
insieme, indivisibili, simpatici l'uno all'altro per i loro vizi,
deridendosi reciprocamente per quel poco che ciascuno aveva di buono.
Il Kloss disprezzava il Casalbara per il fondo dolce, un po'
sentimentale del suo carattere e l'orgoglioso rispetto e la venerazione
quasi religiosa per il proprio nome. Il Casalbara compativa il Kloss
per le sue idee moderne, per la sua grande, maravigliosa attività, per
la sua febbre di lavoro, di guadagno. Erano tutti e due troppo diversi
per intendersi: diversi di nascita, di temperamento e di fortuna.
La fortuna del Kloss era stato suo padre, che aveva saputo fallire a
tempo e bene, mentre il suo socio si era impiccato fra i cortinaggi
della camera da letto. La fortuna del Casalbara era stato il fratello
Eriprando, morto a Josephstadt.
Il Casalbara era ancora giovanissimo, quando una notte, suo fratello fu
arrestato, condotto a Mantova e di là seppellito nella fortezza
austriaca.
I due fratelli erano orfani, e Giovanni rimaneva solo. Fu condotto a
Torino da una zia, la marchesa di Castelletto-Rugarole, e a Torino, fra
le signore della Corte e del bel mondo, fra emigrati, patriotti, uomini
politici e giornalisti, si cominciò quasi a dimenticare il martire che
languiva lontano, fra gli stenti e le sevizie del carcere, per
compiangere il bel giovinettino biondo e sottile che passeggiava sotto
i portici di Po, sempre vestito a lutto, sempre raccolto in una
mestizia grave.
E quando giunse la notizia che il duca Eriprando era morto laggiù di
patimenti e di crepacuore, si fece una grande dimostrazione sotto le
finestre di Giovanni, il quale dovette uscire a ringraziare la folla
plaudente. Da quel giorno, il solo, il vero martire fu lui, e dal
proprio martirio ebbe, in quel periodo di baldorie nazionali, tutte le
soddisfazioni, tutti i vantaggi, anche quello di un forte compenso per
i beni del fratello stati incamerati dall'Austria, e la concessione di
una lotteria che, affidata a mani esperte, gli fruttò un milioncino
netto, senza che lui nemmeno se ne fosse accorto.
Ma se gli altri avevano dimenticato il fratello per lui, Giovanni,
però, se ne ricordava sempre. Quella memoria era la sua religione, il
suo culto, la grandezza più fulgida della sua razza, che discendeva
dalle Crociate. Ed egli sentiva tutta l'alterezza di essere l'ultimo
rampollo di quella casa, e tutta la grave responsabilità che
gl'incombeva per essere il fratello di suo fratello. Soltanto la sua
mente ristretta, i suoi gusti, il suo genere di vita non gli
concedevano e non lo mettevano nemmeno in grado di poter compiere nulla
di straordinario, di elevato. Ed egli si accontentava di andare a poco
a poco in malora, pur di mantenere il lusso, il fasto della sua casa,
come l'aureola, il tabernacolo degno di quella tradizione antichissima
e di quella gloria recente. Il duca di Casalbara ravvolgeva la propria
persona di un riserbo dignitoso che non gli permetteva di portare in
pubblico i suoi vizietti: il martire superstite del martire di
Josephstadt, non poteva farsi vedere colle clienti di Madame Dupont: le
salutava in teatro con un sorrisetto e le mandava innanzi nel
gabinettino del _restaurant_, dove egli entrava poi, grave e serio, per
diventare subito, appena chiuso l'uscio, tenerissimo, tutto sorrisetti,
languori, moine.
Era perciò che le trattative di quei convegni venivano iniziate e
condotte a termine dal Kloss. Finchè c'era da mostrarsi, era sempre il
Kloss che andava avanti: quando c'era da pagare andava avanti il
Casalbara. Non che al Kloss spiacesse di spendere per taccagneria;
soltanto per il suo amor proprio di banchiere ci teneva a far sempre un
buon affare, anche quando si trattava di godere e di divertirsi.
Quell'omiciattolo dalle gambette storte, saltellante e sghignazzante,
che ficcava gli occhietti vivi addosso a tutte le donne,
arricciolandosi beffardamente i baffi duri colle dita pelose, nella
magrezza robusta de' suoi sessant'anni, era impetuoso e violento come
un frenetico. E mentre il Casalbara finiva coll'innamorarsi
sentimentalmente di tutte quelle ragazze e finiva col pagarle care per
la compiacenza di credersi corrisposto, l'altro s'imponeva minacciando,
le intimoriva, le maltrattava, riusciva a destare dei brividi di
ribrezzo dove non c'era più da vincere alcun pudore.... e non pagava.
La sua parola aveva valore, ma soltanto cogli uomini. In affari era
inappuntabile: colle donne diventava una canaglia senza scrupoli. Per
lui, le donne in generale, che non scontano, non hanno facoltà
giuridiche, non erano, al pari dei cavalli e dei cani, altro che
animali graziosi e docili allevati per il piacere dell'uomo.
Prometteva per arrivare a' suoi fini e poi, senza scrupoli,
sghignazzando, mancava di parola. Ingannava, commetteva bricconate, e
se ne gloriava, nel suo linguaggio mezzo meneghino e mezzo teutono. E
anche negli affari e alla sua banca, colle belle donnette, "coi pei
tonnett" ne faceva di tutti i colori.
Un giorno, un suo impiegato dei più vecchi, un vedovo, solo con una
figliuola, per una triste necessità, non sa più render conto d'una
certa somma. Il Kloss lo scaccia e lo denunzierà al procuratore del re.
La figlia sorprende il disgraziato col revolver in mano. In quella
pazzia del dolore, corre dal Kloss: lo supplica, lo scongiura, si butta
in ginocchio.... Il Kloss ha una sola parola, tronca, rauca; una
promessa che diventa una minaccia:
--Sì, subito, o il padre in galera!--E fu un impeto bestiale, un
assassinio, lì sul piccolo canapè dello studio, turandole la bocca,
soffocandola colla manaccia sudicia d'inchiostro, perchè l'usciere nel
corridoio non dovesse udire i gemiti, i singulti, la voce tremante,
spirante, che implorava pietà.
