e di donne, e in mezzo a questa il deputato, o vogliamo dire il
procuratore del comune; i più pedestri, vestiti come gli altri, che
lo stipendio di una lira al giorno non consentiva lusso maggiore; i
troppo vecchi procedevano sopra piccoli muli, e taluno di loro davanti
si recava un tenero ragazzetto, in groppa una donna mingherlina; tale
altro stava seduto in modo da permettere che dal basto pendessero
attaccate due ceste, dentro le quali uno per parte giacevano due
pargoli; le madri seguitavano filando, e al primo gemito recatisi
i bambini in collo porgevano loro la mammella: avrebbero voluto a
un punto filare, camminare, e allattare, e ci si erano provate; ma
conosciuto il pericolo, non senza rammarico erano rimaste da filare.
Forse di queste cose taluno sorriderà, e tuttavolta, in fino d'ora, lo
avverto, che se lo universale dei Côrsi avesse praticato costumi non
diversi da questi, la Francia sarebbe venuta meno contro la virtù di
quel pugno di gente.
Intanto dal palazzo del generale uscirono Damiano, Minuto Grosso,
Ambrogio, ed altri famigliari di lui, i quali andando attorno, e
mescendosi ai varî capannelli, assai destramente pigliavano lingua dei
nomi, stato di famiglia, casi; insomma più che potevano dei caporali
di cotesta moltitudine; in simile faccenda sopra tutti sbracciavasi
frate Damiano con quel fare procaccevolone, che nei frati diventa
natura; egli porgeva ai fanciulli la mano, alle donne la croce della
corona a baciare; agli uomini poi lo scatolone di tabacco, che senza
empietà si sarebbe potuto mettere a petto con la misericordia di Dio,
imperciocchè come quella pareva non dovesse avere mai fine. Quando
ebbero fatto sufficiente raccolta, se la svignarono andando a riferire
ogni cosa al generale, che, dopo averli ascoltati per bene, si dispose
a scendere a sua posta in istrada, e mescolarsi fra il popolo. Ora
vuolsi sapere come il Paoli possedesse memoria non affermerò superiore
a quella di Giulio Guidi suo compatriotta da Calvi, che ebbe il
soprannome _dalla grande memoria_, e mandò trasecolato il Mureto
nella università di Padova, ma certo da stare a pari con Temistocle,
Teodosio, od altri famosi dell'antica e della moderna storia; però
bisognava, che per imparare le cose a mente qualcuno gliene dicesse; e
tale incombenza appunto commetteva ai suoi famigliari; onde egli poteva
salutare a nome infinite persone mostrandosi eziandio ragguagliato
di molte particolarità concernenti alle medesime. Questa pratica gli
conciliava benevolenza, e credito inestimabile, reputandosi ogni uomo
col quale entrava in parole conosciuto da lui specialmente, e sempre
più confermando la opinione, che per volontà di Dio a lui fossero
rivelati i più riposti segreti. Se i tempi lo avessero consentito
è da credersi, che egli avrebbe osato di più, che senza un po' di
meraviglioso gli ordinamenti dei legislatori tra popoli rozzi non
attecchiscono, ed ei lo sapeva; e nè anche andava del tutto immune da
certe sue superstizioni alle quali pure partecipò Napoleone Buonaparte;
sia che la Provvidenza lasciando insinuare negli alti spiriti simili
debolezze voglia insegnarci come niente di perfetto esista su questa
terra, sia, come credo piuttosto, che i primi germi della educazione ci
rimettano nostro malgrado il tallo nell'animo; e i Côrsi allora erano
superstiziosissimi, ed anche oggi, comecchè molto meno, sono. Pertanto
il Paoli qua e là aggirandosi, con maraviglia pari al contento di
cotesti fieri isolani, quale chiamava a nome, quale col suo nomignolo,
