Di profilo, prossimo alla sola finestra che traverso vetri v

PASQUALE PAOLI

OSSIA

LA ROTTA DI PONTE NUOVO

ROMANZO STORICO

DI

F. D. GUERRAZZI

ROMA

EDOARDO PERINO TIPOGRAFO-EDITORE

1883

CAPITOLO I.

Il vetturino livornese

Gli dei di Ausonia se ne andarono, ed il suo cielo con essi! — esclamò

Giacomo Boswell, fiore di galantuomo inglese, levando la faccia in alto

e ricevendovi bravamente in mezzo uno sbuffo di acqua piovana.

Il vetturino che lo menava, non intendendo bene codesta dotta

esclamazione, tacque e, seduto alla peggio su le stanghe del calesse,

continuò a toccare il cavallo perchè accelerasse il passo. Il signor

Giacomo, tra lamentoso e stizzito, ripigliò a proferire più forte: — Ed

è egli questo il tanto vantato cielo d'Italia?

Allora poi il vetturino non si potè più reggere; e quantunque la

domanda non fosse volta a lui, bensì a tutto il genere umano, egli, a

ragione reputandosi particola di questo genere, pensò gli spettasse il

diritto di rispondere per tutti, ed invero rispose:

— Sia benedetto! io glielo aveva pure avvisato innanzi di partire

da Pisa: l'acqua è in terra, ma vostra signoria che cosa ha saputo

replicarmi? «Non importa.» Lo ha ella detto, sì o no? Adesso, se ciò

che si prevedeva accadde, non ci rimane a fare altro che quello che mi

lasciò detto mio padre.

— Ed era?

« — Chi non seppe ben fare, sappia almeno ben tacere.» E poi anco

questo altro, il quale però ha da capire come per via di metafora,

non perchè si riferisca punto a lei: «Quando il ladro è di casa, non

bisogna chiamare il bargello.»

Il signor Giacomo, chinato il capo, non fiatò più, anzi si pentì di

avere aperto bocca, e, riprese il viaggio, accompagnato sempre dalla

pioggia, giunse a Livorno e andò a smontare in via Borra al palazzo

delle colonne di marmo, abitato dal signor Giovanni Dieck, scudiere e

console di Sua Maestà Britannica in cotesta città.

Gittandosi giù dal calesse, il signor Giacomo con voce burbera

interrogò:

— E devo pagarvi?

— Ma!.... due scudi fu il patto, e la buona mano, se le piace.

Queste parole pel modo, col quale vennero pronunziate, avrebbero

fornito agli studiosi dell'arte musicale subietto stupendo ad ammirare,

perchè dai suoni risentiti scesero giù giù per una scala semitonata ad

una specie di bisbiglio; e questo in virtù del diritto che, fatta la

prima parte, lasciava luogo alla speranza, la quale pareva persuasa che

essendo fuori a quell'ora, non poteva buscare altro che acqua.

— Bene; ecco i due scudi. Buona mano ch'è?

— Diavolo! Oh! che? non ha mai viaggiato vostra signoria? oh! che? ci

è ella piovuto dalle nuvole in Italia? La buona mano, a ragionarvi su,

propriamente vuol dire la mancia che i viaggiatori, quando si trovano

serviti bene, donano al vetturino oltre il fissato.

— Quando si trovano serviti bene: ma io mi trovo servito male, dunque

non vi do nulla.

— Capisco che buon viaggio non fu di certo il suo — e così dicendo gli

levava la valigia di cassetta — ma ci ho colpa io? Me ne rimetto alla

sua coscienza.

— E poi la vostra definizione della mancia è mal fatta.

— Quanto a questo poi, io me ne ho da intendere più di lei.

— Vi dico che manca; e manca questo: denaro al vetturino oltre al

fissato, perchè vada ad ubbriacarsi all'osteria e bastoni poi la moglie

e i figliuoli.

— È vero, — rispose il vetturino abbassando il capo.

— Bene, dunque portate in pace se non vi do nulla; perchè temo che Dio

mi domanderebbe conto di avere dato causa col mio denaro a degradare la

creatura: la creatura, capite, dove Dio impresse la sua santa immagine,

ch'ella si affatica tutto giorno a cancellare sostituendovi quella

della bestia; anzi no, perchè le bestie non si ubbriacano. Dite: avete

mai visto per le strade cani, cavalli od asini briachi?

Il vetturino, finito questo acquazzone di parole acerbe, rispose

ingenuo:

— No, signore, io non ce gli ho visti, ma io aveva creduto in coscienza

potere omettere la sua giunta, perchè all'osteria non vado mai.

— Bene.

— E nè manco bevo vino.

— Benissimo.

— Non tanto come la si figura lei; ma che vuole? Bisogna stenderci

quando il lenzuolo è lungo: che ho moglie e figliuoli, e quello che

guadagno col padrone basta per pagare il fitto e pel pane; con le buone

mani si rimedia al resto.

— Avete moglie? avete figliuoli? non andate all'osteria? non bevete

vino? Oh! allora è diverso. Perchè non me lo avete detto avanti?

Potevatelo dirmelo prima, chè mi avreste risparmiato la mala azione

d'ingiurarvi a torto. Vi domando perdono: ecco la buona mano, e il

Signore vi dia la buona notte.

E, lasciata la valigia nello androne, schizzò su per le scale presto

così, che gli pervenne mezzo all'orecchio il «Dio gliene renda merito»

che il povero vetturino gli mandava dietro nella pienezza del cuore.

Il giorno dopo, verso le nove di mattina un uomo di florida età, bello

in sembiante e, più che bello, sereno, stava fermo sopra il secondo

gradino del palazzo delle colonne di marmo, guardando trasecolato il

cielo ora da una parte, ora dall'altra, e pareva non si potesse saziare

di contemplarlo.

Egli era il signor Giacomo Boswell, giovine di trenta e qualche

anno, di capelli biondi, occhi cilestri come la più parte de' suoi

compatrioti appaiono: bensì proprio di suo ci metteva la sembianza, che

l'Onestà stessa avrebbe potuto pigliare in presto, se le fosse venuto

il capriccio di fare una visita al mondo vestita, come la signora

Bloomer, da uomo, ed un misto di costanza, di argutezza ed anco di

malizia, ma di quella buona, quasi fuoco che scalda e non iscotta. Il

signor Giacomo si lasciava governare dalle sue voglie, le quali, per

quanto talora si manifestassero singolari, essendo sempre dirette alla

conoscenza del vero, all'ammenda e al sollievo dei proprii simili,

se da un lato movevano al sorriso, dall'altro invitavano a tenergli

dietro le lacrime. Così in primavera il sole si mescola talvolta

con la pioggia, e i fiori giocondati da quello e da questa smagliano

come diamanti: vera festa della Natura. Sogliono gli uomini francesi

chiamare questi umori britanni stranezze, gl'irridono. Sta bene; essi

sono tutti uniti, tutti lisci, anzi uguali tra loro come mattoni. Però

badino: co' mattoni si fanno i pavimenti, non le cupole, e basta.

