Tutto era dunque tranquillo e sicuro fuori della Città, quando appunto
i maggiori pericoli cominciarono dentro. I Grandi erano decisi a
non volere che avessero esecuzione gli Ordini della giustizia, e
però s'adoperavano in maniera che, quando seguivano offese contro
i popolani, gli offensori venissero condotti dinanzi a giudici del
loro medesimo partito, i quali stendevano il processo a loro favore,
e cosí il Podestà, senza saperlo, era spinto a colpire gl'innocenti.
Nascondevano i malfattori, difendevano i consorti, e quando si poneva
mano all'esecuzione della legge, tentavano di far nascere tumulti.
Contro tutto ciò appunto reagiva ora fieramente il popolo, guidato da
Giano della Bella, il quale soleva ripetere sempre: perisca piuttosto
la Città che la giustizia. Le passioni perciò s'esaltarono in modo,
che già si minacciava di voler trascorrere a gravi eccessi contra i
Grandi. Primi a cader sotto le piú severe pene degli Ordinamenti furono
i Galli. Avendo uno di essi ferito in Francia un mercante fiorentino,
che poi ne morí, le case loro furono disfatte in Firenze.[115] Dopo
questo esempio, facilmente s'andò oltre. Il popolo chiedeva nuove e
sempre piú severe esecuzioni: si temeva perciò, dice il Compagni, «se
l'uomo accusato non fosse punito, che il rettore non avesse difensione
né scusa, il perché niuno accusato rimaneva impunito». I Grandi erano
al colmo del loro furore, ed esclamavano, non senza qualche apparenza
di ragione: «Un caval corre e dà della coda nel viso a un popolano,
o in una calca uno darà di petto senza malizia a un altro, o piú
fanciulli di piccola età vengono a quistione; debbono però costoro, per
sí piccole cose, essere disfatti?»[116]
In questo modo sorse fra di loro il pensiero di cospirare contro
la persona di Giano, capo e istigatore del popolo, e cosí farla
finita una volta per sempre. La cosa non doveva esser di difficile
riuscita, a cagione del carattere impetuoso, aperto, imprudente di
lui. Il suo predominio sul popolo minuto era grandissimo, ma anche
qui v'era un'altra cagione di debolezza. La plebe e le Arti minori
vivevano, come vedemmo, colla piccola industria, col piccolo commercio
nell'interno della Città, e facevano i loro maggiori guadagni coi
nobili, i quali perciò avevano su di esse molta autorità, e fra di
esse trovavano parecchi seguaci. Da un altro lato non mancava sin
d'allora una qualche gelosia tra il popolo minuto ed il popolo grasso,
il quale viveva, invece, principalmente col commercio d'esportazione
e d'importazione,[117] ed era indipendente dai Grandi, che odiava e
voleva abbattere. Non per questo però il popolo grasso poteva veder con
piacere che Giano sollevasse l'ambizione e la potenza della plebe, la
quale era scontenta perché si trovava esclusa dal governo, e cominciava
a desiderare di prendervi parte.
S'aggiunse piú tardi l'elezione di Bonifazio VIII (dicembre 1294), il
quale aveva un'ambizione smodata di temporale dominio, e credeva che,
per la vacanza dell'Impero, il Papato potesse ora assumerne in Italia
ed in Europa i diritti. Voleva perciò specialmente in Firenze, che
era capo di Toscana, e dove già i suoi predecessori avevano nominato
Carlo d'Angiò vicario imperiale, accrescere la propria autorità.
Cominciò quindi a intendersela subito coi Grandi, coi quali era molto
piú facile venire ad accordi, perché, trovandosi essi già indeboliti,
avrebbero ben volentieri ripreso il governo della Città in nome suo,
come i loro antenati ghibellini lo avevano piú volte tenuto in nome
dell'Imperatore. Ma a ciò naturalmente si opponeva il popolo grasso,
il quale, volendo invece mantenere la Repubblica libera e indipendente,
non poteva, sebbene guelfo, intendersi ora col Papa.
