I re che ha sul collo son quei che mertò,

si sarebbe potuto dir col poeta.

I veneziani rassegnati o gaudenti senza odio verso il dispotismo, senza

amore per la libertà, traevano i giorni inutili e oziosi nei caffè,

tra le chiacchiere, nei teatri. Venezia era divenuta la città della

musica e della danza. Bellini e Verdi, la Ungher e la Grisi, la Essler

e la Taglioni occupavano gli animi di quella gente immemore, assidua

consigliatrice di tranquillo vivere.

Silvio Pellico, che a questo tempo si trovava a Venezia, scriveva:

«Qui mi annoio. I veneziani sono troppo chiacchierini; la loro vita di

piazza e di caffè è molto scioperata; non pensano, non sentono. Io erro

le intere giornate nelle gallerie di quadri, nelle chiese, nei palazzi

crollanti, dappertutto mi colpisce lo spettacolo della passata forza

e ricchezza veneziana e della presente miseria. Come mai non vedo in

ciascun volto il dignitoso sentimento del dolore? Ad ogni sghignazzare

pantalonesco io fremo.»

La sventura incodardisce le anime deboli. Con onorificenze e pensioni

erano ricompensate le servili umiliazioni al monarca austriaco: e le

famiglie patrizie decadute — servitù decorata! — strisciando inchini

pitoccavano sussidî.

Movimento di pensieri e di studî, andava, è vero, timidamente

manifestandosi, ma fuori della vita reale. Il Carrer, il Betteloni,

il Capparozzo, il Cabianca erano gentili poeti. Il Romanin, il

Cappelletti, il Cicogna ricercavano e studiavano i vecchi documenti —

ritorno non del tutto infruttuoso alla civile sapienza repubblicana.

Non erano spenti il brio grazioso e la vivacità acuta, che aveano dato

gli ultimi guizzi nelle conversazioni di Giustina Renier Michiel morta

nel '32 e di Isabella Teotochi Albrizzi morta nel '36. E a quando

a quando scoppiava la poesia di Pietro Buratti caustica, personale,

locale, in cui abbondava la ciarla maligna dei vecchi poeti giocosi,

non mai il fremito cocente della satira politica.

La coscienza era vuota d'ogni alto volere, d'ogni intento patriottico,

e anche la letteratura, sbiadita e muliebre letteratura da strenne,

s'abbandonava a un tenerume, cui davasi il nome di sentimentalità.

La poesia o era lagrimosa ed elegiaca, nuova Arcadia al lume di luna

con le castellane e i menestrelli, in luogo delle dee e dei numi

dell'olimpo, o finiva nelle canzonette per chitarra, nelle strofette

fluenti di quel dialetto molle e carezzevole, che la Signora di Staēl

si meravigliava fosse parlato da coloro che resistettero alla lega di

Cambray.

E nel sereno armonioso delle notti veneziane, dalla gondola solinga,

s'alzava il canto del Lamberti:

La biondina in gondoleta

L'altra sera go menà,

Dal piacer la povareta,

La s'a in bota indormenzà.

La dormiva su sto brazzo,

Mi ogni tanto la svegiava,

Ma la barca che ninava,

La tornava a indormenzar.

Nell'umido alito profumato della muta laguna l'amore persuadeva le

anime effemminate ai morbidi sonni.

A un tratto un grido di rivolta rompe il letargo dei giacenti.

Nel '44 tre ufficiali veneziani della marina austriaca, i fratelli

Bandiera e Domenico Moro, disertavano, e il loro eroico disegno

d'insurrezione era spento, nel vallon di Rovito, dal piombo borbonico,

che troncava su quelle giovani labbra il grido: Viva l'Italia!

Dopo tre anni, il pontificato di Pio IX annunziava la giustizia e la

pace. La religione benediceva alla patria, gravata sotto la pressura

straniera, e Cristo ridiveniva la speranza degli oppressi.

Dovunque aspettazioni inquiete, palpiti indefiniti, indistinti presagi,

un desiderio insomma di rivivere. Le questioni economiche e giuridiche,

le discussioni scientifiche, le nuove vie ferrate, le riforme edilizie

davano modo ai patriotti di avvicinarsi, d'intendersi, di concitare

l'animo ad un solo, altissimo intento: rialzare le energie e ritemprare

i caratteri, aspettando che gli eventi sorgessero propizi. Anche le

lettere e le arti, ravvivate dalle fiamme del Mazzini, del Berchet, del

Guerrazzi, incominciavano, ad acuire la spada, che doveva affrancare la

patria.

