Una breve dimora in Napoli è sufficiente per dimostrare che non tutta la
vita si concentra nella città, bensì si riversa grandemente nei
dintorni. La città in sè è tutt'altro che piacevole; quell'enorme
frastuono, quelle case altissime ed architettonicamente barocche, quel
sudicio ovunque, quel gridare incessante ed assordante, finiscono con lo
stancare. A Napoli si dimora soltanto perchè ha dintorni di bellezza
meravigliosa e perchè da questo centro si può andare in breve tempo a
Pompei, ad Ischia, a Sorrento, a Portici, a Pozzuoli, a Baia, al
Vesuvio, a Capri.
La gente va continuamente fuori della città per tre direzioni, che
formano propriamente la topografia della città: per la via Toledo, la
massima arteria di Napoli, che porta alla bella collina di Capo di
Monte, ai colli circostanti cosparsi di ville, ed al romitaggio
delizioso di Camaldoli; e per le due vie che partono insieme
dall'estremità di via Toledo e vanno lungo il mare, una attorno il
porto, sino a Marinella, a Portici, a Pompei, e al Vesuvio; l'altra per
Chiaia, a Posillipo, e, oltre la grotta di questa, a Pozzuoli e a Baia.
Queste sono le tre maggiori strade di Napoli, per le quali senza posa
passa un fiume di gente, in ispecie nel pomeriggio e nella sera. Vi si
vedono lunghe file di carrozze, di carretti, e di carri a due ruote
tirati da muli; vi si vedono tutto il lusso, tutte le industrie, tutto
quello che occorre nella vita. I magazzini e le botteghe più eleganti
sono in Toledo; nelle altre due vie si trovano specialmente gli oggetti
di prima necessità; il quartiere più elegante di Napoli è però
costituito dalla via Toledo, sino lungo Chiaia e verso la grotta di
Posillipo. Chiaia è una strada meravigliosa; i suoi palazzi moderni sono
occupati dai più ricchi cittadini, dai rappresentanti delle potenze
straniere e dai principali alberghi. Di fronte sorge la Villa Reale, i
cui giardini non sono aperti che alle persone decentemente vestite;
soltanto alle classi superiori ne è permesso l'accesso; il popolo ne è
escluso. Sulla spiaggia non vi sono che pochi pescatori; i bagni colà
costruiti non sono alla portata delle borse moderne. Le botteghe di
oggetti di prima necessità, i modesti mercati di pesce, di legumi, e le
taverne ricominciano là dove la via si divide e mena alla grotta di
Posillipo e a Margellina.
Tutte queste vie hanno un aspetto ordinario e tranquillo; ma la scena
muta non appena, oltrepassato il Castello, si giunge a S. Lucia. Qui
pullula tutta la vita popolare, non interrotta per breve spazio che dal
palazzo reale e dal castello, per raggiungere la massima intensità al
molo, al porto, a Marinella ed al mercato; al di là, nei sobborghi fino
a Portici, diminuisce. S. Lucia, il luogo di carattere più svariato e
dove sono le locande di secondo ordine, è la linea di confine fra la
parte aristocratica di Napoli e quella popolare. Il porto è il punto del
maggior movimento popolare e del commercio; ivi si lavora, si traffica
senza posa, e ivi è tutto quello che è necessario alla vita del popolo.
V'è un movimento continuo; le calate sono sempre ingombre di carbone e
di altri materiali; vi si affollano continuamente pescatori, barcaiuoli,
lazzaroni, piccoli mercanti. Gli abitanti delle campagne, i popolani
vengono qui ad acquistare gli abiti e le scarpe, che empiono case da
cima a fondo. Qui si vendono tutte le masserizie casalinghe, qui sono
caffè, liquorerie, spacci di tabacco, unicamente frequentati dal popolo,
fruttaioli i quali tengono gli aranci e le angurie già tagliate a fette
che essi vendono per un tornese e che vengono mangiate dai compratori in
piedi. Qui si vedono vere montagne di fichi d'India, di cui la gente più
misera si nutre; questo è il luogo di riunione, si potrebbe dire la sala
di conversazione del popolo. Nel pomeriggio, agli angoli di certe vie,
si vedono lettori pubblici di storie cavalleresche e di storie di
briganti. Qui lo scrivano pubblico tiene il suo tavolo e scrive lettere
amorose. A Marinella vi sono teatri con pulcinella, il quale di su la
porta invita la gente ad entrare. Vicino al porto esiste pure il
principale teatro popolare detto di S. Carlino, e nei dintorni vi sono
altre capanne per chi vuol fare i bagni di mare a poco prezzo.
