banditi erano scomparsi: per ordinaria contradizione dello spirito
nostro, mentre poco prima non sembrava lor vero di non averli
incontrati e ne ringraziavano Dio, ora si arrovellano perchè fossero
così fuggiti loro di mano; sopra tutti se ne doleva Orso Campana,
al quale si cacciava addosso la paura, che i Francesi, reputandolo
complice della fuga dei banditi, od anco fingendolo, (imperciocchè per
natura propria voltabili gli sperimentava molto, e quanto facili ad
accettare soccorsi qualunque e' si fossero nell'ora del pericolo; e
larghi a promettere, altrettanto portavano molestamente il carico della
riconoscenza, e comparivano scarsi nell'osservare), non gli togliessero
il grado della milizia, e col grado la pensione. Gli andavano per la
mente torbidi pensieri, che dopo avere mandata fuori la coscienza,
tradito la Patria, perseguitato i suoi, e vendutone il sangue a oncia
a oncia un po' per vendetta, e molto per quattrini, ora la viltà col
rimorso gli tornassero a casa ignudi; mentre con le mani congiunte
dietro il dorso, e la testa bassa passeggia agitato, gli occorrono
davanti gli occhi più frequenti le orme verso una parte dell'orlo
della rupe, osservando meglio i sassi colà più che altrove screpolati
gli parve che accennassero potersi scendere da quel lato il monte vi
calarono uno di loro più svelto della persona, al quale andando giù
giù venne fatto di leggieri incontrare il sentiero che menava alle
grotte: appena ei l'ebbe scoperte, tornò a darne avviso ai compagni,
i quali l'un l'altro aiutando, a posta loro scesero, e con essi Orso
Campana. Rinnovaronsi le apprensioni, ma questa volta erano superate
dalla smania di combattere e di vincere. Irruppero dentro una grotta
furiando, la rinvennero vuota; la seconda del pari; per ultimo...
miserando spettacolo! entrando nella più spaziosa delle grotte si
pararono dinanzi ai loro occhi quattro cadaveri dentro un lago di
sangue.
Tutti tenevano la faccia rivolta al cielo in sembiante piuttosto di
cui minaccia, che di cui prega; ognuno stringeva con mano rigida il
manico del coltello, e questo coltello non appariva già fitto nel
proprio seno, bensì in quello del compagno: breve; si erano uccisi l'un
l'altro.
Sopra la pietra, che serviva loro di mensa, stavano come esposti in
mostra di più maniera viveri, e zucche piene di vino e acquavite,
mentre una tazza ricavata dalla corteccia di una zucca conteneva in
fondo alcun poco di acqua pura.
Nella faccia anteriore della pietra; di color vermiglio scritta a
stento, si leggeva questa iscrizione:
_Dio._
_Ferrante Canale, Ugo della Croce, Romano Colle, e Rutilio
Serpentini, non potendo sopravvivere alla libertà della Patria
si sono dati la morte._
_Ora pro nobis._
_25 Gennaio 1770._
Perchè poi mettessero in mostra il cibo e la bevanda non parmi arduo
indovinare; senza fallo il fecero per chiarire, che studio di libertà
e fastidio della tirannide gli aveva condotti a morte, non già la
disperazione: più difficile è rinvenire la causa onde invece di
ammazzarsi da per loro si trucidassero; forse li dissuase da portare
le mani violente contro sè stessi il pensiero, che così facendo
commettevano un peccato gravissimo, mentre ammazzandosi tra loro
continuavano la sequela degli atti, che compiti per necessità della
Patria difesa, secondo la loro opinione, non potevano imputarsegli
a colpa; ad ogni modo spengersi da sè reputarono peccato nuovo, e
furono dubbi di sperimentare anco per questo del pari indulgente
la misericordia di Dio. Se non fosse così, io mi confesso povero di
consiglio per ispiegarlo.
Orso, col capo basso, e le mani sempre conserte dopo le spalle guardò
fisso quei miseri, e si accorse dal dito rimastogli insanguinato,
come lo scrittore della leggenda fosse stato Ferrante: rimasti tutti
lungamente in silenzio, per ultimo Orso favellò dicendo:
— Erano quattro bravi cuori in verità... poi subito pauroso, che
cotesta lode riferita gli partorisse pregiudizio si affrettò di
soggiungere — comecchè cotesta sorte se la siano meritata, ed anco
peggio, perseverando da ribelli al leggittimo dominio di S. M.
cristianissima nostro signore.
— E padrone, disse il sergente con tale un suono, che non lasciava
distinguere se parlava da senno, o per istrazio; non ci attese Orso o
non ci volle attendere, bensì continuò:
— Ora noi altri non ci abbiamo a vedere più nulla, e avvertiremo i
preti che vengano a pigliarli per metterli in sepoltura cristiana; —
e qui sempre pauroso di essersi sbilanciato, accorse a palliare con
le parole: poichè dobbiamo credere, che ciò torni a grato di S. M.
cristianissima il re nostro signore.