Il signor Boswell non apparteneva alla setta dei _Fratelli_, o

vogliamo dire _Quaccheri_, ma assai le si accostava coi costumi e

col vestire; abborriva la cipria; i capelli portava stretti dopo le

spalle con un nastro di seta nero senz'altra acconciatura; la barba

rasa diligentissimamente, chè gl'Inglesi non erano a quei giorni

venuti a contesa di pelo con gli orsi; le vesti tutte (se togli i

pannilini bianchi e le scarpe nere) di una stoffa eguale e colore

di piombo; nella mano manca tra l'indice e il pollice portava una

tabacchiera d'argento, alla quale imprimeva di tratto in tratto un moto

ondulatorio, e qualche volta, nelle veementi commozioni, mercè un colpo

dell'indice della destra, la faceva girare dentro la medesima morsa.

Ed ora appunto gli avea dato questo colpo solenne: nè a torto,

imperciocchè adesso il cielo gli si spandesse sul capo immenso di

azzurro sereno; e se l'occhio dell'uomo avesse potuto arrivare fino

costà laggiù nel profondo del cielo, ci avrebbe contemplato Dio nelle

magnificenze della sua gloria. Il sole, stupendo di calore e di luce,

incedeva per lo emisfero come creatura che senta la solennità del

messaggio di bandire alla terra la bontà infinita del suo Creatore. Le

aure di aprile alitavano in faccia alla gente con la salute il profumo

dell'arancio, dacchè a quei tempi Livorno non andasse gremito di case

lunghe, intirizzite, fabbricate una sopra le spalle all'altra come

frotta di perdigiorno su ritti in punta di piedi per vedere il cane

barbone che porta in giro la scimmia a cavallo; bensì abbondasse di

spazi grandi lavorati a giardino, fiorenti di ogni maniera di agrumi,

ed appunto davanti la casa del console inglese se ne ammirasse uno

vasto quanto leggiadro, attiguo al palazzo fabbricato dai signori

Franceschi di origine côrsa.

— Bene, benissimo! — ripeteva il Boswell con accenti sempre più

musicali; e il piede inconsapevole, davanti tanta armonia di cielo,

batteva la misura chè la melodia di un bel giorno d'Italia gli

s'insinuava nel sangue — bene! gli dei ritornano, e naturalmente con

essi l'Olimpo, ch'è casa loro.

Intanto un uomo, il quale già quattro volte e sei lo aveva richiesto,

pregato e supplicato a tirarsi da parte tanto ch'ei potesse passare,

accorgendosi che con le buone non ne sarebbe venuto a capo, lo spinse

oltre soavemente e passò. Ho detto soavemente, bene intesi però che

questo ed altri avverbii cotali non vestono natura assoluta, bensì

relativa: tanto vero questo, che la spinta, soave, quanto all'uomo

che la dette, non parve tale al signor Giacomo che la sofferse,

essendo andato di schianto a battere con la spalla nella colonna

sinistra del portico; ond'è che, richiamato così _ex abrupto_ al senso

delle faccende della vita, non senza un po' di collera egli prese ad

esclamare:

— Galantuomo! il maestro della buona creanza vi ha proprio rubato il

salario.

— Oh! è lei? In verità, vestito così da signore, io non l'avea mica

riconosciuto.

— Bene; ma, o io o un altro, dovete convenire che a fare le cose con un

po' più di garbo non ci si scapita nulla. Orsù passate...

— Eh! no, signore.

— Come no? Poc'anzi mi avete dato uno spintone da rompermi il capo

contro le pietre per passare, ed ora mi state piantato là come un palo.

— Oh! che ci è da stupire? Io non ho più bisogno di passare adesso...

Cercava per lo appunto di lei.

— Me?

— Proprio lei. Si ricorda vostra signoria dei ragionamenti che tenemmo

ieri sera circa alla buona mano?

— Sì, mi pare; qualche cosa fu detto.

— E come! Su le prime lei non mi voleva dare niente...

— Avanti.

— E poi me la dette, ma era buio: ella si mise la mano in tasca e non

ci badò, ed io nè meno. Tornato a casa consegnai la moneta a Caterina;

e non ci era da sbagliare, in tasca mia cotesta moneta ci si trovava

figliuola unica di madre vedova, e poi di oro non ci sono mai usate;

Caterina guardò la moneta e me negli occhi; dopo disse: «E te l'ha data

proprio lui?» Oh, chi me la deve aver data gua'? disse io. — Allora

Caterina da capo: «Dunque dev'essere sbaglio.» Malanaggio! dissi io;

se non isbagliava, stasera si rimediava al companatico. Venire ieri

notte a riportarle la moneta non mi pareva che c'incastrasse, perchè a

casa tornai tardi, chè prima mi toccò asciugare e governare il cavallo;

stamani subito che ho potuto, vengo a fare il debito mio.

E stesa la mano porgeva la sterlina al Boswell, il quale, dondolando la

scatola via via, diceva:

— Bene, bene. — Ad un tratto domandò: — Di che paese siete?

— Di Livorno.

— Proprio?

— Eh! di sicuro e battezzato in duomo.

— E ce ne hanno di molti vetturini come voi a Livorno?

— Lo credo, e devo crederlo; quali e quanti non so; perchè io bado al

fatto mio e tiro lungo.

— Bene, come vi chiamate?

— Mi chiamo Giovanni.

— Non fu sbaglio, caro Giovanni: vi prego anzi a pigliare anche

quest'altra, e la porterete da parte mia alla signora Caterina vostra

consorte, che saluterete da parte mia e le direte che la spenda... la

spenda come le farà piacere; chè so che non bisogna de' miei consigli.

— Ma che? le pare? rispose Giovanni respingendo con la manca la mano

del Boswell, e con la destra sporgendo sempre la ghinea. Ma che? le

pare? di questa sola ce ne sarebbe di avanzo.

— Non ricusate, Giovanni, la provvidenza che Dio vi manda; non vogliate

peccare di superbia.

— Eh! giusto; io sono troppo povero, mio signore, per concedermi il

lusso dei peccati mortali.

— Dunque obbedite; prendete e andate per le vostre faccende.

