XII

Queste ultime parole d'un cronista e di un osservatore assai accorto ci

aprono la via a comprendere anche meglio il carattere generale della

rivoluzione cui abbiamo assistito, la quale fu conseguenza necessaria

delle molte altre che l'avevano preceduta, e che perciò dallo studio

di essa ricevono nuova luce. Quando i Fiorentini riuscirono a disfare

nel contado i castelli dei nobili feudali e ghibellini, obbligandoli a

venire in Città, la Repubblica si trovò, come abbiam visto, divisa in

due partiti, che fieramente si lacerarono fra loro: nobili ghibellini

da un lato, popolani guelfi dall'altro. Quando gli Svevi da Napoli e

Palermo sollevarono in tutta Italia il partito ghibellino, quei nobili

primeggiarono in Toscana, e coll'aiuto di Federico e di Manfredi

dominarono ancora in Firenze, opprimendo e cacciando i Guelfi. Ma

quando caddero gli Svevi e vennero gli Angioini, allora l'Impero

ne fu indebolito, e la politica italiana mutò di nuovo: i Guelfi si

rialzarono in Firenze, e la democrazia, che da un pezzo costituiva la

vera forza della Repubblica, fece le sue vendette contro i Ghibellini,

che parvero quasi scomparsi. Se non che, in quel momento appunto i

Guelfi si trovarono divisi in Grandi da una parte, popolani dall'altra,

e ne seguí una nuova e non meno aspra lotta, nella quale si trattava di

fare scomparire del tutto i magnati. Questi perciò si videro costretti

a chieder d'essere ascritti alle Arti, ad affettare modi popolari, a

mutare perfino i loro antichi nomi di famiglia, se non volevano restare

esclusi dal governo. Gli Ordinamenti di Giustizia furono lo statuto

che, dopo una lunga serie di leggi e di rivoluzioni, assicurò per

sempre il trionfo della democrazia, verso cui da lungo tempo, anzi fin

dalla sua origine, mirava la repubblica fiorentina.

Se non che in essa v'era il popolo, ma v'era anche la plebe, e s'eran

trovati fra di loro uniti finché si trattò di combattere insieme i

Grandi; ma si divisero appena che ebbero ottenuto il comune trionfo.

Cosí a poco a poco s'andò formando il partito dei popolani grassi

o delle Arti maggiori. Queste dapprima eran dodici, e pareva che

andassero d'accordo con le nove minori, le quali piú tardi divennero

quattordici e si andarono separando sempre piú dalle altre sette,

che furon veramente le maggiori, con le quali si posero in lotta; e

fu costituito cosí il popolo grasso. La formazione ed il trionfo di

un tal partito, che per lungo tempo governò la Repubblica, cominciò

appunto, come osserva il Villani, subito dopo la caduta di Giano della

Bella, vinto dalla unione temporanea dei Grandi con i popolani piú

potenti. Questi si separarono allora cosí dai Grandi come dai popolani

minori, vincendo gli uni e gli altri, formando una delle democrazie piú

attive, accorte ed intelligenti che si conoscano nella storia. Essa fu

costituita dalla parte piú vigorosa e ricca del popolo, che perciò si

chiamò grasso, ed a poco a poco divenne padrona della Città; e tutto

ciò fu una conseguenza inevitabile delle passate rivoluzioni, ma venne

ora affrettato dagli Ordinamenti. Essi erano stati promossi da Giano

coll'aiuto del popolo contro i Grandi. Di questi egli fu vittima,

quando riuscirono ad ingannare i popolani, ai quali per un momento

sembrarono unirsi. E certo fu contro ogni sua voglia, se si trovò

cosí a favorire la formazione d'un partito che, sorgendo sulle rovine

dei Grandi e della plebe, finí coll'escluderli ambedue del tutto dal

governo della Città.

Questo partito, in ogni modo, fece per lungo tempo salire a grandissima

altezza la potenza della Repubblica, e ne diresse per piú d'un secolo

la politica. Il momento in cui riuscí a formarsi, è quello stesso in

cui Firenze divenne il centro della cultura italiana, e quindi anche

della cultura in Europa. Né è da meravigliarsi punto d'un cosí grande

trionfo intellettuale, politico e morale della democrazia commerciale

in Firenze. L'aristocrazia, al tempo degli Svevi, era stata di certo la

parte piú culta e civile della nazione italiana; le grandi questioni

politiche, le grandi lotte fra il Papato e l'Impero, nelle quali

tutta l'Europa prese vivissima parte, furono da essa sostenute. La

reggia di Federico II era stata il centro principale di tali lotte, il

punto allora piú luminoso di luce intellettuale nel mondo. La lingua

fu cortigiana; la Corte, scettica, ed i primi poeti furono principi

o baroni. Lo stesso imperatore Federico, il suo figlio Enzo, il suo

segretario Pier della Vigna fecero udire i primi accenti della musa

italiana. Era un ordine privilegiato e ristretto, in cui la letteratura

e la scienza serbarono sempre il carattere della cavalleria e della

scolastica. Al pari dei Provenzali e dei Francesi, che imitarono, essi

cantavano in versi sempre artificiosi una donna immaginaria, un amore

fantastico e non sentito. Non si riuscí mai ad abbandonare le forme

medievali e convenzionali. In quello stesso tempo, invece, i mercanti,

i popolani delle nostre repubbliche, massime di Firenze, correvano il

mondo, fondando banche, case di commercio in Oriente ed in Occidente;

studiando il diritto; dimostrando sempre e per tutto una singolare

attitudine a far leggi, a creare istituzioni nuove, a regolare grandi

interessi. E cosí acquistarono quella conoscenza pratica degli uomini

e del mondo, quel senso del vero e del reale, che era appunto ciò che

sostanzialmente mancava alle letterature preesistenti, ciò che era

necessario per dar finalmente origine alla prima fra le letterature

moderne.