La sera, nella cameretta del terzo piano, la fanciulla pallida,
disfatta, seduta al povero desco, non toccava cibo, ma colle labbra
riarse e i tremiti della febbre, cercava ancora di confortare, di
consolare il babbo.
--Il signor.... Kloss aveva promesso....
In quel punto arriva un signore con due guardie. La denuncia era stata
fatta un'ora dopo la promessa del perdono.
Quando il poveruomo uscì dalla porta, fra le guardie, trovò sulle
pietre del marciapiede una massa di vesti e di carni in una pozza di
sangue: sua figlia si era buttata dalla finestra.
Era stato Francesco Kloss a scoprire la Nora.
Un giorno, sull'imbrunire, egli passava dalla via di Santa Margherita
coll'involtino dalla carta rosa, di prosciutto di San Daniele e di
mortadella, ch'era stato a prendersi apposta per il pranzetto, quando
addocchiò quello "_splentore di pionta_" che entrava nel negozio di
musica del Ricordi.
"Oilà! _Mi, stupito, alt_!"--e si fermò a guardare attraverso i
cristalli delle vetrine.
Nora, infatti, uscì poco dopo, col rotolo di musica sotto il braccio,
le mani nella tasca della giacchettina blù, lanciando un'occhiata
fredda ma scrutatrice sul Kloss, che--essa se n'era accorta--fingeva di
guardare nella mostra per aspettarla.
Nora non lo conosceva, ma quel brutto omino, col vestito nero
trasandato, infarinato di forfora, non dinotava certo di essere un gran
che: e Nora continuò col passo rapido e sicuro per la sua strada, senza
più badargli, nè pensare a lui.
Ma il Kloss era rimasto colpito, come gli accadeva di rado: col suo
involtino di prosciutto di San Daniele che ballonzolava, tenuto col
mignolo pel nastrino, continuò a seguirla passo passo.... fino a casa.
La sera stessa egli ne parlò a Madame Dupont in grande segretezza,
dandole il nome della via, il numero della porta e i connotati:
--"_Pussè crante che mì: i spal te matrona: un vitin te popola_,
capelli _pionti_ e un _ginger straortinarî! E.... cito col vecc._"
Il Kloss, che non nascondeva i suoi sessant'anni, dava del vecchio al
Casalbara che voleva nascondere i suoi sessantacinque.
--_A so temp ghe tirò mi tutt' coss!_
Due giorni dopo Madame Dupont gli mandava la risposta in un bigliettino
che lo fece starnutire tanto era impregnato di muschio.
"Carissimo Commendatore--(Madame Dupont teneva molto ai titoli)--Non
c'è niente da fare." E gli scriveva che c'era il fidanzato, che la
ragazza era di buona famiglia, figlia, nipote o parente, nientemeno,
del famoso cavalier Cantasirena, e che andava tutte le sere all'opera
al _Manzoni_ con una cantante ungherese, certa Edita Schönfeld, che si
faceva passare per contessa. E ripeteva, ancora, prima di finire:
"niente da fare, onesta a tutta prova."
--Per onesta, _poco mal_--borbottò il Kloss fra sè,--per _fitanzato,
poco mal_.... ma Cantasirena!... _Molto mal_!
Tedesco, finanziere, affarista, Francesco Kloss vedeva i giornalisti e
il giornalismo come il fumo negli occhi.
Ma Nora gli aveva fatto colpo.
--_La g'ha cuel bel farin te me n'inpipp!_...
Procurò di conoscere la Schönfeld per avere altre informazioni, e
queste furono assai meno scoraggianti. Nora non era sorvegliata: Matteo
Cantasirena non se ne curava: non era innamorata del suo fidanzato.
Essa era una ragazza positiva e ambiziosa: il suo sogno sarebbe stato
di spendere, di sfoggiare, di far la gran signora!
Francesco Kloss, arricciandosi i baffi, pensava che il sogno era bello,
ma costava caro.
--_El vecc! el vecc!_... Mio _pon_ amico Casalbara!--esclamò con un
ghignetto.--Il Casalbara, al solito, avrebbe filato il perfetto
amore.... avrebbe creduto di essere corrisposto.... e una volta che il
Casalbara fosse diventato il _cerente responsabile, pensassi_ mi _per
aferla in te le man!_"
Quella sera all'Eden, mentre il duca batteva graziosamente le punta
delle dita inguantate ad una canzonettista dell'_Orpheum_, il Kloss lo
fermò a mezzo del suo entusiasmo, e gli parlò della _splentita_ popola
che aveva visto uscire dal negozio Ricordi: ne parlò più tardi a cena,
ne parlò il giorno dopo, e quando lo vide un po' riscaldato, lo
condusse al _Manzoni_ e gli fece vedere la _bella popola_ nel palchetto
della Schönfeld.
--"Maravigliosa",--esclamò il Casalbara, dandosi un colpetto di mano ai
ricciolini biondi, alzandosi in piedi per farsi vedere, e fissando Nora
col canocchiale.
--_Una fera primizia da imperator!_
Nora, dopo aver guardato il Kloss (omai sapeva chi era), fermò lo
sguardo sul Casalbara, tutto ingommato, tutto attillato, tutto legato
nell'abito nero e nel _gilet_ bianco a cuore. L'occhio profondo di Nora
si fissò lungamente sul biondo senatore, ed ebbe una carezza così
calda, così penetrante che gli fece sentire un dolorino acuto sotto il
ginocchio, fasciato di lana.
--Maravigliosa,--ripetè il Casalbara con due o tre altri colpetti della
mano ai ricciolini gialli; poi odorò il mazzo di violette che aveva
all'occhiello, si grattò leggermente il ginocchio colla punta delle
dita e tornò a fissarla coll'occhialetto.
