IV.

Pietro Laner, riavutosi dal primo sbalordimento, se n'era andato

gridando, sbattendo gli usci e senza voler rispondere alla Gioconda e

nemmeno all'Evelina, che gli erano corse dietro fin sulle scale.

--Non avrebbe più rimesso i piedi nè lì, nè in ufficio.--Canaglia!

Canaglia!

Era furibondo per l'insulto, e più ancora per la minchionatura.

--Di volo, zaff!... e le dieci lire erano sparite!... E Nora?--E rifece

il verso del Direttore con stizza:--E-le-oo-nòò-ra?--La mia cara

figliuola!--Come l'altra, la gobbina!--Che figliuola! Che figliuole!

Chissà dove è andato a pescarle, per viverci alle spalle, per

sfruttarle, come ha sfruttato gli amici, l'Italia, il mondo

intero!--Quel pancione Dulcamara è la gran piovra di Vittor Hugo!--

Pure il nome di Nora, evocatore dell'immagine adorata, dissipava le ire

e gli suscitava in cuore, a poco a poco, mille inquietudini.

--Se Nora non era sua figlia, era tenuta come tale; era nelle mani di

quel cannibale, vero mangiatore d'uomini!--Ebbene, egli avrebbe parlato

a Nora, a tu per tu.--Subito!--Dov'era? Dove poteva trovarla? Evelina

gli aveva detto, dalla Schönfeld.--Sì, sì, dalla Schönfeld!

L'aspetterò in istrada, e _aut aut_: poche parole!

Ma pensando, ripensando le "poche parole" che dovevano fare impressione

sull'animo dell'innamorata, tornava ad infervorarsi, a camminare in

fretta, a gestire. La gente per la strada si voltava a guardarlo.

--Senti, Nora, Norina mia: quella canaglia, dopo avermi rubato tutto,

ha avuto il coraggio d'insultarmi: io ho pensato a te; per questo non

l'ho strozzato! Però in casa vostra, non ci metto più i piedi; mai

più.--Tu mi vuoi bene?--Sì?--e allora, oggi stesso, stassera, si prende

il volo. Ti porto a casa mia, dalle zie; fino al giorno del nostro

matrimonio. Domattina si arriva a Trento, poi una vettura e in poche

ore saremo a Crodarossa....

Ma.... i danari? La pigione? I danari per pagare la padrona di casa? I

danari per il viaggio?...

Si fermò di colpo, su due piedi. Oh, quella faccia della sua padrona di

casa!--Finchè non ho da pagarla, non mi fo più vedere!... E per

pagarla, dove li trovo?

Pietro Laner si cacciò le mani nelle tasche del paltò, e riprese a

camminare, ma assai più lentamente.

La padrona, vedendo che l'ospite trentino non si faceva vivo per il

conto, glielo aveva fatto trovare in camera, sotto il calamaio. Lui,

s'intende! aveva finto di non vederlo. Ma la sera lo trovò sul tavolino

accanto al letto, spiegato sotto il candeliere; e il secondo giorno

disteso, diritto, sulla padellina di cristallo, appoggiato alla

candela. E d'ora in ora, quella faccia della padrona, già così larga di

sorrisi e di cerimonie, non esprimeva più altro che un gran punto

interrogativo:--Mi paga?...

--Come fare? Tornare dal Direttore? Sottomettersi? Pregare, cercare

colle buone di ottenere un piccolo acconto?...

--Se Nora volesse?... Se volesse parlarne allo zio Matteo! Ma bisognava

vederla subito. Invece di aspettarla giù, dinanzi alla porta, sarebbe

salito a cercarla dalla signora Schönfeld: l'avrebbe fatta chiamar

fuori.--Ho da parlarti: di gran premura!

--Che male c'è? Non dev'essere mia moglie? Non è omai saputo da

tutti?... Da tutti no.... Le zie?

La zia Angelica e la zia Rosina non ne sapevano niente. Esse credevano

che il loro Pierino a Milano, non fosse intento altro che a guadagnar

denari e a diventare un grand'uomo!

Che direbbero, che farebbero la zia Angelica e la zia Rosa, quando

fosse capitato a Crodarossa senza le ventimila lire, senza un soldo....

e invece colla sposa?... Una signorina in cappellino e che non sapeva

far altro che suonare e cantare?... Dio! Dio!... Ma come non ci aveva

mai pensato? E Nora? Se anche Nora dicesse di no?