— Obbedirò, e Dio gliene renda merito un'altra volta. Oh! la è pure la

bella cosa essere ricco: ed io, veda, mi ci sono messo a desiderarlo

più di una volta, perchè mi è parso che a far bene ai poveri si ha

da provare un gusto matto; e ora che mi è capitata questa fortuna, il

gusto me lo vo' cavare ancor io; una delle monete che vostra signoria

mi ha dato, vo' mandarla al Paoli.

— Com'entra qui il generale Paoli? come conoscete voi il generale

Paoli? in qual modo è egli povero il signor generale Paoli?

— Io lo conosco, e lo posso conoscere come gli altri, perchè la buona

reputazione entra _gratis_ nelle orecchie di noi altri poveri come

in quelle dei ricchi. Lo credo povero, perchè, il Paoli e la Corsica

facendo una cosa sola, so che la Corsica è poverina e poi, ne vada

la testa, non vuole patire prepotenze dalla Francia, la quale non si

vergogna di mettersi a repentaglio con lei, chè sarebbe come se un

pescecane invitasse a' morsi un ghiozzo del molo. E ci entra il Paoli,

e ci entro io, perchè ad amare la libertà non si paga nulla, ed io amo

con tutto il cuore la libertà e il Paoli, e benedetta la sua faccia che

la difende!

— Oh! — proruppe il Boswell cacciandosi a precipizio la scatola

dentro la tasca della sottoveste; poi, con ambedue le mani libere,

presa la mano del vetturino e stringendogliela e scotendogliela fino

a slogargli la clavicola del braccio, ripeteva: — Benissimo, bene...

bene! Giovanni, io da questo non vi dissuado davvero, perchè quello

che voi avrete speso in benefizio della libertà del genere umano, Dio

misericordioso, oltre il merito nell'altro mondo riservato alle anime

sante, ve lo renderà centuplicato anco in questo, non fosse altro, col

sentimento della vostra dignità.

Aveva meco stesso disegnato non interrompere con digressioni il filo

del racconto, properando a scavezzacollo verso la fine, come insegna

Orazio nella poetica, ma con inestimabile amarezza mi tocca a rompere

il proponimento, non già per colpa mia, bensì per contraddire a certe

voci che mi odo bisbigliare qui attorno. «Costui, dicono le voci,

delira; comprendiamo anco noi che a chi racconta novelle è mestieri

fare la parte larga della fantasia, ma spingere fino al mostruoso

la immaginazione, questo non patiremo mai. S'intende acqua, ma non

tempesta! I vetturini di Livorno, a sentirlo, procedevano sviscerati

della libertà nel secolo passato, mentre nel nostro gli stessi signori

negozianti e gli altri che vanno per la maggiore in cotesta terra, o

non la conoscono o, conosciuta, si affretterebbero a disfarsene come

la peggiore delle derrate.» Ora io rispondo: Quanto ai Livornesi del

tempo che corre, io non saprei, chè da parecchi anni vivo lontano

da casa; ma non ci credo, e mi giova non crederci. Forse qualche

sciagurato non aborrì procacciare a' suoi figliuoli perpetuo retaggio

d'infamia; ma come un fiore non fa ghirlanda, così nè anche, dove

apparisce un diavolo, ecci lo inferno. Ad ogni modo i Livornesi soli

accolsero i Tedeschi a cannonate in Toscana; certo nelle difese non

durarono nè potevano durare; non importa, non per questo palesarono

meno l'odio contro la razza esecrata: e se tu pensi alla comune viltà,

quanto fu minore la possa, invece di cavarne materia di biasimo, come

fanno taluni codardi maligni, tanto ti parrà più grande il cuore di

avere maledetto faccia a faccia un prepotente nemico. Quello che narro

del popolo livornese del secolo passato, se non vuolsi credere a me,

credetelo ad Ottavio Renucci, che prima fu gesuita e poi galantuomo

(trasformazione difficile, ma che pure è talora accaduta); credetelo

all'abate Giovacchino Cambiagi, le scritture dei quali (che storie non

mi attento dire) io vi prometto farvi toccare proprio con le mani in

altra parte di questa storia. Per ora contentatevi così.

Dunque si metta in sodo, per quello che può valere, come, _cento anni

sono_, il popolo livornese amasse la libertà.

CAPITOLO II.

Il mercante côrso

Il signor Boswell, consultato il suo taccuino, si condusse senza

sbagliare nella piazza grande: quando fu sopra la crociata del duomo,

si girò a destra, e visto di fondo alla lunga strada spuntare parecchi

pennoni di bastimenti, avviossi costà con passi accelerati, sicuro

del fatto suo. In andando teneva la faccia voltata sopra la spalla

sinistra, come le nottole nel volare costumano, e fissa a leggere

il numero dipinto sopra gli stipiti delle porte de' casamenti. Di un

tratto sta, rilegge il numero e mormora:

— Senz'altro è qui.

Guarda meglio, volta la faccia in su e mira una casaccia sciatta,

scappata di mano all'architetto tra uno sbadiglio e uno starnuto,

con certe nicchie ovali a tutti i piani nel sodo, tra una finestra

e l'altra ornato di busti, i quali a tanta lontananza non sapevi

distinguere se fossero di marmo o di bronzo o di che cosa si fossero;

e peggio ancora non si conosceva se rappresentassero principi di corona

o persone di garbo, o se _turchi, ebrei o cristian rinnegati_. Ai noti

segni confermandosi nel suo giudizio, il signor Giacomo, dato un giro

alla tabacchiera, ripetè:

— È qui.

Ma dove qui? abbacava poi dentro di sè. Da un lato gli si mostra una

bottega con la insegna di una immane mignatta di lamiera tinta di

verde, la quale vomitava un torrente di bambagine colorita nella robbia

in simulacro di sangue e faceva fede lì dentro vendersi le mignatte.

Ora pareva al signor Giacomo che un mercante _rispettabile_ (anche a

quei tempi in commercio chiamavasi rispettabile chi aveva quattrini,

fuori di commercio divo ed augusto, e tuttavia si chiama) non avesse a

trovarsi in combutta con le mignatte: e posto eziandio alla più trista

che la prima qualità di _mercante_ non facesse ostacolo, per la seconda

poi di _rispettabile_ non ci quadrava assolutamente. Dall'opposto lato

dentro un'altra bottega, il più innocente dei peccati mortali, sotto la

forma di marzapani e di zuccherini, tendeva le reti per uccellare anime

al demonio. Quante insidie alla nostra salute! e la nostra umanità è

tanto frale! Chi avrebbe mai presagito un dì che Satana, proprio lui,

per perdere un'anima cristiana, avesse potuto assumere la figura di

confetto parlante? Ci pensino i confessori, ci pensino seriamente e ci

provvedano.

