II.

Una breve dimora in Napoli è sufficiente per dimostrare che non tutta la

vita si concentra nella città, bensì si riversa grandemente nei

dintorni. La città in sè è tutt'altro che piacevole; quell'enorme

frastuono, quelle case altissime ed architettonicamente barocche, quel

sudicio ovunque, quel gridare incessante ed assordante, finiscono con lo

stancare. A Napoli si dimora soltanto perchè ha dintorni di bellezza

meravigliosa e perchè da questo centro si può andare in breve tempo a

Pompei, ad Ischia, a Sorrento, a Portici, a Pozzuoli, a Baia, al

Vesuvio, a Capri.

La gente va continuamente fuori della città per tre direzioni, che

formano propriamente la topografia della città: per la via Toledo, la

massima arteria di Napoli, che porta alla bella collina di Capo di

Monte, ai colli circostanti cosparsi di ville, ed al romitaggio

delizioso di Camaldoli; e per le due vie che partono insieme

dall'estremità di via Toledo e vanno lungo il mare, una attorno il

porto, sino a Marinella, a Portici, a Pompei, e al Vesuvio; l'altra per

Chiaia, a Posillipo, e, oltre la grotta di questa, a Pozzuoli e a Baia.

Queste sono le tre maggiori strade di Napoli, per le quali senza posa

passa un fiume di gente, in ispecie nel pomeriggio e nella sera. Vi si

vedono lunghe file di carrozze, di carretti, e di carri a due ruote

tirati da muli; vi si vedono tutto il lusso, tutte le industrie, tutto

quello che occorre nella vita. I magazzini e le botteghe più eleganti

sono in Toledo; nelle altre due vie si trovano specialmente gli oggetti

di prima necessità; il quartiere più elegante di Napoli è però

costituito dalla via Toledo, sino lungo Chiaia e verso la grotta di

Posillipo. Chiaia è una strada meravigliosa; i suoi palazzi moderni sono

occupati dai più ricchi cittadini, dai rappresentanti delle potenze

straniere e dai principali alberghi. Di fronte sorge la Villa Reale, i

cui giardini non sono aperti che alle persone decentemente vestite;

soltanto alle classi superiori ne è permesso l'accesso; il popolo ne è

escluso. Sulla spiaggia non vi sono che pochi pescatori; i bagni colà

costruiti non sono alla portata delle borse moderne. Le botteghe di

oggetti di prima necessità, i modesti mercati di pesce, di legumi, e le

taverne ricominciano là dove la via si divide e mena alla grotta di

Posillipo e a Margellina.

Tutte queste vie hanno un aspetto ordinario e tranquillo; ma la scena

muta non appena, oltrepassato il Castello, si giunge a S. Lucia. Qui

pullula tutta la vita popolare, non interrotta per breve spazio che dal

palazzo reale e dal castello, per raggiungere la massima intensità al

molo, al porto, a Marinella ed al mercato; al di là, nei sobborghi fino

a Portici, diminuisce. S. Lucia, il luogo di carattere più svariato e

dove sono le locande di secondo ordine, è la linea di confine fra la

parte aristocratica di Napoli e quella popolare. Il porto è il punto del

maggior movimento popolare e del commercio; ivi si lavora, si traffica

senza posa, e ivi è tutto quello che è necessario alla vita del popolo.

V'è un movimento continuo; le calate sono sempre ingombre di carbone e

di altri materiali; vi si affollano continuamente pescatori, barcaiuoli,

lazzaroni, piccoli mercanti. Gli abitanti delle campagne, i popolani

vengono qui ad acquistare gli abiti e le scarpe, che empiono case da

cima a fondo. Qui si vendono tutte le masserizie casalinghe, qui sono

caffè, liquorerie, spacci di tabacco, unicamente frequentati dal popolo,

fruttaioli i quali tengono gli aranci e le angurie già tagliate a fette

che essi vendono per un tornese e che vengono mangiate dai compratori in

piedi. Qui si vedono vere montagne di fichi d'India, di cui la gente più

misera si nutre; questo è il luogo di riunione, si potrebbe dire la sala

di conversazione del popolo. Nel pomeriggio, agli angoli di certe vie,

si vedono lettori pubblici di storie cavalleresche e di storie di

briganti. Qui lo scrivano pubblico tiene il suo tavolo e scrive lettere

amorose. A Marinella vi sono teatri con pulcinella, il quale di su la

porta invita la gente ad entrare. Vicino al porto esiste pure il

principale teatro popolare detto di S. Carlino, e nei dintorni vi sono

altre capanne per chi vuol fare i bagni di mare a poco prezzo.

