la solita vigliaccheria, ti avviso che ti perdi senza prò. Se lo
scellerato si troverà vivo di qui a otto giorni egli leggerà la
ricevuta che in doppio originale, uno per me, l'altro pel signor
conte di Marbouef, scrivesti e firmasti di tua mano, la quale se per
avventura avessi dimenticato, ti copio per tuo governo e dice così:
— io sottoscritto ho ricevuto da S. E. il signor conte di Marbouef
luigi sessanta da lire 28 l'uno che tanti mi paga a conto dei luigi
cento costituiti in dote da S. M. cristianissima alla nobile donzella
Caterina figliuola del nobile signor Orso Campana; la quale signora
Caterina ha promesso pigliarmi per suo legittimo sposo a patto che
nel corso del corrente mese di febbraio 1769 io abbia a consegnare
vivo o morto, in mano dei Francesi Pasquale Paoli tiranno della
Corsica, patto da me acconsentito e accettato; ed in fede io Matteo
Massesi mano propria. — Tu vedi dunque che siamo in buona regola: però
volendo, com'è dovere di sposa venire in aiuto del marito, ti mando
questa lettera per uomo fidato che si è profferto di ammazzare il
Generale, purchè gliene sia dato il comodo, e questo tu potrai molto
agevolmente fare consegnandogli la chiave della porta del giardino dove
il maledetto da Dio si reca a passeggiare talora dopo pranzo. Se ci
capiterà solo od anche in poca compagnia il nostro uomo assicura ch'è
affare finito; e ammazzato ch'ei l'abbia scapperà per la medesima porta
alla campagna salvandosi sopra un buon cavallo per la via di Aleria
o dalla parte che gli tornerà più destra. Tu partirai il dì dopo od
anche la notte medesima. Sbrigati dunque, se è vero che il mio amore ti
prema e se vuoi guadagnarti le grazie che ti sono state promesse. Tua
affezionatissima sposa Caterina Campana.»
Giuseppe Maria gran cancelliere di stato, padre di Matteo, uomo di
partiti rigidi ed inventore di nuove maniere di supplizio conobbe vano
supplicare misericordia: in cotesta medesima notte risegnò la carica,
e consegnati i sigilli si ridusse in sua lontana campagna a nudrirsi di
dolore e di veleno. I Francesi, più tardi, divinando il tesoro di odio
contro gli uomini che si doveva essere accumulato in cotest'anima, lo
chiamarono a pigliare parte al festino di sangue, ed egli accorse come
dicono che costumi l'iacal, a rodere le ossa della gente sbranata dal
leone.
Matteo però fu giudicato con tutta la solennità dei riti forensi e
comecchè nè egli nè altri sapessero addurre scusa la quale valesse se
non a torre, almeno a scemare la colpa, non dimanco ebbe la difesa.
Gli uomini a quei tempi chiamavano ed anco adesso chiamano coteste
formalità osservanza ai sacri diritti dell'uomo, ma in effetto e' sono
grullerie o ipocrisie, e bene spesso l'una cosa e l'altra, quando
la colpa è manifesta, e il reo non la nega: o quando il principe
vuole la tua morte, e i giudici tirano salario per servirlo del loro
mestiere, che montano tante storie? Fuori il carnefice addirittura;
sarà tanto tempo risparmiato; e il tempo, pensateci bene, è moneta;
così predicano quotidianamente gl'inglesi principali economisti del
mondo. La storia infama come crudele Sisto V, che volendo s'impiccasse
subito quel giovane fiorentino che ammazzò uno sbirro, e sentendosi
opporre che bisognava innanzi giudicarlo rispose: giudichisi pure a
patto che s'impicchi prima di desinare, e stamane rammentatevi che ho
fame; e Cosimo de' Medici, che sotto i ragguagli del fiscale scriveva
asciutto: s'impicchi: se gli Spartani avessero posseduto la forca non
potevano adoperare concetto più laconico; e finalmente quel Ferdinando
di Napoli, delizia del Romano Pontefice Pio IX, che mandò una compagnia
di moschettieri al Presidente di una Corte di giustizia facendogli
sapere che si sbrigasse a giudicare gli accusati perchè i moschettieri
avevano ordine di fucilarli prima di rientrare nei quartieri, la quale
cosa importava accadesse prima di vespro; crudeli certamente furono e
molto, ma bisogna confessare che furono eziandio molto sinceri. Matteo
Massesi fu condannato a morire strangolato con lo strumento paterno.