Però, se un _mercante rispettabile_ non poteva avere pratica con

le mignatte, molto meno era da credersi tenesse domicilio comune

co' marzapani. Tuttavolta, quasi nascosta tra gli sporti delle due

botteghe, a cui ci avesse con diligenza atteso, sarebbe riuscito

scoprire un'altra porta angusta, nera nera nera poco meno della

coscienza di un _gesuita_ o di un _moderato_, chè _ella è tutta

una minestra_; ma, a quanto appariva, la porta era di bottega; e

tuttavolta non ci cascava dubbio, cotesto per lo appunto era il luogo

che indicavano i ricordi del signor Boswell. Ora, poichè non ci lesse

scritto sopra:

Uscite di speranza, o voi ch'entrate,

come su la porta dello inferno (e nello inferno il signor Giacomo non

ci credeva; e quando anco ci avesse creduto, egli non ignorava che

anco dallo inferno si esce, non fosse altro, agguantandosi ai peli

dell'anguinaia del diavolo, a modo che Dante adoperò), il nostro eroe,

risoluto, si mise dentro alle segrete cose.

Inoltrandosi nello andito lungo, a poco poco la luce illanguidì, cassò

del tutto, tornò ad apparire annacquata, un po' meno; per ultimo venne

a riuscire in una chiostra.

Chiostra ho detto, e doveva dire campo di battaglia non che museo

delle geste e delle glorie del commercio, quivi disposto dalla mano

della Memoria in trofeo. Colà il signor Giacomo contemplò botti,

damigiane, caratelli incerati, involture di canapetta, brani di stuoie,

casse di ogni maniera, fra le quali ne riconobbe parecchie di origine

britannica, nobile orgoglio per un cuore inglese! Sul culmine del

trofeo, come su l'elmo di quel Niccolino che combattè a Benevento e fu

sì infesto al re Manfredi, sedeva un gatto.[1]

Il gatto da prima comparve degno dell'alto seggio a cui era stato

assunto in virtù delle sue zampe (e troppi più che Dio non vorrebbe,

per andare in cima, non posseggono cagione migliore di questa) mercè

la fronte di bronzo e la immobilità veramente imperiale; e non senza

_quia_ dico imperiale, affacciandomisi al pensiero quel Costanzo Cloro,

che riputò parte cospicua della sua dignità non soffiarsi mai il naso:

se non che ad un tratto sprigionata una zampa dalla coda, che aveva

tenuto fino a quel momento inanellata a mazzocchio attorno alle gambe,

prima se l'accostò alla bocca e la baciò, poi se la stropicciò a più

riprese pel capo disopra l'orecchia, e lungo il muso, quasi intendesse

augurare il ben venuto al signor Boswell, secondo il costume degli

orientali. Il signor Giacomo, senza rendergli nè anco il saluto, ed in

questo non fu cortese, si girò intorno per vedere se incontrasse cosa

che lo mettesse su la buona strada: ed ecco pararglisi davanti un cane

ed un uomo, se uomo in buona coscienza poteva dirsi costui: berretto,

giubba e ogni altra veste color marrone, pelosi quanto pelle di capra,

e di vero tutte erano fatte di panno côrso, il quale le donne tramano

co' ferri a mano come la maglia delle calze. Costui, che côrso era,

aveva i piedi nascosti nella paglia, sopra la quale giaceva supino con

le mani sotto il capo a mo' di capezzale ed il berretto tirato su gli

occhi; i suoi capelli copiosi si mescolavano con la barba, ed entrambi

apparivano coltivati quanto le boscaglie del suo nativo Niolo, e per

di più nella tinta, pari al berretto e alle altre vesti; immobile

affatto, se non che nella guisa che il fumo del cammino ti assicura

che nella capanna perduta in mezzo allo scopeto ci vive l'uomo, i

buffi fetidi dell'erba côrsa, che scoppiettando dentro la pipa ardeva,

lo manifestavano vivo. Sopra la stessa paglia un cane di pelo corto,

bianco brizzolato di rossigno, la coda a ricciolo su la groppa, il

muso tra la volpe e il lupo, stava eretto su le zampe, appuntando le

brevi orecchie e mostrando due file di denti acuti come lesine. Non

brontolavano l'uomo nè il cane, ma pareva tenessero apparecchiate le

armi alla zuffa, e con quattro occhi, pari a quattro punte di freccia

su la noce della balestra, non lasciavano di seguitare il sopraggiunto

in ogni suo moto.

Però il signor Giacomo cotesti allestimenti non badava o temeva, bensì

esitava pensando se, per ottenere risposta profittevole, tornasse

meglio voltarsi al cane od all'uomo; ma perchè aveva fretta, e la

indagine sarebbe andata per le lunghe, s'indirizzò ad ambedue per via

di domanda generale:

— Il signor Giacomini di Centuri?

Veramente rispose l'uomo, ma non si potrebbe negare che rispondesse

anche il cane; imperciocchè se il primo levò la barba in su e

adoperando la pipa come l'ago della bussola indicò una porta, il

secondo abbassò il labbro superiore e nascose i denti come la fregata,

calati gli sportelli, fa scomparire i cannoni, volgendo a sua posta il

muso colà dove il compagno aveva appuntato la pipa. Il signor Boswell,

in mancanza di meglio, si tenne per informato e andò oltre.

Stretta era la porta, e delle imposte una chiusa, l'altra semiaperta

con una finestrina sopra munita d'inferiata: nè a questa finestra

mancavano i suoi telai ed i vetri; se non che, quasi andasse ella

stessa capace che in quel luogo non poteva compire veruno degli ufficii

pei quali vengono aperte le finestre, e come vergognosa di reggere il

sacco all'architetto ignorante, si era da molto tempo velata la faccia

con un sudario di ragnateli; meritandosi, in difetto di altro migliore,

il nome di sincera.

Il signor Giacomo, guardata prima la finestra, che non mandava lume,

aperse l'uscio, fece un passo e stette. Curioso uomo costui: caso mai

gli fosse toccato di morire di freddo, egli era strumento da tornarsi

indietro dal campo santo per ispecolare sul termometro con quanti gradi

sotto il zero e' lo avesse ucciso.

Egli guardando vide un magazzino a volta grandissima, sorretto da

parecchi pilastri; a manca intorno alla parete molte tavole assicurate

sopra mensole fitte nel muro: e su le tavole, ciotole piene di saggi

di grano alternati da mucchi di pietre focili e sacchetti di pelle;

anzi in qualche corbello (insegnamento supremo a popolo che non vuole

soggiacere a tirannide, rivendicarsi in libertà) mescolati palle e

grano; in terra alla rinfusa corami, scarpe, sciabole, cappotti, di

ogni ragione ferramenta, piombo in pani e perfino due colubrine turche,

coperte in parte con la bandiera côrsa, rappresentante la immacolata

Concezione.