e a quello chiedeva contezza del padre infermo, della moglie incinta,
del garzoncello spoppato, a questo del pastino, degli olivi piantati,
della vigna potata, ad altri altre cose, e poi ad un tratto li tastava
di scancio intorno ai casi imminenti; imperciocchè sapesse, che il
suffragio universale si rassomiglia assai a cavallo sfrenato cui fanno
mestieri un po' di briglia e un po' di sprone, e se fosse vissuto ai
giorni nostri egli lo avrebbe paragonato volentieri alle carrozze
a vapore, le quali, finchè corrono incastrate nelle rotaie, vanno
d'incanto su per erti argini e per cieche botti, dove prive di guide
ruzzolerebbero, o darebbero di cozzo dentro le muraglie: ond'egli
si era tolta quella fatica nel concetto di persuadere gli avversi,
sostenere i vacillanti, i risoluti confermare; ma non n'ebbe bisogno;
che da tutte parti sentì rispondersi su questo punto: fate il vostro
dovere, e noi faremo il nostro. Egli allora, attentandosi più oltre,
interrogati costoro che cosa intendessero per suo dovere, gli udiva
replicare alla recisa: voi comandate la guerra, e noi per Dio santo la
combatteremo. — Fino all'ultimo? — Fino all'ultimo. — Allora siamo a
cavallo, disse fra sè il Paoli, e ritornò in palazzo per mutare vesti,
che l'ora per la Consulta stringeva.
Deposti gli abiti di panno côrso, vestì la sfoggiata assisa di velluto
verde gallonato di oro, cinse la spada, dono di Federigo, e con in mano
il cappello del pari gallonato e piumato s'incammina verso la chiesa
di San Marcello dove era convocata la Consulta; teneva la mano su la
maniglia della sua stanza quando gli si schiuse con impeto la porta
davanti, cosicchè per poco stette, che non gliela sbatacchiassero in
faccia:
— O padre Bernardino siete voi? che novità portate? voi mi parete torbo.
— E lo sono, disse il frate agguantando il Paoli per un braccio, e
sbarrandogli negli occhi due occhiacci da spiritato. Le novità le
fate voi, e non ho a contarvele io; chiaritemi un po' che significhi
là in chiesa quel baldacchino di damasco rosso? sareste per avventura
diventato il Santissimo Sacramento? se così è ditemelo, perchè mi
possa inginocchiare dinanzi a voi, e venerarvi come meritate. Ancora,
che importa quel seggiolone di velluto chermesino con la corona reale
ricamata nella spalliera?
— La è chiara; in trono siede il principe, o chi lo rappresenta; qui
la nazione è principe, ed io ne sostengo le parti, però in luogo di
quella mi assetto in trono. — La corona reale, voi avrete osservato,
che sormonta l'arme del regno di Corsica; veramente questo titolo non
va bene; bisogna mutarlo; ma per ora si mantiene a fine che la Europa
non creda sia rovinato in Corsica il finimondo.
— No, io ho osservato, che la spalliera del seggiolone fu fatta alta
per modo, che la corona viene per lo appunto ad adattarsi sul capo di
quale ci si ponga a sedere.
— A questo non badai.
— Ci ho badato io.
— Orsù via di che temete voi? Che io mi faccia tiranno?
— Pasquale, nelle anime rette la rea passione non entra mai per la
porta maestra, ella piglia per dietro, e si caccia per la gattaiola;
penetrata in casa, in un attimo diventa in guisa gigante, che non la
puoi buttar fuori dalle porte nè dalle finestre.
Pasquale, io ho veduto perfino le immagini della Immacolata diventare
nere per troppo incenso. — Te lodano ogni giorno, e lo meriti; se ti
lodassero meno farebbero meglio, e tu saresti savio se a coteste lodi
sbardellate ponessi modo; e se, come credo, aborrisci veramente farti
tiranno, non pigliare nè manco usanza con le apparenze della tirannide.
