Queste ultime parole d'un cronista e di un osservatore assai accorto ci
aprono la via a comprendere anche meglio il carattere generale della
rivoluzione cui abbiamo assistito, la quale fu conseguenza necessaria
delle molte altre che l'avevano preceduta, e che perciò dallo studio
di essa ricevono nuova luce. Quando i Fiorentini riuscirono a disfare
nel contado i castelli dei nobili feudali e ghibellini, obbligandoli a
venire in Città, la Repubblica si trovò, come abbiam visto, divisa in
due partiti, che fieramente si lacerarono fra loro: nobili ghibellini
da un lato, popolani guelfi dall'altro. Quando gli Svevi da Napoli e
Palermo sollevarono in tutta Italia il partito ghibellino, quei nobili
primeggiarono in Toscana, e coll'aiuto di Federico e di Manfredi
dominarono ancora in Firenze, opprimendo e cacciando i Guelfi. Ma
quando caddero gli Svevi e vennero gli Angioini, allora l'Impero
ne fu indebolito, e la politica italiana mutò di nuovo: i Guelfi si
rialzarono in Firenze, e la democrazia, che da un pezzo costituiva la
vera forza della Repubblica, fece le sue vendette contro i Ghibellini,
che parvero quasi scomparsi. Se non che, in quel momento appunto i
Guelfi si trovarono divisi in Grandi da una parte, popolani dall'altra,
e ne seguí una nuova e non meno aspra lotta, nella quale si trattava di
fare scomparire del tutto i magnati. Questi perciò si videro costretti
a chieder d'essere ascritti alle Arti, ad affettare modi popolari, a
mutare perfino i loro antichi nomi di famiglia, se non volevano restare
esclusi dal governo. Gli Ordinamenti di Giustizia furono lo statuto
che, dopo una lunga serie di leggi e di rivoluzioni, assicurò per
sempre il trionfo della democrazia, verso cui da lungo tempo, anzi fin
dalla sua origine, mirava la repubblica fiorentina.
Se non che in essa v'era il popolo, ma v'era anche la plebe, e s'eran
trovati fra di loro uniti finché si trattò di combattere insieme i
Grandi; ma si divisero appena che ebbero ottenuto il comune trionfo.
Cosí a poco a poco s'andò formando il partito dei popolani grassi
o delle Arti maggiori. Queste dapprima eran dodici, e pareva che
andassero d'accordo con le nove minori, le quali piú tardi divennero
quattordici e si andarono separando sempre piú dalle altre sette,
che furon veramente le maggiori, con le quali si posero in lotta; e
fu costituito cosí il popolo grasso. La formazione ed il trionfo di
un tal partito, che per lungo tempo governò la Repubblica, cominciò
appunto, come osserva il Villani, subito dopo la caduta di Giano della
Bella, vinto dalla unione temporanea dei Grandi con i popolani piú
potenti. Questi si separarono allora cosí dai Grandi come dai popolani
minori, vincendo gli uni e gli altri, formando una delle democrazie piú
attive, accorte ed intelligenti che si conoscano nella storia. Essa fu
costituita dalla parte piú vigorosa e ricca del popolo, che perciò si
chiamò grasso, ed a poco a poco divenne padrona della Città; e tutto
ciò fu una conseguenza inevitabile delle passate rivoluzioni, ma venne
ora affrettato dagli Ordinamenti. Essi erano stati promossi da Giano
coll'aiuto del popolo contro i Grandi. Di questi egli fu vittima,
quando riuscirono ad ingannare i popolani, ai quali per un momento
sembrarono unirsi. E certo fu contro ogni sua voglia, se si trovò
cosí a favorire la formazione d'un partito che, sorgendo sulle rovine
dei Grandi e della plebe, finí coll'escluderli ambedue del tutto dal
governo della Città.
Questo partito, in ogni modo, fece per lungo tempo salire a grandissima
altezza la potenza della Repubblica, e ne diresse per piú d'un secolo
la politica. Il momento in cui riuscí a formarsi, è quello stesso in
cui Firenze divenne il centro della cultura italiana, e quindi anche
della cultura in Europa. Né è da meravigliarsi punto d'un cosí grande
trionfo intellettuale, politico e morale della democrazia commerciale
in Firenze. L'aristocrazia, al tempo degli Svevi, era stata di certo la
parte piú culta e civile della nazione italiana; le grandi questioni
politiche, le grandi lotte fra il Papato e l'Impero, nelle quali
tutta l'Europa prese vivissima parte, furono da essa sostenute. La
reggia di Federico II era stata il centro principale di tali lotte, il
punto allora piú luminoso di luce intellettuale nel mondo. La lingua
fu cortigiana; la Corte, scettica, ed i primi poeti furono principi
o baroni. Lo stesso imperatore Federico, il suo figlio Enzo, il suo
segretario Pier della Vigna fecero udire i primi accenti della musa
italiana. Era un ordine privilegiato e ristretto, in cui la letteratura
e la scienza serbarono sempre il carattere della cavalleria e della
scolastica. Al pari dei Provenzali e dei Francesi, che imitarono, essi
cantavano in versi sempre artificiosi una donna immaginaria, un amore
fantastico e non sentito. Non si riuscí mai ad abbandonare le forme
medievali e convenzionali. In quello stesso tempo, invece, i mercanti,
i popolani delle nostre repubbliche, massime di Firenze, correvano il
mondo, fondando banche, case di commercio in Oriente ed in Occidente;
studiando il diritto; dimostrando sempre e per tutto una singolare
attitudine a far leggi, a creare istituzioni nuove, a regolare grandi
interessi. E cosí acquistarono quella conoscenza pratica degli uomini
e del mondo, quel senso del vero e del reale, che era appunto ciò che
sostanzialmente mancava alle letterature preesistenti, ciò che era
necessario per dar finalmente origine alla prima fra le letterature
moderne.