Quando, il 13 settembre del '47 s'apriva a Venezia il Congresso dei

dotti, il nome del novello Pontefice era salutato con un fremito di

gratitudine e di speranza, con clamori d'entusiasmo.

Nell'ora novissima Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, che ad incarnare

il pensiero patrio tentavano tutte le vie e tutte le forme, con

gli scritti e con la parola arditamente chiedevano agli oppressori

il risarcimento del diritto troppe volte violato. I due generosi

cittadini, rammentando all'Austria le non mai adempite promesse, erano

affratellati da un solo ardentissimo affetto, uniti in uno stesso

pensiero.

Eppure quanta diversità d'indole fra essi!

Daniele Manin, austero di coscienza come di vita, animo incapace d'odi,

ma sensibilissimo agli affetti, aveva mente lucida e comprensiva.

Conoscitore profondo degli uomini e delle cose, energico e prudente,

riflessivo ed entusiasta, umano e giusto, le più disparate doti

trovavano in lui un mirabile contemperamento. Il Tommaseo se imponeva

come il Manin il rispetto, non si conciliava come l'amico suo la

simpatia. C'era del crudo e dell'eccessivo in quella sua ispida

modestia, in quella sua ritrosia diffidente e scontrosa. Egli stesso

si dichiarava non d'altro ambizioso che di solitudine, cupido che di

povertà, superbo che di voler nulla potere. Ma in entrambi uguali la

probità, la lealtà, il disinteresse, il sacrifizio di sè stessi alla

patria.

Crescevano insieme con le ire degli oppressi, le vendette del

dispotismo. Il Manin e il Tommaseo furono tratti in carcere; ma la

ingiusta prigionia, inaspriva non domava il popolo, nelle cui vene

fluiva nuovo sangue.

I fati eran pieni, e la rampogna dei forti era finalmente udita

dall'orecchio dei neghittosi. Gli uomini insensibili e inerti si

mutavano a un tratto in una gente fervida, animosa, concorde. Uomini

donne, vecchi e fanciulli s'infervoravano nell'odio alla mala signoria.

Non c'era più casa in cui si ricevessero austriaci; molte signore

vestivano a lutto, gli uomini portavano cappelli alla Ernani come

segno di riconoscimento, e si astenevano dal fumare per non pagare allo

straniero una tassa involontaria, mentre la umile musa popolare cantava

scriveva su pei canti:

Chi fuma per la via

Xe un tedesco o xe una spia.

La rivoluzione era nell'aria e si sentiva nei nervi; si leggeva in

tutti i volti l'odio allo straniero. Dalle vicine città giungevano

notizie di risse sanguinose tra cittadini e soldati. Per quietare a

suo modo le agitazioni, l'i. e r. governo annunziava ai sudditi che

Sua Maestà s'era degnata (la parola è testuale) di mettere le province

italiane sotto l'imperio della spada.

Ma gli avvenimenti doveano svolgersi nella loro solenne pienezza.

La Francia s'ordina a forma democratica; sulle vie di Berlino sorgono

le barricate; a Vienna dirompe l'ira popolare e vince; e alcuni

principi, o per amore o per paura, temperano gli ordini dello stato.

In particolar modo la sommossa di Vienna cresce baldanza alle

dimostrazioni patriottiche e a determinare i propositi più risoluti.

Il popolo veneziano che vuol rivendicare patria, esistenza, libertà,

come una larga onda furiosa corre alle carceri, ne rompe le sbarre,

libera il Manin e il Tommaseo e li porta in trionfo.

Sulle antenne della Piazza s'inalza la bandiera dei tre colori, e come

a promessa di vita novella tutti le si stringono intorno; i nobili

quasi sentissero più solenne l'orgoglio della gloria vetusta, il

ceto mezzano che alla patria dava affidamento di un felice presente e

segnava le vie per l'avvenire, il popolo che obliava gli antichi e i

recenti servaggi brandendo le armi nel nome della libertà.

E i raggi del sole, riflettendosi sulle ampie vetrate di San Marco, si

spargevano intorno come un'aureola gloriosa; e il palazzo dogale pareva

irradiarsi di quella luce, che dovea risplendere un istante sulla

meravigliosa epifania italiana.

Donde venne, mi ridomando, a quel fiacco popolo veneziano l'audacia

della ribellione?

Chi avrebbe potuto sospettare che nel silenzio della laguna si celasse

tanta gagliardia?