[Illustrazione: Il signor Giacomo, pazientissimo uomo,

attendeva in piedi, che il signor Santi si fosse accorto di

lui. (_pag. 21_)]

Di profilo, prossimo alla sola finestra che traverso vetri verdissimi

mandava un cotal poco di luce colore di cavolo cappuccio, compariva

il banco tinto di cenerino col piano inclinato, coperto di cuoio nero

confitto con bullette dalla capocchia di ottone; dal lato destro sur

un ripiano di legno si apriva la bocca del calamaro, quasi orefizio di

vulcano; il qual paragone tanto meglio calzava se ponevi mente agli

schizzi che, simili alla lava, infiniti e per così dire procellosi

prorompevano da tutti i lati. Anche le penne con la chioma a strappi,

dalle morsicature lacere, assai davano aria alle povere piante che si

ostinano ad abbrustolire intorno cotesti fornelli della terra, vere

anime dannate della vegetazione. Sopra lo scrittoio, fitti al muro uno

su l'altro, tre quadri condotti a olio da artista più che mediocre,

e splendidi per cornice indorata: quello di mezzo rappresentava la

Concezione di Maria, al patrocinio della quale si commisero i Côrsi,

quando, partito dall'isola il principe di Würtemberg, si dettero al

re di Spagna che non li volle accettare. Nel medesimo modo e con pari

fortuna i Fiorentini elessero Gesù Cristo re della repubblica; donde

si ricava che gli uomini opereranno sempre direttamente a confidare

negli aiuti celesti, a patti che non trascurino i terreni. Sopra

la Concezione l'arme côrsa, che faceva testa di moro, e allora con

la fascia intorno al capo: circa alla quale fascia è da sapersi che

_ab antiquo_ i Côrsi la finsero calata su gli occhi del moro per la

medesima ragione che persuase il Buonarroti ad effigiare la Notte

addormentata sul sepolcro di Giuliano dei Medici; cessata la sventura

e con questa il danno della servitù, i Côrsi rimossero la benda dagli

occhi del moro e gliela cinsero al capo in segno di dignità. Quando poi

i Francesi con forze prepotenti e con frode oppressero la nobile isola

correndo l'anno 1770, ardirono levare via del tutto la benda e se ne

vantarono con un verso latino che sonava così: _altri finse sollevarla,

noi l'abbiamo tolta davvero._ Ahimè! vi è tale ch'è nato per imbiancare

i sepolcri come i Savoiardi per pulire i camini. Disotto la immagine

del generale Paoli e davanti a quella pendente dal palco il signor

Boswell vide accesa una lampada. Difficile cosa per altrui ed anco pel

signor Giacomini sarebbe stato distinguere a quale dei tre quadri egli

più particolarmente accendesse la lampada; imperciocchè se ne fosse

formato nel suo cuore un insieme indivisibile, di cui il tutto non

potesse andare senza la parte, nè la parte senza il tutto. Degno uomo!

Non basta avere la patria sventurata soltanto, ma bisogna anco averla

magnanima per amarla, siccome il signor Giacomini l'amava.

Santi Giacomini, côrso di Centuri, stava seduto sopra un seggiolone di

cuoio nero; comecchè fossimo entrati in aprile, egli teneva la persona

inviluppata dentro una coperta di lana, e dietro le spalle ed ai lati

parecchi guanciali da letto lo sorreggevano: tossiva continuo, ora

languido, ora da rompergli il petto: con angoscia spurgava; poteva

del suo sembiante conoscersi poco, perchè un berretto a maglia di seta

nera, il cappello ed una ventola di taffettà verde gli coprivano col

capo buona parte del viso, e, come se tanto non bastasse, difendeva la

vista con occhiali verdi; la parte inferiore della faccia quasi tuffata

dentro il fascettone da collo.

Quanti fossero i suoi anni non appariva giusto; ma, pochi o assai, si

leggeva chiaro che la morte stava in procinto di tirarne la somma.

La pelle sul naso aveva tesa così, che gli spigoli della costola

mostravano gli angoli taglienti; le narici attenuate e cosparse di

quella tale forfora che sembra mazzamurro di ossa tritate; la pelle

colore di cera vieta e madida di sudore; sul sommo delle guancie una

striscia vermiglia quasi raggio estremo del sole che, posato sopra

le alture, chiami le campane al lamento dell'avemaria. Come mai in

cotesto stato potesse vivere, non si capiva: l'amore di patria lo

teneva attaccato alla vita, ed era appunto miracolo, e non il solo,

dello amore di patria: questo, e non altro, con tale una tenacità da

sbalordire il fisiologo, contrastava in lui la morte, e da un anno a

questa parte egli le respingeva in gola ogni giorno il fiato che costei

già soffiava per ispegnerlo: così la foglia a mezza verno dura, mutata

di colore, a tremare al vento, in virtù di una delle mille fibre che

un dì la tennero appesa sull'arbore, nè ella vuole morire se prima non

abbia veduto spuntare sul ramo la gioconda sua erede.

Questo miracolo di ostinato volere teneva nella destra un fascio

di carte e nella manca un temperino. Nello scorrere i fogli talora

abbandonava il capo sopra la spalla così spasimato, che se la morte

fosse giunta in quel momento, sarebbe ita oltre senza toccarlo dicendo:

«Questo è lavoro fatto;» tale altra poi le pupille di sotto ai vetri

verdi mandavano fuoco, le labbra parole indistinte fremevano, ed egli

feriva della punta del temperino i fogli con la ferocia con la quale il

Côrso si butta a corpo perduto sopra l'odiato nemico.

Il signor Giacomo, pazientissimo uomo se altri mai ne visse al mondo, e

se ne vantava, attendeva in piedi che il signor Santi si fosse accorto

di lui; intanto, dondolando la scatola fra le dita, squadrava l'uomo

e ne avvertiva i cenni; all'ultimo, ciò che aveva presagito accadde:

al vecchio Côrso venne fatto notarlo, ond'ei si rimescolava e con voce

scorrucciata proruppe:

— Come voi qui? che volete? qual siete? come vi chiamiate? andate

via... e subito. — E con la punta del temperino gli mostrava la porta.

Ed il Boswell, senza moversi nè anco per ombra, pacato, di rimando:

— Caro signore, salva la grazia vostra, io non veggo nelle vostre

parole quella sana logica che ogni gentiluomo deve recarsi a pregio di

professare: quietatevi, e con la quiete verremo a capo di tutto.

— Ma qual siete? vi dico, qual siete?

— Voi lo vedete: molto vi preme di sapere chi sia; ora ditemi, che Dio

vi benedica, come giungereste a saperlo se cominciassi ad andarmene?