Al dubbio solo, all'idea di poter perdere Nora, gli si empirono gli

occhi di lacrime e il cuore di disperazione. Si sarebbe ammazzato!

E la padrona?... Dio! Dio! Dove aveva avuto la testa fino allora?

Era la prima volta dal suo arrivo a Milano, che Pietro Laner cominciava

a vederci chiaro d'intorno a sè, davanti a sè.

--Dio! Dio!... Come mai si era ridotto a quel punto? Non lo sapeva, non

se n'era accorto. Era stato uno stordimento, una vertigine di tutte le

ore, di tutte le vicende incalzanti che non gli lasciavano tempo di

pensare, di riflettere.

Come aveva fatto a innamorarsi di Nora? A impegnarsi senza scrivere

alle zie? Perchè, come, quando aveva cominciato a lasciarsi ingannare,

truffare, rovinare, da quel Mosè imbroglione?... Non aveva nemmeno

cento lire per pagar la padrona!... Non aveva nemmeno un soldo per far

colazione!... E la collera delle zie? E se Nora non voleva? E se Matteo

Cantasirena non lo pagava?... Ma era stato pazzo? Era stato ubriaco?

Dio! Dio! Dio!--Maria Vergine!--Ma che cosa aveva fatto di male perchè

gli capitassero addosso tutte le disgrazie, tutte le maledizioni?...

Che cosa aveva fatto?

La risposta la sentì sorgere nell'animo angosciato e farsi strada nella

mente sconvolta, come un lontano chiarore, un barlume di speranza. Era

una risposta sola a tante domande, una risposta che per le sue nuove

idee poteva sembrare ridicola, assurda, indegna della sua ragione,

indegna del suo ingegno, ma alla quale consentivano tutti i suoi

sentimenti e tutti i suoi ricordi intimi, profondi, nascosti e alla

quale la disperazione stessa di quel momento, dava uno slancio più vivo

di fede.

--Dal giorno in cui sono venuto a Milano, non sono più stato a Messa,

non sono più entrato in una chiesa!... Ecco perchè mi sono tirato

addosso l'ira di Dio!...

Gli sembrò, sperò, che entrando appena in una chiesa, sarebbe stato

come ribenedetto, che tutto sarebbe tornato ad andar bene come prima.

C'era appunto, a due passi, la chiesa di San Francesco. Sbirciò di qua,

di là, se per caso qualche suo conoscente, qualche suo collega

giornalista non lo vedesse; nessuno!

Entrò presto, ma rimase diritto in piedi, vicino alla porta, subito

intimidito da quei due o tre divoti che si erano voltati a guardarlo.

Poi, sempre diritto in piedi, rigirando il cappello fra le dita,

cominciò a raccogliersi e a pregare, ma senza muovere nemmeno le

labbra.

La chiesa era scura, quasi deserta; ma il biascicare sonnolento di quei

due o tre bacchettoni dalla faccia gialla, gli dava fastidio, gli

toglieva il fervore.

Quando aveva pregato intensamente, aveva sempre ottenuto qualche

cosa!... e cercò colla memoria tutte le "grazie" ottenute in sua vita,

per poter ravvivare la propria fede; e tornò a pregare. Le sue

preghiere, naturalmente, non erano _avemarie_, non erano _pater

noster_; diceva al suo Signore Iddio, datemi questo, datemi

quest'altro.

Ma perchè il sagrestano continuava a osservarlo.... a fissarlo?

Non riusciva a chiedere intensamente, fermamente ciò che desiderava.

Non era fede vera la sua; era una concessione a sè stesso, a un

pregiudizio.

Però, anche da ragazzo, quando non andava a messa la domenica, gli

capitava sempre, nella settimana, qualche disgrazia. E tornava a

pregare, ma per poterci credere, assicurava sè stesso, che il suo Dio

non era a confondersi col Dio falso dei preti, nè col Cristo di legno o

di cera delle donnicciuole. Era più grande e più in alto; era

l'equilibrio dell'Universo, era la forza occulta che cominciava là dove

finiva la scienza, e che però nemmeno la scienza poteva negare in modo

assoluto.... E poi, a questo Domineddio portentoso che reggeva

l'infinito, Pietro Laner non gli aveva da chiedere che le grazie più

discrete, più modeste: trovare i soldi per pagare il conto della

padrona, sposare la Nora, ottenere il perdono dalle zie. Il solo

miracolo, veramente grande che domandava, era di riavere le ventimila

lire prestate a Matteo Cantasirena.