Gli è, signori, che nelle rivoluzioni del popolo come nelle

manifestazioni del genio, vi sono forme ed aspetti diversi. Come

v'è la mente che svolge ciò che altri prepararono e v'è il genio che

appare solitario e improvviso, così v'è la insurrezione apparecchiata

con ordinamento preconcetto e voluto, e v'è la ribellione repentina e

impulsiva, che nulla continua, che rifà tutto.

Sono queste, di solito, le rivoluzioni dei popoli miti, tanto più

terribili quanto più lunga e pecorile fu la pazienza; come più tremenda

scoppia a un dato momento la collera nelle indoli tranquille, riposate,

serene, che nelle nature per abito risentite, violenti, subitanee.

Sono queste le rivoluzioni che, anche se vinte e domate, preparano e

maturano l'avvenire e rigenerano i popoli neghittosi, togliendoli a una

torpida pace. Così il navigante fra le bonacce insidiose dell'Oceano

invoca qualche volta la bufera che potrà sospingerlo ad un porto.

La palude morta avea infuso nelle vene di Venezia la febbre violenta

della libertà, e al popolo insorto i dominatori sgomenti non seppero

rifiutare la istituzione della milizia cittadina.

Era la fiamma antica che riaccendeva il popolo di Lepanto e di Candia?

O il soffio del disinganno non avrebbe tardato a sterilire le vive

speranze? A chi manifestava il dubbio che il popolo veneziano fosse

incapace d'ogni nuova grandezza, il Manin rispondeva:

— Voi no 'l conoscete: io lo conosco; è il mio solo merito:

vedrete. —

Ne s'ingannò.

II Manin diede impulso e direzione al movimento disordinato dapprima,

come in tutte le insurrezioni.

Contrastare alle rivolte di popolo è temerario e vano, ma ad un'anima

gagliarda spetta di solito provvedere, affinchè procedano ordinate ed

utili e non sieno macchiate da delitti e da vergogne.

Anche gl'inizi della veneta rivolta furono contaminati da un delitto,

ma le passioni popolari trascorrenti agli eccessi, furono subito

contenute e frenate da un uomo, che avea tutte le doti per reggere

onestamente ed utilmente il potere.

Il mattino del 22 marzo giunge a casa del Manin la notizia che

gli operai dell'Arsenale avevano ucciso un colonnello ai servigi

dell'Austria, detestato per l'acerbità dei modi e per la eccessiva

durezza.

L'energia del concepire era nel Manin vinta dalla speditezza

dell'esecuzione. Nel politico lampeggiava l'eroe.

S'alza egli impetuoso, e rivolto a suo figlio Giorgio quasi fanciullo:

— Vieni con me all'Arsenale — gli dice.

— A farvi ammazzare — ribatte inquieta la moglie.

— Anche, se occorresse — risponde freddamente il Manin.

E senza indugio corre all'Arsenale, seguito dalle guardie civiche;

intima al contrammiraglio austriaco di rimettergli le chiavi, e al

rifiuto, traendosi l'orologio di tasca, dice con energica calma:

— Vi accordo sette minuti di tempo a consegnarmi quelle chiavi. —

Il contrammiraglio cede, e l'Arsenale, potente arnese di guerra, dove

si custodivano armi e munizioni in gran copia, e dove l'Austria avea

tutto disposto e ordinato per bombardare la città, cade in potere del

Manin.

Mentre questo avvocato creatore di rivoluzioni usciva dall'Arsenale,

e con la spada sguainata salutava il gran leone scolpito sulla porta,

gridando _Viva San Marco_, i governatori austriaci cedevano i loro

poteri al Municipio.

Proclamata la Repubblica, il Manin fu eletto presidente. Il sogno

superbo diveniva realtà, e dalle acque tranquille della laguna saliva

la speranza, la visione, l'amore, il pensiero di poeti e di martiri, la

nobile, la bella, la grande Italia.

Le città venete erano poco dopo sgombrate dagli austriaci, che,

protetti dal terribile quadrilatero, chiuso dalle fortezze di

Verona, Mantova, Peschiera e Legnago, si ritirarono nella regione

compresa tra l'Adige e il Mincio, ove rimessi dalle prime sorprese

stettero aspettando l'esercito di Nugent, che adunavasi sull'Isonzo

e si apprestava ad invadere il Veneto. Italiani d'ogni parte della

sacra penisola correvano intanto alle lagune. Drappellando bandiere,

vestiti teatralmente, con divise dai colori sfoggiati, con cappelli

piumati ed elmi dalla lunga criniera, con molti uffiziali che il grado

eransi conferito da sè, inebriati da sonore ed enfatiche parole e dai

canti patriottici sciatti di forma, ma esuberanti di colorito, quei

volontari, senza disciplina militare, novissimi al combattere, si

mostravano pronti ad affrontare con slancio ardimentoso la morte.