— Ma io non mi sono accorto di avere offeso così la temperanza dei
padri nostri di lasciare adito a sospetti: in casa mia alla Stretta si
adoperano ancora posate di bossolo, e le impannate coprono le finestre.
— Sì, ma qui le usi di argento; e questi, che vedo alle finestre, sono
cristalli; nè il velluto, per quanto io sappia, fu mai lavorato in
Corsica.
— Come privato vivo secondo l'osservanza antica, ma come magistrato
supremo mi parve degno della nostra nazione mostrare alquanto più di
decoro.
— E vi parve male. Pensate voi, che Pirro e i suoi legati stimassero
più o meno il popolo romano e Fabrizio perchè lo trovarono a cuocere
rape?
— Oh! volgevano allora altri tempi; in cotesti giorni di virtù
repubblicana la povertà tenevasi in pregio; adesso si reputa colpa;
certo la non si legge scritta in verun codice, ma la trovi scolpita in
luogo troppo più dannoso, nel cuore umano.
— Pasquale! Pasquale! Picchiatevi il petto, e dite _mea culpa_; perchè
concedeste i passaporti ai francesi? Perchè permetteste i mercati in
prossimità dei presidii? L'oro francese serpeggia come veleno nelle
vene dei Côrsi; e il lusso non entra mai solo nei paesi, bensì a
braccetto della corruzione.
Il Paoli divampò in volto; senza dubbio perchè senti mordersi il
cuore: cotesto rimprovero che adesso gli moveva il frate ad alta voce,
sovente, come in altra parte fu avvertito da noi, glielo sussurrava
sommesso la coscienza; onde piuttosto acerbo rispose: — Voi, usi nei
chiostri, delle faccende umane intendete niente. La Corsica difettava
di danaro, e per sostenere guerra giusta contro i nemici faceva di
bisogno procacciare artiglierie, di ogni maniera, armi, munizioni e
simili altri monimenti: ora a tutte queste cose provvidi coi denari
del nemico: e senza i mercati concessi, in quale guisa io glieli avrei
potuto cavare di tasca? In verità se voi non me lo insegnate non saprei
indovinarlo io. I partiti politici presentano sempre molte facce: ogni
diritto ha sempre il suo rovescio, e la necessità costringe i cimenti;
gli uomini poi non possono prevedere tutte le sequele, di qui, padre
Bernardino, di qui, la fortuna buona è la rea. D'altronde ho fatto
esperienza di questi fieri fratelli nostri, e non li trovo punto
corrotti.
— Oh! qui sui monti no, perchè sui monti si vive più da presso a Dio,
ma per le città e le campagne circostanti temo che sia diverso. — Ad
ogni modo piaccia alla Provvidenza, che i quattrini francesi rechino
minore danno a noi che a loro il ferro che ne abbiamo comprato.
— Padre Bernardino, uditemi: voi per fermo sapete come Marco Aurelio
assunto allo impero consegnando la spada al prefetto del palazzo gli
dicesse: — Tu con questa difendimi finchè osservo la legge; quando
la trasgredissi ammazzami con questa; — e io dico a voi: — pigliate
questo pugnale; ve lo do con le medesime intenzioni di Marco Aurelio,
pigliate.
— No, Pasquale: vogliate non essere nè manco Marco Aurelio; egli si
professò filosofo, ma a fine di conto rimase imperatore; onde a ragione
Epitteto evitava disputare con lui, reputando cosa da matto venire a
litigio anche di parole con tale che teneva al suo comando sessanta
legioni. Coteste erano chiacchere; se Marco Aurelio avesse temuto
del prefetto questi avrebbe finito come la _giustizia_ di Arragona.
Persuadetevi, giova più per tutti procurare che il male non accada, che
rimediarci accaduto.
— Ma adesso che questo benedetto trono sta su ritto, io non so a qual
santo votarmi.