Questi mercanti, educati solo al commercio ed alla piccola politica

municipale, non potevano di certo avere le idee, né lo spirito

abbastanza elevato e largo, l'intelletto abbastanza culto ed

ingentilito, per risolvere essi soli il difficile problema. Ed allora

appunto, nella piú operosa ed intelligente delle nostre repubbliche,

seguiva quella serie di grandi e radicali mutamenti, che abbiamo

esposti, i quali, attraverso lotte sanguinose, dopo una nuova

ricomposizione degli ordini sociali, la posero a un tratto in una

condizione fortunata davvero. In conseguenza delle guerre già fatte,

Firenze aveva adesso aperto tutte quante le vie al suo commercio, che

prese perciò un rapido, maraviglioso incremento; e poté cosí acquistare

una grande, né piú contestata preponderanza in tutta Toscana, di cui

era stato il centro e divenne il capo. L'antagonismo sorto tra il

Papa e gli Angioini, le mutate condizioni dell'Impero le permisero

di destreggiarsi abilmente fra di essi, assumendo per la prima volta

una vera, una grande importanza politica e storica in Italia. Cosí si

estesero in un medesimo tempo il giro dei suoi affari, e la cerchia

delle sue idee. I due ordini di cittadini piú intelligenti e piú

avversi, i mercanti cioè divenuti potenti, e i nobili costretti ad

accomunarsi con essi, furono nella loro aspra lotta trasformati, fusi

finalmente in un ordine solo, lasciando da una parte la plebe piú

rozza, e dall'altra quei Grandi, che aspiravano a signoria assoluta,

o restavano sempre troppo tenaci fautori delle consuetudini feudali, e

dell'autorità imperiale, ciechi avversari delle istituzioni comunali,

che pure erano destinate inevitabilmente a trionfare. C'è egli da

maravigliarsi, se si vide allora appunto sorgere il fiore piú bello

delle lettere e delle arti, e sotto il benefico soffio della nuova

libertà, della cresciuta uguaglianza, aprire le sue foglie, diffondere

i suoi effluvî nel mondo? Basta leggere le storie, basta svolgere

le leggi della Repubblica, per vedere come un nuovo spirito animi il

popolo, e quasi un nuovo sole sorga sull'orizzonte, in questi ultimi

anni del secolo XIV.

Ogni paragrafo dei cronisti ci annunzia nuove opere pubbliche di grande

importanza: piazze, canali, ponti, mura della Città. E insieme con

essi si vedono sorgere i piú immortali monumenti dell'arte moderna.

In questi anni Arnolfo di Cambio lavorò al Battistero, cominciò la

Chiesa di Santa Croce, e, secondo che scrivono, ebbe dalla Signoria,

con solenni parole, l'ordine di rinnovare affatto il vecchio duomo,

costruendone uno nuovo, «innalzandolo con la maggiore magnificenza

possibile alla mente dell'uomo, facendolo degno d'un cuore divenuto

grandissimo, per la unione di piú animi in uno solo».[125] Certo è che

allora egli pose la prima pietra di questa, che non pochi giudicano la

piú bella chiesa del mondo. E nello stesso tempo si conduceva innanzi

un altro grandissimo numero di monumenti e di opere pubbliche: S.

Spirito, Orsammichele, S. M. Novella. Nel 1299 lo stesso Arnolfo pose

mano anche al Palazzo dei Signori, un altro dei piú grandi monumenti

dell'arte moderna, nel quale sembrano impressi tutto il carattere

repubblicano, tutto il giovanile vigore, che animava il popolo

fiorentino in quei giorni. Nel medesimo anno si ripigliò la costruzione

delle nuove mura, abbandonata nell'85. E mentre che per tutto sorgevano

chiese, palazzi pubblici e privati, la mano di Giotto veniva con

profusa ricchezza a stendere sulle loro mura le sue immortali e solenni

composizioni; la scultura, emulando la pittura, ornava i templi

colle sue creazioni immortali, ed iniziava quella scuola toscana,

che doveva poi arrivare a Donatello, al Ghiberti, ai Della Robbia,

a Michelangiolo. E quali sono i nomi che piú di frequente troviamo

nella storia di questi anni, in mezzo alle lotte che promossero o che

seguirono gli Ordinamenti di Giustizia? Ad ogni piè sospinto, fra i

Priori, fra i Gonfalonieri e gli ambasciatori, in mezzo alle tumultuose

discussioni dei Consigli, incontriamo Dante Alighieri, Brunetto Latini,

Giovanni Villani, Dino Compagni, Guido Cavalcanti, i creatori della

poesia e della prosa italiana. La _Divina Commedia_ è piena d'allusioni

continue a questi eventi, tra i quali è nata, e nei quali si direbbe

che vive un solo e medesimo spirito, perché, sotto mille forme diverse,

apparisce sempre uguale a se stesso. Gli Ordinamenti di Giustizia

adunque non sono l'opera d'un uomo solo, quasi capriccio improvviso

di Giano della Bella; ma sono il risultato di molte rivoluzioni, uno

Statuto che ci dimostra e ci spiega quale era la forma definitiva che

prese, quale il carattere che ebbe la repubblica fiorentina, carattere

che, in una forma assai meno splendida, ove piú ove meno, ebbero anche

gli altri Comuni italiani, dei quali essa restò sempre il tipo piú

originale o luminoso.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 28 / 54 题