Di memorabili prove di valore parlano i campi di Montebello, di Sorio,

di Solagna, i piani di Curtatone e Montanara, innaffiati dal più gentil

sangue toscano, i colli di Vicenza, gli spalti di Treviso e di Osoppo,

le Alpi cadorine, non meno valide a presidiare la patria delle giovani

milizie guidate dal Calvi.

Le armi levate a cacciar lo straniero si credeano veramente benedette

da Dio. In quei mattutini crepuscoli della redenzione nazionale,

l'amor della patria vampeggiante di purissimo fuoco s'accompagnava a

quel sentimento che fa divina l'anima così nelle grandi esultanze come

nei grandi dolori. Allora, in quell'Italia così diversa dall'Italia

presente, le due grandi forze, religione e patria, andavano unite, le

due grandi forze senza le quali è vano sperare che la patria nostra

ascenda a' suoi alti destini per le vie della sua ideal perfezione.

Allora, nella penombra dorata del bel San Marco, il popolo veneziano

accorreva a ringraziare e a pregar Iddio, dal quale solo viene il

supremo conforto della speranza. Il vecchio tempio repubblicano

significava in que' dì qualche cosa più che un simbolo religioso: esso

non rappresentava soltanto la fede, ma la patria, e non pure la patria,

ma la dignità di uomini liberi.

Un dì — il ricordo fiammeggiava a traverso l'ombra dei secoli morti

— i guerrieri francesi crocesegnati s'erano raccolti sotto le navate

della Basilica, _la plus belle que soit_, e Goffredo de Villehardouin,

eroe e storico della santa impresa, implorando pietà per Gerusalemme,

_faite esclave des Turcs_, chiedeva ai veneziani _de venger la honte de

Jésus-Christ_. E i crociati si inginocchiarono, e da più di diecimila

petti escì un grido di entusiasmo, e il doge Enrico Dandolo e i baroni

francesi giurarono sulle loro spade di combattere per il trionfo della

fede.

Dopo sei secoli lo stesso commovente spettacolo si rinnovava nella

Basilica d'oro. Aveano anch'essi, i volontari italiani destinati a

combattere gl'infedeli della libertà nelle pianure del Friuli, la

tunica segnata della croce vermiglia, s'erano anch'essi, i nuovi

crociati, raccolti in San Marco per veder benedette dal Patriarca le

loro armi e le loro bandiere, prima di lasciare Venezia. E ad essi,

il Tommaseo, apostolo e poeta della rivoluzione, rivolgeva il saluto

entusiastico: «Sia sereno il valor vostro e tranquillo come stromento

degno della imperturbata giustizia di Dio.»

Dio e la patria! E appaiono nella memoria sante figure di preti e di

frati, ora angeli di carità presso i feriti e i morenti, ora incitanti

alla pugna nel folto della mischia, ove più terribile minaccia la

morte, sulle mura dei fortilizî lacere per gli assalti.

Tutto in quella sacra primavera di libertà, risplende come tra un

baglior di leggenda. Così circonfusa da una luce vermiglia, che sembrò

annunziatrice del dì del trionfo, appare dapprima la figura di Carlo

Alberto.

Animo indeciso, che non trovava l'energia della risoluzione se non

nel cimentare la vita al fuoco delle battaglie, coscienza squisita ma

incompiuta, a lui si rivolgevano gl'italiani. L'amor della patria vinse

le esitanze, e il carbonaro del '20, il reazionario del '21, raccolse

gli sdegni e le speranze italiane.

E un re, a la morte nel pallor del viso

Sacro e nel cuore

Trasse la spada....

Palpitarono i cuori allora che quella spada scintillò al libero sole

d'Italia. Accorrevano in aiuto delle province venete e lombarde,

Durando coi pontifici, Guglielmo Pepe coi napoletani. E quando

quest'ultimo era richiamato da re Ferdinando, traditore e spergiuro,

Pepe negò obbedienza a quel re fraudolento. Tragittò, senza dimora, il

Po, e toccata la opposta sponda, mostrando l'altra ai pochi che con lui

aveano serbata fede alla patria, sclamò sdegnoso:

— Di qua l'onore, di là vergogna! —

E corse a Venezia, ove ebbe il comando supremo dell'esercito. Pareva in

sulle prime che sui campi di battaglia esultasse la vendetta italiana.