I segreti maneggi fra i Grandi e Bonifazio VIII cominciarono subito,
per mezzo degli Spini, ricchi mercanti fiorentini, che, essendo
banchieri della Curia, avevano agenti a Roma. Il primo risultato di ciò
fu l'invito di venire in Toscana, fatto a un tal Giovan di Celona,[118]
che già con alcune centinaia d'uomini armati s'avanzava ora verso
l'Italia, chiamato dal Papa e dai Grandi, i quali ultimi volendo
giovarsene ai loro propri fini, gli avevano fatto molte promesse, a
quanto pare, d'accordo anche con alcuni dei popolani. Ma tutto ciò
andava per le lunghe, e le passioni correvano ora piú rapide dei
maneggi politici, che servivano però a tenerle sempre accese. Si pensò
quindi ad ordire senz'altro indugio una trama, per uccidere addirittura
Giano della Bella. _Percosso il pastore, fiano disperse le pecore_,
dicevano i Grandi.
Se non che, su coloro che desideravano pronta violenza, prevalsero
quelli che consigliarono invece l'astuzia. Nel popolo seguivano allora
molti eccessi, che restavano impuniti per la debolezza dei giudici.
I beccai soprattutto, guidati da un tal Pecora, pessimo e audace, che
pubblicamente minacciava i Signori, trascorrevano ogni giorno di piú. E
però, sapendo l'amore che Giano aveva alla giustizia, i Grandi, nelle
riunioni che avevano spesso con lui e coi popolani, gli dissero: «Non
vedi tu la violenza dei beccai; non vedi l'insolenza dei giudici, che,
minacciando di punire i Rettori, al tempo del sindacato, ottengono
ingiusti favori? Si lasciano sospesi i piati tre o quattro anni, e non
si pronunziano mai le sentenze.[119]» Giano, nella sua lealtà, subito
rispondeva: «Perisca piuttosto la Città, che ciò si sostenga. Facciansi
leggi che siano freno a tanta malizia». E i Grandi correvano allora
malignamente a dire ai giudici ed ai beccai, che esso voleva rovinarli
con nuove leggi.[120] Continuando poi l'astuta trama, consigliavano una
legge contro gli sbanditi, colla speranza di poterla presto applicare
a lui stesso. Pare che egli fosse per cader nella rete, ma ne fu
avvertito in tempo. E allora, senza piú volere ascoltare né amici né
nemici, non consentí che nessuna legge si proponesse, minacciando di
farli uccidere tutti. Cosí si sciolse l'adunanza, senza concludere
altro che irritar sempre piú gli animi.[121]
Ma i Grandi non perciò s'arrestavano. Vedendo che Giano aveva sempre
molti amici, e non era sperabile di vincerlo con quelle astuzie, si
radunarono soli in S. Iacopo Oltrarno, per discutere sul da fare, e
tornarono allora in campo i consigli violenti. Betto Frescobaldi, suo
nemico personale, colui che gli aveva già posto le mani sul viso in S.