--Vi guarda,--gli disse Kloss.
--Saprà che sono il duca di Casalbara.--E cominciò a filare con Nora e
Nora con lui, mentre Francesco Kloss stava attento a tutti e due
ripulendosi le unghie nere collo stecchino da denti, che, dopo pranzo,
portava sempre con sè, per quell'uso, nel taschino del panciotto.
Finita l'opera, aspettarono la Schönfeld e Nora sotto l'atrio del
teatro.
Passandogli vicina, così alta, così bella, così bionda, Nora non guardò
il Casalbara, ma arrossì abbassando un po' il capo.
--_Una fera primizia da imperator!_--ripetè il Kloss, dandogli un altro
colpo nel gomito.
Il giorno dopo cominciarono a passare sotto le finestre, il Casalbara
ancora più roseo, più biondo, colle scarpettine dal tacco alto che
scricchiolavano.
Nora era alla finestra. La sera tornarono al _Manzoni_: Nora era in
teatro, e all'uscita arrossì ancora di più, ma questa volta, prima di
abbassare il capo, guardò il duca alla sfuggita.
Il Casalbara era rimasto palpitante, tremolante: il suo cuore tornava a
battere forte come i primi anni, a Torino, quando il martire
giovinetto, biondo ed esile, passeggiava melanconicamente sotto i
portici di Po.
Quella ragazza così fiorente e bianca e rosea nel candor verginale,
quella bellissima fanciulla bionda che lo guardava arrossendo,
timidamente, e che timidamente arrossendo, pareva innamorarsi, gli
recava tra mezzo i brividi occulti della passione, gli incanti più
dolci e più soavi.... come un vago risveglio, un rifiorir gentile, come
l'aura tepida, olezzante che annunzia il ritorno di una nuova
primavera.
Il Casalbara perdeva il giudizio e il riserbo. E quel primo giorno che
si trovò colla Nora in casa della Schönfeld, quando sopravvenne Pietro
Laner a guastare la festa, egli ebbe un impeto di furietta gelosa; la
gelosia astiosa, rabbiosa, tormentosa dei vecchi contro un amante
giovane.
--Se non fate presto--brontolò il Kloss, vedendolo imbronciato, coi
baffi irti, i ricciolini scomposti, e la pelle diventata grinzosa e
livida sotto la pomata,--se non fate presto, quel montanaro dalle
spalle _quatre_ ve la porta _fia_!
--È il mio martirio!... la mia tortura!--esclamò il Casalbara,
dolorando e colla voce stridula.--"Ma santo Iddio, come si fa quando
per disgrazia è una ragazza onesta!... È la prima volta che.... mi
capita!... Proprio quella lì!... Col mio nome.... nella mia
condizione.... non posso farla duchessa!...
--"Io le _mettessi_ in ordine una _palazzetta_ magnifica. Io le
_comperassi_ una _vittoria_. Io _avessi_ la più bella donna di tutta
Italia!"--E aggiunse con malizia che le giovanette inesperte
s'innamorano facilmente dell'eleganza, della dolcezza, dei _pei
parolett_, dei _pei regalitt_, degli uomini maturi, stagionati, ma
bisogna approfittarne finchè sono.... _in tell'error_.
--Ma.... il padre.... suo zio, quello che è?...
--_Poco mal:_ la _patrona_ è la _racazza_! Contenta lei, tutti
contenti. Io _parlassi_ con lei, _diretto_, domani, subito.
Il giorno dopo, ritornarono dalla Schönfeld, e, naturalmente, si
trovarono con Nora: essa portava le violette regalatele dal Casalbara
il giorno innanzi.
Il Kloss cominciò a ridere, a scherzare colla Schönfeld, un donnone
rumoroso e traballante, dal petto enorme. La Schönfeld era piena di
debiti, e contava un poco sul Kloss e molto sul Casalbara per poterli
pagare; contava moltissimo anche sulle raccomandazioni del cavalier
Cantasirena, per essere scritturata da un impresario dell'America.
Il Kloss continuò per un pezzo a perseguitare la Schönfeld, a correrle
dietro per le stanze, a volerla abbracciare; e intanto Nora e il
Casalbara, tutti e due vicini, tutti e due quieti dietro le tende della
finestra, continuavano a parlarsi....
--Lanciata la vostra _brafa dichiarazion_?--gli domandò il Kloss,
appena furono soli in via Manzoni.
--Capisco che ci tiene, capisco che è innamorata.... ma santo Iddio,
non posso dirle: vi amo, siate la mia amante, e non voglio nemmeno
dirle: vi amo, siate mia moglie.
--Oh questo no!--esclamò l'altro vivamente.--Non farete _de sti
racazzat_!--Questo non lo voleva nemmeno il Kloss. Amante del vecchio
Casalbara l'avrebbe tenuta nelle mani colle buone o colle cattive,
duchessa di Casalbara _afrebbe_ finito a far la _stupita_ con qualche
ufficialetto di _cafalleria_!
E gli fece capire che bisognava agire e parlare nello stesso tempo.
Dopo, quando fosse diventata la sua amante, non poteva più pretendere
di diventare sua moglie.
Agire e parlare nello stesso tempo!... Il Casalbara era un po'
perplesso e inquieto per molte ragioni. E anche per i rimorsi della
coscienza. Non dormiva più, faceva cattive digestioni: poi finì col
consolarsi pensando che anche Nora doveva ben immaginare che lui non
avrebbe potuto mai sposarla, nemmeno per sogno!... Eppure essa portava
sempre i suoi fiori.... e gli stringeva le mani in un certo modo.... lo
guardava, lo guardava....
Un giorno, con fermezza e con lealtà, in un momento che il Kloss non
poteva sentire, dichiarò alla signorina Nora che lui non avrebbe preso
mai moglie.... e Nora lo guardò sorridendo, arrossendo dal piacere, e
gli fece confermare quella promessa con un giuramento. La signorina
aveva dunque capito che non avrebbe potuto essere altro che l'amica....
più cara, del duca di Casalbara, e che questi, non prendendo moglie,
non le avrebbe mai dato una rivale.
