_Signore e Signori,_
Nell'ampia sala magnifica del Palazzo dei Dogi — forse la più bella del
mondo — convenivano taciti, avviliti, confusi i veneti patrizî. Era il
12 maggio 1797. Gravi pericoli minacciavano l'esistenza della vecchia
Repubblica. Alle offese del Bonaparte l'imbelle doge Lodovico Manin
rispondeva con vile rassegnazione, e i patrizi degeneri, convocati
a consiglio, con non minore codardia decretarono la fine della
repubblica e l'abolizione dell'ordine aristocratico. Poi uscirono tutti
a precipizio. Erano cinquecento e trentasette; paurosi i più, alcuni
illusi della nuova libertà, parecchi traditori, pochi fieri, risoluti,
sdegnosi. Venti soli votarono contro il sacrifizio della patria,
cinque si astennero. Così finiva la città dei Dandolo, dei Pisani, dei
Veniero, dei Morosini! Un solo giorno faceva dimenticare tutta la sua
forza, tutta la sua maestà, tutta la sua grandezza!
Il 17 ottobre 1797, il Bonaparte, con l'infame mercato di Campoformio,
vendeva Venezia agli austriaci. E allorchè il giorno moriva e i
rintocchi delle campane si spandevano sull'ampia laguna, e le acque
erano solcate da splendori fosforescenti, sotto il Palazzo pieno di
misteri, dinanzi alle pietre fatte brune dai secoli, fra il popolo muto
ed oppresso, un uomo con l'anima in delirio e i nervi agitati, esciva
in una imprecazione che, in quell'avvilimento, risuonò alta e fiera
protesta, e fu seme di riscossa nelle età future. «L'Italia è terra
prostituita» esclamava Ugo Foscolo «premio sempre della vittoria. Potrò
io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi,
venduti e non piangere d'ira?»
Così, con questo alto lamento angoscioso, finisce l'un secolo e
comincia l'altro. Nei misteriosi palazzi s'aprono le porte, si
spalancano le finestre, vi entra una improvvisa folata di vento, un
turbine impetuoso.
Fuggono spaventate le belle donnine tutte frange, fronzoli e cernecchi,
i cavalierini dall'anima di stoppa e dallo spadino inoffensivo; e un
silenzio come di morte piomba nelle stanze fiorite di stucchi e d'oro,
discrete confidenti di colloqui amorosi, dove sorridevano tutte le
eleganze e tutte le letizie della festosa arte del veneto tramonto.
Ed oggi, quando i ricordi del passato si ridestano in quelle vecchie
dimore, in cui i dipinti e le stoffe si stingono in un color d'ombra
diffuso, e tutto ha un dolcissimo profumo di vecchio, e ad ogni oggetto
si accompagna una leggenda amorosa; oggi, quando nella penombra di
quelle stanze sembra di veder salire e vanire entro cirri di nubi
profili femminili, figure eleganti di cavalieri, fantasmi voluttuosi,
ci si domanda in qual modo quei Florindi e quelle Rosaure, tutti _ben
mio_, _vita mia_, _vissare mia_, poterono, dopo appena cinquant'anni,
trasformarsi negli ardimentosi difensori di Venezia.
Come mai il doge Manin, che mentre crollava la longeva repubblica
lamentavasi di non poter esser sicuro nemmen nel suo letto, potè, dopo
mezzo secolo, trovare il più magnanimo contrapposto in un altro Manin
(la storia ha di questi strani riscontri anche di nomi), il quale,
benchè plebeo, seppe vendicare l'antica macchia inflitta al nome
patrizio? E per che modo l'anima gracile della città dai morbidi amori,
dopo una lunga e molle inerzia si destò con tanta possanza? E che cosa
ha veramente prodotto la immensa esplosione del '48?
Vediamo.
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La città dominatrice, che avea avuto tutte le grandezze, dovea provare
tutte le miserie.