Tutto il giorno fu triste; rossi nuvoloni andavano in volta sul cielo
rombando con un tuono continuo come se i demoni dell'aria se gli
strascinassero dietro; verso sera si abbassarono; e squarciandosi
con folgori terribili e spaventoso fracasso mandarono acquazzoni a
diluvio e bufere di grandine: pareva che cascasse giù il cielo; il
vento penetrò le case spazzando la polvere del pavimento, strappando
i ragnateli dai palchi, sbatacchiando porte rompendo vetri e sfondando
impannate, poi dagli usci socchiusi mandò fuori gemiti, urli, stridori,
che suscitavano negl'inquilini giusta le più recenti avventure patite,
o la ricordanza della moglie morta fra le angosce del parto, o quella
del rantolo della lunga agonia del padre, o il rammarichio del pargolo
che si dibattè tra gli spasimi, o il vagellamento del fratello
che traboccò nell'altra vita delirando vendetta; ancora il vento
indiavolato si avventa a spire su per la cappa del camino spingendo
innanzi a sè faville sommovitrici di lontani incendii: allo sbocco
rovina l'angolo dei tegoli murato su la cappa per riparare il fumo,
schianta pietre e lavagne mulinandole attorno a mo' di foglie secche.
Guai a cui in quel punto passa per la via! che contro cotesta pioggia
schermo di ombrello non vale. Inoltre si infilò nei campanili, si
erpicò per le scale e prese ad agitare le campane a strappate, le quali
di tratto in tratto cacciarono uno squillo che pareva un singhiozzo;
quinci si spinse su la cuspide arrovellandosi intorno alla banderuola,
scotendola a destra, a sinistra, poi ravvolgendola velocissimamente
intorno all'arpione: adoperando insomma l'estremo di sua forza per
iscassinarla di costà quasi in vendetta della testimonianza ch'ella
di cotesta altezza faceva agli uomini della sua incostanza e della
sua cattività; scendendo entrò in chiesa, e menando remolino per le
colonne, per gli altari e su per le cupole ci destò diverse voci e
tutte paurose, perchè sul pavimento fischiava come se dalle sepolture
i peccati mortali dei sepolti ne prorompessero in forma di serpenti,
dagli altari come se i santi corrucciati rimproverassero agli uomini
le sempre cresciute offese al Signore, e pel vacuo delle cupole
reboando gelava il cuore per paura, che gli angioli sonassero le
trombe per la chiamata dei morti al giudizio universale. Tutte le cose
avevano un gemito sotto il flagello della natura presa da furore; gli
alberi rovesciavansi gli uni su gli altri stridendo come soldati di
esercito sconfitto, e le acque stesse dei fiumi e dei fonti schizzando
percotevano a mo' dei flagelli, delle furie.
Il Paoli chiuso nella sua stanza, seduto contro al suo solito
stringendosi con la manca mano le tempie, la bufera infernale o non
sentiva o non ci badava; così durò fino a notte avanzata; allora si
levò e apparve scolorito; non si sarebbe potuto dire se avesse pianto;
certo gli si vedevano gli occhi infiammati; prese un coltello, si
coperse con un gabbano e uscì di casa.
Aveva mutato appena due passi nel corridore dove metteva la prigione di
Matteo Massesi, che si vide venire incontro la burbera faccia del padre
Bernardino, il quale disse:
— Il cuore me lo porgeva che sareste venuto quaggiù.
— Però mi aspettavate? rispose il Generale aggrottando le sopracciglia,
— No; io non aspettava voi; bensì aspetto che ei si svegli — e col
dito accennava la carcere di Matteo — come per me la morte corporale lo
colpisce, vorrei che anche per me la vita dell'anima gli si schiudesse.
Ma e quando anco avessi aspettato voi, il merito non sarebbe stato
minore.
— Frate! io non amo che si guardi così al sottile nella mia vita, ve ne
avverto, e la vostra vigilanza mi pesa, abbiatelo per inteso.
— Pasquale, figliuolo mio, non lasciarti sopraffare dal demonio della
superbia; io ti rammento che fui l'amico di tuo padre; epperò immagina
che per la mia bocca ti parli cotesta anima benedetta. Soffri le mie
parole; esse sono amare come la medicina, ma apportano la salute come
quella. Tu sei venuto a salvare lo sciagurato.
— E che fa a voi cotesto?