Bisognava risolversi. La bellezza di Nora era montata anche a lui dal
cuore al cervello.
Il Kloss, quantunque testa dura, aveva l'immaginazione fervida per
certi intrighi. Fu lui a ideare e a preparare il colpo: la trappola per
Nora.
Il Casalbara aveva parlato alle signore di un suo _Pleyel_ famoso: per
farlo vedere, per farlo provare, il Casalbara le avrebbe invitate a
colazione col Kloss.... ma poi, all'ultimo momento avrebbe mandato un
contro invito, a tutti, tranne a Nora. Era stato fissato che le
signore, per dar meno nell'occhio, dovevano recarsi sole
all'appuntamento.... una alla volta.
Il Kloss capiva che il tranello era ingenuo, ma d'altra parte, era
persuaso che anche Nora aveva una voglia matta di lasciarsi prendere
nella rete; e il Casalbara.... il Casalbara, ormai, non capiva più
niente!
Il colpo riuscì com'era stato ideato.
--L'Edita? Non c'è l'Edita?...--domandò Nora appena entrata nel
quartierino particolare del Casalbara, e fermandosi di colpo sull'uscio
del salotto, tutta rossa per la corsa, per il timore che l'avessero
veduta, per la confusione di trovarsi lì. Pareva esitante, dubbiosa....
pareva volesse scappar via.
--La sua Edita verrà subito, a momenti!...--balbettò il Casalbara anche
lui un po' confusetto e colla vocetta tremula. Fece un po' di violenza
per tirar Nora fino in mezzo al salotto prendendola per la mano e
baciandogliela sul guanto nero, nuovo, inchinandosi colla più squisita
galanteria.
Nora, mentre aveva sotto gli occhi i ricciolini biondastri del
Casalbara attraversati dalla riga larga, rossiccia, che dal mezzo della
fronte scendeva giù giù, fino alla nuca lunga, pelata, si sentì urtare
da un odore troppo acuto di essenze e di pomate.
Ritirò la mano istintivamente....
--Ma il servitore?--domandò,--il servitore che era qui.... adesso?
Il Casalbara sorrise, guardandola. Il vecchio servitore, muto, rigido,
era sparito silenziosamente come un'ombra, dopo aver abbassata la
grossa portiera di _gobelin_, e chiuso l'uscio imbottito, foderato di
panno.
--Siamo soli.... stella--e il Casalbara sibilò la esse tanto era
riscaldato,--stella divina!... Mi lasci dire questa parola, non si può
trovarne un'altra per lei!... È la prima volta che il caso.... la
fortuna.... siamo un momentino soli.
--Ma, l'Edita.... perchè si fa aspettare?
--Verrà subito.... anche troppo presto,--e il Casalbara sospirò.--Ha
paura a restar sola.... un momentino.... con me?--E tornò a prenderle,
a stringerle la manina piccola; ma l'altra si liberò vivamente, si
schermì, corse via dal Casalbara, per guardarsi attorno, per veder
tutto, con una viva curiosità, un'ammirazione stupefatta e sorridente,
proprio da bambina.
--Dio, com'è bello qui!... Com'è tutto bello!--E saltellante, corse di
qua, di là, ad ammirare i fiori splendidi, magnifici di cui il
Casalbara, apposta per lei, aveva riempito il salotto. Ammirò i
gingilli, i bronzi, i quadri, persino i tappeti, i mobili, e sedutasi
in una grande poltrona, si godeva ridendo, a ballarci su.--Com'è
bello!... E come si sta bene!... Tutto bello!
--E tutto suo!... Me compreso!--E il Casalbara, vestito di un colorino
violetto, il viola che sta bene ai biondi, dalla giacca stretta ai
solini della camicia un po' scollata, pareva offrirsi anche lui, come
un bel fiore.
Nora sorrise a quell'offerta, ma in un modo che non voleva mica dir di
no. Poi si alzò di nuovo all'improvviso e guardò nell'altra camera dove
la luce era più raccolta, più discreta; dove le tende, le tappezzerie
erano chiare chiare, e dove sopra una consolle bianca dorata,
luccicavano nel buio un gran vassoio d'argento colmo di tartine e il
cristallo dei bicchieri.
--E di là?... Cosa c'è?...--domandò Nora che si avvicinava, in punta di
piedi, per guardare appunto nell'altra stanza.
Il Casalbara la fermò, prendendole questa volta tutte due le mani, e
facendo più forza.
--Prima.... prima ci leveremo i bei guantini.... il bel cappellino....
--Perchè?--domandò Nora vivamente.
--Perchè? Vuol far _dejeuner_ coi guantini e il cappellino?..."
--Ma l'Edita?... Non è ancora venuta?...
--Se non è venuta, verrà.--E il Casalbara le slacciò i bottoncini, le
accarezzò le braccia nel levarle i guanti, baciandole la mano ogni
volta, l'aiutò a togliersi il cappellino, e mentre tutti e due
scioglievano il nastro, il Casalbara colle dita grinzose sfiorò il
mento della fanciulla. D'un tratto apparì la massa dei capelli biondi,
scompigliata, luminosa.
--Dio che splendore!--mormorò il duca;--pare sia entrato il sole qui
dentro!--Ma in quel punto ebbe come un piccolo sobbalzo: la trafittura
del ginocchio reumatizzato era stata così acuta, che credette quasi di
cadere.
Il Casalbara diventò serio a un tratto, impensierito.... ammirò ancora
la gran massa viva dei capelli, ma l'iperbole era stentata.
--E l'Edita?... Perchè aspetta tanto a venire?... E il signor Kloss?...
anche il signor Kloss non si vede?