I volontari toscani due volte presso Mantova respingevano le sortite

nemiche: i piemontesi vincevano a Goito e a Pastrengo: Vicenza si

difendeva e ributtava gli assalti eroicamente: i lombardi ricacciavano

gli austriaci fino al Trentino. E molte delle province lombarde e

venete univano i propri destini a quelli del Piemonte.

Anche l'Assemblea di Venezia fu chiamata a decidere sulle sorti della

metropoli.

Il Manin, ripudiante da ogni aiuto di re, era fidente nelle sole forze

del popolo. Non era ancora in lui chiaro il concetto unitario, che alla

sua vigorosa mente balzò luminoso nella solitudine dell'esilio. Era

soprattutto veneziano, con l'anima tutta assorta nel bel sogno glorioso

della vecchia repubblica. Ma s'egli rifuggiva dall'omaggio cortigiano,

non sentiva ira di settario. Si mostrò irresoluto, e fu la sola volta

nel suo breve ma gagliardo governo.

Ma come giudicare con i criteri dell'oggi le idee d'allora? Chi,

anche fra le intuite idealità lontane, avrebbe mai potuto sognare un

istante, che dopo pochi anni sarebbe incominciata l'età dei prodigi,

e che un gran Re, bene innestato sull'arbore italico, raccolta la

infranta corona a Novara, avrebbe fatto passare incolumi, a traverso la

bufera della rivoluzione, le libere istituzioni; avrebbe fatto uscire

il magnanimo concetto del Mazzini dai recessi delle congiure ai campi

di battaglia, e con l'aiuto di un eroe popolare, la cui figura sembra

rapita al poema d'Omero, di un uomo di Stato, che sembra modellato

nella creta onde Tacito plasmò le sue figure immortali, avrebbe riunita

la penisola tutta da un estremo all'altro sotto una sola bandiera?

Non opponendosi all'unione col Piemonte, il Manin confessò di fare

un sacrifizio. Si mise il partito dell'annessione e fu vinto con voto

quasi universale. Il Manin rieletto ministro, rifiutò.

Gli austriaci intanto ridivenuti padroni di quasi tutto il Veneto,

s'erano accampati sui margini della laguna per costringere Venezia a

darsi per fame.

Pepe conduceva tratto tratto i suoi soldati al paragone delle armi con

gente usa alla guerra.

In tali combattimenti di lieve momento si addestravano le armi

inesperte dei volontari, quando giungevano infauste notizie.

Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, abbandonava senza difesa Milano,

dove il Radetzky, il 6 agosto, rientrava con 30,000 uomini. Dopo tre

giorni si firmava l'armistizio Salasco, per cui l'esercito e l'armata

sarda abbandonavano al nemico anche Venezia.

Il popolo veneziano, guidato dal Sirtori e dal Mordini, scese allora

tumultuante sulla piazza, al grido di _Abbasso il governo regio_, e

ricorse al Manin, che parve ancora il genio custode della città.

A reggere il paese fu eletto un triumvirato dittatoriale: preside

il Manin, il colonnello Cavedalis per provvedere all'esercito, il

contrammiraglio Oraziani alla marina.

Il 27 ottobre 1848, con un impeto di prodezza eroica, le schiere

guidate dal generale Pepe, rompevano dal lato di terraferma il cerchio

di ferro serrato intorno alla sventurata città, e fugavano i nemici

in quel fatto d'armi che s'intitola la Sortita di Mestre. In quella

giornata Venezia aggiunse una solenne pagina di valore alla sua storia.

A Mestre si fecero oltre 500 prigionieri, si lasciarono sul campo

200 austriaci, si conquistarono 6 cannoni. Dei nostri 119 tra morti e

feriti, ma nessun prigioniero.

Cadde ferito a morte Alessandro Poerio napoletano, poeta e soldato, una

delle più nobili figure del risorgimento italiano. Gli amputarono una

gamba e fu trasportato a Venezia a continuare la sua angosciosa agonia.

Prima di spirare la grande anima, rivolto a coloro che il circondavano:

— Fine al pianto: celebrate i miei funerali con una vittoria sugli

austriaci — disse, e reclinato il capo si addormentò in quel sogno di

gloria.

La vittoria di Mestre fu veramente l'ultimo sogno di gloria per

Venezia. Intorno alla infelice città si strinse più fiera la cintura di

ferro e di fuoco.

Incominciava la penuria dei viveri: dileguava ogni speranza d'aiuto.

Dalla Francia vaghe promesse: dall'Inghilterra consigli di desistere.