Quando, dopo essere stati cacciati dai francesi nel 1806, gli austriaci
entrarono nel 1814 per la seconda volta a Venezia, il podestà Gradenigo
— un discendente di quel Doge che avea ordinato e rafforzato il
dominio dell'aristocrazia — andava a prosternarsi a Vienna dinnanzi
all'Imperatore, mentre un arciduca austriaco sulla piazza di San Marco
gettava manciate di denaro al popolo plaudente.
Venezia perdeva a brani il suo manto di regina. Le gondole parevano
bare galleggianti, gli uomini attraversanti gli alti ponti ombre del
passato — i monumenti rovinavano, e più di dugento palazzi venivano
demoliti per non pagare le imposte e per vendere i materiali. Nei
cittadini era fiacco lo spirito, nullo il pensiero.
Il governo straniero, senza moderazione e senza giustizia — i balzelli
eccessivi — il commercio inaridito e sacrificato alle altre parti
dell'Impero, specie a Trieste — le spie e gli sbirri, _véritables
forçats_ — secondo la energica frase di Anatole de la Forge — _auxquels
l'Autriche donnait Venise pour bague_ — la mancanza infine d'ogni
libertà politica e civile non valevano a ridestare gli spiriti, immersi
come in uno stupor doloroso. Perfino la religione legittimava la
tirannide e faceva sacro il dispotismo.
Ah! se dagli abissi del passato, le anime delle antiche generazioni
avessero potuto riveder quei luoghi consacrati dalle loro rimembranze!
Se le anime dei dogi, dei senatori, dei guerrieri avessero potuto
rivisitare la loro città, ravvolta come in un funebre sudario, e vedere
invaso da una volgar turba d'impiegati tedeschi il palazzo dogale,
dove gli acuti e gravi magistrati erano stati custodi vigilanti delle
libertà più antiche del mondo e sulle antenne della Piazza la bandiera
gialla e nera in luogo del temuto vessillo, che s'era inalzato sulle
torri imperiali di Bisanzio e s'era agitato ai venti della vittoria
sulle acque di Lepanto; se quelle inclite anime avessero potuto veder
tutto ciò, tra i gemiti di un immenso dolore si sarebbe udito risuonar
per l'aere la lamentazione dell'antico profeta: _Quomodo sedet sola
civitas plena populo: facta est quasi vidua domina gentium?_
Senza palpito e senza respiro veramente sembrava la Gerusalemme
dell'Adriatico.
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Dopo la rivoluzione e dopo il fulmineo cruento passaggio di Napoleone,
parve fatale e necessaria la reazione politica, che col trattato
del 1815 e con la Santa Alleanza, stese un'ombra mortifera su tutta
l'Europa.
Ma non poteva durar lungamente; e già dopo alcuni anni in Francia,
in Ispagna, nel Portogallo i legittimisti erano vinti; la Grecia e
il Belgio si rivendicavano a libertà, e contro la Santa Alleanza si
stringeva la lega occidentale tra l'Inghilterra, la Francia, la Spagna
e il Portogallo.
Anche in Italia il germe vitale non era spento. La coscienza
patriottica si andava lentamente formando, e sorde indignazioni
covavano in alcune anime generose, alle quali fu corona di grandezza il
martirio.
Il 24 dicembre 1821 sulla piazza di San Marco, dal poggiuolo del
palazzo dei Dogi, veniva letta una terribile sentenza ad alcuni
imputati di Carboneria, che stavano sovra un palco d'infamia, esposti
alla curiosità di una folla ammutolita.
Fra gli altri veniva commutata la pena di morte in venti anni di duro
carcere nello Spielberg a Villa, Bacchiega, Fortini, Oroboni, Munari
e Foresti — sante figure di martiri, che vediamo passare per mezzo
alle pagine di quel libro, in cui il dolore ha accenti di semplicità
sublime, le _Prigioni_ del Pellico.
Dopo il processo dei Carbonari, s'addensò più cupa la maledetta tenebra
della tirannide, e sembrò che Venezia di quella silente e paurosa
servitù non sentisse vergogna.