Ma perchè quello zoticone del sagrestano si voltava sempre dalla sua

parte?... Lo conosceva forse?

Non poteva raccogliersi! Non poteva pregare con fervore!--Questo voleva

dire che non avrebbe ottenuto niente; che era proprio spacciato!--Dio!

Dio! Perdere Nora! Non aver più un soldo! Finire in un ospedale!...

In fondo alla chiesa luccicava un piccolo altare: una Madonna, in una

gran custodia di vetro, con un abito di raso giallo tempestato di

gemme. Tutti i ceri del piccolo altare erano accesi: le colonne, le

pareti, erano coperte di voti, di cuori d'argento, di grucce, di gambe

e di braccia di legno....

--Là devo andare a pregare se voglio ottenere qualche cosa,--pensò

Pietro Laner,--e se il sagrestano mi vede, questa sarà la penitenza per

meritare la grazia!

Si avvicinò piano piano alla Madonna dei miracoli: le ombre della

navata, l'oscurità dietro le colonne, erano piene di misteri,

d'inquietudini. Quella chiesa semivuota, si popolava a poco a poco, per

la forza della sua immaginazione, di tutta la folla dei rispetti umani.

Erano i suoi colleghi più beffardi, più scettici, più spregiudicati!...

Era Nora che lo aveva veduto entrare da lontano in San Francesco, e gli

aveva tenuto dietro! Era Matteo Cantasirena, che rideva così

rumorosamente da farsi sentire per tutta Milano!

Il timore, l'oppressione, diventavano orgasmo: pure bisognava

inginocchiarsi.... pregare, prosternato, dinanzi a quell'altare....

S'inginocchiò infatti.... ma provò un senso, un'impressione strana....

Sentiva dei passi dietro a sè che si avvicinavano.... poi una mano gli

batteva sulla spalla!... Si alzò di colpo.... non c'era nessuno.

Soltanto una vecchierella, collo scialletto paonazzo del "Luogo Pio",

borbottava il rosario fissando la Madonna cogli occhi malati....

Eppure il pensiero di essere visto da quella vecchia ad inginocchiarsi

una seconda volta fu più forte di lui in quel momento. Era il timore

dei pregiudizi del mondo che la vinceva su tutti gli altri timori, ed

egli uscì dalla chiesa, sbirciando di qua, di là, più pauroso ancora di

quando vi era entrato.

E così anche quel suo ultimo barlume di speranza, riposto in

Domineddio, nella Madonna, era svanito.

V

Pietro Laner era nato nel Trentino, a Crodarossa. Un paesuccio

raggruppato attorno al campanile nuovo; poche casette che spiccavano in

alto, scintillanti al sole, in mezzo alla montagna tutta verde fino

alla cresta bigia; poche casette bianche e quiete sotto i tetti neri,

colle piccole finestre, come occhietti ridenti, piene di fiori.

Pierino aveva appena cinque o sei anni, quando gli morirono, a pochi

mesi di distanza, prima la mamma, e poi il babbo. Allora fu raccolto in

casa degli zii: lo zio prete, don Giacomo, e le sue sorelle, la signora

Angelica, e la signora Rosina. E tutti, il buon prete che aveva sempre

voluto bene al suo povero fratello, e le due zitellone che erano sempre

state in pace colla povera cognata si affezionarono subito a Pierino e

lo tennero in conto di un figliuolo.... proprio mandato dal Signore.

Fissarono insieme e si divisero d'accordo i vari obblighi per allevarlo

e per educarlo. Don Giacomo gl'inspirava il santo timor di Dio, gli

spiegava la dottrinetta, gl'insegnava a leggere e scrivere e gli faceva

fare delle buone camminate, arrampicandosi su per i monti.