— Che fa? quando, e Dio non voglia, a te non importasse più della tua
fama, la tua fama appartiene alla Patria, ella è nostra e noi dobbiamo
averne cura.
— Oh! ma allora io diventai il peggiore dei servi; io sarei lo schiavo
di tutti.
— Non si va in alto senza portare seco molti doveri, e non ci si
mantiene senza molti dolori. L'uomo rettore di popoli si rassomiglia
in tutto a san Bastiano: egli è esposto a chiunque vuole scoccare la
freccia contro di lui; ma come il santo in premio del martirio acquistò
le glorie eterne del paradiso, tu per breve fastidio godrai rinomanza
immortale, mentre noi perduti dentro il tuo raggio non lasceremo
memoria della nostra comparsa nel mondo, nè manco nella famiglia da cui
nascemmo. La tua gloria divorerà tutte le nostre glorie, a modo che il
serpente uscito della verga di Mosè si mangiò quelli che nacquero dalle
verghe dei maghi di Faraone.
— Tuttavolta non vedo come da salvare un condannato me ne abbia a
venire scapito di reputazione; all'opposto sempre fra gli uomini fu
benedetta la clemenza.
— Ci è tempo di clemenza e tempo di giustizia. La tua giustizia ha
lavato la Corsica del sangue fraterno pel quale era infame; la tua
giustizia ha ricondotto la osservanza delle leggi e la pace nel paese,
la sicurezza nelle famiglie; perchè dunque di un tratto ciò che prima
ti piacque ora t'incresce?
— Non m'incresce, ma mi percuote la mente la sentenza del Montesquieu,
la quale dice: la grazia compone il fiore più bello della corona dei
re.
— Può darsi dei re, perchè i fiori di queste corone sono spine nel
capo dei popoli; fatto sta che la grazia è l'opera dell'uomo il quale
si costituisce superiore alla legge; la grazia rompe l'ordine della
uguaglianza sovente in prò di cui se lo merita meno, per ultimo la
grazia converte la giustizia in ingiustizia tanto di faccia a coloro a
cui si concede, quanto agli altri a cui si nega. I nostri statuti ti
conferivano per errore simile facoltà, e tu accorgendotene non te ne
prevalesti mai. Più tardi potranno mitigarsi le pene; quella di morte
abolirsi; la legge meno acerba esattrice dovrà contentarsi di essere
pagata in ragione di 15 soldi per lira, ma ognuno ha da pagare.
— Signore! E' troppo duro che muoia cotesto sciagurato appena giunto al
ventiquattresimo anno.
— E quanti anni contava di più Giovanni Brando? Tu non salvasti amici
nè parenti; che mai diranno se salvi questo? — Diranno — ed abbassò la
voce; che chiuso ad ogni affetto di sangue e di amicizia il tuo cuore
sostenne offendere la giustizia per passione sconsigliata.
— Questo non diranno; amai cotesto giovane; forse lo amo ancora, non
però oltre la giustizia e il debito. Nell'ora suprema, che per lui si
avvicina, abbia, dacchè dargli alcun altro sollievo mi è tolto, le mie
consolazioni; lasciatemi andare, io voglio vederlo per cinque minuti.
— Generale, vogliatemi favorire il vostro orologio.
— Che volete farvene?
— Ci guarderò sopra il trapasso dei cinque minuti e ve li rammenterò;
voi non ce li guardereste di certo: adesso cotesto arnese non può
giovare a voi che ponendolo nelle mie mani.
Il Paoli tenendo un candeliere acceso in mano si accostò al letto
di Matteo: egli dormiva, e dal sembiante giocondo pareva che in quel
punto lo allietassero sogni soavi: il capo egli inchinava appoggiato
al destro braccio sporto penzoloni fuori del letto; i capelli
copiosi inanellati gl'inquadravano la bella faccia; un madido rossore
gl'imporporava le guancie; le labbra aveva socchiuse e frementi come
se dessero un bacio o favellassero parole di amore. Il Paoli non
ne sostenne la vista; riportò il candeliere su la tavola e prese a
passeggiare incerto se dovesse svegliarlo o se partire senza avere
ricambiato motto con lui: lo tolse di dubbio un sospiro, e dopo il
sospiro un grido.