Nel febbraio del '49 prendeva la direzione del blocco il maresciallo

Haynau, ferocissimo, che rinnovava a Venezia la leggendaria apostrofe

di Attila.

Il Manin in quei terribili giorni provvedeva a tutto con la prudenza

non mai scompagnata dall'energia, operava ratto e molteplice. Pensava

alla difesa, tutelava l'ordine interno; con lettere piene di senno

politico sollecitava l'aiuto delle nazioni amiche, e con la calda

parola, col coraggio personale, con la mite franchezza imperava sulle

intemperanze, sulle gelosie, sulle agitazioni.

Quella rivoluzione, non fu soltanto agitamento febbrile di popolo,

ma rivendicazione di sacri diritti, ordinata da uomini, che non

soltanto sapeano scrivere e parlare, ma dirigere onestamente e

virilmente le cose politiche. Così che se io considero i creatori e

i reggitori severi di sì forte governo, mi si presenta allo spirito

la significazione che r antichità diede alla statua scolpita in

Argo di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria.

La quale statua, a dimostrare che valgono più le cose delle parole,

rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo con compiacenza;

e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte

della sua gloria.[1]

Quando il Piemonte rompeva di nuovo la guerra all'Austria, rifiorirono

ancora le speranze, presto troncate dalla sconfitta di Novara, che

parve il presagio della ruina di Venezia.

Il 2 aprile 1849, la veneta assemblea si riuniva nella sala del Maggior

Consiglio. Le figure colossali dei vecchi dogi e dei guerrieri della

Repubblica, dipinte sulle pareti, parevano pronte a trar la spada per

difenderla ancora.

I rappresentanti del popolo, sparsi a crocchi per la sala, parlavano a

voce concitata, sommessa, quando entrava Daniele Manin.

Ei procedeva non baldanzoso, ma sicuro; grave ma pacato. Un ardore

melanconico brillava negli occhi suoi fissi. La sua voce avea strane

virtù, che comunicavano alla sua eloquenza una commozione profonda.

Dopo aver detto della disfatta e dell'abdicazione di Carlo Alberto,

parlò così:

— L'Assemblea vuol resistere al nemico? —

Tutti acclamando s'alzarono in piedi.

— Ad ogni costo?

— Sì, ad ogni costo.

— Badate, io vi imporrò sacrifizi immensi — replicava il Manin.

— Li faremo — gridarono tutti. Dopo ciò si votava la seguente parte:

«L'Assemblea dei rappresentanti dello stato di Venezia, in nome di Dio

e del Popolo, unanimemente decreta: Venezia resisterà all'austriaco ad

ogni costo.»

L'onta di mezzo secolo prima, con cui un altro Manin aveva macchiata

Venezia, era veramente cancellata. Splendeva anco una volta glorioso

il retaggio de' secoli, e dagli antichi dipinti della sala del

Maggior Consiglio l'immensa moltitudine di valorosi pareva rispondesse

orgogliosa ai nuovi accenti d'inclito ardimento.

Anche il popolo parve inebriato d'epico orgoglio. I ricchi portarono

sull'altare della misera patria il loro oro: il popolo il suo obolo: le

donne i loro gioielli.

Frattanto volendo gli austriaci porre fine alla impresa, riassunsero

più gagliardamente le offese, e la squadra imperiale si portò nelle

acque di Venezia, chiudendo le vie del mare, mal protette dalla debole

e disordinata marineria veneta.

Dalla parte di terra si raccoglievano 30,000 uomini, che fecero

piombare la terribile grandine del ferro e del fuoco sul fortilizio di

Marghera, sentinella avanzata nella solitudine delle acque.

Venezia non era però preda esposta nè facile, e non le mancavano e

petti e braccia e ostinata virtù di resistere.

Pochi soldati d'ogni parte d'Italia, forti di una costanza che avrebbe

stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche

militari, comandati da prodi ufficiali, quali Ulloa, Cosenz, Mezzacapo,

Sirtori, Rossaroll, Galateo, difesero Marghera per ventinove giorni

continui di trincea aperta, fino a che il più valido propugnacolo di

Venezia, ridotto ad un mucchio di rovine, grondanti sangue, fu dovuto

sgombrare. La difesa feroce si ritirò sul ponte della strada ferrata,

che unisce la città alla terraferma. Qui l'artiglieria continuò a

fulminare di fronte con incredibile celerità il nemico.