Le zie gl'insegnavano a star pulito, a risparmiare i _kreuzer_ che gli

altri gli regalavano, a fare la somma e la moltiplica, e quando era

necessario, la zia Angelica e la zia Rosina, sempre serie, sempre

composte, trovavano la forza unite insieme, anche per metterlo in

castigo.

Da suo padre, Pierino non aveva ereditato nemmeno un soldo. Il

pover'uomo possedeva un paio di campicelli ch'egli stesso coltivava,

tralasciando nei giorni della semina e del raccolto dal fare il

mestiere di sarto che gli dava da vivere. Ma prima, la lunga malattia

della moglie, poi altre disgrazie, i due campicelli che a vederli

dall'alto, in mezzo al verde dei prati, sembravano piccoli come i

tappeti da camera, rimasero alla sua morte, sepolti sotto i debiti che

don Giacomo per altro si affrettò a pagare.

Don Giacomo era ricco, s'intende per quei paesi, e non era diventato

ricco per merito suo, ma per la stretta economia, per le privazioni

stesse a cui si assoggettavano quotidianamente le sue sorelle che

adoravano _Domine_.... in avarizia! Esse risparmiavano su tutto, e ogni

giorno di più, perchè ogni giorno erano sempre più rattristate e

spaventate dallo spettacolo della miseria altrui.

"Quando in una casa manca il necessario, comincia a mancare anche il

timor di Dio!" E per questa massima che concordava colla sola,

coll'unica passione di quelle due esistenze, esse finivano col

diventare sempre più avare anche per salvarsi l'anima; e incrudelivano

sopra di sè, più ancora che sugli altri, per accumulare sul

patrimonietto comune, sul benefizio della Canonica e persino sul vino

della Santa Messa, e qualche volta sospirando e gemendo dinanzi al

giocondo appetito del buon pretone sano e forte.

Quando presero in casa Pierino, quando ebbero da pagare i debiti del

fratello, si trattava dell'onore della famiglia e non fiatarono, ma

risparmiarono le uova dell'insalata e andarono a dormire senza lume per

poter ricavare, col tempo, da una parte quello che era andato

dall'altra. Buone donne del resto, pie, laboriose, niente affatto

pettegole, e indulgenti; caritatevoli di consigli quando ne erano

richieste, e di orazioni anche non richieste. C'era chi stava male? chi

era minacciato da una disgrazia? Pregavano per quegli infelici mattina

e sera, e colle loro divozioni fioccavano indulgenze su tutti i poveri

morti del paese.

Don Giacomo soffriva per l'avarizia delle sorelle, ma timido, come

tutti i Laner, non aveva trovato mai tanto coraggio da opporsi, da far

valere, occorrendo, i propri diritti. Esse non alzavano mai la voce;

erano sempre rispettose per l'abito, per il ministero, per la santità

del fratello. Ma don Giacomo non osava contrariarle anche per non

addolorarle; e tranne qualche predica, in generale, sul brutto peccato

dell'avarizia, e sui doveri verso il nostro prossimo, non osava andar

più in là. Piuttosto si adattava a commettere in casa dei piccoli

furterelli; e nascosta la roba sotto la tonaca, la portava,

raccomandando di non dir niente, a' suoi vecchietti, a' suoi ammalati.

E gridava lui per il primo, contro i gatti, quando mancava la carne,

contro i topi quando invece era un pezzo di lardo; contro il nibbio o

la poana quando spariva un piccioncello o un pollastrino. Ma le due

sorelle, appena successa la sparizione, stavano sempre più in guardia,

con tanto d'occhi, e per un pezzo don Giacomo non si arrischiava....

non toccava più niente. E allora si sfogava dando tutto il suo tempo,

tutta la sua persona, tutto il conforto del suo gran cuore, a' suoi

poveretti. Andava lui a piedi per poter prestare agli altri, che ne

aveano più bisogno, il suo cavalluccio magro, sfiancato. Quando era

chiamato presso un ammalato, non lo abbandonava più; restava lì a

fargli da infermiere: e una volta fece anche da contadino. Un povero

diavolo si era rotta una gamba, scivolando giù da una roccia. Era

d'agosto, il tempo della mietitura, e a Crodarossa, in quei giorni, non

abbondano le braccia. Don Giacomo conforta il povero diavolo, poi si fa

dare il suo grembiule bianco, lungo fino ai piedi, il suo cappellaccio

di paglia, e passa così tutta una settimana, dalla mattina alla sera, e

facendosi aiutare anche da Pierino, falciando il fieno, segando il

grano, legando, ravviando, abbarcando i covoni.