La folla e il movimento che regnano sul porto, sono un nulla in
confronto a quanto si vede nei due maggiori mercati, vicini a Marinella:
il Porto Nuovo e il Mercato. Il Porto Nuovo è sempre ingombro da una
folla immensa; si direbbe che l'intera Campania abbia mandato le sue
frutta e il golfo tutti i suoi pesci su questa piazza. Il popolo vi si
reca per comprare, per mangiare; lo si potrebbe dunque definire come il
ventricolo di Napoli. È veramente interessante osservare tutta quella
folla, tutto quel frastuono, ed uno lo può fare a suo bell'agio,
rifugiandosi in una di quelle cucine all'aperto, costituite da quattro
tavole, dove si preparano e vengono mangiate le _pizze_, specie di torte
schiacciate, rotonde, condite con formaggio, o con prosciutto. Si
ordinano e in cinque minuti sono pronte; per digerirle, però, è
necessario avere i succhi gastrici di un lazzarone.
I mercati settimanali hanno pure luogo su quella piazza, per un Tedesco
di triste memoria, perchè colà fu decapitato l'ultimo degli
Hohenstaufen; è del pari caratteristica per essere stato il teatro di
uno storico episodio, quello di Masaniello, su quella piazza dai lazzari
eletto loro re, e ivi trucidato.
Questo luogo è storico per il popolo napoletano; è come la sua piazza
della Bastiglia, sanguinosa per le scene terribili di giustizia
popolare; il popolo vi troncò il capo a nobili cittadini e li espose
all'oltraggio. È rimasta terribile anche per i ricordi della peste.
Interessante, ma difficile insieme, sarebbe descrivere tutto questo caos
di persone e classificarle in tanti gruppi ben distinti. Sono stati
fatti infiniti quadri e disegni della vita popolare a Napoli; si sono
scritte su ciò numerose opere, profonde e vivaci, ma nessuna ne dà
un'idea precisa a chi non la potè mai vedere coi propri occhi. Pertanto,
vo' provarmi a dare uno schizzo della strada di S. Lucia, più di ogni
altra interessante. Ho pur già detto che questa via, sita in uno dei
punti più belli di Napoli, è quella dove vennero a contatto le classi
superiori ed inferiori della popolazione e dove la vittoria rimase al
ceto medio. Non troppo lunga, la strada è circoscritta a sinistra dal
mare, dal palazzo reale e a destra dal pittoresco Castel dell'Ovo.
Distendendosi quasi al centro del grande arco del golfo, si trova aperta
sul mare, di cui si gode liberamente la vista, non intercettata come
pel porto dalle alberature dei bastimenti. La sua posizione è
meravigliosa ed invita molti forestieri a stabilirsi nei suoi alberghi
di second'ordine, dai quali si può godere alla sera la bellezza
insuperabile del mare e la frescura della brezza marina.
Io dimorai a S. Lucia quaranta giorni, e dalla mia finestra vedevasi
tutto il golfo raggiante di luce: le due cime del Vesuvio dominanti la
bianca città, le pittoresche spiaggie di Castellammare, di Sorrento,
fino a Capo Minerva, e l'isola di Capri. Ogni mattino, quando la rosea
luce del golfo veniva a svegliarmi nella mia camera, mi abbandonavo alla
contemplazione di quel fantastico spettacolo che è colà il levare del
sole, e guardavo le tinte di fuoco dei monti e del mare, che parevano
avvolgere in un incendio colossale la grandiosa città. Ma più magico
ancora era lo spettacolo che mi si parava dinanzi allorchè la luna nel
suo pieno, sorgeva sul Vesuvio, e spandeva la sua luce argentea sui
monti, sul mare, sulla città, illuminando l'intero golfo. La cupa
foresta degli alberi delle navi nel porto si distaccava allora sopra un
fondo di brillante bianchezza; la luce dei fanali impallidiva; infinite
barche scivolavano sulle onde, e sparivano, e tosto ricomparivano
all'orizzonte; lo scoglio gigantesco di Capri appariva, e Somma, il
Vesuvio, i monti di Castellammare e di Sorrento, quasi forme
fantastiche, s'illuminavano. Chi avrebbe potuto dormire in quelle notti?
