Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù,
anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è
stato mai giovane, _tutt'al più_ celibe.
_Tutt'al più_ era detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie
l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli
avvenimenti della vigilia.
Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con
ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore
di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi
conoscevamo.
E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che,
con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore
prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un
altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze
e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a
me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un
altro: il nostro.
Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto
attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque
anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco
un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita.
Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli,
poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo
studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda.
Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini,
come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel
bagaglio degli sposi — egli diceva propriamente _bagaglio_ — per
consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro
che dirci:
— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre;
quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo
sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.
Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di
noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino
alla sorgente degli affetti!
*
* *
Fu per un po' una gran melanconia.
La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri
assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene,
ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina
e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri
figli con maggior piacere che a casa.
Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente
delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa
ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile,
ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.
Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare
il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie
che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di
lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.
Si faceva anche il sofisma:
— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici?
Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare
continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così
a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia
le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della
felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse
sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.
E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo
d'accordo a dire:
— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo
questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole
la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire
un'esistenza felice.
Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il
pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.
Esagera la dose — si diceva.
E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il
desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di
speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.
Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la
speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa.
Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina
riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato
i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva?
— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli
anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non
contandoli più, si moltiplicano.
La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito
e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino
per non contare più gli anni.
A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi
faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è
difficile.