Questi mercanti, educati solo al commercio ed alla piccola politica
municipale, non potevano di certo avere le idee, né lo spirito
abbastanza elevato e largo, l'intelletto abbastanza culto ed
ingentilito, per risolvere essi soli il difficile problema. Ed allora
appunto, nella piú operosa ed intelligente delle nostre repubbliche,
seguiva quella serie di grandi e radicali mutamenti, che abbiamo
esposti, i quali, attraverso lotte sanguinose, dopo una nuova
ricomposizione degli ordini sociali, la posero a un tratto in una
condizione fortunata davvero. In conseguenza delle guerre già fatte,
Firenze aveva adesso aperto tutte quante le vie al suo commercio, che
prese perciò un rapido, maraviglioso incremento; e poté cosí acquistare
una grande, né piú contestata preponderanza in tutta Toscana, di cui
era stato il centro e divenne il capo. L'antagonismo sorto tra il
Papa e gli Angioini, le mutate condizioni dell'Impero le permisero
di destreggiarsi abilmente fra di essi, assumendo per la prima volta
una vera, una grande importanza politica e storica in Italia. Cosí si
estesero in un medesimo tempo il giro dei suoi affari, e la cerchia
delle sue idee. I due ordini di cittadini piú intelligenti e piú
avversi, i mercanti cioè divenuti potenti, e i nobili costretti ad
accomunarsi con essi, furono nella loro aspra lotta trasformati, fusi
finalmente in un ordine solo, lasciando da una parte la plebe piú
rozza, e dall'altra quei Grandi, che aspiravano a signoria assoluta,
o restavano sempre troppo tenaci fautori delle consuetudini feudali, e
dell'autorità imperiale, ciechi avversari delle istituzioni comunali,
che pure erano destinate inevitabilmente a trionfare. C'è egli da
maravigliarsi, se si vide allora appunto sorgere il fiore piú bello
delle lettere e delle arti, e sotto il benefico soffio della nuova
libertà, della cresciuta uguaglianza, aprire le sue foglie, diffondere
i suoi effluvî nel mondo? Basta leggere le storie, basta svolgere
le leggi della Repubblica, per vedere come un nuovo spirito animi il
popolo, e quasi un nuovo sole sorga sull'orizzonte, in questi ultimi
anni del secolo XIV.
Ogni paragrafo dei cronisti ci annunzia nuove opere pubbliche di grande
importanza: piazze, canali, ponti, mura della Città. E insieme con
essi si vedono sorgere i piú immortali monumenti dell'arte moderna.
In questi anni Arnolfo di Cambio lavorò al Battistero, cominciò la
Chiesa di Santa Croce, e, secondo che scrivono, ebbe dalla Signoria,
con solenni parole, l'ordine di rinnovare affatto il vecchio duomo,
costruendone uno nuovo, «innalzandolo con la maggiore magnificenza
possibile alla mente dell'uomo, facendolo degno d'un cuore divenuto
grandissimo, per la unione di piú animi in uno solo».[125] Certo è che
allora egli pose la prima pietra di questa, che non pochi giudicano la
piú bella chiesa del mondo. E nello stesso tempo si conduceva innanzi
un altro grandissimo numero di monumenti e di opere pubbliche: S.
Spirito, Orsammichele, S. M. Novella. Nel 1299 lo stesso Arnolfo pose
mano anche al Palazzo dei Signori, un altro dei piú grandi monumenti
dell'arte moderna, nel quale sembrano impressi tutto il carattere
repubblicano, tutto il giovanile vigore, che animava il popolo
fiorentino in quei giorni. Nel medesimo anno si ripigliò la costruzione
delle nuove mura, abbandonata nell'85. E mentre che per tutto sorgevano
chiese, palazzi pubblici e privati, la mano di Giotto veniva con
profusa ricchezza a stendere sulle loro mura le sue immortali e solenni
composizioni; la scultura, emulando la pittura, ornava i templi
colle sue creazioni immortali, ed iniziava quella scuola toscana,
che doveva poi arrivare a Donatello, al Ghiberti, ai Della Robbia,
a Michelangiolo. E quali sono i nomi che piú di frequente troviamo
nella storia di questi anni, in mezzo alle lotte che promossero o che
seguirono gli Ordinamenti di Giustizia? Ad ogni piè sospinto, fra i
Priori, fra i Gonfalonieri e gli ambasciatori, in mezzo alle tumultuose
discussioni dei Consigli, incontriamo Dante Alighieri, Brunetto Latini,
Giovanni Villani, Dino Compagni, Guido Cavalcanti, i creatori della
poesia e della prosa italiana. La _Divina Commedia_ è piena d'allusioni
continue a questi eventi, tra i quali è nata, e nei quali si direbbe
che vive un solo e medesimo spirito, perché, sotto mille forme diverse,
apparisce sempre uguale a se stesso. Gli Ordinamenti di Giustizia
adunque non sono l'opera d'un uomo solo, quasi capriccio improvviso
di Giano della Bella; ma sono il risultato di molte rivoluzioni, uno
Statuto che ci dimostra e ci spiega quale era la forma definitiva che
prese, quale il carattere che ebbe la repubblica fiorentina, carattere
che, in una forma assai meno splendida, ove piú ove meno, ebbero anche
gli altri Comuni italiani, dei quali essa restò sempre il tipo piú
originale o luminoso.