Io prendevo una barca a S. Lucia e navigavo su quelle onde
fosforescenti, oppure rimanevo seduto sulla spiaggia, insieme con
popolani a mangiare frutti di mare.
Quei luoghi anche di notte sono animati, pieni di vita.
Nel quartiere di S. Lucia è concentrato specialmente il commercio dei
frutti marini, disposti in buon ordine, con le ostriche, nelle piccole
botteghe, ciascuna delle quali porta un numero e il nome del
proprietario. Sono incessanti le grida per invitare la gente ad entrare;
le botteghe sono illuminate, e tutti quei prodotti del mare rilucono dei
colori più svariati: sono ricci, stelle di mare, coralli, araguste,
dalle forme più bizzarre, dalle tinte più dissimili. Il mistero delle
profondità marine è ivi svelato e quel piccolo mercato presenta ogni
sera il lieto aspetto quasi di una notte di Natale marittima.
Chi scende la gradinata che porta al mare, ad un tratto si trova come in
una specie di grande sala illuminata a cielo scoperto. Intorno a piccole
tavole i popolani mangiano ostriche e maccheroni; è uno spettacolo
stupefacente vedere come quegli esseri divorino, pagandoli un paio di
grani ad un pescatore o ad un lazzarone, i maccheroni, e con quanta
velocità li facciano scivolare nella gola. Là dove termina il frastuono
di questi divoratori, incomincia un'altra scena assai caratteristica:
sotto una specie di volta, presso una fonte sulfurea, da mane a sera
donne e fanciulli gridano, schiamazzano con bicchieri in mano, invitando
a bere l'acqua salubre. Si prende posto su una sedia, si beve un
bicchiere di quest'acqua minerale e si mangiano alcune piccole
ciambelle. Con pochi soldi la gente modesta vi trova uno spasso;
difatti, vi accorrono intiere famiglie e chi non mangia i maccheroni,
prende almeno l'acqua sulfurea e le ciambelle. Ivi il movimento,
l'andare e venire della gente dalla terra, dal mare, nelle barche, è
incessante, ed ivi le ninfe notturne tendono le loro reti ai forestieri:
sono fanciulle di facili costumi, accompagnate di solito dalla madre o
da una canuta matrona, custode apparente del loro cuore. Più di una
tenera relazione nasce a S. Lucia, fra un bicchiere e l'altro d'acqua
sulfurea.
Di giorno il movimento in questo quartiere non è minore. Vi si prendono
bagni in pubblico, alla presenza di tutti, ed io ho visto presso Castel
dell'Uovo, nell'intiera giornata, schiere di ragazzi e di giovanotti
saltare in mare, tuffarvisi e far mostra delle loro prodezze acquatiche.
I Napoletani nuotano come tanti delfini. Il clima contribuisce a
mantenerli in uno stato primitivo di natura; la temperatura calda
mantiene in onore il nudo, il cui studio si può fare liberamente per le
strade, ad ogni ora. Napoli è la città dei contrasti: corrono per le vie
carrozze di lusso, appartenenti alle famiglie più aristocratiche, e alla
presenza dei principi coperti di decorazioni scintillanti, di dame della
più insigne nobiltà parigina e londinese, stuoli d'uomini, come se nulla
fosse, si gettano in mare in costume adamitico. Io mi son concesso
spesso il diletto di chiamare dalla mia finestra al quarto piano, quei
ragazzi nudi della strada e di far loro vedere una moneta: in un atto
essi si tuffavano nelle onde, vi compivano le loro prodezze e quindi
tornavano nella strada, grondanti acqua per ricevere la mercede
promessa. Lo spettacolo del nudo è in tutto il golfo; sulle stesse
cancellate di ferro del porto si vedono di continuo arrampicarsi ragazzi
intieramente spogli e precipitarsi di lassù a capo fitto in mare.