— Ah! disse Matteo levandosi, io n'era sicuro, e il sogno me lo
accertava pur dianzi. Il signor Generale non ti lascerà morire,
no: egli ti ama tanto! Certo io l'ho offeso, non lo nego; non mi
state a dire che merito castigo; lo so: non mi rimproverate la mia
ingratitudine; io la sento: non mi avvilite con obbrobrio; voi non
potreste vituperarmi come mi vitupero io. Così, signor Pasquale, non
ponete in me più fede, ritiratemi il vostro affetto, fate quello che
volete; ma non mi lasciate morire, non è questa l'età in cui si muore;
io vi parerò il sole col mio corpo; vi farò schermo contro le palle
nemiche; servitevi di me come di piumaccio per riscaldarvi i piedi, o
di poggiuolo quando salite a cavallo; ma non mi lasciate morire.
— I cinque minuti sono passati — si udì ammonire la voce del padre
Bernardino traverso la porta.
— Ah! rimescolandosi tutto, gridò Matteo, e poi con accento più spedito
soggiunse — che se non vi degnate tenermi più accosto a voi, ebbene
me ne andrò lontano, mi bandirò dal paese, andrò in terra straniera ad
espiare la mia colpa col rimorso.
— Sono passati sei minuti.
— O piuttosto, sentite, compenserò con altrettanto utile il danno che
stava per recare al paese: vi pagherò il tradimento tramato in tanta
vendetta compita; mi condurrò a Bastia, dove dimostrerò il colpo essere
andato fallito per difetto del sicario: mi farò dare altri denari e
ve gli manderò: m'ingrazierò presso di loro, ne spierò i segreti e i
disegni, e ve ne ragguaglierò ora per ora; m'introdurrò nella cucina
del conte di Marboeuf il giorno che metterà tavola agli ufficiali
dell'esercito, e gli avvelenerò tutti....
— Sciagurato! proruppe il Paoli col pugno levato come se volesse
schiacciargli il capo, e chi ti ha dato il diritto di giudicare così
malignamente di me?
— Otto minuti sono passati.
— O Dio! O Dio! non mi lasciate morire...
Il Paoli si tenne a mezzo l'atto: intese a ricomporsi per alcuni
momenti; alla fine con voce ferma aggiunse:
— Matteo, voi dovete morire...
— Grazia, per carità! E allora che cosa ci siete venuto a fare?
— Ecco, rispose il Paoli, cavandosi di tasca il coltello e buttandolo
sopra la tavola — capisci — altro non posso darti: addio.
— Ah! è questo l'ultimo dono che Pasquale Paoli serbava per Matteo
Massesi?
E intanto che il Generale allontanandosi da lui s'immergeva nel buio
in che stava sepolta la parte estrema della prigione, con suono via via
più languido disse:
— Madri tenerissime e magnanime a figliuoli illustri e amatissimi,
quando non poterono sottrarli da morte, di pari doni presentarono,
affinchè fuggissero la infamia del patibolo.
— No... così non ha da essere... voi con una parola potete salvarmi la
vita... e voi avete a dirla questa parola... o non ne direte più altre:
e, gittandosi sul coltello ne butta via il fodero correndo in furia
colà dove era scomparso il Generale; dopo pochi passi gli riapparve
l'ombra davanti, ne muove alcun altri e gli sembra... anzi di certo gli
sta davanti una persona diversa.
— E voi chi siete? urla disperato.
— Io sono il Confessore — rispose il padre Bernardino.
Dopo un'ora padre Bernardino bussava alla porta della camera del
Generale che trovò levato, col medesimo gabbano fradicio addosso col
quale era stato alla prigione; lo salutò, e posto il suo coltello sopra
la tavola:
— Vengo a riportarvi il coltello dalla parte di cotesto sciagurato
— disse; e dopo alcuna esitanza, con suono che difficilmente poteva
conoscersi se fosse sincero o beffardo, aggiunse: — egli piglia la
infamia del patibolo in parte di espiazione del delitto commesso, e
intende farsene merito presso a Dio.
— Ho capito; gli manca il cuore d'ammazzarsi. — Buttò via il gabbano e
assestatosi al tavolino scrisse alcune righe che consegnò al frate.
— Anche questa carità, padre, e attendete che venga adempito questo mio
desiderio; in quanto occorre comando.
— Ma avvertite, Pasquale...
Questi levando minaccioso il dito, soggiunse:
— Zitto! Importa che sia così: la vista del patibolo somministra
argomento di curiosità agli stupidi, e scuola di ferocia agli
scellerati.