Dunque principierò dal restarmi e dal mettermi a sedere.

Il signor Giacomo nel compire questo moto si accorse essersi ingannato

e di molto nel supporsi solo in compagnia del signor Santi, però ch'ei

si vedesse il cane dietro a un pelo dai garretti con la batteria dei

denti scoperta, e dopo il cane l'uomo castagno con la destra dentro

una tasca di giubbone, dove era più che probabile che non ci avesse il

rosario, o almeno non ce lo avesse solo. Però a liberarlo da coteste

due minaccie bastò un cenno della punta del temperino del signor

Santi (pare che al signor Santi il temperino fosse come il bastone ai

marescialli), e le due creature, l'uomo dico e il cane, nel modo che

senza rumore erano entrate, senza rumore se ne andarono.

— Molto bene! — disse il signor Boswell quando le vide fuori

dell'uscio. Poi rivolto al Côrso, soggiunse:

— Ora sappiate che mi chiamo Giacomo Boswell e vengo d'Inghilterra e

voglio andare in Corsica.

— Andateci. E come c'entro io co' vostri viaggi? In Corsica! Oh! che ci

andate a fare?

— Dirò: molte cose ho sentito contare di voi altri Côrsi.

— Sì, eh?

— Sì, e ne ho anche lette e non poche.

— E che avete sentito dire dei Côrsi? che cosa ne avete letto? Poveri,

ma onorati, per la Immacolata! e sopra tutto liberi.

— Io ho inteso dire ed ho letto, la Corsica essere una macchia di

uomini salvatichi, dentro la quale l'uno cerca l'altro per ammazzarsi.

— Lo avete inteso?

— Già: ancora, che siete barbari così che, paragonandovi con gli orsi,

ingiurieremmo questi animali dabbene.

— Lo avete inteso?

— Ed in fede della incomportabile barbarie vostra adducevano che i

vostri montanari non portano parrucca e non si danno la cipria.

— Ed anche questo avete inteso voi?

— Questo non intesi, bensì lessi nel libro di _monsieur_ Jaussin sopra

la Corsica.

Il signor Santi fece spallucce e senza ira soggiunse:

— I Francesi fanno numero, ma non fanno gente; la lode di costoro mi

avrebbe oltraggiato, ma l'oltraggio non mi affligge.

— Però ne ho sentito contare delle peggio da altri che pure non sono

francesi.

— Peggio?

— Peggio: perchè vi predicavano bugiardi, infingardi, cupidi dello

altrui, avari del proprio, vendicativi, ingannatori e traditori....

— Traditori? Per Dio santo! anco traditori?

— Anche traditori; insomma tali, che i Romani, i quali di uomini se ne

intendevano, non giudicandovi buoni nè anco per ischiavi, vi buttavano

via come cani tignosi.

— Qual è lo sconsagrato che ha detto questo, perch'io gli passi

il cuore? — urlò il vecchio levandosi a mezzo sul seggiolone e

scompigliando i guanciali, di cui due cascarono in terra. Il signor

Giacomo li raccolse, e, intanto che a bello agio li riassettava,

proseguiva con la solita flemma:

— E che bisognava condursi proprio in Corsica per toccare con mano

che chi disse sette i peccati mortali, disse uno sproposito, perchè il

diavolo in Corsica ne aveva annoverato fino a settantamila e non si era

anco rimasto dal contare.

— E voi ci avete creduto?

— Io? vado a vedere.

— Ma io vi domando se voi ci credete?

— No, non ci credo: anzi credo il contrario, perchè ho fatto a dire:

la libertà non è fungo che nasce dal fracido; ella deriva come sequela

da premessa di virtù e completa il sillogismo della dignità umana. I

Romani vi odiarono e vi portarono per bocca perchè nello stritolarvi

si scorticarono le mani; i corpi vostri essi vinsero, non le anime,

le quali, durando a loro marcia voglia, inconcusse nello aborrimento

di qualunque tirannide, eglino screditarono per selvatiche. La gente

odierna corrompere ed essere corrotta appella civiltà; prosuntuosa

quanto vile, non le basta chiamare la pazienza imbelle accortezza, la

paura sagacia, temperanza l'astio misero di ambiziosa impotenza, bensì

provocando scredita ogni generoso irrompere alle armi, come febbre di

mente feroce o partito da matto, il quale metta il fuoco a san Pietro

di Roma per cuocersi una coppia d'uova;

— È vangelo! — esclamò il Côrso; e prese un mazzolino di mughetti che

gli stava accanto sul banco e, sollevati gli occhi alla immagine della

Immacolata, riprese:

— Era per lei, ma adesso lo profferisco a voi, e la nostra Avvocata non

se ne arrecherà di certo.

— Per lei fu côlto e a lei sta bene, — rispose il Boswell alzandosi

e facendo quello che forse aveva dimenticato il signor Giacomini,

cioè porre il mazzetto dentro un bicchiere davanti la immagine. Nel

riassettarsi però vide il Côrso il quale, rannuvolato da capo, sfondava

col temperino i fogli che teneva sul banco. Successe un silenzio lungo,

per ultimo interrotto da un sospiro del Giacomini, cui tenne dietro la

dolorosa esclamazione od interrogazione:

— Ma ahimè! voi siete inglese...

— Sì certo, la Dio grazia: avreste per avventura in uggia gli Inglesi,

signor Giacomini?

— Eh? gl'Inglesi no, l'Inghilterra sì. A me gl'Inglesi paiono tante

partite di un conto corrente, scritte dagli angioli, l'Inghilterra poi

la somma tirata dal diavolo in persona.

— Oh!

— Io non posso pensare alla Inghilterra senza che mi si affacci

alla mente il mio Monterotondo: più che si salisce, più è freddo; in

cima ghiaccio perpetuo. Gli uomini vostri, finchè privati, sentono e

palpitano; fatti ministri, eccoli bilancia e iarda: allora il popolo

più meritorio per essi è quello che logora maggior copia di balle

di bambagino, l'ottimo dei governi quello che franca dai dazi le

manifatture inglesi e grava le altrui.

— Egli è un dannato governo.

— Vedete? ne andate d'accordo ancor voi. Il primo dovere di un popolo

libero non istà nel sovvenire gli altri popoli a liberarsi dalla

schiavitù?

— No, signore. Il primo dovere dei popoli e di chi li governa consiste

nel procacciarsi la maggiore somma possibile dei beni.

— Come, come?

— Senza dubbio. Prima che i popoli diventino Cristo, il quale si fece

crocifiggere per la salute dei genere umano, tempo ci vorrà; ed anco

Cristo fu solo.

— Dunque perchè mormorate contra al vostro governo?