— Non vi date travaglio per ciò, ecco, che io vi profferisco un partito
bellissimo: assettatevi accanto al trono, e se taluno interroga, perchè
usiate così, e voi rispondete: il trono fu eretto per la libertà della
nazione, la quale, comecchè sia ente astratto pure noi tutti dobbiamo
estimare presente alle nostre deliberazioni, affinchè ella ci infonda
partiti degni di lei.
— Mi piace; così farò, siete contento?
— Sì, sono; ma vorrei un'altra grazia da voi; la ricuserete all'amico
di vostro padre?
— Parlate.
— Vorrei, che mi diceste proprio col cuore se vi siete avuto a male di
quanto vi discorsi?
— Datemi la mano: ecco io ve la bacio come quella di mio padre quando
mi castigava per mio bene.
— Ed io, soggiunse il frate liberando la sua mano e ponendola sul capo
al generale, vi benedico, come avrebbe fatto la grande anima del povero
signor Giacinto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito
Santo.
* * * * *
Il presidente della Consulta, Paolo Luigi Vinciguerra, poichè tutti si
furono assettati, in mezzo al silenzio universale, volto al Paoli gli
disse: — Esponete.
Il Paoli parlò in piano stile, e disse delle pratiche tenute,
mediatrice la Francia, con la repubblica di Genova per la pace, essere
state respinte le offerte del tributo annuo di lire 40 mila pel feudo
di Bonifazio e per Capraja, le franchigie commerciali, e le cerne
di soldati côrsi in tempo di guerra: allora, poichè ai repubblicani
genovesi coceva tanto la perdita del titolo di re, avere proposto che
sel tenessero, e la Corsica, purchè sgombra di loro, avrebbe retribuito
un omaggio annuale a mo' che il Re di Sicilia costumava con Roma: in
oltre (e questo era quel più, che da lui si fosse potuto consentire)
tenesse Genova presidio in qualche città litoranea della Corsica:
nè anche questo avere potuto attecchire. Fra tanto i gesuiti spinti
fuori di Spagna essere stati accolti dai Genovesi in Calvi, Ajaccio,
Algajola, dalla qual cosa inalberati i Francesi votarono codesti
presidii; noi stavamo a un pelo di occuparli; si posero fra mezzo i
Francesi, perchè fino al termine della lega gli lasciassimo stare;
allora se Genova non si fosse composta con esso noi ci chiarivano
liberi di tutelare i nostri diritti come la intendessimo. Desideroso
tenermi bene edificata la Francia, obbedii. Di un tratto la Francia,
o piuttosto il suo ministro duca di Choiseul, pari all'amico che
frequentando la casa dello amico ne concupisce la moglie, promette
lasciare libera la Corsica di governarsi a suo senno, a patto che gli
concediamo noi San Fiorenzo e Bastia con tutta la contrada, che da
queste due città si distende fino a Capo Côrso. E' parve pretensione
strana, perchè in breve spazio due governi diversi e per necessità
ostili non potevano durare; massime se potentissimo l'uno, e l'altro
si sente ed è in effetto debole; la pignatta di ferro accanto a
quella di coccio; per ultimo, popoli da evo immemorabile congiunti, di
repente lacerati; dissi: amare meglio ci sottomettessero interi, che
pigliarci a questo modo divisi. Onde non lasciare intentato spediente
per vedere se umiltà vincesse superbia, offersi altresì che il re
di Francia assumesse titolo e ufficio di protettore della libertà
Côrsa, per difendere la quale presidiasse Bastia, San Fiorenzo e Capo
Côrso. Risposero smettessero i Côrsi l'audacia di presumere che il
Cristianissimo volesse accettare di simile sorte confederati. Subito
dopo corse una voce molesta, che la Francia avesse comprato noi altri
da Genova; da Genova, contro la tirannide della quale un giorno ci
somministrò armi e sussidii; da Genova, contro la tirannide della quale
ai tempi nostri stette per difenditrice; da Genova, che sa non potere