Mentre lo strenuissimo Cesare Rossaroll, l'Argante della laguna,

puntava i suoi cannoni, fu colpito da una granata. Sorretto fra le

braccia del generale Pepe, nella convulsione dell'agonia, con la

voce semispenta incitava i suoi a combattere senza posa per l'onore

d'Italia.

Ma ogni dì più non l'anima, la speranza scemava.

Dopo la defezione scellerata del re di Napoli, dopo gl'irresoluti

consigli del Granduca e le riluttanze del Papa, dopo Novara, dopo il

riacquisto di Milano e la mostruosa repressione, di Brescia, anche

Roma cadeva, e sulla misera Italia si stendeano nuovamente le ombre del

servaggio.

Separata dal mondo, ultima e sacra cittadella della indipendenza

italiana, resisteva ancora la città creduta la più mite, la più

tranquilla, la più molle di tutta la penisola, la città degli amori e

dei diletti.

L'amor della patria compie di siffatti prodigi!

Ma già a Venezia si faceva sentire acerba la penuria dei viveri,

quando, il 29 luglio, cominciava furiosissimo il fuoco contro la città.

Strisce di fuoco solcavano la notte serena: le palle fioccavano.

Il bombardamento continuò senza tregua.

Si dovettero estinguere quaranta incendi: luoghi sacri per religione

di memorie e per miracoli d'arte furono offesi. Gli abitanti di alcuni

quartieri dovettero cercar rifugio nelle contrade più lontane, verso

San Marco. Fra tanto scompiglio non un mormorio d'impazienza, non un

lamento, non una protesta iraconda, non una rissa, non un furto, non un

delitto. Ma in tutti una temperanza, una bontà, una nobiltà di pensieri

e di forme. Anzi, tra gli orrori della tragedia, scintillava alle

volte l'arguto sorriso della commedia goldoniana. Fra cento scelgo un

aneddoto.

Una notte le bombe cadevano frequenti nella contrada di San Felice.

Giovani vigorosi, vecchi infermi, donne semivestite, con bambini per la

mano ed in collo, fuggivano senza litigare, senza piangere, senza darsi

arie eroiche.

Una donna attempata correva trafelante sotto un enorme carico di

fagotti e di arredi. Una delle fuggiasche la apostrofò:

— _Ohe! comare, saveu che sè un bel tomo a cambiar de casa a sta

ora!_ —

Per donne e sotto un pieno bombardamento (osservava uno dei gagliardi

difensori di Venezia, il povero Fambri, che mi raccontò l'aneddoto) non

c'è male davvero; però che fra tutte le specie di valore il coraggio

allegro sia senza dubbio il più bello e il più utile.

Il calore della stagione s'era fatto intensissimo e un terribile morbo,

il cholèra, era penetrato a Venezia.

Ma nessuno parlava di resa, in nessuno scemava il coraggio.

E non era il coraggio del soldato, che muore tra le grida e

l'esaltazione delle battaglie, tra l'ebbrezza della polvere e il

fulgore degli acciari; ma il coraggio tranquillo, perseverante,

paziente, di lunghi giorni, di lunghi mesi, il coraggio di un popolo

che passava a traverso gli scoramenti silenziosi, le delusioni

profonde, la fame, la pestilenza, senza ormai la più lontana speranza

di aiuti, con la sicurezza di veder morire la patria e la libertà, con

la certezza che la fiera perduranza renderebbe più crudele il nemico,

più inumani i patti della resa, ma sorretto da un'idea alta, radiosa,

divina, la salvezza dell'onore italiano.

Quando la pietà comandava di por fine al sacrifizio del popolo, quando

la resistenza più oltre protratta non avrebbe messo capo che a sperpero

lacrimabile di sangue, Manin, convocata in piazza la guardia civica,

con parole piene di pianto chiese se tutti avevano ancora fiducia in

lui.

Tutti risposero — Sì, sì. — Tutti piangevano. La esistenza di Venezia

s'immedesimava ancora al palpito del cuore di Manin.

Poi, con voce fioca, il Dittatore soggiunse:

— Checchè arrivi, dite: quest'uomo si è ingannato; non dite mai:

quest'uomo ci ha ingannati. —

Tacque e sentì il mancar della vita del naufrago, vinto dall'onda

procellosa. Ritiratosi in palazzo, proruppe in pianto disperato e cadde

a terra svenuto....

La città era ridotta ai suoi termini estremi.

In un sol giorno i casi di cholèra salirono a 402; cadevano in città

circa mille proiettili al giorno, se si consideri che 23,000 ne caddero

dal 29 luglio al 22 agosto.

E Venezia, vuota di sangue e di denaro, avea fame.