--Verrà.... Verranno subito.... il mio orologio corre.... un
pochino!--Poi, volendo dissimulare l'oppressione, la stizza per quel
dolore sempre più acuto che sentiva al ginocchio, fece un po' il
geloso.
--Le preme tanto.... del Kloss?
--Dio! Dio! Così brutto, così goffo, con quelle gambette storte e le
unghie nere!--esclamò Nora ridendo, saltellando, tornando tutta
allegra.
--Certo.... non può dirsi un Adone!--esclamò l'altro, soddisfatto,
pavoneggiandosi nella persona alta e ancora elegante.--Venga qui....
folletto, follettino!... Non può stare un po' fermo il follettino?...--E il
Casalbara che voleva star comodo, per il suo ginocchio, prese Nora per una
mano, poi la spinse un po' col braccio, leggermente, attorno alla vita, la
fece sedere sul canapè e anche lui le si sedette accanto, vicinissimo.--Si
direbbe proprio che ha paura.... a restar sola.... un momentino, con me....
che si secca....
--Oh.... seccarmi.... seccarmi no!--esclamò la fanciulla diventata
seria, diventata timida. E dopo aver guardato il Casalbara arrossendo,
abbassò il capo.
--Dunque.... paura di me?...--insistè il duca lusingato nella sua
fatuità, nella sua leggerezza. E quantunque fosse sempre costretto a
tenere la gamba distesa e quieta, strinse la bella fanciulla
all'improvviso e un po' troppo forte, col braccio che le teneva dietro
la vita.
Nora si alzò di colpo, liberandosi nervosamente e allontanandosi.
--Ma l'Edita?... Non viene?...--Adesso l'inquietudine appariva più
forte, più viva.--Se non viene l'Edita, vado via!
--Signorina Nora, crede alla mia parola?... Crede alla parola di un
gentiluomo?--domandò il Casalbara dignitosamente, ma senza alzarsi in
piedi per via della gamba.
--Oh sì!--rispose Nora guardandolo con un'espressione ingenuamente
incantevole, tanto era piena di fiducia e di ammirazione.--Sì! Sì! A
lei sì!...
Il duca tornò a farsela seder vicino.
--È il primo momento che mi trovo solo.... che posso esprimerle tutto
quel sentimento di.... di ammirazione.... di affezione che sento per
lei.... E lei.... mi dica almeno una parolina sola di.... di
incoraggiamento perchè anch'io....--e il Casalbara era sincero--non so
più se sono un povero pazzo o.... o l'uomo più fortunato di questa
terra!... Mi dica se la sua.... bontà per me posso attribuirla a un
sentimento non di.... amore.... ma di _be.... bee_....--e il Casalbara
sospirò quel _beenevolenza_ con una vocina così sottile e tremula che
pareva il belato di una pecora.
--Perchè non viene l'Edita?...
Nora, questa volta, nel ripetere la domanda era distratta, pareva come
presa da un orgasmo, da una perplessità inquieta, nervosa. Aveva un
fremito forte nella voce alterata, e guardò il duca arrossendo,
abbassando il capo più timida, fatta vergognosa, ma pure con
un'espressione di tenerezza, di abbandono che traspariva anche da
quell'angoscia, da quel turbamento da cui pareva presa.
--Dunque?--insistè il Casalbara, che osservava tutto e credeva di
capire.--Dunque?...--E le strinse ancora la vita, ma con più garbo.
La fanciulla tornò a guardarlo, ad abbassare il capo; ma questa volta
non si mosse, non scappò via.
--Dunque?... Sarò discreto.... discretissimo per oggi. Le assicuro, le
do la mia parola d'onore.... non vorrò sapere.... di più.... Non le
domanderò nient'altro.
Nora aveva la testina bassa, chinata sul piccolo ventaglietto
giapponese che apriva e richiudeva con un tremito nervoso delle dita.
--Proprio?--domandò essa colla voce appena intelligibile, fra il
respiro forte, anelante, senza osar di muoversi, senza osar di
guardarlo.--Proprio?
--Lo giuro!--tornò a ripetere il Casalbara con forza, con sincerità e
internamente con un senso di sollievo. Dalle prime trafitture dei
reumatismi aveva temuto, aveva capito che quel giorno avrebbe avuti
tutti i suoi sessantacinque anni.... non uno di meno.
--Mi dica questo soltanto, signorina Eleonora.... Mi dica se si è
accorta che io.... se si è accorta del sentimento vivissimo,
inestinguibile che io provo.... che ho provato per lei fino dal primo
giorno, dalla prima sera che l'ho veduta.... che mi è apparsa
sfolgorante, come una regina, al _Manzoni_. Se n'è accorta?... Se n'è
accorta?--Le si tirava così vicino che Nora ne sentiva la gravezza
dell'alito, mista a un odor di menta.
--Se n'è accorta?... Mi dica per oggi soltanto questo.... e per oggi
basta. Lo giuro, parola d'onore: e io non manco mai alla mia parola. Se
n'è accorta?
Nora abbassò il capo di più; strinse, aprì il ventaglio più
nervosamente, ne lacerò la carta colle unghiette e bisbigliò
un--Sì--appena appena, come un soffio spirante.
--Grazie!--rispose l'altro con un sospiro: e non osò nemmeno toccarla.
Fece capire alla fanciulla che aveva data la sua parola e che la sua
parola era sacra. Ma in quel punto, a un tratto gli parve di vedere la
faccia del Kloss, di udirne la sghignazzata alta, rumorosa. Doveva
abbracciarla almeno? Baciarla?... Ma e poi?... Quella testina
capricciosa si era montata--non domandava più nemmeno dell'Edita.... E
poi?... Se lo assolveva dalla parola data?...--E il Casalbara non
vedeva nemmeno quella maraviglia di capelli, di bellezza, di
giovinezza.... vedeva soltanto il grugno da satiro del Kloss e ne udiva
la sghignazzata beffarda.