vantare su di noi potestà se non convenzionata, e però tale che senza
il consenso delle parti contraenti non possa mutarsi; e compra noi
altri che da quaranta anni ci travagliamo nelle lotte sanguinose della
libertà, come il macellaio costuma un branco di montoni. La Francia è
potente, troppo potente per noi, onde potrebbe astenersi dagli inganni;
ma no, le piace approfittarsi anche di questi, e mentre il duca di
Choiseul mi manda a dire, che delle nuove milizie spedite in Corsica io
non mi adombri, ecco che il conte di Marbeuf appena sbarcato m'intima a
rimettergli in mano senza indugio San Fiorenzo, Bastia, Algaiola, Isola
Rossa, Macinaggio, e Gornali. Risposi breve: averli i Côrsi acquistati
col sangue; senza sangue non li avrebbero lasciati. Il marchese di
Chauvelin, capitano della impresa, da Bastia ha pubblicato il suo
bando; voi lo conoscete; promette farvi del bene assai, e confida di
non avervi a trattare da ribelli; e voi dovete estimarvi avventurosi
di essere cascati nella _servitù_ della Francia, perchè la libertà non
temperata da buoni ordinamenti mena i popoli alla _servitù_. Frattanto
si rompe slealmente la guerra prima che spiri la tregua, e, malgrado
la resistenza dei nostri, parte del Nebbio, molti luoghi di Casinca
e di Capo Côrso vengono espugnati da loro. Già la gazzetta di Francia
ridonda delle iattanze consuete intorno al valore ed alla fortuna delle
armi del Re. È inutile che io v'informi come la mia fama sia fatta
segno di vituperii; dove io, essi affermano, dove io non insidiassi la
libertà vostra, forse avrei avuto virtù per governarvi con gloria; i
cieli vi destinano a sovrano Luigi XV il quale possiede certo le virtù
di reggervi con gloria serbando intatta la vostra libertà. A me poi se
lamento la iniqua oppressione rispondono: colpa vostra; perchè quando
volevamo mutilare la Corsica del Capo Côrso, di San Fiorenzo e di
Bastia, voi urlaste meglio è che le tolghiate addirittura la vita; noi
abbiamo visto, che voi avevate ragione e l'ammazziamo. In questa guisa
si ragiona in Francia. Adesso che vi ho esposto lo stato delle cose nel
quale ci versiamo, deliberate voi liberamente se vi piaccia accordare
o piuttosto respingere la forza con la forza: se vi garbi la pace,
io tornerò in esilio dispiacente di non aver fatto per la mia patria
quanto poteva, e senza dubbio poi quanto voleva, pure sempre obbediente
ai voleri del popolo, sia restando, sia partendo; se all'opposto
sceglierete la guerra, considerate se l'abbia ad amministrare io od
altri; se giudicherete altri, dirò come la madre di Brasida diceva del
figliuolo: esulto, che la patria abbia cittadini migliori di me; se io,
sarò una spada nelle vostre mani, la quale percoterà sempre, finchè o
non vinca o si rompa.
Così avendo parlato si disponeva a partire, quando Marco Aurelio Rossi
oratore della Consulta saltò su a dire, non doversi a verun patto
permettere, che in faccenda tanto grave il generale si allontanasse:
rimanesse, e quasi anima dell'assemblea con i suoi consigli la
ispirasse.
— Che piacenterie sono queste, oratore? proruppe sdegnoso il padre
Bernardino Casacconi, il quale giusto sedeva nella Consulta come
procuratore del Comune di Casacconi. — Non vi vergognate? chi fece la
legge primo la obbedisca: fuori il generale.
— E ciò, soggiunse pacato il Paoli, tanto più importa che sia in quanto
che restando non mancherebbero di bociare su pei canti avere io con
rigiri strascinata la Consulta alle mie voglie. Il procuratore di
Casacconi ha ragione; concedete, che io vi lasci liberi a discutere
il partito desiderando, e sperando, che riesca quale la dignità della
Patria aspetta da voi.