E quel povero prete, così timido colle sorelle, così umile con tutti,

aveva finito col dare anche la vita per i suoi parrocchiani, dopo aver

compiuto atti inauditi di coraggio, di vero eroismo.

Una notte, improvvisamente, dopo un violento uragano, il fiume aveva

rotto e tutto il paese era rimasto allagato.

--L'acqua! L'acqua! L'acqua!--Erano urli di spavento, di morte. Don

Giacomo, sebbene ormai quasi vecchio, si cacciò dov'era maggiore il

pericolo e il bisogno, coi più giovani, coi più forti, coi più

temerari, consigliando, confortando, trasportando a braccia o sulle

spalle i vecchi e gl'infermi. Si buscò la febbre, scoppiò la polmonite

e morì in pochi giorni. E prima di morire divise il suo patrimonietto

in tre parti uguali, fra le sorelle, Pierino, e i poveri del paese. In

quell'istante supremo aveva trovato anche quell'altro coraggio che in

vita gli era sempre mancato; quello di affrontare l'avarizia muta della

signora Angelica e della signora Rosina, che inginocchiate a pie' del

letto singhiozzavano sulle avemarie del Rosario, mentre le campane

suonavano i rintocchi mesti dell'_Angelus_, mentre da tutta la casa, da

tutta la strada piena di gente, saliva al suo cuore, ultimo saluto di

pace e di speranza, il lamentìo sommesso dei _Pater_ e delle _Ave_.

--È un santo!--sospiravano la signora Angelica e la signora Rosa, con

un'istintiva scrollatina di testa.-Ha voluto morire da santo, come da

santo ha sempre vissuto!--E quando sospiravano, e quando scrollavano il

capo, le due vecchiette lo facevano tutte e due nello stesso tempo,

colla stessa espressione addolorata negli occhi gonfi di lacrime, nella

voce fievole, nella compunzione devota dei gesti.

La signora Angelica e la signora Rosa si rassomigliavano fin da

piccine, ma a poco a poco, a forza di vivere unite insieme, erano

arrivate al punto da essere scambiate l'una per l'altra: tanto più che

anche da vecchie, come da ragazze, continuavano a vestire perfettamente

allo stesso modo. Avevano la medesima sottana di lanetta scura, il

medesimo scialletto nero, e sul capo, uso cuffia, il fazzoletto pur

nero di maglia grossa, che annodato, stretto sotto il mento, lasciava

appena sbucare la loro faccetta tonda, col naso grosso, lungo, rosolato

dal sole.

Composte e silenziose, attraversavano la piazza; insieme si alzavano in

piedi ai punti prescritti della messa, insieme si sedevano dopo il

vangelo, si prosternavano insieme, fino a terra, al mistico irraggiare

dell'ostensorio; poi le due figurette nere, piccoline, secche secche e

diritte, si vedevano comparire sempre mute, sempre appaiate sull'alto

della viottola del Santuario di Crodarossa, la loro passeggiata

favorita. E in casa, appena una delle sorelle entrava in una stanza, o

andava nell'orto o nel pollaio, l'altra subito le teneva dietro

trotterellando. Dormivano nella stessa camera, si alzavano alla stessa

ora; alla stessa finestra prendevano l'aria e il raffreddore, e non

avevano avuto, non avevano altro, fra grandi e piccoli, fra tutte e

due, che un solo peccato da confessare: l'avarizia.

Morto Don Giacomo, si attaccarono più strettamente al nipotino.

Germinava in fondo al loro cuore e sotto tutte le orazioni, le

divozioni che facevano, una lontanissima speranza, intima, segreta, che

si erano confidato l'una all'altra cogli occhi.... Soltanto cogli

occhi.--Pierino! Per via di Pierino, avrebbero un giorno, chissà!

potuto riavere la Canonica e il Benefizio. Oh, la Canonica! Il bel

cortile!... il ricco pollaio; l'orto e il vigneto della Canonica!

