Roma, da dopo la rivoluzione del 1848, appare ancor più silenziosa che
nel passato; tutta la vivacità del popolo è scomparsa e le classi agiate
si tengono paurosamente nascoste, guardandosi bene di far parlare di sè;
e le classi infime sono ancora più misere e più oppresse di prima. Le
feste popolari sono scomparse, o quasi; il carnevale è in piena
decadenza; e persino le feste di ottobre, un tempo sì allegre fuori
delle porte, fra i bicchieri di vino dei Castelli e il saltarello, sono
presso che dimenticate. Roma è oggi una grande rovina della civiltà: non
vi si vedono che processioni di preti e di frati, non vi si sente che
suono di campane o musica chiesastica, e tutta la vita sembra essersi
rifugiata fra i curiali, fra i cardinali, fra i monaci, fra i preti. Il
popolo non è che un semplice spettatore che non lavora, che non
commercia e si contenta soltanto di contemplare, e contempla le rovine
antiche, le gallerie del Vaticano, le funzioni in S. Pietro o nella
Cappella Sistina, dove il Papa e i cardinali stanno disposti in gruppi,
sempre nello stesso ordine, sì da parere un gran quadro. Persino nel
Corso, per cui il Romano passeggia gravemente nel pomeriggio ed alla
sera, la gente vi si reca non per muoversi, ma per ammirare le belle
signore che corrono in su e in giù in carrozza.
Ben diverso è l'aspetto di Napoli, dove il vivace, febbrile e continuo
chiassoso movimento di tutto quel popolo, ha del fantastico. Si direbbe
una città in rivoluzione, perchè tutti si muovono, tutti si agitano,
tutti gridano e schiamazzano. Nel porto, sulle rive del mare, nei
mercati, in via Toledo, persino a Capodimonte, al Vomero, a Posillipo,
lo stesso movimento, lo stesso chiasso. A Napoli non si riesce a far
nulla, e il nostro occhio nulla può fissare: ovunque bisogna guardarsi
senza posa contro gli urti e gli spintoni. La stessa viva luce del mare
e delle rive mantiene in continua agitazione, eccita la vista e la
fantasia; e il frastuono delle voci umane e delle carrozze non cessa
nemmeno nel cuore della notte.
Da Castel Sant'Elmo salii fino al monastero di S. Margherita, un
edificio principesco dei Benedettini senza l'uguale per magnificenza
architettonica e per posizione, il quale domina Napoli dal Vomero, con
la vista insuperabile dell'ampio golfo, delle sue isole e dell'immensa
città, distendentesi da Posillipo sino alle falde del Vesuvio. Ebbene,
anche a quell'altezza arriva confuso il rumore della città e pare quasi
che la popolazione in basso sia impegnata in una lotta terribile, sia in
piena rivoluzione. Chi volesse ricercare perchè tutta quella gente
grida, che cosa offrano tutte quelle voci, troverebbe che tutto ciò è
per il popolo napoletano un piacere, un godimento. Mi diceva un frate
benedettino di distinguere fra tutta quella confusione la voce di alcune
donne che vendevano frutta. Che cosa non si offre in vendita qui ad alta
voce? Tutto quello che sorge su questo suolo benedetto, tutto quello che
l'industria dell'uomo produce, ha il suo grido particolare: i pesci, le
frutta, i pulcinella, le statue dei santi in legno. L'unica cosa che non
si offre ad alta voce sono le belle ragazze; ma v'è pure il ruffiano
pallido, che come serpe striscia per via Toledo e va susurrando a mezza
voce, al passante: «Una ragazza fresca, bella, bellissima, di tredici
anni...».
Rimasi a lungo sulla terrazza di S. Martino appoggiato al parapetto ad
ascoltare le voci che salivano da Napoli. Se questo popolo, pensavo, fa
tanto chiasso nella sua vita comune, quanto ne farà quando è agitato da
passioni, durante le lotte, quando vuole il saccheggio, come fecero il
15 maggio 1848 i lazzaroni a migliaia dietro la carrozza di re
Ferdinando!
Il frastuono napoletano ha però di solito un carattere pacifico: è
allegro ed in fondo è ordinato nel suo apparente disordine. Tutta quella
gente, che brulica come formiche, si muove in certe direzioni fisse, con
uno scopo determinato. In questo popolo la vita circola come il sangue
nel corpo umano, e quelle sue pulsazioni febbrili in apparenza, sono in
realtà regolari e normali.