Quando fu riaperta la porta del carcere, dopo le spalle del frate
entrarono due altre persone che portavano qualche cosa di peso e
rimasero lì presso la porta; la candela oramai consumata mandava più
fumo che luce. Matteo giaceva bocconi sul letto traendo di ora in ora
focosi sospiri: appena sentì stridere il chiavistello si mise a sedere
sul letto, gridando:
— Padre, m'avete ottenuta la grazia?
E siccome quello metteva alcuna dimora alla risposta.
— Almeno una proroga?
— Senti figliuolo; dopo che ti ho lasciato, sarebbe un impossibile che
tu in pensieri, opere od omissioni non ti sia tornato ad imbrattare
l'anima che io ti aveva resa proprio bianca di bucato: ora prima di
tutto riconciliamoci con Dio.
— Sì, qualche altro peccatuzzo avrò commesso, sì voglio riconciliarmi
con Dio, ma la grazia me la fa? Me l'ha fatta?
— E batti lì: ti aveva lasciato coll'ali all'anima, e ora mi sei
ricascato giù nel pantano. Vieni qua... dimmi, figliuolo, hai
bestemmiato Dio?
— Sono da voi Padre; ma che vi ha detto il Generale; dove siete, chè
non vi vedo?
— Sono qua... da questa... porgetemi la mano, non tremate, figliuolo...
su coraggio...
— Coraggio! e perchè?
— Sedete... voi siete per mancare...
— Sì la terra mi scappa di sotto — e tastato all'intorno, trovò un
seggiolone e vi si pose a sedere.
— Figliuolo riconciliatevi con Dio...
— Oh!
— Dite: Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l'anima mia....
— Perchè? Perchè?
— Perchè è arrivato l'ultimo momento della vostra vita.
La fune gli cinse il collo, che stretta subito sui buchi della
spalliera venne dalle mani del carnefice aggrovigliata con un
nottolino; invenzione, come avvertimmo, di Giuseppe Maria Massesi.
Questo trovato parve buono, e nella Spagna gli fecero buon viso,
e tutta via glielo fanno: in Francia no, perchè ai Francesi parve
scapitare di reputazione, se non mostravano, che anco nei supplizi
possedevano immaginativa da rivendere italiani e spagnuoli: difatti il
medico Guillottin trovò la _ghigliottina_, che dapprima non valse la
seggiola del Massesi o la _garotta_ spagnuola, come quella che operava
mediante un ferro tagliato a mezza luna; e' fu proprio Luigi XVI, il
quale coll'occhio esperto, che i re sortono dalla natura per siffatte
bisogne, esaminata la macchina disse, che il dottore, eccellente fisico
se si voleva, era un asino calzato e vestito in fatto di meccanica;
imperciochè l'arnese non sarebbe mai perfetto se prima al ferro non si
mutasse forma riducendolo, invece di mezza luna, a ugnatura. I Francesi
fecero _sentire_ più tardi al re Luigi che egli aveva avuto ragione.
CAPITOLO IX.
La battaglia di Pontenuovo
Dentro il memore petto i sacri affanni
Va rinnovando il tuo gorgoglio, o fiume:
Però che il giorno io mi riduca a mente
In cui l'onda cruenta i forti corpi
Menò travolti, e le spoglie infelici.
Veggo morti giacere, e vedo le armi
Sparse per la campagna, e le ferite
Tabe stilanti. Oh! degli eroi gli spirti
Debitamente supplichiamo. Molto
Poi nel cor sospirando, e molte a Dio
Mettendo preci, io passo.
_L'uomo del Bosco._[38]
Di tratto in tratto Pasquale Paoli metteva fuori il capo dalla camera
che abitava nel convento di Murato, terra grossa nel Nebbio, e con
impazienza sempre crescente domandava ad Altobello ed agli altri che
stavano fuori; non si è anco visto nessuno?
— Nessuno, gli rispondevano sempre.
Per ultimo comparve un vecchio, cui crederono parecchi raffigurare, ma
così alla confusa, che postisi appena sur un sentiero ne smarrivano la
traccia; infatti com'era possibile mai riconoscere padre Bernardino
da Casacconi senza barba, con due baffi formidabili, una parrucca
infarinata, ingessata e per di più vestito da soldato? Da soldato in
verità, nè basta; da soldato nemico, da soldato traditore, in breve
da soldato delle compagnie côrse composte da Matteo Buttafoco e messe
sotto il comando di Ferdinando Agostini, del cavaliere Lazzaro Costa,
di Orso Campana e di Angelo Luigi Matra, le quali furono il colpo di
grazia alla libertà della Corsica. Egli si presentò con un certo fare
insultante e beffardo che unito alla nappa bianca francese appuntata
al cappello gli avrebbe fruttato disgustoso saluto se di subito non
chiedeva del generale. Questi, a quanto parve, stava con le orecchie
tese, imperciocchè spalancò in un attimo la porta esclamando:
— Ben venga il nostro venerando in Dio, padre Bernardino; stavo sui
ferri arroventati non vi vedendo arrivare.