Pure, bisognava fare qualche cosa. La ragazza era sempre lì vicina....
coi capelli gli sfiorava le spalle, il mento. Si decise, si alzò, e si
allontanò di colpo, dissimulando l'impaccio che gli dava il dolor del
ginocchio.
--Lei, è una bambina cara, cara, cara.... lei non capisce ancora
niente, niente.... ma quando capirà.... allora saprà misurare l'immenso
sacrificio che io le faccio in questo giorno, saprà valutare quanto
costa la parola di un gentiluomo, e mi compenserà colla sua stima e...
con un po' di bene.... Me lo promette?
Ma la fanciulla, invece di ammirarlo, sorrideva coi grandi occhi
lucenti, tentatori. Era in mezzo al canapè, sdraiata, colla testa
appoggiata alle due mani congiunte dietro, contro la spalliera, e i
piedini irrequieti che uscivano incrociati sotto il vestito blù. Si
vedeva anche un po' di calzetta nera, dove la gamba era più sottile.
Bisognava fare qualche cosa... o farle fare qualche cosa!
Il Casalbara aprì, cercò un dolce in una bomboniera di cristallo.
In quell'attimo, non vista da lui, il volto di Nora diventò serissimo
guardando l'orologio grande del caminetto; ma quando il Casalbara le si
avvicinò col piccolo dolce fra le dita, essa sorrideva come prima.
--Questo sarà il premio.... per un'altra grazia che mi deve concedere
la mia regina.
Nora sporse le labbra appena, senza muoversi di più. Il Casalbara le
mise in bocca il confettino delicatamente. Nora lo sorbì con delizia,
sempre guardando il duca, sempre sorridendo cogli occhi vivi e umidi.
L'altro le indicò il pianoforte:
--Per me solo, tutto per me solo: l'_Ideale_ del Tosti!
--Come vuole--rispose Nora sempre sorridente, e gli porse le due mani
perchè la tirasse su.
Il Casalbara gliele prese fino al braccio.--Uno.... due.... tre!--e
appena Nora, fu su, in piedi, la strinse con un braccio attorno alla
vita, e la condusse, mentre l'altra si faceva un po' trascinare, verso
il pianoforte.
--Tutto per me.... solo per me.
E quando la fanciulla seduta al pianoforte, cantando e accompagnandosi,
cominciò colla voce calda di contralto: "_Caro ideal.... torna a
sorridermi ancora...._" il Casalbara in estasi, gongolante, cominciò a
cantare anche lui, colla vocetta tremula da pecora:
--"_Ca-a-a-ro ideal.... Caa-a-ro ideal...._"--mentre col palmo della
mano si faceva un po' di massaggio al ginocchio reumatizzato.
Era bella, Nora! Che splendore di ragazza! La voce era penetrata
persino nelle ossa al Casalbara. Standole di dietro, mentre essa era
seduta sullo sgabello, e si chinava accompagnandosi, egli le vedeva il
collo morbido, fin giù, dove comincia la curva delle spalle. E la gran
massa dei capelli biondi, e la nuca candida col nimbo dorato dei
riccioletti nascenti, e il seno rigoglioso e forte che si alzava, col
vibrare della nota appassionata; e quell'odore di giovane, e
quell'odore acuto di bionda, tutto lo accendeva.... anche il ricordo,
l'immagine, la gelosia astiosa, tormentosa, contro quel mascalzone,
quel montanaro dalle spalle quadre che la voleva sposare per forza. La
vocetta del Casalbara, nel cantare il "_Ca-a-ro idea-al_" tremava
sempre di più, stonava maledettamente. Ci fu un punto in cui lo prese
come una vertigine improvvisa e non sentì più nemmeno i reumi.
--Sarà quel che sarà,--pensò, risoluto ormai al gran colpo. Ma tremava
tutto nell'orgasmo di quell'eccitamento improvviso, che gli era montato
alla testa come un bicchier di Sciampagna.--Sarà quel che sarà, e
chiuse il pianoforte.
--Perchè?--domandò Nora meravigliata, alzandosi.--Cosa succede?
--Andiamo.... di là. Non vuol mangiare una tartina, con un ditino di
Xerez?
--Ma l'Edita?... Il Kloss?... Dunque non vengono?--esclamò Nora,
guardandolo, fissandolo.
--Sì.... non so.... sono anch'io.... stupito.... L'avranno magari anche
fatto apposta....
Nora diventò triste, abbassò il capo. Ormai si era compromessa....
l'avevano compromessa.
--Venga di là.... un ditino di Xerez.... e c'è anche un piccolo
ricordo.... per lei.
Nora, muta, triste aveva abbassato il capo, presa da una grande
confusione, da un grande avvilimento. Il Casalbara, sempre tenendola
abbracciata alla vita la condusse nella stanza più raccolta, più
discreta. Era tutta chiusa dalle tende, e fra le tende, i cortinaggi,
le trine, a poco a poco, in fondo, dov'era quasi buio, appariva
l'alcova.
--Qui.... cerchi qui....--le disse il Casalbara avvicinandosi al
piccolo tavolino, dinanzi a un gran sofà basso, tutto circondato da
cuscini ammonticchiati.--Sieda qui con me e cerchi in questo cassetto;
poi prenderà una gocciola di Xerez, poi scapperà via!
Nora si lasciò condurre quasi macchinalmente. Il duca la fece sedere
con lui, e mentre allungava la gamba, che gli tornava a dolere, aprì il
cassettino e la forzò a mettere la mano dentro, sopra un astuccio di
velluto.
Nora lo lasciava fare e non parlava.
--Cos'è?... Vediamo cos'è?...
Dall'astuccio il Casalbara levò un filo di perle con un piccolo
fermaglio di brillanti.
--Oh le perle!... Le perle!... Dobbiamo provare se le perle stanno bene
alla mia regina?... alla mia _bee_--e tornò a belare, colla vocetta da
pecora, "mia _bee-ella_ regina!"
Le passò il vezzo attorno al collo, accarezzandole il mento colla mano.