Quando più non eravi nutrimento per un giorno solo, il Manin cedè alla

fortuna del nemico, e trasmise la podestà dittatoria al Municipio.

S'è trovata fra le carte del Manin questa nota, che esprime nella

sua brevità tutta la grande angoscia di quel momento: _Finito

contemporaneamente viveri, polvere, denaro, speranze._

Venezia moriva nelle sue verdi acque. Il canto del poeta le suonava

intorno:

Venezia! l'ultima

Ora è venuta;

Illustre martire

Tu sei perduta.

Il morbo infuria,

Il pan ci manca

Sul ponte sventola

Bandiera bianca.

Il sole che tramontava tra vapori di fuoco nella laguna muta, infondeva

nella bellezza di Venezia quella intensa melanconia, quella lacrimante

soavità che hanno le cose moribonde.

Il 24 agosto, il Municipio conchiuse con l'Austria la capitolazione.

Duri patti ai vinti: sottomissione assoluta; occupazione immediata

della città, degli edifici pubblici, delle armi, dei materiali;

uscita di tutti gli ufficiali e di tutti i soldati: quaranta cittadini

condannati all'esilio.

Dopo tre giorni il Manin e il Tommaseo con gli altri proscritti

lasciarono la città eroica che per diciassette mesi avea nella sua

anima raccolta tutta la maestà dell'anima latina.

*

* *

Signori!

Sono passati giusto cinquant'anni da quel tragico giorno. Oggi con

la santa curiosità del passato interroghiamo quei tempi, che ahimè!

sembrano così lontani, quegli uomini ancora viventi o morti da ieri.

Furono troppo idealisti gli uomini e non maturi i tempi e perciò

inutili e folli i sacrifizî, e vano il sangue profuso?

Chi della vita ha un nobile ed alto e onesto concetto non deve pensare

così.

Rievocando nelle penombre crepuscolari di questa nostra età quelle

audacie magnanime, quale rampogna alla nuova Italia esce dai grandi

cuori dei padri che nulla chiedevano alla patria, e come santo

appare anche ciò che dagli uomini positivi si usa chiamar rettorica

quarantottesca!

Sì, rettorica quarantottesca, ma a questa rettorica s'infiammano i

difensori di Venezia, i combattenti delle giornate di Milano e di

Brescia; per essa gli stranieri ripassano le Alpi, con essa Garibaldi

approda a Marsala e l'Italia si unisce tutta al Re, che il popolo amava

e voleva.

Oggi ogni senso di patria poesia è distrutto dall'anarchia della

cupidigia e della cosa pubblica fatta bottega di vanità, e i rètori

eroici han dato luogo a un'altra specie di ignobili retori, quelli

della pratica utilità, abili ricercatori del successo materiale,

operosi di quel lavoro che converte l'anima in denaro.

Questa Italia che, secondo il concetto ideale del Mazzini, era

destinata ad armonizzar cielo e terra, ahimè! troppo guarda

agl'interessi terreni. _Respublica negotiosa_ come ai tempi della

decadenza romana. E l'assenza di virtù generose nella nostra

generazione, credono alcuni che in molta parte dipenda da ciò che la

libertà non abbia avuto una preparazione di sacrificio e di dolore.

Certamente le rivoluzioni che, come il cristianesimo, non hanno per

origine il martirio, non vincono e vincendo non si avvalorano nella

purezza del sentimento e nella santa efficacia della virtù. Ma non

è vero che siano mancati l'angoscioso patire e il sacrificio acerbo

a questa nostra patria. L'idea del nostro risorgimento balenò sulla

cima dei patiboli, sui campi di battaglia, sulle carceri, sugli esilî.

Da queste dure prove, da questi aspri dolori, sorge vivida ancora la

speranza nel futuro e nel genio occulto d'Italia.

L'Italia non può morire, nè può morir quella fede, che pur non

rivelando i misteri dell'avvenire, ne avvalora le speranze. La luce

dello spirito non ha occaso.

Signori! Sull'estrema vetta delle cose, vicino all'etere luminoso

e inaccessibile si fa udire con nuovi accenti l'assioma eterno

dell'ideale.

Ed è dappertutto diffuso uno spirito di vita, fatto di aspettazione

ansiosa che si rivela alle anime con una voce, la quale dice che non

basta solo pensare, ma sentire; non basta osservare soltanto, ma amare,

e che la civiltà per essere veramente perfetta deve essere illuminata

dalla luce e riscaldata dal fuoco purificatore dell'ideale.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 2 Terza serie - Storia · 第 12 / 58 题