— Io gli do torto perchè i governi, promovendo gli interessi proprii,

devono avere occhio agli altrui: altrimenti ogni cagione di alleanza

durevole casca. Ora l'Inghilterra, proteggendo la Corsica a conservare

la sua libertà, metterebbe un altro piede nel mediterraneo; sostenendo

voi altri nella vostra indipendenza, si assicurerebbe la vostra

amicizia. L'ingegno degli uomini di stato, mio caro signore, non mette

allo sbaraglio le cose proprie per avvantaggiare le altrui, bensì

s'industria di toccare la cima della prosperità per via del bene degli

altri; imperciocchè, voi lo vedete chiaro, nel primo caso rovinano

ambedue, nel secondo fioriscono entrambi.

— Sia: anzi per lo appunto la va così; ed è per questo che

l'Inghilterra nel giudizio dei popoli deve accomodarsi fin d'ora di

andarsene allo inferno senza salvazione, mentre la Francia può sempre

confidare nel limbo o alla più trista nel purgatorio. Di fatti nel

giorno del giudizio l'Inghilterra che cosa vorrà mettere sul guscio

della bilancia per equilibrare l'ira di Dio? Forse la leggerezza

della Francia? Ma no, perchè ella medita sempre col dito teso verso

la fronte. Forse l'orgoglio della Francia? Ma no, chè il giusto

sentimento del volere e del potere non fa orgoglio. Forse la iattanza

della Francia? Neppure. L'Inghilterra si astiene dalla stima e dal

disprezzo anticipato, aspetta, giudica e onora quanto trova degno di

onore. L'Inghilterra pertanto proverà più pesante la mano di Dio per

la ragione, che al tristo savio sarà chiesto conto più rigoroso che al

tristo folle.

— Badate, caro signore: la vita dei popoli non si compone mica di

anni e nè anche di secoli: onde, vedete, l'Inghilterra ha un bel tempo

dinanzi a sè per pentirsi.

— Sì, e intanto gli uomini si disperdono dentro i sepolcri.

— Ma non i popoli, non la libertà.

— Parole stantìe, senapismi ai piedi di tutte le agonie della libertà

che passano! Vallo a predicare ai porri che, ammazzati i cani, saranno

le pecore custodite meglio; intanto i lupi allestiscono le maschere per

il carnovale. Parole scellerate, parole traditore, come le altre che

s'ingegnano insinuare, i cittadini essere cosa diversa dalla città,

i paesani dal paese, i governanti dal governo! No, per Dio santo! e'

formano tutti una cosa; e se il governo è tristo, fa conto ch'ei sia il

gavocciolo, e i governanti gli umori pestiferi che lo creano.

— Mio caro signore, bisogna avere avvertenza a questo, che i governi,

quantunque potentissimi, non possono mica sempre tagliare la veste

dalla pezza. I mali vengono a capitomboli e se ne vanno con le grucce,

e chi sta su la fossa piagne il morto. Assicuratevi, signore, che nelle

faccende pubbliche se, invece di tirare a modo e a verso, taluno si

avviasse dare uno strettone, correrebbe rischio di trovarsi con la

corda strappata in mano e le gambe per aria.

— Che strettoni farneticate voi, che strappi? Ora l'Inghilterra ci ha

promesso Roma e toma, e, dopo avere aizzata la Corsica a ricuperare

la libertà, la lascia in asso: tale altra viene, vede, butta bombe

e granate, piglia Bastia, San Fiorenzo, e pare la voglia sgarare

con la Francia finchè le rimanga pezzo in mano; di un tratto caglia,

lascia lì sacco e radicchio; ha fatto pace soddisfatta lei, contenti

tutti, e a chi si muove guai! Allora proibisce che qualche anima buona

ci soccorra, ci condanna a morire come cani arrabbiati: di angioli

diventammo demonii; a bandirci uomini dabbene non ci trova più conto,

le torna meglio adesso di chiamarci ribaldi. «Accomodatevi,» ella urla

nel nuovo furore di pace, «accomodatevi come potete.» «Ahimè!» noi

rispondiamo «a noi è dato accommodarci tranne nelle fosse del campo

santo.» «Bene,» replica l'Inghilterra forbendosi le labbra, «anche

costà si trova pace.»

— E rispondendo alla terza domanda — disse il Boswell.

— Quale domanda?

— Di che vada a fare in Corsica. Siccome mi hanno confidato che voi

siete in procinto di spedirvi un bastimento...

— Chi ve lo ha detto? non è vero nulla. Corrono degli anni più di dieci

che io non commercio più con la Corsica: tutte bugie, tutte bugie.

— Signor Giacomini, vi saluto, e siatemi cortese, prego, del vostro

perdono se vi ho arrecato disturbo.

In così dire il Boswell si alzava tendendo la mano al Côrso iroso in

atto di commiato amichevole. L'altro, a cui pareva avere detto troppo

e già se lo rimproverava, sbalordito da tanta mansuetudine, riprese:

— Non ve lo avreste a caso avuto per male? Credete, io l'ho fatto per

isfogarmi, non già con intenzione di offendervi.

— Perchè mi avreste offeso? Primamente voi avete nella massima parte

ragione; in seguito, se togliessimo agli infelici il lamento, che cosa

altro rimarrebbe a loro?

— Ma via, qui in confidenza ditemi un po': che cosa ci andate a fare in

Corsica?

— E voi in confidenza ditemi: ci spedite o non ci spedite il bastimento?

— Io non ci spedisco nulla.

— E allora a che pro la vostra curiosità per me ed anche per voi?

— Perchè, essendo io Côrso, potrei vedere.... voi mi capite...

m'ingegnerei agevolarvi la faccenda.

— Ma voi ci mandate la mezza galera sì o no?

— Che diavolo farneticate di mezza galera? Io non ci mando nulla.

— Ed io non vi voglio dire dei fatti miei nulla.

— Signor Inglese, voi siete un testardo.

— Signor Côrso, io stavo appunto pensando lo stesso di voi. Di una sola

cosa mi rincresce, ed è che il generale Paoli riceverà più tardi certe

lettere importanti ch'io aveva tolto il carico di portargli.

— Voi avete lettere pel generale?

— Sicuro.

— E chi è che manda coteste lettere?

— Ma! ce ne ha di sua grazia lord Pembroke, del reverendissimo vescovo

Harley, del cappellano Burnaby, del signor Giangiacomo Rousseau

cittadino di Ginevra.

— Sì, signore, io spedisco la mezza galera in Corsica; e quando vi ci

vogliate imbarcare, consideratela come cosa vostra.

— Bene! — rispose il Boswell facendosi girare la scatola fra le dita;

— ma perchè vi siete ostinato fino...? — Ed esitava a finire.