Dopo la morte di don Giacomo avevano dovuto andarsene, abbandonare

tutto quanto. Che gran dolore! Che rivoluzione, che sconvolgimento, in

tutta la loro esistenza!... Nel cielo buio, dopo l'uragano, dopo il

terremoto, non era apparso, di lontano, che un solo, un piccolo raggio

di speranza: Pierino!--Il buon Pierino, innocente come l'acqua, un vero

San Luigi! Pierino avrebbe potuto farsi prete e forse diventare il

successore del successore, già vecchio, di don Giacomo, e allora,

chissà!, fosse almeno per morirvi, avrebbero potuto ritornare in quella

loro casa così comoda, così nota, così intimamente legata alla loro

vita, al loro essere.

La signora Angelica e la signora Rosina che in gioventù non erano mai

state innamorate, nè avevano mai provato, certamente, qualche cosa di

simile, si può dire che cominciarono allora a far all'amore, colla

Canonica, col vigneto, col pero alto e frondoso che dominava dal mezzo

tutti gli alberi dell'orto, e al quale, quando erano giovani, un giorno

che facevano le mattone, avevano dato anche un nome strano: il

_Gigantesso_!

Costrette ad abbandonare la casa, non avevano potuto abbandonare il

luogo. Avevano preso un quartierino accanto alla Canonica, perchè le

finestre davano appunto sull'orto. E lì, a una di quelle finestre, le

due vecchierelle rimanevano ore e ore, fisse, mute, guardandosi negli

occhi e scrollando il capo.

Quando il nuovo ortolano,--se avessero potuto odiare qualcheduno,

quello, proprio, lo avrebbero odiato,--vi faceva qualche cambiamento,

era per esse una rabbia, un affanno; se atterrava un albero, era un

dolore. E nei mesi di quel primo inverno,--l'inverno lungo e bigio

delle montagne, colla neve che continua a cader sulla neve,

tacitamente,--quando tutto l'orto era rimasto sepolto, e la vigna e

anche il pero maestoso non sembrò più altro che uno strano e immenso

colosso bianco, le due vecchierelle, dietro le finestre, tappate colla

cimasa, rimanevano tutto il giorno a guardare, a spiare, a sospirare.

--Gesù Maria Joseph!--gemeva la signora Angelica.

--Gesù Maria!--rispondeva la signora Rosina, congiungendo le palme.

--Che inverno! che _siberico_! Povera vigna! Povero _Gigantesso_!

--Jesus Maria Joseph!

--Jesus Maria!

Ma poi, quando a poco a poco la neve alta si abbassava, si dileguava, e

cadeva a fiocchi, a pezzi, dagli alberi scossi dal vento, dalle frondi

dondolanti, quel verde che ritornava a sbucare, ad apparire, a

distendersi, a scoprir cose note e care, consolava, riscaldava,

rinverdiva anche quella certa speranza, lontana lontana....

--Fra dodici.... fra quindici anni.... Pierino potrebbe esser

parroco....

--Fra dodici, fra quindici anni....

--Ma non bisogna mai far calcoli sulla morte di nessuno!

E la signora Angelica si faceva il segno della santa croce.

--Che Dio accordi a tutti una lunga vita!--rispondeva la signora

Rosina, segnandosi pure alla sua volta, lentamente.

Erano sincere in questo loro sentimento di carità; e ne furono premiate

perchè non dovettero aspettare per tanti anni un po' di consolazione.

Don Giuseppe, il nuovo parroco, non riusciva a farsi voler bene a

Crodarossa. Il povero don Giacomo vi era ancora troppo ricordato,

troppo esaltato e rimpianto. Quello era un sant'uomo!

Don Giuseppe non era cattivo; ma di tutt'altra pasta. Amava molto i

proprii comodi, la propria salute.... insomma, invece di essere un

mezzo santo come don Giacomo, era un mezzo filosofo della vita. Di più,

era intinto dello stesso peccato della signora Angelica e della signora

Rosina, sebbene non fino a quel punto; perchè se don Giuseppe era avaro

cogli altri, non lo era poi con sè stesso.

Per cattivarsi gli animi, per rendersi popolare, pensò allora di

stringere amicizia colle due vecchie sorelle, che per virtù del povero

don Giacomo godevano la stima e la venerazione di tutto il paese.