Nora abbassò il capo: ma il duca nel chiudere il fermaglio,
coll'orgasmo delle dita tremanti, le chiuse insieme, le strappò qualche
capello. Nora fece una piccola mossa.--"Ahi!..."
--Oh! cara, cara, cara.... Ho fatto male alla regina mia cara, cara,
cara!--e la baciò lì, fra i riccioli della nuca, vicino al fermaglio di
brillanti.
--Cara, cara, cara....--e tornò a baciarla.
Nora, sempre a capo chino non si muoveva. Perchè non si moveva? Il
Casalbara tenendola stretta, abbracciandola più forte, le alzò il capo
per guardarla. Essa piangeva, piangeva silenziosamente, lacrime grosse,
goccioloni, che le eran caduti sulle mani, sul vestito.
--Oh, bimba mia! Povera bimba mia!--esclamò il Casalbara esaltato,
commosso.--Cosa c'è da piangere?... Perchè?... Ma perchè?--E con un
trasporto sincero di tenerezza, e col trasporto smanioso della
passione, la baciò sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, mentre
continuava a domandarle:--Perchè? ma perchè, santo Iddio?... Perchè?
Nora, vivamente, gli allontanò la faccia colla mano, graffiandolo, e
scoppiò in singhiozzi.
--Perchè? Perchè? Perchè non volete essere la mia regina?
Allora Nora si sfogò, balbettando, singhiozzando, ora nascondendosi il
viso per la vergogna, ora torcendosi le mani per il dolore, per la
disperazione.
Aveva capito tutto; la colazione coll'Edita, col Kloss, era stata un
pretesto: una cosa combinata. Lui agiva così perchè non la stimava: sì,
non la stimava; e aveva ragione di non stimarla: sì, con lui era stata
troppo leggera, senza testa, aveva dimenticato tutto. Ma egli si era
mostrato così buono, così nobile, così rispettoso.... Doveva capire che
lei era una testa esaltata, malata; doveva compatirla, ma non trattarla
così! E presa da un impeto di furore, si tolse convulsamente il vezzo
di perle, strappandosi ancora qualche capello, e lo ricacciò nel
cassetto.
--Doveva capirmi e compatirmi; non insultarmi così! No! No! No! Così
no! Così no!
Il Casalbara, sempre più sbalordito, quasi quasi piangeva anche lui....
Nora parlò della sua famiglia. Oh! nella sua famiglia essa era odiata
da tutti; parlò della vita agitata, angosciata ch'era costretta a
condurre; dell'abbandono e insieme della tirannia che doveva
sopportare. Era stata lì lì per ricordare anche quel matrimonio che le
si voleva imporre, ma ne ricacciò il pensiero, e soffocò il rimorso
improvviso suscitatole dalla faccia pallida, straziata di Pietro Laner.
Aggiunse soltanto ch'era sempre stata infelice, e che aveva sperato in
un'amicizia, in un affetto sincero, leale. Aveva sperato, sognato, di
essere creduta sincera.... di essere creduta una ragazza onesta; sì,
onesta! anche se gli voleva bene, perchè infine lei era libera, padrona
del suo cuore e di sè stessa, e non doveva render conto di niente a
nessuno, a nessuno!... Aveva sognato, sperato di essere creduta quello
che era: una ragazza pronta anche a rovinarsi per una passione, ma
disinteressata!
Il Casalbara gemeva, sospirava, implorava pietà.
--Le domando perdono in ginocchio! Le domando perdono in
ginocchio!--continuava a ripetere, a balbettare; e una volta fuori di
sè, aveva anche fatto per inginocchiarsi davvero, ma poi, aveva
ritirato subito la gamba.--Non sono stato capito: non sono stato capace
di spiegarmi. Dicendovi se volevate essere la mia regina, volevo dire
che io sarei stato pronto per voi a qualunque sacrificio;
"_bee-ato_"--e il Casalbara tornava a belare--"_bee-ato_" felice di
qualunque sacrificio! La mia regina non ha che a impormi la sua
volontà; tutto, tutto per lei.... e io non le domando altro che di
lasciarsi adorare.... adorare in ginocchio....
Ma in questo punto il Casalbara tese l'orecchio, perchè gli sembrò udir
chiamare dall'altra stanza, e Nora si spaventò subito, prima ancora che
avesse potuto avere il tempo di accorgersene, di sentire, di capir
niente.
--Dio! Lo zio Matteo!
--Che! Che!--esclamò il Casalbara sorridendo, sicuro; e chiuso l'uscio
anche di quella camera e abbassata la portiera entrò nel salotto. Vide
in fondo, dall'altra parte, il servitore pallido, sconvolto....
--Che c'è?
--Il padre.... il padre di quella signorina!...
--Imbecille! Perchè non lo hai cacciato fuori?
--Ho fatto di tutto!... Strepita!... urla!... Fa il diavolo a quattro!
La gente può sentire....--Il vecchio si curvò, tese l'orecchio.--Sente,
signor duca?
Dal di fuori, in fondo all'anticamera, si sentivano colpi che
rimbombavano sull'uscio chiuso, e una voce che gridava:
--Domando del signor duca di Casalbara! Voglio vedere il signor duca di
Casalbara!
Il Casalbara prese in fretta il cappellino e i guanti di Nora e si
avvicinò all'uscio della camera da letto, dicendo piano alla ragazza:
--Prenda il cappellino, i guanti. Vada a nascondersi nell'alcova.
Dietro c'è un piccolo gabinetto di toelette, vi si chiuda dentro. Poi,
voltandosi al servitore gli accennò di far entrare quell'altro.
Mentre il servitore andava ad aprire, il duca si aggiustò i riccioli
sulla fronte, i baffi, la cravatta, tranquillamente.
Il direttore entrò, piombò nel salotto, gli occhi fuori della testa, il
cappello in una mano, il bastone col pomo d'argento nell'altra, il
pancione ansante e tuonò:
--Sono Matteo Cantasirena!