Uscito di chiesa con piccola accompagnatura intendeva tornarsene a
casa per aspettare costà il partito della Consulta, ma il capo gli
bolliva così, che gli parve bene rimanersi alcun poco all'aria aperta.
Intanto che andava pensieroso s'imbattè nel colonnello Valcroissant, il
quale in compagnia di certo suo ufficiale di ordinanza, e di Altobello
Alando datogli in quel giorno di guardia, percorreva le strade notando
diligentissimamente i casi che si succedevano. Appena il colonnello
ebbe scorto il generale gli si fe' incontro, e dopo alternati i saluti,
gli domandò:
— Or come avviene, signor generale, che non vi troviate a presiedere la
consulta?
— A me non tocca.
— Sia pure così: ma almeno dovreste stare presente alle deliberazioni,
massime quando scottano davvero.
— La legge mi esclude giusto perchè il negozio è serio; mi pareva
avervelo già avvertito...
— Sicuro, ma io credeva, che voi...
— Avessi dato ad intendervi una bugia; ecco a che siete ridotti voi
altri Francesi; chiunque vuole ingannarvi d'ora in poi non avrà a fare
altro, che dirvi la verità.
— Vorrei domandarvi un favore, signor generale.
— Parlate.
— Desidero, che mi permettiate visitare il castello.
— Venite meco; io non ci vedo alcun male, perchè quando la guerra si
ridurrà attorno al castello, e' sarà come la vita, che si stringe al
cuore, per cessare.
Innanzi di porre piede dentro al castello venne fatto al colonnello
di osservare una casa tutta piena di cicatrici fattevi dalle palle di
carabina, e di spingarda; quelle di cannone erano state murate; pure
se ne osservano tuttavia le toppe. Pertanto il colonnello, preso da
vaghezza di sapere che fosse, interrogò:
— Qui si fece battaglia a quello che pare?
— E terribile, rispose il generale. Questa fu casa di Giampiero
Gaffori: allorchè il commissario Giustiniano gli fece rapire il
figliuolo, la moglie sua ch'è donna feroce gli andò incontro forsennata
urlando: Giampiero, rendimi il figlio! — E Giampiero, condotte notte
tempo bertesche e feritoie intorno casa sua, cominciò su l'alba a
fulminare quanti Genovesi si affacciavano ai baluardi; il commissario
ordina gli si sfasci la casa con le artiglierie; ma provò che questo
era più agevole a dirsi che a farsi, imperciocchè quanti artiglieri
comparivano a maneggiare il pezzo tanti colti di punto in bianco
andavano a gambe all'aria. Allora il diavolo agguantava per i capelli
il commissario, il quale ordinò pigliassero il figliuolo del Gaffori,
lo legassero sul piano della cannoniera, intantochè riparati da lui
potessero gli artiglieri ammannire con sicurezza il pezzo. Ai nostri
atterriti da simile vista cascano le braccia, e si volsero al Gaffori
senza far motto, ma in atto di domandargli: e ora che pesci si piglia?
— Sicuro, uno strettone se lo sentì dare il Gaffori, ed anche dei
buoni, ma scosse il capo disse: badate a tirare diritto: — magari!
se possiamo scansarlo! — Se Dio non vuole noi generiamo i figliuoli
appunto perchè muoiano per la Patria.
— E questi fu quel Gaffori che poi i Côrsi assassinarono? domandò
malignamente il Valcroissant.
— Cioè due o tre Côrsi a istigazione del diavolo, e dei Genovesi.
— E ci abitano sempre i Gaffori?
— No, di presente l'abita un giovane, assai cosa mia, di Aiaccio,
originario di Toscana, che si chiama Carlo Buonaparte con la moglie
Letizia Ramorino.
Esaminato ch'ebbe il Valcroissant il castello disse: certo deve essere
stato costruito quando non si conoscevano le artiglierie.