La rivoluzione e le sconfitte morali di questi ultimi anni non hanno
lasciato tracce profonde nella città partenopea. La vita ha ripreso il
suo corso, come nulla fosse accaduto, e non ci si accorgerebbe nemmeno
di quello che accadde, se le persone prudenti non ci avvertissero di
parlare con molta cautela, di guardarci dalle spie, ovunque sparse, e se
qua e là, in specie a Medina e a Monte Oliveto, non si vedessero case e
palazzi ancora danneggiati dalle artiglierie di Castel Nuovo. Ora, ai
forestieri è concesso di portare il cappello alla calabrese ed il pizzo
al mento, avendo l'ambasciatore francese chiesta ed ottenuta
soddisfazione per lo sfregio fatto ad un suo connazionale arrestato per
istrada e senz'altra formalità trascinato in una bottega di barbiere,
dove, per ragioni di Stato, gli si erano rase le basette ed il pizzo. Mi
ha narrato un prigioniero di Stato a Pozzuoli che alcuni giovani
napoletani hanno dovuto scontare nel carcere il grande delitto di aver
portato un cappello od una barba rivoluzionaria...
L'armonia regna in questo paese: non un volto grave, melanconico: tutto
qui sorride; a migliaia scivolano nel porto le barche, a migliaia
passano per Chiaia e S. Lucia le carrozze; ad ogni passo s'incontrano
persone intente a mangiare maccheroni, o frutti di mare; in terra si
canta e si suona; tutti i teatri sono aperti; oggi, come prima, il
sangue di S. Gennaro bolle e si discioglie; nessuna bomba ha ucciso
pulcinella; la Villa Reale è piena di forestieri che lasciano cospicue
mancie. Questo popolo vive alla giornata: non ha passioni politiche, non
ama le cose gravi, le passioni virili, senza le quali un paese non ha
una storia propria. Dalle sue origini Napoli ha sempre avuto per padroni
gli stranieri: i Bizantini prima, poi i Normanni, gli Svevi, gli
Angioini, gli Spagnuoli, i Borboni e Gioacchino Murat. Un popolo, che è
privo di carattere, che non ha sentimento nazionale, si piega a
qualunque signoria. Fa senso vedere ancora oggi in corso le monete
coll'effigie di Murat, accanto a quelle di re Ferdinando. Gli uomini
assennati, che scusano il carattere di questo popolo e non se ne
adontano, mancano di perspicacia e di prudenza.
Tornavo una sera a Napoli da Portici, e per istrada salì nella carrozza
in cui mi trovavo un medico, ancor giovane, spiritoso e gentile. Egli
scandagliò da prima il mio modo di pensare, quindi parlò liberamente
sulle condizioni presenti di Napoli. Le sue osservazioni erano così
serene che io rimasi stupito che egli si arrischiasse a farle ad uno
sconosciuto. Gl'Italiani parlano volentieri di politica con i forestieri
e con essi non fanno misteri del loro modo di pensare. Quel medico era
stato perseguitato per aver avuto in tempo passato relazioni con Poerio.
Lo interruppi nel suo discorso per additargli una grande quantità di
lumi che si erano accesi alla Marinella, certo per una festa.
Come è stupenda questa vista--dissi--con tutti quei lumi che fan corona
al porto!
E' vero--rispose quegli--è proprio stupendo. Così è il nostro popolo! È
lieto ogni qual volta c'è una festa, uno spettacolo, una illuminazione.
Come potrà mai questa folla ignorante nutrire idee serie?
I Napoletani sono irritati, ma ridono. Non vi è in tutto il mondo un
paese in cui il dispotismo sia usato con tanta facilità, poichè è
impossibile distruggere i tesori di questa splendida natura, ridurre
sterile questo fertile suolo. Sotto questo cielo ognuno può sempre
liberamente muoversi, tutti quanti i sensi provano la loro
soddisfazione. La natura eguaglia tutto: non vi è luogo più democratico
di Napoli. Chi potrebbe mai annullare questa _magna charta_ della
libertà?
Io ho trovato sempre straordinariamente caratteristico questo
spettacolo. Nelle ore calde del pomeriggio, sotto il porticato di una
delle principali chiese, quella di S. Francesco di Paola, si vedono
centinaia di lazzaroni sdraiati che dormono, sudici e cenciosi,
decorazione poco armoniosa e decorosa con quell'opera architettonica. Ho
ripensato a quegli altri lazzaroni dell'antica Roma, i quali facevano
essi pure la siesta sotto il portico di Augusto e di Pompeo, se non che
quelli tenevano in tasca le tessere per la distribuzione del grano, e
questi non l'hanno. In qualunque altra capitale d'Europa la polizia
caccerebbe via tutti quei dormienti dal portico di una chiesa dinanzi
al palazzo reale. Qui, invece, dormono a loro bell'agio, e le sentinelle
che passeggiano distratte in su e in giù presso le statue equestri di
Carlo III e di Ferdinando I, li guardano come la cosa più naturale del
mondo.