La folla e il movimento che regnano sul porto, sono un nulla in

confronto a quanto si vede nei due maggiori mercati, vicini a Marinella:

il Porto Nuovo e il Mercato. Il Porto Nuovo è sempre ingombro da una

folla immensa; si direbbe che l'intera Campania abbia mandato le sue

frutta e il golfo tutti i suoi pesci su questa piazza. Il popolo vi si

reca per comprare, per mangiare; lo si potrebbe dunque definire come il

ventricolo di Napoli. È veramente interessante osservare tutta quella

folla, tutto quel frastuono, ed uno lo può fare a suo bell'agio,

rifugiandosi in una di quelle cucine all'aperto, costituite da quattro

tavole, dove si preparano e vengono mangiate le _pizze_, specie di torte

schiacciate, rotonde, condite con formaggio, o con prosciutto. Si

ordinano e in cinque minuti sono pronte; per digerirle, però, è

necessario avere i succhi gastrici di un lazzarone.

I mercati settimanali hanno pure luogo su quella piazza, per un Tedesco

di triste memoria, perchè colà fu decapitato l'ultimo degli

Hohenstaufen; è del pari caratteristica per essere stato il teatro di

uno storico episodio, quello di Masaniello, su quella piazza dai lazzari

eletto loro re, e ivi trucidato.

Questo luogo è storico per il popolo napoletano; è come la sua piazza

della Bastiglia, sanguinosa per le scene terribili di giustizia

popolare; il popolo vi troncò il capo a nobili cittadini e li espose

all'oltraggio. È rimasta terribile anche per i ricordi della peste.

Interessante, ma difficile insieme, sarebbe descrivere tutto questo caos

di persone e classificarle in tanti gruppi ben distinti. Sono stati

fatti infiniti quadri e disegni della vita popolare a Napoli; si sono

scritte su ciò numerose opere, profonde e vivaci, ma nessuna ne dà

un'idea precisa a chi non la potè mai vedere coi propri occhi. Pertanto,

vo' provarmi a dare uno schizzo della strada di S. Lucia, più di ogni

altra interessante. Ho pur già detto che questa via, sita in uno dei

punti più belli di Napoli, è quella dove vennero a contatto le classi

superiori ed inferiori della popolazione e dove la vittoria rimase al

ceto medio. Non troppo lunga, la strada è circoscritta a sinistra dal

mare, dal palazzo reale e a destra dal pittoresco Castel dell'Ovo.

Distendendosi quasi al centro del grande arco del golfo, si trova aperta

sul mare, di cui si gode liberamente la vista, non intercettata come

pel porto dalle alberature dei bastimenti. La sua posizione è

meravigliosa ed invita molti forestieri a stabilirsi nei suoi alberghi

di second'ordine, dai quali si può godere alla sera la bellezza

insuperabile del mare e la frescura della brezza marina.

Io dimorai a S. Lucia quaranta giorni, e dalla mia finestra vedevasi

tutto il golfo raggiante di luce: le due cime del Vesuvio dominanti la

bianca città, le pittoresche spiaggie di Castellammare, di Sorrento,

fino a Capo Minerva, e l'isola di Capri. Ogni mattino, quando la rosea

luce del golfo veniva a svegliarmi nella mia camera, mi abbandonavo alla

contemplazione di quel fantastico spettacolo che è colà il levare del

sole, e guardavo le tinte di fuoco dei monti e del mare, che parevano

avvolgere in un incendio colossale la grandiosa città. Ma più magico

ancora era lo spettacolo che mi si parava dinanzi allorchè la luna nel

suo pieno, sorgeva sul Vesuvio, e spandeva la sua luce argentea sui

monti, sul mare, sulla città, illuminando l'intero golfo. La cupa

foresta degli alberi delle navi nel porto si distaccava allora sopra un

fondo di brillante bianchezza; la luce dei fanali impallidiva; infinite

barche scivolavano sulle onde, e sparivano, e tosto ricomparivano

all'orizzonte; lo scoglio gigantesco di Capri appariva, e Somma, il

Vesuvio, i monti di Castellammare e di Sorrento, quasi forme

fantastiche, s'illuminavano. Chi avrebbe potuto dormire in quelle notti?