— Si adoperavano, ma a stento; le memorie avvertono lo fabbricasse
Vincentello d'Istria sul principio del 1500.
— Di fatti, oggi con quei monti a ridosso, che lo pigliano a cavaliere
non potrebbe fare resistenza contro a nemico munito di artiglierie.
— Ed io non avrei mancato di fortificare coteste alture se non sapessi,
che non sarà decisa qui la causa della libertà côrsa. Oh! ecco qui;
questa è la cannoniera dove fu attaccato il figliuolo del Gaffori.
— Perchè non ci mettete un marmo, che rammenti il fatto?
— Le memorie di marmo e di bronzo sono mute quando il cuore degli
uomini dimentica. I Côrsi non hanno mestieri sveglie per ricordare le
prodezze dei loro padri; e poi troppo marmo ci vorrìa per indicarle
tutte. — Se non vi gira il capo, colonnello, mirate un po' che
precipizio!
Il colonnello agguantandosi al parapetto sporse la testa per vedere il
pauroso dirupo su cui sta il castello, e lo ricinge da tutti i lati,
tranne il settentrionale dove pure la strada appariva sì stretta, che
due persone ci si potevano erpicare a gran pena.
— Sta bene; lo trovo proprio quale lo descrive il Tuano: — _arx
Curiæ saxo fere undique prærupto imposita;_ — e da che nasce quel
ribollimento di acque laggiù in fondo, che anche di qua mette paura a
vederlo?
— Colà le acque della Restonica si azzuffano con quelle del Tavignano,
ma fatta subito la pace procedono poi di amore, e d'accordo fino al
mare. La Restonica, forse per menare un'arena fina possiede la virtù
di forbire ogni maniera di metalli, massime il ferro; onde noi altri
vi lasciamo immerse canne da schioppi e ferramenti per pulirli dalla
ruggine. Il balzo come voi dite fa rabbrividire a mirarlo, e nondimeno
non una, ma parecchie volte i Côrsi prigionieri dei Genovesi ci si
misero giù a repentaglio, e si salvarono sempre.
Intanto nella chiesa di S. Marcello si faceva un gran tramestio tra
i procuratori intorno al partito da vincersi per la pace o per la
guerra: e colà come altrove coloro che in fondo volevano che la guerra
spuntasse, più degli altri sembravano avversarla, però i difensori
della pace, mentiti, o veraci, di petto ai contrarii erano pochi, e le
ragioni non facevano frutto. Ormai le voci discordanti ogni momento più
si accordavano nel grido: Guerra! guerra! quando il padre Mariani detto
il Rosso da Corbara levandosi con impeto esclamò: — Guerra! guerra!
Se a farla fosse agevole come a dirla adesso chi più di me sentireste
arrangolato a gridarla? Contro cui di grazia combatteremo questa
guerra? Contro il re di Francia, tra i potentati di tutta cristianità
potentissimo? Avete forse Mosè, che divida le acque del mar Rosso con
la verga? O forse contate fra voi Giosuè che valga a fermare il sole?
Qui ci vogliono miracoli; perchè co' partiti ordinarii dove possiamo
riuscire, io davvero non comprendo. E noi che siamo? Un pizzicotto di
gente seminato su di uno scoglio in mezzo al mare, senza quattrini,
senza fortezze, senza munizioni, senza soldati esperti nei modi della
moderna disciplina. Coraggio possediamo, anzi di questo ce ne ha
di avanzo; ma questo basta per morire, non basta per vincere: e qui
entrando in confronti prolungati, e minuti gli riusciva facile mostrare
a prova, che la guerra era partito da gente disperata; per la qual cosa
consigliava si piegasse il capo alla fortuna, non rendendo pessimo con
la resistenza uno stato a bastanza lacrimevole; come conforto della
libertà perduta pigliassero quei beni che la coscienza estorceva di
mano al non giusto dominatore.