Rispose calmo il Casalbara:
--Mi dica in che cosa posso servirla. Non ho mai avuto il bene di
conoscerla.
--Suo fratello Eriprando, il martire di Josephstadt, quello avrebbe
riconosciuto Matteo Cantasirena!
--Questa è una ragione di più per dirmi in che cosa posso servirla.
Matteo Cantasirena indicò il domestico, poi, appena quello fu uscito,
andò quasi addosso al Casalbara, squadrandolo dalla testa ai piedi con
un'occhiata terribile:
--Lei conosce mia figlia?... Eleonora?
--Cioè, io ho avuto l'onore di conoscere dalla contessa Edita
Schönfeld, una signorina di questo nome: Ma.... non era sua figlia, mi
pare; era soltanto sua nipote.
--Signor duca! Sappia che le mie nipoti diventano mie figlie quando
hanno bisogno di un padre!...
--Io ho conosciuto appena la signorina Eleonora, e.... non capisco. Che
cosa vuol dire?
Matteo Cantasirena si rizzò ancora più terribile: anche il lungo
barbone si agitava, fremeva.
--A Matteo Cantasirena non si risponde in questo modo.
--In casa mia rispondo come più mi pare e piace: se non le accomoda è
padrone di andarsene.
--Andarmene? Io?...
Il Casalbara sentiva che tutto quello sdegno, quella collera non erano
sinceri. Perchè veniva lì a fargli quella scenata?... Per quale
interesse? Per che scopo? _Quanto_ voleva? In ogni modo Nora era libera
di sè, padrona di sè: nè lui, nè lei, non avevano da render conto a
nessuno delle loro azioni.
Per tutto ciò, quando Cantasirena tuonò per la seconda volta:
Andarmene?... Io?...--il Casalbara gli rispose con maggior alterezza:
--Sissignore; e sul momento.
--....Prima vendicherò il mio sangue! L'ammazzerò!--E Matteo levò in
alto i pugni formidabili e pareva volesse scagliarsi sul Casalbara
fermo, sdegnoso, quando a un tratto, improvvisamente, con un grido,
Nora si precipitò nel salotto: e si buttò fra le braccia dello zio
Matteo supplicandolo, piangendo, accusando sè stessa, difendendo il
Casalbara.
--Signorina....--balbettò il duca maravigliato, sorpreso.
Ormai Cantasirena non smaniava più. La vista di Nora lo aveva come
annichilito, fulminato. Col fazzoletto bianco si asciugò le lacrime, il
sudor della fronte, la vergogna, l'onta.
--Disgraziata!--balbettò, e non potè dir altro.
Anche il Casalbara era rimasto colpito stranamente. Non sapeva più cosa
dire, cosa pensare; era rimasto confuso, colla testa bassa. Matteo
Cantasirena che minacciava lo faceva ridere; Cantasirena che piangeva
lo rendeva perplesso.
--Signorina....--balbettò,--io....
--Ma disgraziata!--esclamò ancora Cantasirena fra le lacrime,--se hai
dimenticato l'onore di questo povero vecchio.... come hai potuto
dimenticare Pietro Laner? Quell'uomo ti ammazzerà.
Sulla fronte di Nora apparve la piccola ruga sottile e bianca. Perchè
parlavano allora di Pietro Laner? Pure riuscì a vincersi e rispose con
calma:
--Non lo amo.... non l'ho mai amato.
--Signorina Nora....--tornò a balbettare il Casalbara avvicinandosi....
Ma non sapeva.... e non avrebbe potuto dir altro. Tutto era andato a
finire in un modo così strano, così diverso da ogni previsione! Cosa
poteva dire? Cosa poteva promettere?...
Matteo Cantasirena vinse la commozione e prendendo Nora per un braccio
e scotendola forte:
--Il cappellino, i guanti,--le disse brutalmente. Poi, mentre Nora
calma, tranquilla, andava a prendere la sua roba, tornò a rivolgersi al
duca, ma questa volta con una freddezza dignitosa.
--Io le accordo tre giorni di tempo, per interrogare il suo cuore e la
sua coscienza. Pietro Laner, che appartiene ad una delle famiglie più
ragguardevoli del Trentino, uno dei più indefessi cooperatori del
movimento irredentista, al presente ignora tutto quanto è successo: se
si tratterà di salvare l'onore di... colei, ignorerà tutto, sempre. In
caso diverso, se una macchia dovrà offuscare il nome di una
Cantasirena, della fidanzata di Pietro Laner, allo spirare del terzo
giorno,--e Matteo guardò l'orologio,--sono le undici--allo scoccare
delle undici precise del terzo giorno, io e Pietro Laner le manderemo i
nostri rappresentanti. Ai miei ho già provveduto prima di venir qui.
Uno sarà il mio compagno d'armi, il generale Clemente Della Torre,
l'altro il deputato Argenti.
Nora, intanto, si era messo il cappellino, i guanti, ed era pronta per
uscire.
--Venite!--mormorò fremente di collera lo zio Matteo.--Datemi il
braccio!--e aggiunse a mezza voce:--Svergognata!
Il Casalbara fece un altro passo, come per avvicinarsi: poi si fermò.
--Signorina Eleonora, io...--e non disse più niente. Che poteva
offrire? Che poteva promettere?
Ma Nora prima di dare il braccio allo zio Matteo ebbe un istante di
perplessità, di timidezza, poi risoluta, stese la mano al Casalbara e
gliela strinse forte.
La fanciulla voleva dire in quel momento, con quella stretta di mano,
che era fiera di avergli sacrificato tutto, il suo onore, il suo
avvenire, la sua pace, forse la sua vita.
--Signorina Nora,--balbettò il Casalbara,--anch'io....--ma non aggiunse
altro. Passò innanzi e sollevò la portiera.... Poi, quando Nora e lo
zio Matteo furono usciti, la lasciò ricadere, e restò lì, confuso,
sbigottito....