Questa Piazza Reale, vicinissima al mare, di cui però non si gode la
vista, mirabilmente selciata, tanto che potrebbe servire benissimo da
sala da ballo, circondata di eleganti edifici, è uno dei punti più
eleganti della città. Vi risiedono il Re, la Corte e le principali
amministrazioni; si potrebbe chiamare questa piazza, non il cuore di
Napoli, chè questo titolo spetta al porto, ma il cervello. La piazza non
ha carattere storico e mostra piuttosto un inespressivo aspetto moderno,
sia nel palazzo reale, un edificio dalla facciata liscia, dalle mura
tinte di rosso, simmetrico, monotono, sia nei due palazzi uguali che
fiancheggiano la piazza stessa, sia infine nella chiesa di S. Francesco
di Paola, un'imitazione del Pantheon di Roma, senza carattere proprio,
inespressiva come tutte le copie senz'anima. Anche le statue equestri di
bronzo di Carlo III, fondatore della dinastia, e di Ferdinando I, opere
pregevoli del Canova e di Antonio Calì, con la loro tinta allegra e
chiara, svelte e liscie, non hanno niente di storicamente monumentale:
si direbbero piuttosto decorazioni transitorie. Tutto qui ha del resto,
lo stesso carattere di modernità e di gaiezza. Il palazzo reale potrebbe
benissimo trasportarsi, senza che il suo stile vi si opponesse, in mezzo
ad un grandioso giardino, o ad un parco, e sarebbe allora una villa
principesca come quella di Caserta e di Capodimonte, alle quali
moltissimo assomiglia. Il famoso teatro di S. Carlo, il più vasto fra i
teatri, è attaccato al palazzo, di cui anzi forma un'ala. Le muse della
musica e del ballo dimorano dunque sotto lo stesso tetto del capo dello
Stato, e in una corte laterale, che si vede anche dalla strada, fanno
ogni mattina gli esercizi i soldati svizzeri, molto semplicemente
vestiti di tela grigia, che armonizza perfettamente con l'architettura
fredda ed inespressiva del palazzo.
Re Ferdinando è tuttora imbronciato con Napoli. Il suo palazzo è
deserto, la Corte trovandosi nella deliziosa isola d'Ischia. Un giorno
però il Re è venuto in città per assistere alla festa della Madonna del
Mercato, che gode tanta fama quanto quella di Piedigrotta. Io ho avuto
occasione di vedere la famiglia reale e la Corte al Mercato, e poi per
istrada, quando faceva ritorno al palazzo. Il corteo, composto di varie
berline dorate, era splendido e faceva bella mostra nel Largo di
Castello, mentre il palazzo reale, che avevo visto sempre muto e
silenzioso, riacquistava anima e vita. Non un sol grido di _Viva il Re!_
si levò da quella folla, che si accontentò di scoprirsi la testa, come
fa quando suonano le campane dell'_Ave Maria_.
Le truppe si presentavano bene: bellissimi specialmente gli usseri,
dalla pittoresca divisa a colori vivaci e dagli eccellenti cavalli.
Abituato a non vedere in Roma che soldati francesi, ho provato un vero
godimento nel trovarmi di nuovo dinanzi a truppa italiana. I Napoletani
sono bei soldati, ben vestiti, abbastanza istruiti, ma, si capisce
facilmente, in essi di militare è soltanto l'apparenza.
A Roma, per le vie, s'incontrano spesso corporazioni che vanno in lunghe
file, a due a due, portando un po' di vita nei quartieri silenziosi e
deserti, e dànno insieme un'idea della vita del paese, governato e
disciplinato esclusivamente da preti: sono lunghe file di monache, di
frati, di ragazzi appartenenti a questo o a quell'istituto, di poveri
orfani, di colleggiali vestiti in rosso, in nero, in turchino, in
bianco; sono confraternite della Morte con i cappucci neri, od altre dal
cappuccio verde, bianco, violetto, e sono anche file di soldati. A
Napoli tutte queste comparse, più o meno clericali, non vi sono, o si
perdono fra le masse del popolo; si distinguono però i militari e più
ancora i galeotti che camminano scortati dalla truppa, incatenati a due
a due, e vestiti di vario colore, a seconda della categoria a cui
appartengono per i delitti commessi. Se ne incontrano in città e fuori,
a Portici e a Torre del Greco, e la vista di quei disgraziati, in mezzo
a quella natura così raggiante, che dà gaiezza al cuore e all'anima, che
invita al piacere, produce un'impressione infinitamente dolorosa. A
Napoli però non vi è nessuna di quelle corporazioni che attraggono tanto
l'attenzione in Roma, e i monaci stessi, numerosissimi ovunque la vita è
facile ed agevole la vegetazione alle piante parassite, si confondono
nella folla, dando a questa un nuovo contributo di varietà.
