Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver
fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano
male, si era rimesso a letto.
— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza —
è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto:
è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa
vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una
giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure.
Evangelina, sei ben coperta?
Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo
di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro
affanno.
— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè
si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...
Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto
fiducia nelle medicine.
— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.
— Sto benone — rispose battendo i denti.
Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto
male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.
— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di
che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il
medico — aggiunse volgendosi a noi.
Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in
collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si
recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano,
non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame
del dottore con sufficiente rassegnazione.
Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione;
guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e
parve soddisfatto.
— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza —
sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.
Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò
le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.
Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo
il respiro.
— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà
pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.
— Purchè non sia troppo dolce.
— Non sarà troppo dolce.
— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono
in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.
Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.
— Ebbene? — domandai.
— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età.
Quanti anni ha?
— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.
— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico
accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.
— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò
domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare
le medicine.
Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura
mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.
Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava
di leggerle negli occhi la sentenza del medico.
— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.
Evangelina ebbe la forza di ridere.
*
* *
La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo
sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca
speranza di conservarci il caro vecchio.
Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il
dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi
mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.
Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola
cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro
per esclamare un _oh!_ di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir
tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.
— Sorridi — disse — mi fa bene.
— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la
testa stanca dalla febbre.
— Dov'è tuo fratello?
Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha
voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli
scriveremo...
Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per
raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi
disse forte:
— Sei venuta per portarmi la buona notizia?
Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra
all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno
trasfigurata dalla gioia.
Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e
non lasciò andare la mano di Laurina.
— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a
riaprire gli occhi.
— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve
addormentarsi.
Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano
da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata.
Allora ci venne incontro lacrimando.
— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di
speranza dinanzi agli occhi.
— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!
— Era necessario! — aggiunse mio genero.
— Hai fatto bene! — disse Evangelina.
Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.
*
* *
La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo
due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta
melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.
— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.
E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la
menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.
Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:
— Ho sognato, o è proprio vero?...
— È vero.
— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei
bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi;
anzi mi leverò subito.
Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo
a trattenerlo.
— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore;
sarà per domani.
Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato,
sebbene egli protestasse che si sentiva benone.
Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà
del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento
ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio
disperato con una parola baldanzosa: _allegri!_
Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.
Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti
intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro
ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso
dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.
Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella
mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno
del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa
sulla sua faccia disfatta.
— Come ti senti? — gli chiesi.
— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!
Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci
obbligò a guardarlo negli occhi.
— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare;
sono stato felice, me ne vado contento...
Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.
A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la
strinse debolmente.
Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.
A me disse e non me ne vergogno:
— Tu sei buono!
Disse a sua figlia:
— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io
lo sentirò ancora.
E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:
— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.
Ripigliò un po' di forza e chiese:
— Dov'è Augusto?
— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...
— Sto bene — mormorò; — gli direte che...
Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e
gli troncò le parole.
— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e
ingentilita dalla malattia.
Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.
Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.
— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero
a sorriderci dall'altra vita.
— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le
mani.