Io prendevo una barca a S. Lucia e navigavo su quelle onde

fosforescenti, oppure rimanevo seduto sulla spiaggia, insieme con

popolani a mangiare frutti di mare.

Quei luoghi anche di notte sono animati, pieni di vita.

Nel quartiere di S. Lucia è concentrato specialmente il commercio dei

frutti marini, disposti in buon ordine, con le ostriche, nelle piccole

botteghe, ciascuna delle quali porta un numero e il nome del

proprietario. Sono incessanti le grida per invitare la gente ad entrare;

le botteghe sono illuminate, e tutti quei prodotti del mare rilucono dei

colori più svariati: sono ricci, stelle di mare, coralli, araguste,

dalle forme più bizzarre, dalle tinte più dissimili. Il mistero delle

profondità marine è ivi svelato e quel piccolo mercato presenta ogni

sera il lieto aspetto quasi di una notte di Natale marittima.

Chi scende la gradinata che porta al mare, ad un tratto si trova come in

una specie di grande sala illuminata a cielo scoperto. Intorno a piccole

tavole i popolani mangiano ostriche e maccheroni; è uno spettacolo

stupefacente vedere come quegli esseri divorino, pagandoli un paio di

grani ad un pescatore o ad un lazzarone, i maccheroni, e con quanta

velocità li facciano scivolare nella gola. Là dove termina il frastuono

di questi divoratori, incomincia un'altra scena assai caratteristica:

sotto una specie di volta, presso una fonte sulfurea, da mane a sera

donne e fanciulli gridano, schiamazzano con bicchieri in mano, invitando

a bere l'acqua salubre. Si prende posto su una sedia, si beve un

bicchiere di quest'acqua minerale e si mangiano alcune piccole

ciambelle. Con pochi soldi la gente modesta vi trova uno spasso;

difatti, vi accorrono intiere famiglie e chi non mangia i maccheroni,

prende almeno l'acqua sulfurea e le ciambelle. Ivi il movimento,

l'andare e venire della gente dalla terra, dal mare, nelle barche, è

incessante, ed ivi le ninfe notturne tendono le loro reti ai forestieri:

sono fanciulle di facili costumi, accompagnate di solito dalla madre o

da una canuta matrona, custode apparente del loro cuore. Più di una

tenera relazione nasce a S. Lucia, fra un bicchiere e l'altro d'acqua

sulfurea.

Di giorno il movimento in questo quartiere non è minore. Vi si prendono

bagni in pubblico, alla presenza di tutti, ed io ho visto presso Castel

dell'Uovo, nell'intiera giornata, schiere di ragazzi e di giovanotti

saltare in mare, tuffarvisi e far mostra delle loro prodezze acquatiche.

I Napoletani nuotano come tanti delfini. Il clima contribuisce a

mantenerli in uno stato primitivo di natura; la temperatura calda

mantiene in onore il nudo, il cui studio si può fare liberamente per le

strade, ad ogni ora. Napoli è la città dei contrasti: corrono per le vie

carrozze di lusso, appartenenti alle famiglie più aristocratiche, e alla

presenza dei principi coperti di decorazioni scintillanti, di dame della

più insigne nobiltà parigina e londinese, stuoli d'uomini, come se nulla

fosse, si gettano in mare in costume adamitico. Io mi son concesso

spesso il diletto di chiamare dalla mia finestra al quarto piano, quei

ragazzi nudi della strada e di far loro vedere una moneta: in un atto

essi si tuffavano nelle onde, vi compivano le loro prodezze e quindi

tornavano nella strada, grondanti acqua per ricevere la mercede

promessa. Lo spettacolo del nudo è in tutto il golfo; sulle stesse

cancellate di ferro del porto si vedono di continuo arrampicarsi ragazzi

intieramente spogli e precipitarsi di lassù a capo fitto in mare.