--Aveva sentito dire che Pierino aveva la vocazione? voleva farsi

prete?... Bravo! Bravo! Il nipote di don Giacomo! Oh, quando sarebbe

stato il momento avrebbe parlato lui alla _Curia_, per averlo per

coadiutore!... Poi, già, sarebbe stato di diritto suo successore....

Sicuramente! Bravo! Bravo!...

E dopo qualche visita del parroco alle vecchie, dopo il regalo d'un

cesto d'uva e d'un piatto di pere, la signora Angelica e la signora

Rosa per restituire le garbatezze, per ringraziare, ripresero la via

della Canonica e dell'orto; un altro giorno fecero una visitina anche

al pollaio.... Poi nell'orto, invitate da don Giuseppe, cominciarono ad

andarci spesso, per recitare il rosario, per leggere il _Manuale di

Filotea_ all'ombra antica e fidata del _Gigantesso_....

--Oh, anche don Giuseppe era un degno sacerdote! E anche l'ortolano era

un galantuomo! E come lavorava di lena!

Le due sorelle insegnarono al parroco e all'ortolano a conservare la

carne secca e l'uva intatta per tutto l'inverno.... a risparmiar sulla

semina.... a risparmiar sulle spese. In quel frattempo, si ammalò la

serva di don Giuseppe, e se ne andò al suo paese a rinfrancarsi, ma poi

non tornò più a Crodarossa, nè don Giuseppe si prese altre donne. La

signora Angelica e la signora Rosina omai facevano tutto loro alla

Canonica, come prima, quando c'era il povero don Giacomo, e alla casa

nuova, non ci andavano più altro che la sera, per dormire.

E intanto le lezioni a Pierino, sospese per la morte dello zio don

Giacomo, furono riprese da don Giuseppe, il quale, e non più le zie,

gl'insegnava poi anche l'aritmetica.

Pierino, cresciuto in quell'ambiente, fra chiesa, sacristia e canonica,

si figurava quando fosse un uomo di fare il prete per diventar vescovo,

come gli altri ragazzi della sua età pensano di andar soldati, per

diventar generali.

Ma nel cuore del giovinetto mancava il sentimento vero, profondo, della

fede. La grande maestà di Dio non gl'incuteva alcun timore; gl'incuteva

più timore don Giuseppe, forse perchè don Giuseppe aveva sempre la voce

in aria e quella del Signore non l'aveva mai sentita.

Era sempre in chiesa o in sacristia: era sempre in cotta a fare il

chierico durante tutte le funzioni; ma quando serviva messa,

all'Elevazione, scampanellava troppo forte e troppo a lungo; in

processione, dava colpi al turibolo da buttar all'aria cenere e brace.

Durante la predica portava in equilibrio cataste alte di seggiole che

sbatacchiava poi dinanzi ai divoti; pigliava quattrini e parlava forte,

affaccendato col sagrestano. E i tridui, collo sparo dei mortaretti, e

la Settimana Santa, col fracasso dei mattutini, e il mese di Maria coi

fiori e i canti al Santuario di Crodarossa, erano le sue feste, i suoi

divertimenti ai quali pensava e si preparava con gioia da un anno

all'altro.

Don Giuseppe, che aveva notato tutto ciò, cominciava ad essere inquieto

a proposito della vocazione di Pierino; ma amante della santa pace,

teneva i dubbi e le osservazioni per sè.

--È un buon ragazzo,--pensava,--ma forse è troppo vivo. Quando gli

parlo, sta attento, con rispetto, con sommissione.... ma non mi

ascolta. Se gli dò una sgridata, diventa pallido, tremante, ma poi

torna da capo. Forse ha preso troppa confidenza colla Chiesa, coi

Misteri, col Signore....

E per lavarsene le mani dichiarò alle signore Laner che era giunto il

momento di mandare il nipote in Seminario, a Trento.

Ma Pierino, entrato in Seminario, invece di trovarsi sulla via che

avrebbe dovuto condurlo direttamente in paradiso, si trovò più che mai

su quella dell'inferno.

Il rumore del mondo arrivava appena, coll'ultima onda risonante, fin

lassù a Crodarossa, e si perdeva dileguandosi nella foresta immensa,

tra le fenditure profonde delle rocce inabitate.