— Ma sicuro! continuò il dicace sergente — non si ha da chiamare
cristianissima mica per nulla.
Allora vedendo come scavata nel masso una strada, della quale non
avevano avuto conoscenza fino a quel punto, deliberarono fra loro
di seguitarla per debito di ufficio, e per facilitare le future
esplorazioni; così andarono finchè giunsero al ripiano dove metteva
capo il fiero ponte. Quei che prima arrivarono stettero atterriti dal
pericolo, non meno che dalla vista di quel corpo penzoloni.
— Tè! mira... chi sarà cotesto che ci pende attaccato per un piede come
il rospo che i villani appiccano ai fichi.
— Tu, che sei avanti, va a vedere di levamelo.
— Passi, eccellenza, come disse la volpe al lupo: per me non ci anderei
nè manco per un luigi.
— Va tu dunque, Pierantò...
— Io? mica: non vedi i falchi che gli hanno fatto grappolo intorno come
le api...
In questa arriva Orso Campana, il quale visto il caso disse:
— Qui non ci è verso, bisogna che qualcheduno vada a staccare cotesto
cadavere penzoloni: di certo sarà qualche bandito tracollato di sotto
mentre passava, e rimasto preso col piede dentro la serratura.
Vedendo che la sua gente nicchiava, Orso riprese:
— Vieni qua Pierantò; tu se' svelto, e non hai paura: va tu e fa
quanto ti dico, che non correrai un pericolo al mondo; mettiti giù
a cavalcione su i tronchi degli alberi, poi, aiutandoti con le mani,
tirati oltre bocconi; quando sarai proprio sopra al morto, con una mano
agguantati sempre all'arbore, coll'altra passagli il nodo scorsoio
di questa corda, che noi terremo dall'altra cima, al piè rimasto
attaccato, poi taglia la spartea; e quegli verrà così a svincolarsi;
certo prevedo, che darà una sconcia battitura nelle roccie della rupe,
ma ormai il compare mi sembra ridotto a tale che per un picchio più o
un picchio meno non vorrà dire: ohi!
E si tacque, parendogli avere discorso come Cicerone, e conchiuso la
parlata con un'arguzia da rimettere un po' di allegria in corpo alla
sua gente: e di vero i soldati risero, e ne rise anco il sergente,
il quale per quello che appariva o si era preso o gli avevano dato
in cotesta compagnia l'ufficio, che nelle tragedie greche vediamo
esercitare al coro; se nonchè aggiunse:
— Con buona licenza, signor Capitano, io credo che Pierantò
adopererebbe da savio non farne niente, ma se ad ogni mo' egli vuole
andare, ditegli che porti seco un altra corda, e con essa stringa di
una nuova legatura i tronchi prima di tagliare la sparteria, altrimenti
e' corre rischio che gli arbori slegati si sfascino e rovinino portando
giù un vivo per compenso di un morto, e questo non sarebbe buon
baratto, almeno se consideriamo la faccenda con gli occhi di Pierantò.
Il consiglio fu trovato ottimo, e Pierantò, senza danno alcuno mandò a
compimento quanto gli veniva commesso: il cadavere liberato dal laccio
piombò giù; ma, trattenuto dal cadere in fondo dall'altra fune, dette
uno strettone andando a percotere duramente nelle roccie come aveva
avvertito Orso.
Non si sarieno potuto annoverare i falchi, che ci stavano aggroppati
sopra, i quali, stridendo di rabbia, piegavano altrove le ale per
tornare; ve ne fu uno, che, non volendosi a patto alcuno staccare,
rimase schiacciato tra lo scoglio e il capo del cadavere.
Orso, che con ambedue le mani tenne fermo il capo della fune mentre
il corpo cadde, ora chiamò per aiuto a tirarlo su, la qual cosa in
breve fu fatta, ma chi poteva mai ravvisarlo? le carni, non che del
viso, delle mani, erano tutte stracciate, pochi brindelli di vene e
di muscoli pendevano dalle tempie, e poi la fiera battitura gli aveva
spaccato il cranio; dagli occhi diventati due buchi scaturivano lembi
della sostanza cerebrale; insomma e' metteva raccapriccio e spavento.
Nel frugargli addosso si accorsero come non fosse già uomo come
mostravano le vesti, bensì femmina e giovane, a giudicarne dalla
freschezza del petto; allora, pensando che ella fosse forse sorella, o
moglie, o innamorata di qualche bandito, colta da cotesta mala morte,
mentre la poverina si era messa al cimento per sovvenirli di vivere,
anche quei petti venduti sentirono qualche cosa dentro, che si sarebbe
potuto chiamare pietà. Intanto un soldato, avendo rinvenuto alcuni
fogli nelle tasche del corpetto, esclamò:
— Fogli! fogli!