Il 18 maggio, per dare sfogo a questa immensa popolazione, fu aperta

verso la campagna una nuova via, quella di S. Teresa, secondo il nome

dal Re impostole in onore della Regina sua consorte. Questa strada

domina la città e sopra Castel S. Elmo fa una parabola verso il Vomero,

traversando colline e valli, per sboccare quindi a Chiaia. Ancora non è

compiuta, nè selciata, e in molti punti bisogna attraversare fossati

sopra a tavole; vi si incontrano però già cavalli, asini, muli e una

folla di gente che, sopratutto, nelle domeniche e nelle feste, si reca a

visitare i lavori. A quanto sembra le tre grandi arterie non bastavano

più alla numerosa popolazione della città ed è stato necessario

procurarle uno sbocco sul Vomero, ponendo Chiaia in comunicazione con

questo. La nuova via sarà fiancheggiata da ville con giardini, secondo

il gusto di coloro che ricercano l'aria pura, il verde, quasi la

campagna in città, e col tempo sarà indubbiamente una delle più

deliziose strade di Europa.

Ad ogni svolto di collina e di piccola valle, lo spettacolo della città

sottostante, del golfo e delle isole varia, e tu non sapresti dove è

meglio rivolgere lo sguardo nell'insuperabile bellezza di

quell'orizzonte, sulla città, su quegli aranceti profumati, su quei

giardini cosparsi di fiori o su quelle pittoresche macchie di pini, di

palme, di cipressi. Chi non si sentisse rapito qui d'incanto per le

bellezze che natura offre, non potrebbe che essere privo del senso del

bello.

Si ascende alla nuova strada dagli Studi, dove vengono dati a nolo

asinelli; io, però, preferii recarmici a piedi, da solo, onde meglio

goderla ed arrestarmi qua e là a mio piacere. Vidi così successivamente

Castel S. Elmo, dalle bianche mura, sorgente sopra un nero scoglio,

circondato di captus, di aloe, di piante rampicanti; vidi, in basso,

verdeggianti giardini, rocce calcaree dinanzi ad un'osteria quasi

sperduta nella lussureggiante vegetazione di una vigna; vidi una

valletta di limoni, di aranci, di melagrani, che mandavano nell'aria

profumi deliziosi; e poi un sobborgo formato di fabbriche industriali, e

amene e ridenti collinette, e case rustiche, e una gola piena di captus

e di palme; e poi, ad un tratto, a sinistra, scorsi la città, il golfo,

l'isola di Capri, ed una foresta di pini ai piedi del Vesuvio, che si

staccava sullo splendido azzurro del cielo, tinto di violaceo; poi nuove

rocce, nuovi giardini, nuove casette rustiche: una vera scena campestre,

popolata da pastori, i quali portavano le loro capre al pascolo; un

convento animato da monaci, alte colline rivestite di pini. Quante,

quante bellezze! Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce,

ed un'aria finissima olezzante di profumi, ristoratrice!

Mi sedetti sotto un cipresso e rivolsi ancora lo sguardo ai giardini

sottostanti, dove i tralci delle viti, agitati lievemente dalla brezza

marina, pendevano a foggia di festoni dagli alberi, come nelle pitture

di Pompei rappresentanti le baccanti. Avevo letto un libro in cui non

ricordo quale erudito non sapeva darsi pace che quelle giovani donne

ballassero per aria, affermando che ciò era contro natura, poichè

avrebbero dovuto posare sul suolo i loro piedi e sostenendo che tali

affreschi erano soltanto dei capricci di una fantasia sbrigliata. Povere

cose, invero, l'erudizione e l'archeologia! In questo angolo di paradiso

le cose si sentono e si comprendono oggi come le sentivano e le

comprendevano gli antichi. Qui regna ancora l'idea del culto di Bacco e

l'immaginazione si solleva in alto come una baccante col tirso; qui ci

sembra di staccarci dal suolo e, sciolti da ogni vincolo terreno, di

spaziare nell'atmosfera.

Le bellezze della natura e i sentimenti cristiani, alla presenza delle

più grandi meraviglie della creazione, risvegliano sempre idee tristi.

Ero giunto su di una altura dove alcuni soldati svizzeri stavano bevendo

fuori di una piccola bettola, una capanna di paglia. Di lassù si

dominavano il mare, le isole di Nisida, di Procida e d'Ischia, tutte

avvolte nel manto meraviglioso del sole al tramonto. Uno di quei

soldati mi si avvicinò e, gettando uno sguardo su quello spettacolo

meraviglioso, con tono di mestizia mi disse: «Come è bello! troppo

bello!... rende melanconici...»

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 5 / 33 题