A Crodarossa la vita serena o buia la faceva il cielo così vicino,

appena diviso da un ultimo strato di verde, da un'ultima cresta di

pietra.

Lavorare per mangiare; mangiare e vivere per salvarsi l'anima: non si

faceva altro, non si pensava ad altro a Crodarossa.

Ma il mondo che non era arrivato fin lassù, fra la sconfinata libertà

delle vette alpine, era penetrato attraverso le grosse e tetre muraglie

del Seminario; e subito Pierino si era incontrato in tre cose, nuove

affatto per lui, e proibite per tutti in quel luogo. La

patria--Garibaldi--e le belle ragazze.

Un altro giovane seminarista triestino, un piccolo chiericuzzo dagli

occhi strambi, dalla faccia lentigginosa e che i parenti volevano far

prete per forza, si era legato di grande intrinsichezza col piccolo

montanarino--tutti italiani, per Dio!--e gli aveva confidato che voleva

scappare a Venezia e che voleva fare il bersagliere, altro che il

prete!

Pierino spalancava gli occhi maravigliando. E l'altro gli parlò della

patria, dell'Italia, e gli mostrò un ritratto di Garibaldi che teneva

nascosto sul petto, sotto la camiciola, insieme a quello della

Doralice, la rotonda bambinaia di sua cognata.

La patria!... Garibaldi!... e la Doralice! Tutto ciò aveva acceso, come

fiamma che divampi all'improvviso, la mente e il sangue del nonzoletto

di Crodarossa, che nascosto negli anditi bui della camerata, si metteva

a gridare, a bassa voce, con l'amico di Trieste, "Viva l'Italia!" senza

però far seguire, il "per Dio!" che aggiungeva quell'altro, come

protesta e come rinforzo. E il berrettino di Garibaldi, e il viso tondo

della Doralice, la barba bionda dell'eroe e gli occhi della ragazza gli

erano fissi nella mente giorno e notte e si confondevano in un

desiderio smanioso, indistinto; in un primo amore arcano, irrequieto

per la patria, per l'Italia che egli si raffigurava come una donna

giovane e bella, colla faccia della bambinaia. Il seminarista, il

chierichetto dagli occhi strambi e dalla faccia lentigginosa pareva si

godesse a stuzzicarlo, ad accenderlo sempre di più in quei pensieri, in

quei misteri, e gli ripeteva di nascosto anche i versi del Berchet:

"Maledetta chi d'italo amplesso

Il tedesco soldato beò!"

_Amplesso?... Beò?..._--Cosa volevano dire queste nuove parole?... E

"la vergin ne' gaudi cercata" e "la sposa dell'uomo stranier" era la

Doralice coi capelli disciolti, seminuda, stretta fra le braccia di un

soldataccio ispido e nero, coi baffi impeciati....

"Maledetta! Maledetta!..." _Amplesso?... beò?..._ Cosa volevano dire?

Anche questo lo spiegò il seminarista, cogli occhietti che luccicavano

fra le grinze della pelle e il ghignetto da scimmia sulle labbra

sottili e mobili. Pierino, mentre ascoltava, era diventato pallido,

rosso; poi era rimasto a bocca aperta, con un sorriso stupido. Non

aveva capito bene, non aveva capito tutto, ma non osò domandare di più.

Dopo, dopo, che continuo lavorìo della mente per indovinare!... Era il

mondo che lo aveva preso colle sue passioni, colle sue seduzioni, colle

sue cattiverie; era la donna che si rivelava a mano a mano,

incessantemente. E il giovinetto nell'accensione bramosa, domandava

alla discreta nudità delle statue e dei dipinti dell'altare le ultime

rivelazioni del mistero della forma, domandava, cercava di scoprire nei

versi del Berchet, come nelle storie bibliche di Rachele e di Giuditta,

nelle lodi e nelle invocazioni appassionate alla Vergine, come nelle

estasi delle Sante, la rivelazione ultima del mistero dell'amore.

No! No! Non voleva più farsi prete!... Non voleva più diventar vescovo:

voleva invece prender moglie, e presto, e liberar l'Italia. L'Italia

bionda e grassa, l'Italia bionda e bella, come la bambinaia del suo

amico triestino.

La baraonda · 第 14 / 44 题