Tanto nella festa della Madonna del Mercato, quanto in altre occasioni,
il popolo non pensa che a divertirsi e a stare allegro. I Napoletani non
vanno ad una festa per assistere alle funzioni religiose, per ammirare
le fonti del culto, ma per stare all'aria aperta, per godere le bellezze
naturali, cui la folla variopinta dà un nuovo risalto. Ho visto migliaia
e migliaia di Napoletani alla festa per il centenario della Madonna di
Posillipo. Non avevo mai assistito ad uno spettacolo così teatrale: la
folla variopinta ingombrava la splendida riviera di Chiaia, la Villa
Reale, tutta la strada sino a Posillipo: ovunque bandiere, festoni,
fiori; il golfo splendeva di luce; sei navi da guerra, ancorate fra
Chiaia e il porto, facevano senza posa fuoco dalle loro artiglierie; il
rumore ed il chiasso erano indescrivibili; la processione non aveva
niente di dignitoso, di solenne, d'imponente, per chi arrivava da Roma.
A Roma, anche le processioni più meschine presentano un carattere
artistico, il che mostra avere le arti esercitato la loro benefica
influenza persino sulle minime cose del culto, quali sono gli emblemi,
le allegorie, le immagini dei santi. Il senso del bello ivi regna
dovunque, in ogni cosa; si direbbe che gli Dei della Grecia, i quali
stanno al Vaticano e al Campidoglio, non tollerino il brutto e il
barocco neanche nei santi. Il Museo Borbonico non ha esercitata affatto
quest'influenza sul popolo di Napoli. L'arte plastica ha pochi aderenti,
pochi cultori; quivi ha fatto sentire la sua influenza la sola pittura,
quella allegra e brillante degli affreschi di Pompei, dei quali si
vedono imitazioni ad ogni passo le quali quanto più sono fantastiche
tanto più piacciono.
Non potrei descrivere quali brutte immagini di santi io abbia visto
portare in processione a Napoli; prodotti di un'arte senza principî,
senza gusto e di una fantasia bizzarra che, in quanto a stranezza, ha
poco da invidiare all'arte indiana. Per formarsi un'idea di quanto sia
disposto questo popolo ad essere tollerante in materia d'arte, basta
osservare bene quelle barocche statue di santi per le strade e quei
Cristi in legno di orribile fattura, sorgenti qua e là nelle piazze.
E' necessario entrare a Napoli in una di quelle botteghe dove si vendono
statue di santi, per comprendere quale sia il modo con cui questo popolo
meridionale sente ed esprime la religione e l'arte. Un giorno capitai in
una di quelle strade, brutte e strette, che dal porto salgono alla
collina; ad un tratto, la mia attenzione fu richiamata dalla vista di
alcuni artefici occupati a lavorare assiduamente in una stanza aperta.
Gettai lo sguardo in quell'ambiente lungo e profondo, che si andava
oscurando verso la fine, e vidi disposti lungo le pareti due file di
santi già ultimati e in mezzo una S. Agnese, col suo agnellino, vestita
di bianco, con le gote colorite in rosso da fare invidia a due ciliege.
Sulla porta d'ingresso lavoravano parecchi giovanotti, uno dei quali era
intento ad ornare una statuetta in legno, con pagliuzze d'oro. Vi
saranno state nella bottega per lo meno cento statue di santi, di tutte
le dimensioni, dall'altezza di un fantoccio alla grandezza naturale,
tutte dipinte coi colori più vivaci e più dissonanti, fregiate d'oro e
d'argento, in tutte le posizioni, in tutte le attitudini. Impossibile
descrivere la penosa impressione prodotta dall'accozzo di tutti quei
colori, dalla stranezza di quelle attitudini, dalla quantità di amuleti,
di simboli superstiziosi, di cui sono ricoperte quelle immagini.
Si direbbe che questi scultori, se pure meritano un tal nome,
fabbrichino divinità per il popolo, come le crearono Esiodo ed Omero.
Nel contemplare tutte quelle statue, credetti di essermi fatta un'idea
della natura della religione di questo popolo, e, stanco e nauseato, mi
affrettai a recarmi sul molo, per respirare l'aria libera e ricreare il
mio spirito nella vista della natura sempre pura, bella e santa. Pur
troppo, l'uomo qui non corrisponde, alla natura che lo circonda;
diversamente, in vista di questo mare, di questi monti, di questo cielo,
non potrebbe pregare davanti a quegli orribili fantocci.