Piero Scheraggio, disse: «Usciamo di questa servitú; prendiamo l'arme
e corriamo sulla Piazza; uccidiamo amici e nemici di popolo, quanti noi
ne troviamo, sicché giammai noi né i nostri figliuoli non siamo da loro
soggiogati». Ma di nuovo si opposero i fautori dell'astuzia, e Baldo
della Tosa, con molta calma, disse: «Il consiglio del savio cavaliere
è buono, se non fosse di troppo rischio, perché se il nostro pensiero
venisse manco, noi saremmo tutti morti. Vinciamgli prima con ingegno,
e scomuniamgli con parole pietose.... E cosí scomunati, cacciamgli per
modo che piú non si rilevino».[122]
Se non che a un tratto, l'occasione opportuna alla violenza si presentò
da se stessa. Corso Donati, uno dei piú potenti e prepotenti nella
Città, spinse alcuni suoi uomini a ferire messer Simone Galastroni, e
ne seguí una zuffa, nella quale vi furono un morto e due feriti. Le
parti presentarono querela; ma quando si fu dinanzi ai giudici che
stendevano il processo, uno di essi, dominato dal solito spirito di
parte, fece sí che il notaio scrivesse a rovescio le deposizioni dei
testimoni. E venuta la cosa in questi termini dinanzi al Podestà Gian
di Lucino, egli assolvette il Donati e condannò il Galastroni. Il
popolo allora, che s'era trovato presente alla zuffa e sapeva come era
andata la cosa, levatosi a tumulto, gridava per le strade: Muoia il
Podestà; al fuoco, al fuoco! E corse subito al Palazzo con la stipa in
mano, per bruciarne la porta, sperando d'avere a guida e sostegno Giano
della Bella, il quale invece prese le parti dei magistrati, che voleva
sempre rispettati. La porta del Palazzo del Podestà fu nonostante
arsa, i suoi cavalli e gli arnesi rubati, i suoi uomini presi, gli
atti stracciati; e molti che sapevano trovarsi presso di lui carte e
processi a loro carico, riuscirono a distruggerli. Egli, che aveva seco
la moglie, fuggí con essa nelle case vicine, dove furono ricoverati.
Corso Donati, che era allora nel Palazzo, si salvò fuggendo su per i
tetti.
Il giorno seguente furono radunati i Consigli, e per onore della
Repubblica si deliberò di restituire al Podestà ogni cosa indebitamente
a lui tolta, pagandolo e lasciandolo partire. Cosí fu subito rimesso
l'ordine; ma gli animi erano sempre assai eccitati, ed i Grandi
s'avvidero che il momento della vendetta contro Giano era finalmente
arrivato. Infatti alcuni del popolo gli erano avversi, per le mille
calunnie sparse ad arte contro di lui, fra cui quella d'aver egli
promosso leggi a danno dei giudici e dei beccai; altri erano sdegnati,
per aver egli preso le parti del Podestà; ed altri finalmente lo
accusavano d'essere stato cagione del tumulto. In tanta incertezza
e confusione di animi, i suoi nemici riuscirono a far eleggere prima
del tempo una Signoria a lui avversa, che subito lo fece richiedere
come autore dei disordini. Tutta la Città si trovò allora sollevata.
Alcuni lo volevano condannare; ma il popolo minuto correva invece a
difenderlo. Allora egli giudicò bene allontanarsi, ed il 5 marzo 1295
se ne usci di Firenze, per evitare una guerra civile, sperando che la
sua partenza aprirebbe gli occhi ai piú savi, e che questi lo avrebbero
perciò richiamato. I suoi calcoli però andarono falliti, avendo egli
molti piú nemici che non credeva. E cosí fu condannato in contumacia,
in nome di quegli stessi Ordini della giustizia, che aveva promossi, e
dei quali era tenuto autore. Il Papa allora mandò subito a rallegrarsi
coi Fiorentini, e Giano capi che la sua stella era ormai tramontata.
Senza perciò esitare, come portava la sua indole sdegnosa e pronta,
andossene in Francia, dove aveva alcuni interessi nella casa dei
Pazzi, e quivi morí esule. Le sue case vennero disfatte, i suoi amici e
parenti furono condannati, ma gli Ordinamenti della Giustizia restarono
fermi per lungo tempo ancora.[123] Il Villani, a questo proposito, nota
come chiunque in Firenze «s'è fatto caporale di popolo o d'università,
è stato sempre abbandonato». E aggiunge che «di questa novitade ebbe
grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e
d'allora innanzi gli artefici e' popolani minuti poco potere ebbono in
Comune; ma rimase al governo dei popolani grassi e possenti».[124]