— A me quei fogli, ordinò Orso, e gli furono dati; il quale, gittativi
sopra gli occhi, rimase colpito da un piego che sembrava recente,
sigillato con le armi di Francia. Sopra rinvolto si leggeva scritto:
«Al signore Luciano Micheli — Corte.»
Lo aperse, e dentro diceva così:
«Madamigella. State tranquilla, che se ci capita il capo brigante,
secondo lo avviso che mi porgete, i posti saranno rinforzati, la casa
circuita da sentinelle, sicchè se non ha ale, tenetelo preso. Mentre io
vi prometto di porre ai piedi di S. M. cristianissima nostro Signore
e padrone questo nuovo tratto della vostra devozione alla legittima
causa, concedetemi, che io vi significhi il mio gradimento per le
continue premure vostre in servizio del Re, e pregando Dio che vi tenga
nella santa guardia, mi confermo.
«Di voi madamigella
«Corte, 22 Gennaio 1770.
«Devotissimo Obbligatissimo servitore
IL MARCHESE TUILLIER DE LORDURE
Commendatore dell'ordine di S. Luigi,
e Governatore di Corte.
«A Madamigella
CATERINA CAMPANA.»
Tutto questo Orso lesse in un battere di palpebre, gli cadde il
foglio di mano; traballò, e se men pronti erano a sostenerlo sarebbe
tracollato giù nel precipizio.
Il sergente non lo sostenne, ma tanto non potè dissimulare lo interno
affetto, che non gli scappassero di bocca queste parole:
— Dio non paga il sabato, ma paga.
FINE.
INDICE
CAPITOLO I Il vetturino livornese Pag. 5
» II Il mercante côrso » 13
» III La partenza » 31
» IV Il frate » 40
» V Lo zio » 46
» VI Perchè i côrsi non amino i forestieri » 57
» VII Il cattivo incontro » 96
» VIII Gioco del lotto » 374
» IX La Battaglia di Pontenuovo » 432
» X I proscritti » 556
NOTE:
[1] Da ciò codesto cavaliere Niccolino fu appellato sir del Gatto, che
i suoi nipoti mutarono in Sirigatti, e di questo cognome si valgono
tuttavia.
[2] Bando di Luigi XV da Compiègne 15 agosto 1768. Si nota che la
cronologia dei fatti nel racconto, per amore dell'arte, è stata
alquanto alterata.
[3] Addison's Remarks on several parts of Italy. Hague, 1718, p. 42.
[4] _Camallo_ significa facchino, e viene dall'arabo: l'adoperano i
Côrsi e i Genovesi.
[5] Dall'opera di fortificazione, detta _corona_, murata un giorno in
codesto luogo.
[6]
E sebben Ciccio di Andrea
Con amabile fierezza,
Con terribile dolcezza.
REDI, _Bacco in Toscana_.
[7] Babbito tuttavia i Côrsi dicono per babbo tuo.
[8] Così chiamavasi dai Côrsi il generale Maillebois.
[9] La lettera, eccetto pochissime varianti per adattarla al racconto,
ho levato di peso da certo manoscritto di storia côrsa conservato dal
signor Antonfelice Santelli di Bastia.
[10] Lo racconta proprio il Boswell che un frate gli disse così.
[11] Pigliare con la bocca. Manca al Vocabolario, e lo ha il Sassetti.
[12] Tra gioie e contanti questo papa, modello della povertà
evangelica, lasciò 25 milioni di fiorini d'oro; circa un miliardo e
mezzo di lire fiorentine.
[13] Nel linguaggio côrso equivale oltremontano, e mi pare da adottarsi.
[14] Scarpatore chiamasi il ladro di campagna.
[15] Rammentiamo che il frate parla dei tempi di Luigi XV.
[16] Questo libro veramente non fu scritto da frate Bernardino
Casacconi bensì da frate Lionardo da Campoloro, e porta il seguente
titolo: _Discorso sacro civile, col quale s'insegna che i morti per la
patria sono martiri._
[17] Questa lettera, in parte che non rileva, alquanto varia, è
stampata nella Raccolta delle Lettere del Paoli a p. 164.
[18] A intendere questo bisogna sapere che la Corsica è divisa
da monti; e a torto o a ragione i Côrsi orientali tengono i Côrsi
occidentali un po' _guasconi_.
[19] Boswell, _Relazione della Corsica_. Londra 1769.
[20] Io scrittore ho veduto questa casa rimasta intatta e per lo
appunto così.
[21] Notiamo bene ve'; è pura storia.