— Ed io finchè non arrivava mi sentiva molto vicino al piombo bollente;
ma eccomi qua come piace al Signore, ed è faccenda finita.
[Illustrazione: .... ad un tratto il cielo si ricoperse di
nuvoli... (_pag. 447_)]
Entrati nello studio dove era distesa per terra una carta geografica
della Corsica, padre Bernardino incominciò: — voi già saprete lo
sbarco a S. Fiorenzo del generale comandante conte De-Vaux; il
Marboeuf fu promosso all'ufficio di capo civile: come però egli duri
sempre a mestare nei negozii soldateschi non saprei: fatto sta, che
ci si mescola. Voi conoscete questo De-Vaux, che altre volte militò
in Corsica lasciandovi fama di poco valore e di molta ribalderia; or
bene i suoi amici affermano, e dove bisogna anco con giuramento, che
il tempo gli ha logorato il poco di buono e cresciuto a dismisura il
cattivo. Il duca di Choiseul non ha trovato di meglio a cui appoggiarsi
adesso che traballa: dicono che dove vinca presto, gli abbia promesso
in fede di gentiluomo il bastone di maresciallo di Francia, ma dicono
eziandio che senza pregiudizio della fede di gentiluomo, perda o vinca
non gli darà nulla. Lo precede la reputazione di lunatico, di beone e
di crudele per ferocia e per bizzarria: e già taluno ha provato che la
fama non mentisce. Poichè, come voi sapete meglio di me, non manca mai
in Francia qualche persona che a parole non ti sovvenga, massime se
la parola buona per te trafigga altrui; così nell'udire la commissione
del conte De-Vaux, il quale nei suoi colloquii si dimostra troppo più
perito di forche e di ruote che di battaglie, corse sul conto del duca
di Choiseul il motto: prima comprò le pecore, ed ora manda il macellaio
a spellarle; dalla quale rampogna desiderando il duca schermirsi gli
mise a canto non so quale ufficiale affinchè lo temperasse, ma gli
è stato un buttare polvere negli occhi; in vero per altra parte gli
raccomandò si riportasse ai consigli del Sionville...
— Sionville! Quel vecchio feroce che insanguinò la Corsica sotto
Teodoro, e rese odiosissimo ai Côrsi quest'uomo il quale si era
presentato come liberatore?
— Per l'appunto lui. Il De-Vaux afferma a chi non lo vuole e a chi lo
vuole sentire, che fa caso di ridurre a partito la Corsica come di bere
un uovo; anzi ha giuocato dopo pranzo con Lord Pembroke dodici dozzine
di bottiglie di vino di Canarie di averla ridotta alla devozione del re
prima della rinfrescata.
— Jattanze francesi che si potranno verificare pur troppo se manchi ai
Côrsi la consueta virtù; — ora ditemi quante forze di certo il nuovo
capitano può adoperare contro noi?
— La paura, e andiamo franchi, anche la prudenza che conta vi direbbero
molte anzi troppe: danno per sicuro, ch'egli possa campeggiare con 50
battaglioni non comprese le artiglierie che sono un subisso, e più dei
battaglioni e delle artiglierie, assai mi fa paura un'altra cosa.
— Ed è?
— Parecchi milioni di lire in luigi d'oro e la facoltà di conferire
impieghi militari e civili; i francesi medesimi fanno le stimate non
sapendo donde la corte abbia potuto cavare tanti quattrini; ma purchè
il duca di Choiseul duri al governo, non rileva se per ammazzare mille
Côrsi bisognerà che duemila francesi muoiano di fame.
— Ah! padre mio, da questa parte la patria disarmata riceverà il
colpo mortale. Dio ci assista — e il Generale, chiusi gli occhi piegò
dolorosamente la testa.
— _Amen!_ rispose il frate.
Il generale rinfrancato l'animo nel raccoglimento interrogò di nuovo:
— E non vi è venuto fatto di penetrare nulla intorno all'ordine col
quale intendono condurre la guerra?