Il 18 maggio, per dare sfogo a questa immensa popolazione, fu aperta
verso la campagna una nuova via, quella di S. Teresa, secondo il nome
dal Re impostole in onore della Regina sua consorte. Questa strada
domina la città e sopra Castel S. Elmo fa una parabola verso il Vomero,
traversando colline e valli, per sboccare quindi a Chiaia. Ancora non è
compiuta, nè selciata, e in molti punti bisogna attraversare fossati
sopra a tavole; vi si incontrano però già cavalli, asini, muli e una
folla di gente che, sopratutto, nelle domeniche e nelle feste, si reca a
visitare i lavori. A quanto sembra le tre grandi arterie non bastavano
più alla numerosa popolazione della città ed è stato necessario
procurarle uno sbocco sul Vomero, ponendo Chiaia in comunicazione con
questo. La nuova via sarà fiancheggiata da ville con giardini, secondo
il gusto di coloro che ricercano l'aria pura, il verde, quasi la
campagna in città, e col tempo sarà indubbiamente una delle più
deliziose strade di Europa.
Ad ogni svolto di collina e di piccola valle, lo spettacolo della città
sottostante, del golfo e delle isole varia, e tu non sapresti dove è
meglio rivolgere lo sguardo nell'insuperabile bellezza di
quell'orizzonte, sulla città, su quegli aranceti profumati, su quei
giardini cosparsi di fiori o su quelle pittoresche macchie di pini, di
palme, di cipressi. Chi non si sentisse rapito qui d'incanto per le
bellezze che natura offre, non potrebbe che essere privo del senso del
bello.
Si ascende alla nuova strada dagli Studi, dove vengono dati a nolo
asinelli; io, però, preferii recarmici a piedi, da solo, onde meglio
goderla ed arrestarmi qua e là a mio piacere. Vidi così successivamente
Castel S. Elmo, dalle bianche mura, sorgente sopra un nero scoglio,
circondato di captus, di aloe, di piante rampicanti; vidi, in basso,
verdeggianti giardini, rocce calcaree dinanzi ad un'osteria quasi
sperduta nella lussureggiante vegetazione di una vigna; vidi una
valletta di limoni, di aranci, di melagrani, che mandavano nell'aria
profumi deliziosi; e poi un sobborgo formato di fabbriche industriali, e
amene e ridenti collinette, e case rustiche, e una gola piena di captus
e di palme; e poi, ad un tratto, a sinistra, scorsi la città, il golfo,
l'isola di Capri, ed una foresta di pini ai piedi del Vesuvio, che si
staccava sullo splendido azzurro del cielo, tinto di violaceo; poi nuove
rocce, nuovi giardini, nuove casette rustiche: una vera scena campestre,
popolata da pastori, i quali portavano le loro capre al pascolo; un
convento animato da monaci, alte colline rivestite di pini. Quante,
quante bellezze! Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce,
ed un'aria finissima olezzante di profumi, ristoratrice!
Mi sedetti sotto un cipresso e rivolsi ancora lo sguardo ai giardini
sottostanti, dove i tralci delle viti, agitati lievemente dalla brezza
marina, pendevano a foggia di festoni dagli alberi, come nelle pitture
di Pompei rappresentanti le baccanti. Avevo letto un libro in cui non
ricordo quale erudito non sapeva darsi pace che quelle giovani donne
ballassero per aria, affermando che ciò era contro natura, poichè
avrebbero dovuto posare sul suolo i loro piedi e sostenendo che tali
affreschi erano soltanto dei capricci di una fantasia sbrigliata. Povere
cose, invero, l'erudizione e l'archeologia! In questo angolo di paradiso
le cose si sentono e si comprendono oggi come le sentivano e le
comprendevano gli antichi. Qui regna ancora l'idea del culto di Bacco e
l'immaginazione si solleva in alto come una baccante col tirso; qui ci
sembra di staccarci dal suolo e, sciolti da ogni vincolo terreno, di
spaziare nell'atmosfera.
Le bellezze della natura e i sentimenti cristiani, alla presenza delle
più grandi meraviglie della creazione, risvegliano sempre idee tristi.
Ero giunto su di una altura dove alcuni soldati svizzeri stavano bevendo
fuori di una piccola bettola, una capanna di paglia. Di lassù si
dominavano il mare, le isole di Nisida, di Procida e d'Ischia, tutte
avvolte nel manto meraviglioso del sole al tramonto. Uno di quei
soldati mi si avvicinò e, gettando uno sguardo su quello spettacolo
meraviglioso, con tono di mestizia mi disse: «Come è bello! troppo
bello!... rende melanconici...»