[22] Colombo o conca marina; dicono la chiamassero così a cagione della
sua bianchezza. Ai tempi del Paoli era considerato come il palladio
della libertà.
[23] _Giustificazione della Rivoluzione di Corsica, con la ferma
risoluzione presa dai Côrsi di non sottomettersi mai più al dominio di
Genova._ Oletta, 1758. Nella stamperia della Unità. Con l'approvazione
di tutti i savi. — _Disinganno intorno alla guerra di Corsica, scoperto
da Curzio Tulliano côrso ad un suo amico dimorante nell'Isola._
Colonia, 20 novembre 1736.
[24] Grandissimo conto faceva il Paoli dell'Alfieri, e l'Alfieri del
Paoli. Il Valery nel suo viaggio in Corsica afferma, che delle cose
saccheggiate al Paoli talune poterono recuperarsi, e tra queste la
copia delle opere di Alfieri stampate dal Diderot nel 1788 mancante
di un tomo. Su la prima pagina del Timoleone scritta dalla mano
dell'Alfieri leggevansi queste parole:
All'egregio Côrso dei nuovi francesi fattosi compagno e maestro.
— Tu invan col brando, ed io con penna invano,
Paoli, destar la Italia un dì tentammo;
Vedi or se accenna i sensi tuoi mia mano.
V. A. Parigi, 11 aprile 1790.
Se poi taluno volesse notare, che nel 1768 non ci erano tragedie
dell'Alfieri stampate, dirò che ha ragione, essendosene fatta la prima
stampa in Roma nel 1783, e non di tutte; mi si scriva a debito di
_anacronismo_.
[25] _Poliorcete_ significa _espugnatore di città_.
[26] Precise parole del Paoli.
[27] Sotto la lingua i Côrsi col miele e il latte ci hanno il
pungiglione, epperò paiono nati per essere forensi.
[28] Nelle nozze un uomo a cavallo va a porgere un fiore alla sposa
mentre sta per uscire di casa onde e' si chiama il _cavaliere del
fiore_.
[29] Poverina, ed anco _tinto_, significa misero, gramo, infelice e
simili.
[30] Lo stesso che una volta a noi il _serraglio_; ovvero catena di
giovani tenentesi per le mani che non aprivano il varco alla sposa se
non si riscattava con qualche moneta.
[31] Infioccata — ed è segno di padronanza della casa ove entra la
sposa.
[32] Tuo padre.
[33] Le idee, e parecchie espressioni furono cavate da varii vocèri;
massime da uno terribilissimo, che ebbe la empia virtù di costare la
vita a trenta persone.
[34] Dionomachia.
[35] Il poemetto del Savelli ha il titolo di _Vir Nemoris_, l'Uomo del
Bosco, e si versa appunto su le vicende di Domenico Leca vicario di
Guagno, e della sua nepote.
[36] Parole storiche.
[37] Padre di Napoleone, morto a Mompellier.
[38]
.... tua murmura flumen
Exagitat memori sacros in corde dolores:
Tempus enim relego, quo fortia corpora volvens
Exuviasque virum, suffusa cruore, repressit
Unda pedem refluens panditque cadavera coelo
Arma fusa vadis et adhuc removentia tabem
Vulnera — Tunc animas heroum rite vocamus
Multaque cum gemitu memorantes, multa precantes
Digredimur...
_Vir nemoris._
POEMA CÔRSO.
[39] Caracalla a Papiniano dopo il fratricidio di Geta.
[40] Nonna.
[41] Fortuna.
[42] Un poco.
[43] Cucire.
[44] Povero.
[45] Gonnella.
[46] Sopraffino.
[47] Villaggio d'oltramonti.
[48] Procoi-poderi.
[49] Freno o rocca infioccata. Vedi il vocero di Lella Campana.
[50] Scorta di cavalieri che conduce la sposa a casa lo sposo.
[51] Con sussiego.
[52] A suono di cornamusa gonfiata.
[53] Villaggio su quel di Sartene.
[54] Travata: serraglio.
[55] Un secchio di latte rappreso.
Questa canzone è ricavata dalla raccolta dell'egregio vecchio
consigliere S. Vitale, testè morto, che qui rammento per onoranza e per
affetto.
[56] _Chine_, _line_, _quine_ sono rimaste parole vive nel dialetto
Côrso per l'odio, che ha la nostra lingua contro le stroncature; e
_chinamonte_ si usa in Toscana dai contadini: i cittadini parlano, e
gli scrittori dei diari per ordinario parlano e scrivono una lingua
senz'altro tersa, ma non però italiana.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le grafie alternative (molteplici/moltiplici, desideri/desiderî,
brulichio/brulichìo e simili), correggendo senza annotazione minimi
errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Pasquale Paoli, by Francesco Domenico Guerrazzi