— Fino alla bugiarderia? — domandò il Giacomini, ed abbrancati

con infinita passione i fogli deposti sul banco, disse: — Potete

ripromettervi che il vostro sangue inglese, il vostro sangue di uomo

libero, spingendosi contro il vostro cuore, non lo romperà d'ira e

di vergogna? Lo potete? Udite allora. Sua Maestà il re di Francia,

l'amatissimo Luigi XV, si degna avvisarci come egli ci abbia comprato,

e la repubblica di Genova venduto. Capite bene: noi, anime cristiane,

redente del sangue di Gesù Cristo, comprate e vendute! Poi ci promette

che si compiacerà governare la nostra isola con vantaggio di coloro i

quali si sottometteranno ai suoi _diritti sovrani_, la preserverà dai

_tumulti che da tanti anni l'agitano_, e spera _non trovarsi ridotto

dalla necessità a trattarvi come sudditi ribelli_, mostrandosi i Côrsi

_solleciti di evitare i torbidi che distruggerebbero un popolo accolto

con tanta benevolenza dal re nel novero de' suoi sudditi_.[2] Che ve ne

pare? Non è egli magnanimo, liberale, generoso questo prediletto Luigi

XV?

— Così ho letto nell'Addison che sant'Antonio predicava ai pesci

esultassero perchè il Salvatore gli aveva eletti per sua particolare

pietanza.[3] In verità le sono cose da ridere coteste.

— Certo sì, farebbero ridere, se la fortuna matta non avesse ricucito

insieme ventisei milioni di cotesti matti; ma ohimè! ventisei milioni

di matti fanno piangere sempre i savii. Adesso mo' sentite quest'altro:

_Monsieur_ Claudio Francesco marchese di Chauvelin, gran croce

dell'ordine reale e militare di san Luigi, maestro della guardaroba del

re, governatore dei castelli e della città di Uguina, tenente generale

degli eserciti del re, comandante in capo delle milizie di Sua Maestà

Cristianissima in Corsica, ordina e comanda che tutti i naviganti côrsi

prendano bandiera francese sotto pena di essere trattati come _pirati_

e _furfanti_, e qualunque bastimento fosse trovato sprovveduto delle

patenti regie si confischi senza altro. Ora come signore discreto,

andrete capace come io non mi tenessi obbligato di confidare al primo

venuto che io sto in procinto di spedire un legno in Corsica; per

ultimo molto più che, innanzi d'inalberarci quella cosa sciapita della

bandiera bianca, io torrei a farlo passare per occhio. Dopo quanto vi

ho esposto, io dubito che vi sia uscita la voglia di andare in Corsica.

— All'opposto, mi è cresciuta due volte. Io andrò senz'altro.

— Ma allora abbiate fiducia in me, come io l'ho avuta in voi.

Ditemi se per avventura vi manda il governo di S. M. Britannica.

Ha egli conosciuto finalmente il solenne sproposito commesso nello

abbandonarci? Su via, purchè si faccia presto, ci è sempre tempo a

ripararlo. Parlate... parlate, chè questa notizia mi riavrebbe da morte

a vita. — E il vecchio moribondo agitavasi con la persona troppo più

che non facesse il Boswell, giovane e gagliardo.

— Nessuno mi manda, io vengo da me; però molti amici si appassionano

meco per la libertà della Corsica e la sovverranno, mossi dai miei

conforti, per quanto valgono le loro facoltà. Ancora, noi non siamo

bastanti a costringere la corona, a mutare governo, ovvero a imporle

modo di politica esterna diverso da quello praticato fin qui,

tuttavolta siamo forti quanto bisogna per moverle potente opposizione

e persuaderla per lo suo meglio a mutare. Questa è la verità.

— Ebbene andate, nel nome santo di Dio! andate, e vi prenda pietà delle

piaghe di un popolo doloroso. Io vi raccomando con tutta l'anima mia

la patria, la libertà e il generale Paoli. Se io possedessi un regno,

gliel'offrirei; e se giovasse, io gli darei anco l'anima, perchè so

che la spenderebbe in benefizio della libertà. Altobello, Giocante e

voi capitano, tenete questo uomo dabbene come uno dei nostri, anzi più

dei nostri; perchè in noi amare la patria e nei bisogni sovvenirla è di

natura, in lui lezione e larghezza di cuore.

A sentire rammentare cotesti nomi, il signor Boswell, voltato il capo,

vide dietro a sè tre uomini giovani, robusti a meraviglia e belli, i

quali tutti gli porsero le mani ch'egli strinse con affezione. Uno di

loro, che alla faccia riarsa dal sole si palesava per uomo di mare, gli

disse:

— Signore, i Francesi costumano tenere le spie a Livorno e non poche:

veramente ventisei milioni di guerrieri, che pigliano a sgararla

con duecento e pochi più mila montanari, dovrebbero vergognarsi di

ricorrere a questi ripieghi; ma ciò spetta a loro, a noi preservarcene.

Stanotte o piuttosto nella notte di domani tra le dieci e le undici

manderò pei vostri bauli all'albergo che vi compiacerete indicarmi.

— Al consolato inglese.

— Inoltre, cominciando da domani sera, procurerete trovarvi poco prima

della calata del sole sopra la via del Molo, e precisamente colà dove

sopra un muro di cortina osserverete dipinta a olio una grandissima

àncora bianca: quanto al resto non vi pigliate travaglio di nulla, io

penso a tutto.

— Bene, così farò, — disse il signor Boswell; poi tacque un pezzo,

chè stava fra due, e la perplessità lo rendeva impacciato: da un canto

pensava andarsene senza altre parole, ma poi non profferire il nolo di

passaggio gli sembrava cosa da lesina; per ultimo temeva che l'offerta

non adontasse cotesta gente superba. Stretto dal nodo, ricorse ad un

partito medio: introdusse l'indice e il pollice della destra nella

tasca del farsetto, intanto che con gli occhi sbirciava i volti,

parato, secondo che scopriva la marina, a compire l'atto cavando la

borsa ovvero la scatola, la scatola, urna per lui di tutte le buone

ispirazioni, alla rovescia di quella di Pandora, piena zeppa di mali;

la borsa, àncora di ogni tempesta, caduceo di amicizia, scudo superiore

a quello di Astolfo contro qualunque pericolo. Di ciò accortosi il

signor Giacomini, per levarlo di pena, gli disse:

— Ho capito: non vi garba avere obbligo con noi altri povera gente; voi

volete pagare il vostro nolo... gli è vero?

— Veramente io credeva disdicevole...

— Chi disse inglese, disse superbo...

— Veramente io voleva...

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 1 / 50 段